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Le gocce d'acqua non hanno consumato i sassi di Troia

Materia troiana e letterature medievali

Formazione e sviluppi latini della materia troiana

L'Ilias latina

Già dal secolo I a.C. si ha notizia di traduzioni, parafrasi e riassunti dell’Iliade omerica: le prime versioni sono quelle di Gneo Mazio Ninnio Crasso e, successivamente, nella prima metà del I secolo d.C., Attio Labeone Polibio tradusse il poema parola per parola e lo parafrasò in latino, mentre contemporaneamente Virgilio volgeva in greco, meritandosi le lodi di Seneca.

Nulla però ci è rimasto di tutte queste versioni. L’unico testo latino antico sopravvissuto è un drastico riassunto noto col titolo di Ilias latina, che, nel I sec. d.C., condensa in 1070 esametri latini i 15693 esametri greci. L’Ilias latina fu in pratica l’unico mezzo di cui il Medioevo occidentale disponeva per avvicinarsi in qualche modo al poema omerico. Il testo fu conosciuto anche come Liber Homeri o Homerus.

Nel sec. V l’Ilias latina è riecheggiata da Draconzio e, nel secolo successivo, Lattanzio Placido ne cita alcuni versi. L’opera godette di ampia diffusione e alcuni canoni medievali di letture scolastiche l’inclusero, a partire dal X secolo, fra i cosiddetti Libri Catoniani, dove rappresentava la componente epica. La testimonianza più antica è quella di Gualtiero di Spira, che verso il 975 insegnava ai suoi alunni anche l’Homerulus latinus.

In ogni caso, la sproporzione tra la prima metà del testo, che riassume i primi sette libri, e la seconda metà che riassume gli altri diciassette, indica un progetto non portato a termine nei modi preventivati. Alla fine del sec. XI, il poema appare attribuito a un certo Pindarus, che nei secoli XIV e XV diventa Pindarus Thebanus.

Nel 1875, Seyffert identifica due acrostici, uno all’inizio e l’altro alla fine del poema, che paiono scrivere il nome dell’autore: ITALICUS SCRIPSIT. Il primo acrostico suggerì l’attribuzione allo scrittore Silio Italico, politicamente legato a Nerone e autore dei Punica, il più lungo poema della letteratura latina, concepito come continuazione dell’Eneide virgiliana. Ma nel 1890, Schenkl scoprì in un codice umanistico di Vienna il nome di Baebius Italicus nell’inscriptio del poema.

Si conosce in effetti un personaggio di questo nome, alto funzionario dell’impero; nato intorno al 45 d.C., avrebbe scritto quest’unica opera in gioventù, forse come esercizio scolastico. Dell’Ilias latina si conservano una trentina di manoscritti, i più antichi dei quali risalgono ai secoli X e XI. L’archetipo è d’epoca carolingia.

In seguito, il poema entra a far parte dei Libri Catoniani (di carattere letterario e morale), mentre le opere di Ditti e Darete sono inserite fra i Libri Manuales, di carattere storico e documentario. Verso il XIII sec., l’Ilias latina si separa anche dai catoniani, per formare miscellanee con altri testi, di carattere epico.

L’uso scolastico del poema complicò considerevolmente la tradizione dello stesso, dandogli il carattere di recensione aperta con forti contaminazioni, lacune, trasposizioni di versi, varianti introdotte a partire da glosse esplicative o parafrasi. L’archetipo doveva recare anche non poche lezioni corrotte. Secondo lo stemma di Scaffai, i testimoni conservati si ripartono in due rami: uno rappresentato dai mss. antiquiores, e l’altro dal resto della tradizione, variamente contaminato.

Nei manoscritti che la tramandano, l’Ilias latina risulta divisa in 24 libri, a somiglianza del poema omerico. La divisione in libri è chiara e corrisponde quasi sempre alla partizione tradizionale del testo omerico, ma l’estensione è molto diseguale, diversamente dalla consuetudine delle epitomi, che tendono a una riduzione metodica e regolare di ogni libro.

È stata anche formulata l’ipotesi che il poema costituisca l’elaborazione di una parafrasi in prosa del testo omerico nata in ambiente scolastico, ma questa idea pare confutata dal fatto che Bebio spesso contamina Omero con Omero, ossia sostituisce alcune espressioni dell’Iliade con altre prelevate da altri luoghi dell’originale greco.

L’inizio, con l’invocazione e la protasi, è traduzione quasi letterale dei versi omerici; per il resto l’autore trasceglie episodi importanti, e in particolare quelli per i quali poteva contare su modelli latini utili per riplasmare il testo omerico. A Bebio sembrano interessare soprattutto alcuni particolari contenuti:

  • Gli episodi di carattere patetico
  • Gli episodi che vedono protagonisti Ettore ed Enea
  • Episodi topici dell’epica

E, più in generale, Bebio sembra preferire i contenuti passibili di trattamento oratorio, mentre riassume drasticamente o taglia le scene delle assemblee, con lunghi discorsi e dialoghi. L’influenza virgiliana si nota anche nel morbido trattamento dei dialoghi che in Omero sono scoppiettanti. La presenza di Virgilio è certo fondamentale. Infine, il protagonismo e l’esaltazione di Enea è chiaramente sulla scia del poema virgiliano, nella celebrazione delle gens Iulia. Di eccezionale rilievo è la presenza di Ovidio, in particolare delle Metamorfosi. Anche il lessico è Ovidiano.

Ditti e Darete

Ditti e Darete sono i sedicenti autori di cronache della guerra di Troia, scritte in greco (quella di Ditti) e in frigio (quella di Darete); tali cronache furono ritrovate in epoca romana e tradotte successivamente in latino. Entrambi i testi pretendono di essere testimonianze oculari, autentiche e fededegne, e dunque anteriori ai poemi omerici: Ditti, cretese, è un soldato agli ordini di Idomeneo; Darete è un guerriero frigio che scrive dalla città assediata. Il racconto di Ditti è filogreco, quello di Darete filotroiano.

Nel caso di Ditti sono stati trovati lacerti del testo greco originale, in quello di Darete no. Gli originali greci risalgono probabilmente al periodo della “seconda sofistica” (I-II sec. d.C.), movimento culturale e corrente letteraria che spesso entra in polemica con Omero; infatti entrambi si presentano come relazioni veridiche contro le invenzioni omeriche.

Entrambe le opere sono di scarso valore letterario, ma di grande importanza storica per la ricezione in ambito mediolatino e romanzo. Si tratta di testi ibridi che traducono una materia epica in modi narrativo-storiografici. Della storiografia ritengono la pretesa di autenticità, l’assenza di elementi soprannaturali, il ricorso alla testimonianza oculare degli autori o ad altre informazioni garantite da persone degne di fede.

Inoltre lo stile narrativo predilige l’ordo naturalis all’esordio in medias res, e addirittura la forma “cronachistica”. L’aumento generale della materia narrata è in qualche modo bilanciata dalla brevità dell’esposizione. Notevole importanza è concessa al tema amoroso e alle figure femminili e l’aureola eroica dei protagonisti è molto ridotta. L’accostamento di Ditti e Darete, a mo’ di dittico, è frutto della ricezione compiuta dalla tradizione successiva.

Darete e Ditti sono anche in un certo senso complementari, dato che il primo narra gli antecedenti della guerra di Troia (la spedizione degli Argonauti e la prima distruzione della città) e il secondo riassume i nostoi di alcuni degli eroi greci. A entrambi gli autori risulta inaccettabile la mescolanza di dei ed eroi.

Ditti Cretese, Ephemeris belli troiani

L’opera di Ditti Cretese è intitolata Ephemeris belli troiani, ossia “Diario della guerra di Troia”; è divisa in sei libri ed è notevolmente più lunga di quella di Darete. Il testo è aperto da un’epistola e da un prologo. Vi si dice che il manoscritto autografo di Ditti fu trovato ai tempi di Nerone; era scritto in greco, anche se usando l’alfabeto fenicio. Trascritto in alfabeto greco e presentato all’imperatore, più tardi fu tradotto in latino da un tale Lucio Septimio, Quinto Aradio Rufino, che lo dedica a un imperatore.

È certamente fantasioso il particolare secondo il quale il manoscritto fu trovato da alcuni pastori in una tomba a Creta, aperta per caso dopo un terremoto: si tratta in realtà di un topos, ripetuto in una gran quantità di testi, dall’antichità ai giorni nostri. Ovviamente fantasiosa è l’invenzione del personaggio-autore di Ditti, soldato agli ordini di Idomeneo, signore di Creta, che obbedendo al suo re, aveva tenuto un diario del conflitto. Un personaggio di questo nome manca in Omero e la scelta onomastica deriva probabilmente dal monte Ditte, dell’isola cretese.

È invece vero che si tratta di una versione dal greco. Infatti sono stati trovati dei frammenti di papiro con parti del testo originale, che permettono di assicurare che si tratta proprio di una traduzione e non di un’epitome. La traduzione non è letterale, ma piuttosto parafrastica. Il testo greco, che dovrebbe risalire ai tempi di Nerone, servì da fonte a opere tardive sulla guerra di Troia. Il testo latino risale probabilmente al IV secolo.

Ditti manifesta l’intento di “rettificare” la vulgata omerica. Il testo latino sembra a volte improntato alla dottrina dell’evemerismo o comunque riduce gli elementi soprannaturali. Più spesso Ditti si limita a eliminare dettagli che non sono congruenti con l’atmosfera realista del racconto. In alcuni casi affianca una spiegazione immanente a quella religiosa. L’abbassamento di tono si verifica anche in certe forme del linguaggio. La lingua ammette qualche volgarismo o qualche grecismo, anche se di norma rifugge dai calchi.

Da un punto di vista stilistico, Ditti è piuttosto modesto e monotono, oltre che ampolloso. Un fatto piuttosto interessante è il ricorso al sistema narrativo dell’entrelacement: l’autore segue le vicende di vari personaggi alternando le loro azioni finché non si riuniscono, proprio come nell’entrelacement classico. Il contenuto dell’opera deriva in modo eclettico, oltre che da Omero, anche dall’epica post-omerica, dai lirici, dalla tragedia e dalla poesia ellenistica. L’Eneide invece funziona come fonte “negativa”: Ditti racconta la caduta di Troia in modo assai diverso dalla narrazione del II libro del poema virgiliano.

Anche la tradizione dell’Ephemeris sembra dotata di archetipo, bipartita e fortemente contaminata. I codici più rilevanti sono un Sangallensis, della famiglia “gamma”, e un Aesinas, della famiglia “iota”. L’Ephemeris fu usata da Benoit de Sainte-Maure per il suo Roman de Troie e da Giuseppe Iscano per la parte finale del suo poema Frigii Daretis Yliados libri sex.

Darete Frigio, De excidio Troiae historia

L’opera di Darete Frigio è intitolata De excidio Troiae historia (“Storia della distruzione di Troia”). Non è da escludere che anche il De excidio fosse traduzione di un testo greco, così come l’epistola iniziale vuol far credere; in questa si dice come ritrovata casualmente ad Atene la cronaca di un Darete frigio, Cornelio Nepote decidesse di tradurla in latino, alla lettera e in uno stile semplice. In effetti ci sono testimonianze, secondo le quali prima di Omero è esistita un’Iliade scritta in frigio, il cui autore si chiamava Darete. Un’osservazione di carattere interno al testo (cap. 9) sembra avvalorare quest’ipotesi.

È difficile scorgere tracce del De excidio nella letteratura greca di tema troiano, anche se vi sono autori che le hanno trovate. A differenza di Ditti, il nome di Darete è nell’Iliade di Omero, dove viene brevemente introdotto come un sacerdote di Efesto; quindi è probabile che l’autore del De excidio l’abbia desunto dal poema. Il testo di Darete è molto più breve di quello di Ditti, anche se narra i prodromi della vicenda troiana, con la spedizione degli Argonauti. Non sappiamo con sicurezza di quali fonti si sia servito l’autore del De excidio, anche se il testo ha tutta l’apparenza di essere stato scritto tenendo presenti tanto l’Iliade di Omero quanto l’Ephemeris di Ditti, con l’intenzione però di raccontare la storia in modo diverso.

Le somiglianze con Ditti sono anche di natura contenutistica, ma riguardano piuttosto aspetti non contenutistici che li oppongono a Omero. Inoltre, alcuni episodi sembrano costruiti ricorrendo ad altre sequenze narrative presenti nell’Iliade. I cambiamenti al racconto tradizionale e a Ditti sono numerosissimi. È verosimile che non poche delle invenzioni e innovazioni fossero contenute già nell’originale greco, ma non vi è dubbio che l’anonimo redattore latino si sia riservata una certa autonomia di fronte al suo modello, rielaborandolo e ampliandolo all’occasione: suoi apporti originali si possono individuare nella preistoria della guerra, che difficilmente poteva essere contenuta nel “diario” di Darete, e nei minuziosi ritratti fisici dei personaggi, che sono costruiti sulle caratteristiche morali note in base alle osservazioni dei trattati di fisiognomica.

Inoltre, Darete vuole comunicare la dimensione degli intrighi connaturati al potere, sia fra i Greci sia fra i Troiani. Nel consiglio convocato da Priamo, i personaggi non formano più l’assemblea dei guerrieri, ma sono ridotti invece al ruolo di cortigiani. I membri del consiglio si battono per linee politiche differenti, in un’atmosfera da congiura di palazzo. Se Darete è autore “filotroiano”, tuttavia non risparmia elementi atti a mettere in cattiva luce anche la parte che teoricamente difende.

La divergenza maggiore dall’Eneide consiste nel fare di Enea un guerriero che si convince a tradire la patria. La sciattezza formale è così grande che l’editore del testo, Ferdinand Meister, dopo aver definito l’autore neglegentissimus e cattivo epitomatore, formula l’ipotesi che fosse uno scolaro in giovane età (puerulus), incapace di andare di là di una paratassi ripetitiva che allinea frasi corte, vari anacoluti, aggettivazioni banali e qualche volgarismo. “Arido” e “monotono” sono gli aggettivi più usati dagli studiosi per definire lo stile del De excidio. La qualità del latino è pure utile per formulare un’ipotesi sulla datazione dell’opera che non può essere stata scritta prima del VI sec. d.C. La fortuna di Darete in ambito occidentale fu molto superiore a quella di Ditti.

L’Excidium Troiae

L’Excidium Troiae è un testo anonimo in prosa diviso in tre parti: la prima racconta la storia di Troia dalle nozze di Peleo e Teti fino alla distruzione della città; la seconda i viaggi di Enea; la terza la fondazione di Roma e la sua storia fino ai tempi dell’imperatore Augusto. La prima parte è assai diversa dalle narrazioni di Ditti e Darete, perché adotta un approccio mitologico e amplifica alcuni episodi riassunti molto dalla poesia epica.

La seconda parte segue molto da vicino l’Eneide, riprendendone sovente espressioni letterali. In qualche circostanza, però, l’autore preferisce versioni differenti rispetto all’Eneide. L’Excidium Troiae sarebbe dunque più o meno contemporaneo al De Excidio di Darete. La terza parte sembra pure derivare da un testo di origine greca. Da notare l’accenno a particolari che non si trovano in altre versioni della leggenda.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Punzi Arianna.
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