STAKEHOLDER ENGAGEMENT PER STRATEGIE DI SOSTENIBILITÀ
Per sostenibilità si intende un approccio votato al soddisfacimento dei bisogni del presente senza
compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.
Le dimensioni della sostenibilità sono due, ambientale, e umana e sociale: si punta dunque a ridurre
l’impatto ambientale e a tutelare i diritti umani.
Nell’ottica di un’analisi di “etica e mercato” la sostenibilità non è perseguita per motivi filantropici,
ma per costruire strategie competitive, comportamenti orientati alla performance e al successo, per
costruire la propria competitività proprio su strategie di sostenibilità.
CAP I
I :
L RUOLO DELLE IMPRESE PER LA SOSTENIBILITÀ
LA POLITICA EUROPEA E GLI STRUMENTI INTERNAZIONALI
Il primo capitolo si sofferma su: obiettivi della politica europea per la sostenibilità e azioni politiche
intraprese a favore dello sviluppo di una cultura responsabile e di comportamenti sostenibili nelle imprese;
principali linee guida internazionali sulla sostenibilità;
disposizioni normative a livello europeo e internazionale che segnano il passaggio da azioni di soft law ad
atti normativi ad hoc.
Perché l’UE si occupa di responsabilità sociale delle imprese?
L’UE si preoccupa della responsabilità sociale delle imprese poiché tale comportamento reca un
contributo positivo al conseguimento dell’obiettivo strategico europeo, definito a Lisbona nel 2000:
“divenire l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una
crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo
dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale”.
Excursus UE: il cammino verso il concetto di sostenibilità e di responsabilità sociale delle imprese.
–
Trattato di Roma 1957: può essere considerato la fonte originaria da cui discende
l’azione europea in materia di responsabilità sociale delle imprese. La versione consolidata
del Trattato, del 1999, enuncia diversi principi, dal sostenere uno sviluppo equilibrato e
all’elevare il livello di occupazione, puntando a migliorare la qualità della vita,
armonioso
tutelare la salute, proteggere i consumatori.
– l’UE
Libro Bianco di Delors 1993: mira a costruire una nuova economia sana, aperta,
decentrata, competitiva, solidale, puntando sul capitale umano e valorizzando
congiuntamente il senso di responsabilità individuale e collettiva, con investimenti nella
tecnologia, nella qualità e nel capitale umano.
– l’Europa deve divenire l’economia della
Consiglio Europeo di Lisbona 2000:
conoscenza più competitiva e più dinamica al mondo, capace di una crescita economica
sostenibile, e uno degli strumenti per raggiungere questo obiettivo è proprio la responsabilità
sociale delle imprese, con particolare riguardo allo sviluppo delle buone pratiche e alla
connessione tra società ed economia.
–
Consiglio Europeo di Goteborg 2001: si ribadisce che la crescita economica, la coesione
sociale e la tutela ambientale vanno di pari passo verso il concetto di sviluppo sostenibile.
–
Libro Verde 2001: la Commissione Europea avvia un vero e proprio dibattito sulla CSR,
comprensiva di una dimensione interna (gestione delle risorse umane, tutela della salute,
1
sicurezza) e di una dimensione esterna (rapporti con le comunità locali, costruzione di
partnership commerciali, rapporti con i fornitori e con i consumatori, rispetto dei diritti
umani, preoccupazioni ambientali). Emergono tre elementi chiave in questo concetto di
per scelta consapevole dell’impresa
CSR: volontarietà, ovvero comportamenti responsabili
e non per imposizione della legge; approccio triple bottom line, per valutare la performance
dell’impresa in termini economici, sociali e ambientali; riferimento agli stakeholders e
quindi suggerimento alle imprese di adottare atteggiamenti di apertura al dialogo e alla
cooperazione.
Il processo di graduale avvicinamento delle piccole e medie imprese alla CSR è uno dei più
importanti obiettivi strategici dell’UE, secondo la politica del think small first. Per questi attori,
considerati il motore dell’economia europea, sono stati creati: il Multistakeholder Forum (2002),
previsto ogni due anni, composto da circa quaranta rappresentanti delle categorie imprese,
lavoratori e consumatori e volto a promuovere la trasparenza, a facilitare il dialogo tra business-
community, sindacati e organizzazioni della società civile e ad accrescere il livello di conoscenza
della CSR, e l’European Expert Group (2005), consistente in un gruppo di esperti nominati dagli
Stati membri, provenienti da ambiti differenti, i cui lavori spaziano dalla crescita dalle
consapevolezza della CSR nelle PMI al rafforzamento del ruolo delle organizzazioni imprenditoriali
nelle PMI fino a discutere su CSR, PMI e competitività locale.
che le PMI sono il motore dell’economia europea, la diffusione della cultura
Nella consapevolezza
della responsabilità sociale d’impresa non può non avvenire senza una forte partecipazione di questi
attori. Il principio guida deve essere quelli di promuovere piccoli ma significativi passi da parte di
un gran numero di imprese, piuttosto che lottare per politiche formali e sofisticate di CSR tra una
piccola élite. Un ambizioso pacchetto di misure di ampia portata a favore delle imprese è lo Small
Business Act (SBA), che mira ad ancorare saldamente al centro delle politiche comunitarie, e in tutta
Europa, quel principio “Pensare anzitutto in piccolo”.
Dunque la strategia europea per la diffusione della CSR nelle PMI si è sviluppata principalmente
di una serie di documenti e con l’indicazione di politiche generali ai singoli
attraverso la redazione
Stati al fine di proporre un orientamento omogeneo. Attraverso la CSR le imprese possono
contribuire in modo significativo al conseguimento degli obiettivi del TUE per uno sviluppo
sostenibile e un’economia sociale di mercato altamente competitiva.
Comunicazione della Commissione al Consiglio Europeo di Primavera, del 2005, che riprende
le conclusioni del Trattato di Lisbona e rilancia la strategia ribadendo che l’iniziativa
imprenditoriale può avere un ruolo rilevante nel contribuire allo sviluppo sostenibile;
per fare dell’Europa un polo di eccellenza
Comunicazione della Commissione Europea, del 2006,
in materia di CSR;
Comunicazione Europe 2020: Strategy for smart growth, sustainable and inclusive, del 2010,
– –
che, sulla base di un approccio fondato su tre pilastri economico, sociale, ambientale individua
motori di crescita quali la crescita intelligente, la crescita sostenibile e la crescita inclusiva.
A renewed EU strategy 2011-14 for Corporate Social Responsibility: comunicazione del 2011,
programma d’azione con cui la Commissione ha presentato la nuova strategia dell’Europa sulla
CSR, denunciando un forte clima di sfiducia nei consumatori e in generale nel mondo degli affari,
aggravato dalla crisi economica e dalle sue conseguenze sociali. Queste circostanze hanno richiesto
2 ora intesa come “la responsabilità
un rinnovo degli sforzi. Viene rivista la definizione di CSR,
delle imprese per il loro impatto sulla società” “il rispetto della legislazione
e si sottolinea che
applicabile e dei contratti collettivi tra le parti sociali rappresenta un presupposto necessario
per far fronte a tale responsabilità”. Viene superato l’approccio più soggettivo che aveva
caratterizzato il concetto di CSR nel primi anni duemila e viene richiesta una maggiore adesione ai
principi promossi dalle organizzazioni internazionali.
La Commissione denuncia che solo 15 dei 27 Stati membri dell’UE hanno quadri politici nazionali
per promuovere la responsabilità sociale presso le imprese, pertanto essa ritiene necessari un
approccio multistakeholder, la promozione sul mercato della CSR, un’attenzione maggiore ai diritti
umani, la progettazione di meccanismi di co-regolamentazione e autoregolamentazione.
La Commissione riconosce le complessità da affrontare per implementare la strategia di CSR,
ritenendo che probabilmente per le PMI essa rimarrà informale e intuitiva.
La politica europea fa più volte riferimento nei suoi documenti e nelle varie comunicazioni ai
concetti di sostenibilità e sviluppo sostenibile.
Tra le tappe principali a livello mondiale per tali concetti si ricordano il Rapporto Brutland
dell’ONU del 1987 (che ha dato una definizione universalmente accettata di sviluppo sostenibile), e
il Millennium Summit del 2000 e il World Summit on sustainable Development del 2002 che
allargano la nozione di sviluppo sostenibile affiancando alla dimensione ambientale anche quella
economica e quella sociale.
L’Europa fa proprio questo percorso, procedendo poi a un ampliamento del concetto di sostenibilità
alla dimensione sociale che assicura quella componente relativa all’equità distributiva, ad adeguati
standard di protezione sociale, alla salvaguardia dei diritti umani e civili, al rispetto delle minoranze
e di genere, all’equilibrio nei rapporti internazionali.
– iniziativa volontaria promossa dall’ONU. Kofi Annan invitò i leader
Global Compact 1999:
dell’economia mondiale a sottoscrivere con le Nazioni Unite un patto per affrontare in una logica
gli aspetti più critici della globalizzazione: promuovere un’economia sostenibile,
cooperativa
rispettosa dei diritti umani e del lavoro, attenta alla salvaguardia dell’ambiente e alla lotta alla
corruzione. L’idea è che le imprese private, con la collaborazione dei governi, della società civile e
delle organizzazioni sindacali, possano cooperare nella ricerca di soluzioni alternative ai problemi
posti dalla globalizzazione, per lo sviluppo di un’economia sostenibile.
Piattaforma di 10 principi condivisi in tema di diritti umani (1-2), lavoro (3--6), ambiente (7--
9) e corruzione (10).
Il Global Compact si ispira alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alla Dichiarazione
dell’ILO, alla Dichiarazione di Rio e alla Convenzione ONU contro la Corruzione.
L’approccio non è triple bottom line poiché i riferimenti principali riguardano la sfera etico-sociale
e l’ambiente, mentre gli aspetti economici non vengono trattati direttamente. Le regole sono
volutamente generiche in modo da permetterne l’applicazione a realtà profondamente diverse tra di
loro.
Dichiarazione tripartita dell’ILO – 2001: include nel concetto di sostenibilità problematiche
sociali, in primis la tutela dei diritti dei lavoratori. Stabilisce che le MNCs operanti nei PVS
dovrebbero fornire i salari, i benefici e le condizioni di lavoro migliori possibili, per soddisfare
3
almeno i bisogni fondamentali dei lavoratori e delle loro famiglie. Il costo del lavoro è uno dei
principali fattori di attrattività di un’area e ha fortemente indirizzato gli IDE delle grandi MNCs
occidentali verso tali paesi poveri del mondo. Poiché spesso sono proprio le governance locali dei
PVS a tenere basso il costo del lavoro, proprio con la finalità di attrarre gli investitori stranieri,
molte O.I. sono intervenute denunciando che il livello minimo salariale non va incontro alle
esigenze di base del lavoratore e della sua famiglia. A tal proposito:
l’ILO ha proposto il
- minimum wage, che considera sia le necessità del lavoratore e della sua
famiglia che fattori economici e livelli di produttività;
l’OCSE ha proposto il
- living wage, corrispondente al minimo salario orario necessario per
raggiungere alcuni specifici standard di vita;
- la SAI (Social Accountability International) ha parlato di basic needs wage, un salario che
consente al lavoratore di supportare la metà della famiglia al di sopra della soglia di povertà, sulla
base dei prezzi locali vicino al posto di lavoro;
- la CREA (Center for Reflection, Education and Action) parla invece di sustainable living wage, un
salario che non solo incontra i bisogni di base del lavoratore e della sua famiglia, ma consente al
lavoratore di mettere da parte i soldi per la partecipazione ad attività culturali e alla pianificazione
di un futuro migliore. –
Guiding Principles on Business and Human Rights da una risoluzione del 2005: si è dato
al Segretario Generale dell’ONU di nominare un
mandato Rappresentante Speciale con il compito
specifico di seguire e studiare la questione del ruolo e delle responsabilità delle MNCs e degli altri
L’incarico fu dato al Professore
attori economici privati. John Ruggie.
Tali principi guida sono il risultato di ampie consultazioni con i rappresentanti di istituzioni, il
mondo delle imprese e la società civile, svolte in molte regioni del mondo e seguono ad altri
rapporti formulati dal Rappresentante. Il documento Protect, Respect, Remedy, presentato al
Consiglio per i diritti umani dell’ONU e approvato all’unanimità nel 2008, si basa su un quadro
operativo fondato su tre pilastri: il dovere di protezione dello Stato contro le violazioni dei diritti
umani perpetrate da terzi, imprese incluse; la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti
dell’uomo; una maggiore possibilità di accesso da parte delle vittime a rimedi efficaci.
Il problema di base che viene affrontato nelle linee guida è relativo alla complicità consapevole e
non consapevole delle imprese nella violazione dei diritti umani, nel supporto delle azioni dei
governi illeciti o di fazioni armate, così come denunciato in uno studio condotto su mandato
dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Nelle Guiding Principles si richiama la responsabilità degli Stati, ma anche quella delle imprese in
materia di rispetto dei diritti umani. Si ribadisce che le imprese devono impegnarsi ad adottare
misure adeguate per prevenire o mitigare effetti negativi diretti sui diritti umani e a non contribuire
a tali effetti attraverso le proprie attività, prodotti, servizi. Si fa riferimento a una nozione ampia del
concetto di “sfera di influenza” dell’impresa, comprendendo diverse relazioni d’affari delle imprese
con le varie entità nella catena di produzione del valore e con ciascun soggetto, pubblico o privato,
direttamente collegato alle loro attività, prodotti o servizi.
La responsabilità di rispettare i diritti umani si applica a tutte le imprese, indipendentemente dalla
dimensione, dal settore, dal contesto operativo, dalla proprietà e dalla struttura.
4
–
Linee guida OCSE per le MNCs 2011: raccomandazioni e orientamenti per le imprese che
vogliono ispirare la propria condotta a criteri di responsabilità sociale. Enunciano principi e
standard di buone pratiche conformi alle leggi applicabili e alle norme riconosciute a livello
internazionale. Il rispetto delle Linee guida da parte delle imprese è volontario e non
giuridicamente vincolante. Tuttavia alcuni temi trattati possono essere anche regolamentati da
leggi nazionali o impegni internazionali.
I governi firmatari sanciscono l’importanza dell’attività delle MNCs e attribuiscono loro il ruolo di
potenziale fattore di sviluppo delle economie, in quanto capaci di trasferire conoscenze e capacità
tecnologiche, di stimolare iniziative imprenditoriali locali, realizzare investimenti eco sostenibili,
introdurre metodologie di lavoro socialmente responsabili. Si cerca comunque di allargare il capo
d’azione per coinvolgere all’interno della catena di fornitura le PMI.
e a promuoverne l’uso.
I governi aderenti si impegnano ad attuare le Linee guida
Con la firma i paesi aderenti assumono un triplice impegno: nei confronti delle imprese (a mettere
in atto comportamenti volti ad assicurare la piena adesione ai principi espressi), nei confronti degli
altri Governi (affinché non utilizzino le Linee guida a fini protezionistici) e nei propri confronti (a
dotarsi di strutture interne efficaci).
Le raccomandazioni riguardano le tematiche più diverse, dai diritti umani alla lotta alla corruzione,
dagli interessi del consumatore a fiscalità e concorrenza.
–
Linee guida ISO 26000 2010: approvate da 90 paesi a livello mondiale. Sei categorie di parti
interessate: consumatori, associazioni, sindacati, ONG, imprese, esponenti della comunità.
L’intento di questa norma è quello di aiutare le organizzazioni a contribuire allo sviluppo
sostenibile, di incoraggiarle al di là del mero rispetto delle leggi, di promuovere una comprensione
comune nel campo della responsabilità sociale e di integrare altri strumenti ed iniziative per la
responsabilità sociale, ma non di sostituirsi ad essi.
La norma si rivolge a tutte le imprese, pubbliche e private, dei paesi sviluppati e in via di sviluppo,
ma anche alle organizzazioni, proponendo pratiche migliori da cui tali soggetti possono prendere
spunto per adattare il funzionamento dei processi interni, della supply chain e dei mercati ai principi
della sostenibilità. Non si tratta di una norma di gestione, e non è pertanto destinata a fini di
Questo significa che un’azienda o un’organizzazione che vuole adottare le
certificazione. Linee
non deve affidarsi a una società esterna che certifichi l’impegno nel campo della
guida
responsabilità sociale, ma occorre confrontarsi con le parti interessate affinché siano loro a valutare
se l’impresa sta indirizzando la propria attività verso il rispetto del modello ISO 26000.
Sono elencati i 7 principi della responsabilità sociale: responsabilità di rendere conto
(accountability), trasparenza, comportamento etico, rispetto degli interessi degli stakeholders,
rispetto del principio di legalità, rispetto delle
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame bibliografia/biblioteconomia,professoressa Chiara de Vecchis, libro consigliato Storia delle biblio…
-
Riassunto esame Economia e gestione delle imprese internazionali, Prof. De Chiara Alessandra, libro consigliato Eco…
-
Riassunto esame Pedagogia, Prof. Bove Chiara, libro consigliato Capirsi non è ovvio, Chiara Bove
-
Riassunto esame Iconografia e iconologia, Prof. Panciroli Chiara, libro consigliato Le professionalità educative tr…