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Si parla di rigidità dei salari quando i lavoratori disoccupati non sono in grado di

fornire servizi lavorati a salari inferiori a W, oppure quando le imprese non sono

disposte ad accettare tali offerte o non sono in grado di avanzare proposte

occupazionali.

L’esistenza dei sindacati fa si che i lavoratori riescano a tutelare meglio i propri

interessi se agiscono collettivamente invece che individualmente. I sindacati

perseguono due obiettivi economici: l’incremento dei salari reali e l’aumento del

numero dei posti di lavoro. La curva di offerta collettiva di lavoro descrive

l’andamento congiunto ideale dei salari reali e dell’occupazione secondo il punto di

vista dei sindacati. Se i sindacati sono preoccupati dell’occupazione essi accetteranno

incrementi moderati dei salari reali in cambio della disponibilità di un numero

maggiore di posti di lavoro: in questo caso la curva dell’offerta collettiva sarà più

piatta.

La curva dell’offerta collettiva si colloca dunque al di sopra delle curve di offerta

individuali. Senza l’influenza dei sindacati l’equilibrio di verificherebbe nel punto A: gli

individui sarebbero

disposti a lavorare per il

salario w.

I singoli lavoratori non

possono raggiungere

questo risultato poiché

il salario W è

determinato sulla base

delle trattative tra

imprese e sindacati e i

disoccupati non

possono contrattare un

salario inferiore a quello

dei colleghi occupati. La

risultante disoccupazione è involontaria per gli individui, ma volontaria per i sindacati.

Sarebbe scorretto affermare che i sindacati siano gli unici responsabili della rigidità nei

salari reali. Le associazioni degli imprenditori rappresentano gli interessi collettivi delle

imprese e contribuiscono anch’esse alla rigidità dei salari reali. Esse sono interessate a

tenere i salari al di fuori del gioco concorrenziale, cioè mantenere elevati i salari dei

concorrenti o perlomeno di impedire di assumere a basso costo.

L’effetto economico principale dei salari minimi è quello di scoraggiare le imprese ad

assumere lavoratori con un basso livello di produttività; si tratta generalmente di

giovani, lavoratori non specializzati e di persone che hanno ricevuto una scarsa

formazione o che non possiedono competenze adatte.

Un’interpretazione dinamica della disoccupazione

La disoccupazione di equilibrio dipende, oltre che dall’efficienza del processo di

incontro fra le esigenze dei lavoratori e dei datori di lavoro, dall’ammontare delle

separazioni dal lavoro e dal numero dei posti vacanti.

Il numero di lavoratori che diventano disoccupati rappresentano una frazione s del

numero di posti di lavoro esistenti. Tale frazione s è definita tasso di separazione.

Se indichiamo con f il tasso di rioccupazione, la disoccupazione è lo stock che

risulta dall’equilibrio fra i flussi di separazione e i flussi di rioccupazione.

Il tasso di disoccupazione di equilibrio

A causa delle imperfezioni dei mercati del lavoro, questi possono essere in equilibrio

anche se la disoccupazione non è riconducibile a quella volontaria. La

disoccupazione di equilibrio può essere concepita come la somma della

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disoccupazione frizionale e strutturale. La disoccupazione frizionale è inevitabile

in quanto insorge a causa del tempo necessario perché si verifichi l’incontro tra un

lavoratore in cerca di occupazione e un posto vacante che deve essere occupato. Può

essere volontaria quando gli individui sono così esigenti da rinunciare a lavori che

invece potrebbero accettare. La disoccupazione strutturale è generata da un livello di

salario diverso da quello di concorrenza perfetta che elimina gli eccessi sia di

domanda che di offerta. Le cause sono legate all’influenza esercitata sull’offerta da

una serie di istituzioni e regolamentazioni. L’offerta collettiva di lavoro non è in genere

compatibile con l’offerta individuale di lavoro e anche in equilibrio vi possono essere

lavoratori involontariamente disoccupati.

Inflazione e occupazione

Deflazione significa che i prezzi scendono e in termini reali i salari salgono.

Inflazione i prezzi si alzano, in termini reali gli stipendi si abbassano.

Dalla Curva di Philips possiamo dedurre che se c’è inflazione, le imprese in termini

reali pagano meno stipendi e quindi possono assumere di più e quindi diminuisce la

disoccupazione.

Capitolo sei: Moneta, prezzi e tassi di cambio nel lungo periodo

La moneta è l’oggetto che scambiamo contro i beni e servizi da acquistare. Il controllo

sull’offerta di moneta è effettuato dalla Banca Centrale.

Se indichiamo con Y il PIL reale e con P il livello generale dei prezzi, possiamo definire

d

la domanda di moneta M come una quota proporzionale del PIL nominale

(Equazione di Cambridge): f

d

M = PY

1

Supponiamo che il prezzo di tutti i beni raddoppi. Il valore della moneta, che è

misurato dal suo potere d’acquisto e che è inversamente proporzionale al livello dei

prezzi, si dimezzerà.

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Il potere d’acquisto della moneta può essere espresso dal rapporto M/P. Tale rapporto

definisce il potere d’acquisto di uno stock di moneta pari a M.

f

M/P= Y

1

Se la banca centrale raddoppiasse il numero della banconote, tutti utilizzerebbero la

moneta aggiuntiva per l’acquisto di un maggior quantitativo di beni e servizi. I

produttori potrebbero nel breve periodo espandere la produzione di beni e servizi da

offrire. f,

Il principio della neutralità della moneta afferma che, assumendo frazione del

reddito monetario degli individui, se M raddoppia, l’onere dell’aggiustamento graverà

interamente sul livello generale dei prezzi P. Se questi ultimi raddoppiassero, allora i

saldi monetari reali M/P resterebbero costanti e tutto rimarrebbe invariato. Il principio

di neutralità implica che il rapporto tra moneta e prezzi rimanga costante. Nel lungo

g

periodo il tasso di crescita della moneta (∆M/M) e il tasso di inflazione ᴨ (∆P/P) si

m

equivalgano: g

ᴨ= m

L’equilibrio del mercato

monetario richiede che

domanda e offerta siano

eguagliate, pertanto è il livello

generale dei prezzi che porta

all’uguaglianza domanda e

offerta di moneta.

Nel lungo periodo la domanda

nominale di moneta aumenta

in proporzione al PIL e anche

proporzionalmente alla crescita

del livello dei prezzi.

Il tasso di crescita della moneta

è pari alla somma fra il tasso di

crescita del prodotto e dell’inflazione.

g g

= ᴨ +

m y

g – g

ᴨ = m y

Se l’offerta di moneta cresce più rapidamente di quanto non cresce il reddito significa

che vi è più moneta in circolazione di

quella che servirebbe. I prezzi salgono e

l’inflazione svolge la funzione di

bilanciamento. Se invece la crescita del

prodotto eccede la crescita della moneta,

l’inflazione si riduce.

Queste estensioni sono in grado di aiutarci

a comprendere i punti che non giacciono

sulla bisettrice.

Un paese in cui si verifica una crescita

reale del PIL, l’inflazione sarà inferiore e

giacerà al di sotto della bisettrice. Un

secondo paese invece in cui non si verifica

crescita reale del PIL (ed esempio le

economie estrattive) avrà un’inflazione più

alta e giacerà sopra la bisettrice.

Nel lungo periodo dunque l’inflazione si

caratterizza come un fenomeno monetario che emerge allorché l’offerta nominale di

monete cresce più rapidamente della domanda reale di moneta.

Tassi di cambio nominali e reali

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I tassi di cambio nominale indicano semplicemente il costo di conversione di un’unità

di una valuta in un’unità di un’altra. I tassi di cambio possono essere quotati secondo il

tipo di quotazione detta certo per incerto per cui il tasso di cambio è dato dal numero

di unità di valuta straniera per un unità nazionale.

L’apprezzamento di una valuta corrisponde a un incremento del suo valore in termini

della valute straniere, per cui il tasso di cambio aumenta. Ciò è sfavorevole per le

esortazioni, ma favorevole all’acquisto di titoli di stato stranieri. Inversamente una

perdita di valore, deprezzamento, implica una diminuzione del tasso di cambio.

I tassi di cambio reale (ɛ) sono finalizzati a esprimere il potere d’acquisto delle valute

rispetto a tutti i beni e servizi acquistabili e di norma comparano indici dei prezzi come

l’IPC o Il deflatore del PIL. Indichiamo con P l’indice dei prezzi dell’area euro di un

paniere di beni, con P* l’indice statunitense e con E il tasso di cambio nominale.

ɛ= EP/P*

Anche per il tasso di cambio reale si parla di apprezzamento (ɛ aumenta) e

deprezzamento (ɛ diminuisce).

Se l’inflazione nazionale è più alta di quella all’estero si ha che i prezzi interni stanno

crescendo più rapidamente dei prezzi esteri e che anche il rapporto P/P* deve essere

crescente. Il tasso di cambio reale ɛ si apprezza. All’opposto un’inflazione interna

minore di quella estera comporta un deprezzamento reale.

Il tasso di cambio reale varia insieme al tasso di cambio nominale, i prezzi nazionali

ma anche i prezzi esteri. ∆ɛ/ɛ = ∆E/E + ∆P/P - ∆P*/P*

∆ɛ/ɛ = ∆E/E + ᴨ - ᴨ*

Per aggregare molteplici tassi di cambio si calcola un tasso di cambio nominale medio

E, come media ponderata dei tassi di cambio nominali del Paese considerato rispetto a

ciascuno degli altri Paesi, e un livello medio dei prezzi esteri P* calcolato come media

ponderata dei prezzi di un numero elevato di partner commerciali del Paese

considerato.

Nel lungo periodo minore è l’inflazione interna maggiore sarà il tasso di

apprezzamento del cambio nominale: ∆E/E = ᴨ*- ᴨ

Perciò nel lungo periodo il tasso di cambio reale non dovrebbe esibire alcune

variabilità: ∆ɛ/ɛ = ∆E/E + ᴨ - ᴨ*= 0

Questo risultato è noto come il principio della parità del potere di acquisto (PPP).

La PPP implica che la competitività di un Paese, nel lungo periodo, non può dipendere

da fattori monetari, quali i prezzi e il tasso di cambio nominale. Se un paese segue una

politica monetaria espansiva, rispetto a quella adottata nel resto del mondo, i prezzi

cresceranno più rapidamente dei prezzi esteri. Se il tasso di cambio nominale

rimanesse costante, il cambio reale si apprezzerebbe. I beni e i servizi nazionali

diventerebbero più costosi e perderebbero di competitività. Questo processo si arresta:

infatti il differenziale inflazionistico negativo ne causerà un deprezzamento che si

arresterà solo quando, nel lungo periodo, la perdita di competitività sarà

completamente riassorbita e il tasso di cambio reale ritornerà stabile. La PPP può

essere semplicemente intesa nel senso che, nel lungo periodo, un Paese deve

mantenere la sua competitività.

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Capitolo sette: Prendere a prestito, dare a prestito e i vincoli di

bilancio

Un individuo possiede una certa dotazione che consumerà. E’ definito autarchico

quando non commercia con l’esterno e consuma la propria dotazione. Un’alternativa è

il commercio intertemporale, ossia lo scambio di risorse nel tempo: un individuo può

prestare ai vicini alcune risorse, o al contrario se il raccolto di oggi fosse

eccezionalmente scarso potrebbe prendere a prestito e restituire in tempi migliori. Il

prezzo da pagare o ricevere per il rimborso del prestito è costituito dal tasso di

interesse reale, indicato con r. Prendere a prestito oggi 100 implica pagare domani

100(1 + r). Per acquistare domani 100(1 + r) occorre risparmiare oggi 100, dunque

un’unità domani vale 1/(1 + r) quella di oggi. Possedere un bene oggi vale di più di

quanto valga possederlo domani. L’operazione con cui i beni futuri vengono valutati in

termini dei beni correnti è definita sconto. Tale operazione aiuta a comprendere la

relazione inversa, sussistente tra il prezzo di un’attività finanziaria (il prestito) e il

tasso di interesse. Essa spiega inoltre perché i debitori (come lo Stato) vedano con

favore la possibilità di posticipare la data di rimborso di un debito, mentre i creditori

tendano ad opporvisi con vigore. Consideriamo una obbligazione semplice che paga

100 dopo un anno. Se il tasso di interesse ammonta al 5% qual è il valore di questa

obbligazione oggi? Tale valore corrisponde all’ammontare monetario che , qualora

fosse investito oggi, genererebbe 100 l’anno

prossimo. Se indichiamo questo ammontare con B,

B(1 + 0.05) = 100, B= 95,24; analogamente il

valore di un’obbligazione a sconto biennale è dato

2

da B( 1 + 0.05) = 100, da cui B= 90,70. Più il

rimborso è posticipato più aumenta l’ammontare

dello sconto e più diminuisce il prezzo

dell’obbligazione.

Il commercio intertemporale consente di scegliere

le combinazione di consumo rappresentate dalla

linea BD.

Nel punto A si sceglie di non commerciare. Nel

punto B si rinuncia completamente al consumo

futuro: si prende a prestito a fronte della

dotazione futura Y , riceve Y / (1 + r) e consuma

2 2

Y + Y /(1 + r). Nel punto D non si consuma oggi,

1 2

concedendo in prestito tutta la sua dotazione corrente Y per consumare domani Y ( 1

1 1

+ r) + Y . La linea BD rappresenta tutte le possibilità di consumo di cui si dispone ed è

2

definita linea di bilancio. La pendenza è data da –(1 + r) (data dal rapporto tra OD/OB).

Se il tasso di interesse aumenta, la linea di bilancio diventa più ripida: per un dato

ammontare di risparmio nel presente, domani saranno disponibili maggiori quantità.

La retta di bilancio indica la quantità che

può essere consumata oggi e domani

per una data dotazione rappresentata

dal punto M, e un dato tasso di interesse

reale, rappresentato dalla pendenza

della curva. Il consumo ottimale si

raggiunge nel punto R, dove la curva di

bilancio interseca la più alta curva di

indifferenza. Il consumatore prende in

prestito C - Y oggi e rimborsa Y - C

1 1 2 2

domani. Il consumo definito da R è

raggiungibile anche da un individuo

12

caratterizzato dalla dotazione A, che concede prestiti oggi e ha risparmi negativi

domani. Ogni curva di indifferenza rappresenta combinazioni di consumo corrente e

consumo futuro rispetto alle quali l’individuo è ugualmente soddisfatto.

Variazioni del reddito

Se accade un aumento straordinario

del reddito, il punto di dotazione si

sposta da A ad A’. Il consumo odierno

cresce in misura minore rispetto alla

quantità aggiuntiva in quanto si

risparmia per ripartire il consumo nel

corso del tempo. Un aumento

temporaneo del reddito è quindi

accompagnato da un aumento

permanente del consumo, anche se in

misura inferiore.

Se invece l’incremento del reddito

fosse permanente, per esempio a

causa del miglioramento della

tecnologia, il nuovo punto di dotazione

è A’’. Un aumento permanente del

reddito viene assorbito da un aumento permanente del consumo di pari ammontare.

Un terzo caso è quando si prevede con certezza un aumento futuro del reddito. Perciò

un individuo si indebiterebbe oggi a fronte del maggior reddito futuro per raggiungere

un tenore di vita più elevato nell’immediato.

Si parla di stabilizzazione del consumo, in quanto gli individui cercano di mantenere

sempre lo stesso tenore di vita, sia in caso di aumento del reddito che in periodi di

difficoltà, frazionando i consumi.

Consumo e tasso di interesse reale

Quando il tasso di interesse aumenta, aumentano anche i vantaggi connessi al

risparmio in quanto diminuisce il prezzo del consumo futuro in termini del consumo

odierno. I creditori traggono beneficio dell’aumento del tasso di interesse, in quanto

passano a una curva di indifferenza più alta e consumano quantità maggiori in

entrambi i periodi. Il debitore che si trova a sopportare maggiori oneri per interessi, si

trova nella situazione opposta, in quanto egli deve ora destinare maggiori risorse al

risarcimento del debito, pertanto il consumo corrente diminuisce.

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Quando il tasso di interesse aumenta, la retta di bilancio diventa più ripida e ruota

intorno al punto di dotazione A. Ciò incrementa il costo dei beni nel presente rispetto

al futuro, rendendo più appetibile il risparmio. Maggiore è la ricchezza presente,

maggiore è il vantaggio che origina da un aumento del tasso di interesse e più

probabile è la predominanza di questo effetto ricchezza.

Le banche non possono conoscere con

certezza le prospettive di solvibilità di

tutti quanti richiedono prestiti. Le

banche impongono quindi tassi di

interesse più elevati ai clienti che

sembrano meno affidabili e in certi casi

rifiutano di concedere prestiti a

qualsiasi tasso oppure fissano limiti

all’ammontare del prestito. Si parla di

razionamento del credito. In questo

caso la spesa è determinata dal reddito

disponibile corrente e non dalla

ricchezza. Le possibilità di consumo si

limitano alla spezzata CAB. Egli non

può raggiungere il segmento AD e il suo consumo ottimale risulta impossibile da

realizzare. La migliore alternativa è il punto A.

La ricchezza e i valori scontati attuali

Se nel primo periodo il reddito è Y e nello stesso periodo si consuma C il risparmio è

1 1

dato da Y - C . Se tale differenza è positiva si sta concedendo un prestito, se invece è

1 1

negativa, si sta contraendo un debito. Nel secondo periodo, il consumo massimo C 2

sarà pari a Y + ( Y - C )(1+ r), ossia l’interesse e il capitale relativi ai risparmi del

2 1 1

primo periodo. Se nel primo periodo il risparmio fase negativo si dovrebbe rimborsare

il capitale preso in prestito con gli interessi.

Dividendo entrambi i membri per (1 + r) otteniamo:

C + C / 1 + r = Y + Y / 1 + r = Ω

1 2 1 2

Valore attuale del consumo = valore attuale del reddito = ricchezza derivata dal

reddito

La parte sinistra dell’equazione è il valore scontato attuale del consumo: la somma del

consumo di oggi e di domani, valutato in termini dei beni posseduti oggi. La seconda

parte è pari al valore scontato attuale del reddito e rappresenta il consumo massimo

che si potrebbe effettuare oggi, date le risorse di oggi e domani (il punto B). OB

rappresenta la ricchezza indicata con Ω.

Se si possedesse una ricchezza iniziale il vincolo di bilancio si modificherebbe nel

seguente modo: C + C / (1 + r) = Y + Y / (1 + r) + W

1 2 1 2 1.

14

Se W > 0 allora si potrebbe consumare di più in entrambi i periodi. Se invece W < 0

1 1

significa che si ha un debito e si dovrebbe consumare meno per rimborsalo. Se la

ricchezza aumenta la linea di bilancio trasla da BD a B’D’, se si riduce trasla in B’’D’’.

Il vincolo intertemporale di bilancio dell’impresa e del settore privato

La produzione richiede la sottrazione di risorse al consumo per l’acquisto del capitale

produttivo. L’utilizzo di risorse con un valore positivo per la produzione future di

quantità maggiori di beni è definito investimento.

Per far fronte alle proprie decisioni di investimento, le imprese si procurano le risorse

nel mercato dei capitali oppure utilizzano i propri fondi.

Il vincolo di bilancio dipende ora dall’ammortare dell’investimento e dalla sua

profittabilità.

Un individuo può risparmiare sia prestando che investendo. Se investe tutti i risparmi I 1

il capitale disponibile per la produzione di domani è pari alla differenza tra la dotazione

Y e il consumo C odierni.

1 1 K = I = Y - C

2 1 1 1

Investire I che diventa K , in una tecnologia produttiva consente di incrementare la

1 2

propria ricchezza oltre il punto A, corrispondente alla dotazione iniziale. La ricchezza

aumenta di BB’, in quanto un consumo addizionale FE diventa accessibile nel secondo

periodo.

Maggiori sono le dimensioni dell’investimento più elevata sarà la produzione di

domani. Ciò spiega l’andamento della funzione degli investimenti: quando ci si sposta

verso sinistra a partire dal punto di dotazione A, ossia si riduce il consumo e si

aumenti il risparmio, l’investimento aumento e così anche il prodotto di domani.

C = Y + F(K )

2 2 2

Il vincolo intertemporale di bilancio determina il valore attuale del consumo:

1

C + C / 1 + r = Ω = (Y + Y / 1 + r) + V

1 2 1 2

Valore attuale del consumo = ricchezza totale = ricchezza da reddito + valore

dell’impresa

La ricchezza è ora composta da due parti: la prima è costituita dal valore attuale della

dotazione, la seconda parte è data dall’incremento della ricchezza determinato da V, il

valore netto dell’attività di investimento.

Vincoli di bilancio pubblici

Lo Stato, come gli altri agenti economici, può contrarre debiti e concedere prestiti.

1 V = [F(K ) /(1 + r)] – I valore netto derivante dall’investimento K. E’ la differenza tra il valore

2 1

attuale del prodotto di domani e l’investimento di oggi. Un progetto risulta economicamente

giustificabile solo se F(K) > K(1 + r).

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Supponiamo che lo Stato nel primo periodo sia indebitato D . Gli interessi pagati su

1

tale debito dipendendo dal tasso di interesse r . Nel primo periodo lo Stato spende G

G 1

+ r D e incassa un gettito fiscale pari a T . Se la sua spesa corrente è maggiore al

G 1 1

suo reddito corrente, ossia G - T + r D > 0 allora lo Stato registra un disavanzo.

1 1 G 1

Esso deve dunque contrarre un prestito per finanziare questo disavanzo. Il fabbisogno

di indebitamento dello Stato può essere suddiviso in due componenti: il disavanzo

primario (G - T ) e il pagamento degli interessi (r D ). Esso può scegliere l’ammontare

1 1 G 1

del disavanzo primario mediante la gestione delle spese o della tassazione netta. Ne

deriva che l’avanzo primario del secondo periodo T - G deve essere sufficiente a

2 2

rimborsare non solamente il disavanzo corrente (G - T ) e gli interessi su questo

1 1

disavanzo r (G - T ), ma anche il debito ereditato dal passato D e i relativi interessi

G 1 1 1

r D .

G 1 D = [T + T /1 + r ] – [G + G / 1 +r ]

1 1 2 G 1 2 G

(1 + r )[ D + (G – T )] = T – G

g 1 1 1 2 2

Il vincolo di bilancio consolidato dei settori pubblico e privato

Vincolo di bilancio dei privati:

C + C / (1 + r) = Y - T + (Y - T )/ (1 + r)

1 2 1 1 2 2

Vincolo di bilancio del settore pubblico:

G + G / (1 + r) = T + T / (1 + r)

1 2 1 2

Combinando il vincolo di bilancio del settore privato con il vincolo del settore pubblico,

otteniamo il seguente vincolo di bilancio consolidato:

C + C /(1 + r) = (Y - G ) + (Y - G )/(1 + r)

1 2 1 1 2 2

Una volta che lo Stato si è servito della parte del prodotto pari a G e G , il settore

1 2

privato si approprierà della parte restante del prodotto nella forma di C e C ,

1 2

prendendo o dando a presentito il necessario. Di fatto il settore privato internalizza

completamente il vincolo di bilancio del settore pubblico. Tale risultato è noto come

equivalenza ricardiana.

La dotazione privata è rappresentata dal punto A’: lo Stato riduce la ricchezza privata

in misura pari alla distanza BB’, che corrisponde al valore attuale delle imposte o al

valore attuale della spesa pubblica. L’equivalenza ricardiana può essere interpretata

nei seguenti modi:

La spesa nazionale totale non può

 superare la ricchezza del Paese.

Può indebitarsi o concedere

prestiti all’estero ma deve

rispettare il suo vincolo di

bilancio.

La ricchezza del settore privato è

 la differenza tra il valore attuale

della produzione o del reddito

complessivi e il valore attuale

della spesa pubblica in beni e

servizi. Essa rappresenta risorse

sottratte al settore privato.

Il settore privato è consapevole

 che il pagamento del debito

pubblico da parte dello Stato è controbilanciato dall’imposizione fiscale

necessaria per comprarlo.

Le partite correnti e il vincolo di bilancio della nazione

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Il saldo di conto corrente può essere scomposto in avanzo primario delle partite

correnti EX-IM (NX) e reddito netto da investimenti esteri (rF).

NX + rF = CA

F rappresenta gli investimenti, se è positivo significa che il Paese è creditore e perciò

NX può essere negativo. Se invece F è negativo il Paese è un debitore perciò NX dovrà

essere positivo.

Se un Paese ha una ricchezza netta all’inizio del primo periodo (F positivo) esso può

1

attingere a tale ricchezza per finanziare futuri deficit di parte corrente; all’opposto, se

un Paese si trova nel primo periodo con un debito estero negativo, il valore attuale

degli avanzi di parte corrente deve essere sufficiente a ripagare interamente tale

debito e gli interessi da esso generati.

Capitolo nove: la moneta e la politica monetaria.

La moneta è un bene collettivo, ha valore solo se anche gli altri la possiedono.

Base monetaria (M0) = circolante + riserve delle banche commerciali

Per moneta si intende la somma del circolante (carta moneta e monete metalliche) e

dei depositi a vista. Tale aggregato monetaria è denominato M1.

I depositi a vista possono essere convertiti in contante dalla banca emittente, possono

essere trasferiti tramite assegni e bonifici e pagano un tasso di interesse nullo o molto

basso. Essi non sono molto attraenti dal punto di vista del rendimento. Per questo le

banche propongono altri tipi di conto, vincolati, sui quali maturano più alti tassi di

interesse ma dai quali non si possono effettuare prelievi tramite assegni. E’ tuttavia

possibile trasferire tali fondi in depositi a vista normali. La facilità dei trasferimenti

rende queste attività molto simili ai depositi a vista dal punto di vista di chi li detiene.

Includiamo questi tipi di deposito in una più ampia definizione di moneta M2.

Una misura ancora più ampia comprende gli strumenti finanziari come i certificati di

deposito di importo elevato, i depositi a risparmio a scadenza più lunga e vincolati, i

depositi presse le istituzioni non bancarie. Tali strumenti sono meno liquidi, ossia è più

costoso o difficile convertirli in contante o in conti correnti. Si arriva così all’aggregato

monetario M3.

L’aggregato M1 è perfettamente liquido nel senso che può essere utilizzato per far

fronte alle transazione commerciali. Viceversa le altre componenti M2 e M3 devono

essere convertite in M1.

Il circolante è prodotto dalle autorità monetarie ma anche le banche commerciali

creano moneta, sotto il controllo della banca centrale. E’ un agenzia pubblica che ha il

mandato legale di controllare le condizioni della moneta e del credito. Le banche

centrali producono due tipi di moneta: emettono circolante e creano riserve bancarie,

ossia i depositi delle banche commerciali presso di essa. Le riserve bancarie sono

relativamente piccole eppure è proprio attraverso esse che la banca centrale controlla

l’offerta di moneta. Le banche commerciali raccolgono fondi dai depositari per prestarli

a famiglie e imprese.

Un deposito si trasforma in un prestito che la banca concede a uno dei propri clienti.

Per le banche i depositi sono delle passività a breve termine che sono

immediatamente esigibili. Al contrario i prestiti concessi possono essere rimborsati nel

corso di parecchi anni. Questi prestiti costituiscono attività per la banca e hanno

scadenze più lunghe delle passività che le finanziano. Ciò comporta l’assunzione di

rischi da parte delle banche.

Qualora tutti i clienti di una banca decidano di ritirare tutta la moneta depositata

simultaneamente, larga parte di tale moneta non sarà disponibile perché prestata a

terzi. La corsa agli sportelli o fallimento delle banche sono eventi improbabili e di solito

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indotti dal panico diffuso. La banca non è più in grado di adempiere alle proprie

obbligazioni e deve chiudere.

Nella loro concessione di prestiti, di fatto le banche commerciali creano moneta.

La banca valuta che circa il 10 per cento delle somme depositate viene ritirato dalla

clientela, perciò essa si limita a mantenere tale percentuale dei suoi depositi sotto

forma di riserva e utilizza il restante 90 per cento per concedere prestiti. La somma

depositata inizialmente ha generato una serie di prestiti che verranno a loro volta

depositati in banca e prestati nuovamente. In questo modo i depositi aumentano. Ogni

volta che si registra un’iniezione di liquidità lo stock monetario ne risulta accresciuto in

misura più che proporzionale. Questa creazione della moneta e del credito è

denominata processo del moltiplicatore monetario.

La nuova moneta creata è garantita dalla fiducia nel valore sottostante dei prestiti. I

prestiti sono buoni solo se i debitori hanno la possibilità e il desiderio di essere

solvibili. Per far fronte al rischio che i prestiti perdano valore, si richiedere alle banche

commerciali di detenere un ammontare minino di capitale nei relativi bilanci. Quando il

valore dei prestiti si riduce, il patrimonio netto si riduce. Se esso si annulla, la banca

fallirebbe.

I depositi dei clienti di una banca sono detenuti in forma liquida in depositi a vista

presso la banca centrale.

Le banche possono prelevare da tali depositi per ottenere liquidità. Tuttavia una

frazione dei depositi è trattenuta dalle banche commerciali ed è detta coefficiente di

riserva. E’ la banca centrale a definirne l’ammontare.

Il circolante, ossia la moneta creata dalla banca centrale, è tecnicamente una sua

passività. Le altre passività sono i depositi dei sui clienti, ossia le banche commerciali,

e i depositi dello Stato. Fra le attività della banca centrale troviamo le attività in valuta

estera, i prestiti al settore bancario, i titoli finanziari, i titoli del debito pubblico o i

prestiti allo Stato.

L’equilibrio di breve periodo nel mercato monetario

La domanda di moneta trae principalmente origine dalla necessità di famiglie e

imprese di svolgere transizioni. Ciò dipende dal reddito posseduto. Inoltre il costo del

detenere moneta è dato dal tasso di interesse. La domanda di moneta si riduce

all’aumentare del tasso di interesse. La domanda di moneta può essere espressa come

segue: f(i)PY

d

M =

Dove f(i) è una funzione decrescente di i. La

domanda di moneta delle banche commerciali

non è altro che una frazione della domanda di

moneta di famiglie e imprese, e ciò implica che

anch’essa è una funzione decrescente del tasso

i.

All’aumento del reddito si accompagna un

aumento del volume delle transazione e

dunque un aumento della domanda di moneta.

Graficamente è una traslazione verso destra

della curva di domanda che passa da D a D’.

La banca centrale può rispondere decidendo di

espandere la base monetaria mantenendo

costante il tasso di interesse, oppure lasciare

che il tasso di interesse aumenti di conseguenza. In quest’ultimo caso l’aumento del

tasso di interesse determina una contrazione che annulla l’effetto espansivo iniziale

determinato dall’aumento del reddito.

18

Una banca centrale può realizzare qualsiasi tasso di interesse abbia scelto a patto che

sia pronta a immettere o ritirare quell’ammontare di liquidità necessario a soddisfare

la domanda derivata D nel punto corrispondente al tasso di interesse scelto.

Per conseguire il livello desiderato del tasso di interesse, ogni banca centrale fornisce

al proprio mercato interbancario l’esatto ammontare di riserve che viene domandato.

Essa mette in atto operazioni di mercato aperto ossia acquista e vende attività

finanziarie usando le riserve che rappresentano le sue passività. Pur nella loro

diversità, tutti gli interventi delle banche centrali sono accumunati dal tentativo di

regolare l’offerta di riserve nel mercato monetario permettendogli di crescere (dunque

cresce anche M0 e i prestiti).

La politica monetaria nella pratica

La banca centrale influisce sui tassi di interessa. Se riduce i tassi di interesse renderà

la moneta più abbondante, se li aumentali, renderà la moneta più scarsa.

Abbiamo già esaminato tre strumenti di politica monetaria che sono sotto il diretto

controllo delle banche centrali: il tasso di interesse del mercato monetario, l’offerta di

riserve e il coefficiente di riserva obbligatoria.

La banca centrale non può controllare simultaneamente lo stock di moneta e il tasso di

interesse.

L’obiettivo di crescita della moneta

Per gran parte degli anni Cinquanta e Sessanta, si riteneva che le banche centrali

dovessero mantenere i tassi di interesse a un livello basso. Tuttavia in tale modo la

moneta cresceva rapidamente insieme all’inflazione. Come risposta gran parte delle

banche centrali scelse di assumere come obiettivo il tasso di crescita monetaria

(monetary targeting). Una scelta della base monetaria determina l’offerta di moneta e

consento alla banca centrale di scegliere un tasso di crescita monetaria coerente con il

tasso di inflazione che spera di realizzare nel lungo termine. Al monetary targeting è

stato attribuito il merito di aver ridotto l’inflazione. Tuttavia tale impostazione è stata

accantonata per varie ragioni, tra cui il fatto che il controllo dello stock monetario

divenne difficile dopo la deregolamentazione del settore finanziario.

L’obiettivo di inflazione

Queste difficoltà hanno aperto la strada a una nuova strategia denominata obiettivo di

inflazione (inflation targeting). Quando diventa difficile controllare con sufficiente

precisione la quantità di moneta, la banca potrebbe raggiungere un determinato stock

di moneta mediante la fissazione del tasso di interesse. Le banche centrali che attuano

l’obiettivo di inflazione cercano di determinare la futura inflazione e fissano il

conseguente tasso di interesse. Se l’inflazione prevista è troppo alta, esse aumentano

il tasso di interesse, se l’inflazione è al di sotto dell’obiettivo, esse diminuiscono il

tasso di interesse.

Il coefficiente di riserva obbligatoria come strumento di politica

monetaria

Per influire sull’offerta di moneta, la banca centrale può fare anche ricorso al

coefficiente di riserva obbligatoria. Se esso aumentasse, a parità di offerta di riserve,

le banche dovrebbero astenersi da prestiti ma potrebbero anche richiamare una parte

dei prestiti già erogati.

La regola di Taylor

19

Un modo semplice per sintetizzare la condotta delle banche centrali nel

perseguimento dei loro due obiettivi è fornito dalla Regola di Taylor. Essa stabilisce che

le banche centrali aumentano il tasso di interesse interbancario, indicato con i, quando

vi sono scostamenti verso l’alto del tasso di inflazione effettivo ∏ rispetto al tasso di

inflazione che funge da obbiettivo ∏* e quando il PIL reale eccede il suo livello corrente

n

di equilibrio o il suo livello tendenziale Y .

n n n

i = i + α (∏ - ∏*) + β ( Y - Y )/ Y

Possiamo assumere che la Regola di Taylor determina dove si colloca la curva del tasso

n

di interesse. i è il tasso di interesse che la banca centrale vorrebbe fissare se sia

l’inflazione che il PIL fossero al livello desiderato.

Il prestito di ultima istanza

Una crisi bancaria può provocare una scomparsa di una larga parte dello stock

monetario. Ciò rende inefficienti la maggior parte delle transazioni quotidiane e può

portare a innumerevoli fallimenti e chiusure. Quando i depositi bancari rischiano di

svanire, le banche agiscono come prestatori di ultima istanza. Ci si aspetta che le

banche centrali forniscano alle banche commerciali in difficoltà un ammontare

monetario sufficiente a scongiurare il rischio di fallimento e a rassicurare i depositanti

riguardo alla possibilità di continuare a prelevare normalmente dai propri depositi. Se

le banche commerciali credono che la banca centrale verrà sempre in loro soccorso,

esse possono assumere rischi eccessivi.

Capitolo dieci: L’equilibrio macroeconomico di breve periodo

Per studiare il comportamento delle economie nel breve periodo, adottiamo una

cruciale ipotesi keynesiana, ossia che il libello generale dei prezzi sia costante.

La domanda aggregata e il mercato dei beni

Iniziamo dall’identità contabile fondamentale:

Y = C + I + G + NX

Il membro di sinistra può essere considerato come l’offerta, mentre il membro di

destra può essere inteso come la somma delle componenti della domanda. C è la

domanda di beni di consumo da parte delle famiglie, I è la spesa per l’investimento da

parte delle imprese, G è la domanda di beni del settore pubblico e NX è la domanda

netta da parte del resto del mondo.

Si assume che il livello generale di prezzi sia esogeno, così come le componenti della

domanda, mentre l’offerta risponde passivamente alle variazioni della domanda.

20 d

Il consumo dipende dalla ricchezza Ω e dal reddito disponibile Y , ossia il reddito al

netto della tassazione, in maniera direttamente proporzionale: una maggiore ricchezza

o un maggiore reddito incrementano la spesa aggregata in beni.

C = C(Ω, Y – T)

La funzione di investimento cresce all’aumentare di q, ovvero gli animal spirits degli

investitori, mentre il tasso di interesse esercita un effetto negativo per il fatto che se il

tasso aumenta, il costo del prestito da parte delle banche aumenta e gli investimenti

diminuiscono. Keynes assume che l’inflazione è nulla o trascurabile e pertanto

possiamo trattato il tasso di interesse nominale e quello reale come identici.

I = I(q, r)

Il saldo primario delle partite correnti è pari a NX = EX – IM.

Le importazioni dipendono dal reddito e dal tasso di cambio reale ɛ in modo

direttamente proporzionale. Un deprezzamento reale rende i beni esteri relativamente

più costosi e scoraggia le importazioni. All’opposto, un apprezzamento reale stimola le

importazioni, che ora sono meno costose.

IM = IM(Y, ɛ)

Le esportazioni dipendono dal reddito estero Y* , in modo direttamente proporzionale,

e dal tasso di cambio reale ɛ, in modo inversamente proporzionale. Un deprezzamento

del nostro tasso di cambio reale rende il prodotto nazionale meno costoso per gli

stranieri e stimola le esportazioni, all’opposto un apprezzamento del nostro tasso di

cambio reale deprime le esportazioni che sono diventate più costose.

EX = EX(Y*, ɛ)

Combinando le equazioni delle importazioni e delle esportazioni possiamo ottenere la

funzione del saldo primario delle partite correnti:

NX = EX(Y*, ɛ) – IM(Y, ɛ) = NX(Y, Y*, ɛ)

Esso dipende in modo direttamente proporzionale dal reddito esterno e in modo

inversamente proporzionale dal reddito interno e dal tasso di cambio reale.

Sommando le diverse funzioni di domanda otteniamo la funziona della domanda

desiderata: ZZ = C(Ω, Y – T) + I(q, r) + G + NX(Y, Y*,ɛ).

Definiamo tale domanda desiderata perché alcuni fattori dipendono a loro volta dal

livello effettivamente raggiunto dalla domanda. Per esempio il reddito reale Y influenza

la domanda ma allo stesso tempo rappresenta l’offerta aggregata che si adegua alla

domanda. Pertanto la funzione indica quale sarebbe la domanda aggregata per dati

valori della variabili endogene.

La funzione della domanda desiderata ZZ ci dice quale potrebbe essere la domanda

per un dato livello del PIL, che è il reddito totale.

Un aumento di Y influisce in modo positivo sul consumo ma esercita anche un impatto

negativo sui saldi primari poiché aumenta le importazioni. La teoria e l’evidenza

empirica sostengono che è l’effetto sul consumo a prevalere.

La domanda desiderata aumenta con il PIL meno che proporzionalmente: la curva è

più piatta rispetto a una retta di 45°.

Il mercato dei beni è in

equilibrio quando produzione e

domanda desiderata sono

uguali. Graficamente ciò implica

che il punto di equilibrio deve

giacere sulla retta inclinata a 45°. La

curva ZZ descrive quanto gli

individui vorrebbero spendere per

ogni dato livello del reddito.

L’equilibrio del mercato si verifica

nel punto A, all’intersezione tra le

due curve. Il corrispondente livello di

prodotto Y è il PIL di equilibrio.

21

Consideriamo il caso in cui il PIL si trovi al livello Y’, maggiore del livello di equilibrio Y.

Il prodotto è rappresentato dal punto B e la domanda desiderata dal punto C. Il fatto

che B sia al di sopra di C implica una situazione di eccesso di offerta sul mercato dei

beni. Le imprese non possono che vendere la quantità rappresentata dal punto C.

L’eccesso di offerta rappresentato da BC va ad accumularsi alle scorte dei beni

invenduti. Le imprese ridurranno la produzione e il livello del prodotto diminuirà.

Graficamente la produzione si sposta dal punto B verso il basso lungo la linea 45°.

Meno produzione significa meno reddito e perciò anche la spesa desiderata diminuirà.

Tale spesa nel grafico si sposta dal punto C in basso lungo la curva ZZ. Il processo si

arresta una volta che l’economia ha raggiunto il punto A. All’opposto se partiamo da

un livello inferiore al PIL di equilibrio si verificherà un eccesso di domanda. Le imprese

aumenteranno la produzione e l’economia si sposterà verso destra fino a raggiungere

il punto A.

L’inclinazione della curva ZZ

cattura gli effetti di variazioni

del reddito sulla domanda

desiderato. Le variazioni di

variabili diverse dal reddito

sono rappresentate da

traslazioni della curva ZZ e di

conseguenza inducono

cambiamenti del PIL di

equilibrio. Se la spesa pubblica

dovesse subire una variazione

positiva da G a G’, si avrebbe un

aumento della domanda

desiderata pari a ∆G. Vi è

dunque una traslazione della

curva ZZ di pari ammontare e

verso l’alto. Se il prodotto

rimanesse invariato al livello Y, la nuova situazione sarebbe descritta dal punto B, nel

quale la domanda desiderata è superiore al prodotto.

I produttori compenserebbero la differenza attingendo alle scorte ma finirebbero per

aumentare il prodotto al fine di soddisfare la nuova domanda, fino a che non viene

raggiunto il prodotto di equilibrio nel punto E. In corrispondenza di E, il livello del

prodotto è pari a Y’.

Non appena le imprese aumentano il prodotto per eliminare l’eccesso di domanda AB,

viene generato più reddito che crea un ulteriore eccesso di domanda per una

quantità pari ad A’B’. Tuttavia questo processo non continua all’infinito perché parte

del reddito aggiuntivo non viene consumata ma risparmiata e una parte va ad

alimentare le importazioni. Mentre un aumento della domanda desiderata genera un

aumento di pari entità del reddito, un incremento di reddito genera un aumento meno

che proporzionale della domanda desiderata. L’incremento complessivo del prodotto

da Y a Y’ è un multiplo dell’incremento iniziale della domanda. Tale effetto viene

definito moltiplicatore

keynesiano della domanda. Il

prodotto di equilibrio reagisce alla

variazione della domanda per un

ammontare ben maggiore.

Forti dispersioni riducono la

portata del moltiplicatore. Se

un’ampia porzione di ogni unità

addizionale viene risparmiata o

22

destinata alle importazioni, la curva ZZ diventa più piatta. Più la curva è piatta

minore è l’effetto del moltiplicatore.

In genere il moltiplicatore è maggiore in economie grandi e relativamente chiuse al

commercio internazionale come l’area euro o gli Stati Uniti, in quanto le dispersioni da

importazioni sono piccole.

Le importazioni, dipendendo dal reddito, diminuiscono l’inclinazione della curva di

domanda aggregata e anche il moltiplicatore keynesiano.

Il mercato dei beni e la curva IS A fronte di una diminuzione del

tasso di interesse si registra un

aumento degli investimenti e

quindi della domanda aggregata.

Graficamente la curva ZZ subisce

una traslazione verso l’alto. I punti

A e B corrispondono a due

combinazioni di Y,i.

Rappresentando queste

combinazioni in un piano Y,i

otteniamo una curva con

pendenza negativa definita IS. La

curva IS rappresenta le

combinazioni del tasso di interesse

nominale e del PIL reale che sono

coerenti con l’equilibrio nel

mercato dei beni. La curva IS ha

una pendenza negativa in quanto

un tasso di interesse più elevato riduce la spesa privata in investimenti, il che riduce la

domanda aggregata e, per tramite del moltiplicatore, il prodotto di equilibrio.

La curva IS è tanto più piatta quanto maggiore è:

La reattività della domanda alle variazioni del tasso di interesse;

 Il moltiplicatore

Tutti i punti al di fuori della IS corrispondono a situazioni di disequilibrio. La curva

delimita due regioni:

In alto a destra si verifica un eccesso di offerta,

 In basso a sinistra si verifica un eccesso di domanda.

Quando l’economia si trova fuori dalla curva IS le imprese adeguano il prodotto in

tempi rapidi riportando l’economia all’equilibrio.

La curva IS descrive le combinazioni fra le due variabili endogene, il PIL e il tasso

d’interesse nominale. La posizione della curva IS è invece determinata dalle

variabili esogene: fintanto che esse rimangono costanti ci si muove lungo la curva IS.

Quando una delle variabili si modifica la curva si sposta nel piano. Ogni cambiamento

esogeno che aumento la domanda aggregata (come un aumento della spesa pubblica

o un deprezzamento di cambio reale) provoca una traslazione verso destra della curva

IS e un conseguente aumento del prodotto.

Il mercato della moneta, la politica monetaria e la curva TR

Un elemento cruciale del mercato monetario è rappresentato dalla condotta di politica

monetaria della banca centrale, la quale può scegliere se attuare un controllo sulla

massa monetaria o alternativamente sul tasso di interesse. Oggi le banche centrali

gestiscono la politica monetaria definendo i tassi di interesse. La politica del tasso di

interesse è ben approssimata dalla regola di Taylor che afferma che la banca centrale

23

incrementa il tasso di interesse rispetto al suo livello naturale se il tasso di inflazione

effettivo eccede il tasso di inflazione obiettivo oppure se il prodotto eccede il suo

livello tendenziale. n n n

i = i + α (∏ - ∏*) + β ( Y - Y )/ Y

Nel breve periodo il tasso di interesse naturale è una variabile di politica monetaria,

mentre i prezzi sono costanti e dunque l’inflazione è nulla. Utilizzeremo la versione

semplificata della regola di Taylor: n n n

i = i + β ( Y - Y )/ Y

La regola di Taylor fornisce combinazioni fra prodotto e tasso d’interesse e

interagendo con la domanda di moneta definisce le condizioni di equilibrio sul mercato

monetario. Tutte le possibili coppie di tasso di interesse e prodotto, coerenti con

la condotta della banca centrale, così come è descritta dalla regola di Taylor, sono

rappresentate graficamente dalla curva TR. Tale curva ha una pendenza positiva

poiché un aumento del reddito determina un incremento dei tassi di interesse da parte

della banca centrale. Quando l’output è superiore al suo livello normale, la

banca centrale tende a innalzare i tassi di interesse, che invece vengono tagliati

durante le recessioni, rendendo la moneta meno desiderabile. Quando si verificano

eccessi di domanda o di offerta, l’economia non può mai trovarsi fuori dalla

curva TR, descrivendo quest’ultima il comportamento della banca centrale. Tutti i

punti che giacciono al di sopra della curva TR corrispondono a situazioni nelle quali i

tassi di interesse sono al di sopra del livello coerente con la politica monetaria della

banca centrale, che quindi provvederà a ridurli, mentre i punti che giacciono al di sotto

della curva corrispondono a situazioni nelle quali la banca centrale si predisporrà a

innalzare i tassi di interesse. Quando il PIL aumenta, la curva TR implica che il tasso

d’interesse debba aumentare. Allo stesso tempo l’incremento del prodotto e del

reddito innalza la domanda di moneta. Il mercato della moneta è in equilibrio con la

banca centrale che offre la moneta domandata in corrispondenza di un più alto livello

del reddito e del tasso di interesse. Allo scopo di portare il tasso di interesse al livello

prescelto, la banca centrale deve fornire l’ammontare di moneta che corrisponde a

tale tasso e al livello di prodotto ad esso associato.

La pendenza della curva

TR è determinata dalla

reattività con la quale la

banca centrale risponde

all’output gap quando

sia positivo,

incrementando il tasso

di interesse, o

riducendolo, nel caso

opposto. La misura di

tale reattività è fornita

dal parametro β. La

curva TR corrisponde al

2

caso in cui la banca centrale si rifiuta di fornire nuove riserve al mercato monetario

(politica del monetary targeting). Tale politica comporta ampie fluttuazioni del tasso di

interesse. Secondo questa strategia, l’offerta di moneta è fissata autonomamente

dalla banca centrale e la politica monetaria è rappresentata dalla LM, che può essere

visto come un caso particolare della TR, che afferma che la banca centrale aggiusta

l’offerta di moneta alle fluttuazioni del PIL.

TR è costruita per mantenere l’offerta di moneta costante al variare del livello di

2

prodotto mentre TR implica la maggior offerta di moneta.

0

La curva TR rappresenta la politica monetaria della banca centrale e si muove solo in

n

risposta a variazioni della politica stessa, ovvero variano β e i . Un incremento di β

induce una rotazione in senso antiorario della curva: ciò significa che la banca centrale

tenta più attivamente di ridurre le oscillazioni del prodotto. Una riduzione del target

24

del tasso di interesse causa una traslazione verso il basso: ciò significa che la banca

centrale sta attuando una politica monetaria espansiva.

L’equilibrio macroeconomico nel modello IS-TR

L’equilibrio macroeconomico è rappresentato dall’intersezione delle due curve. Tutti i

punti del piano al di fuori delle curve IS e TR rappresentano o situazioni di disequilibrio

sul mercato dei beni o deviazioni della politica monetaria della regola di Taylor.

Nel diagramma IS-TR gli shock sono rappresentati dagli spostamenti di una o dell’altra

curva. Una variazione esogena della spesa pubblica è rappresentata con uno

spostamento della IS: si realizza un nuovo equilibrio nel quale sia l’output sia il tasso di

interesse sono maggiori rispetto al precedente equilibrio. A causa dell’aumento di

output, la banca centrale aumenta il tasso di interesse in accordo alla regola di Taylor.

A causa di questo innalzamento del tasso di interesse, la crescita del prodotto risulta

minore di quella che si sarebbe ottenuta qualora il tasso di interesse fosse rimasto

costante. Un tasso di interesse più alto scoraggia gli investimenti privati e l’aumento

dell’output fa si che diminuisca NX perché aumentano le importazioni.

Un esempio di shock derivante da politica monetaria espansiva si ha quando la banca

centrale decide di ridurre il livello del tasso di interesse: questo significa che per ogni

livello di output la banca centrale fissa un livello del tasso di interesse minore che in

precedenza. La curva TR trasla verso il basso. Il risultato di tale politica monetaria

espansiva è che l’equilibrio è caratterizzato da un maggior output e un minore tasso di

interesse. Ciò è dovuto all’immissione di liquidità da parte della banca centrale e

perciò le banche commerciali possono prestare a tassi inferiori d’interesse. I clienti

possono aumentare la domanda di prestiti perché i tassi di interesse sono più bassi e

la riduzione del costo dell’indebitamento incrementa la spesa per gli investimenti che

induce a sua volta un aumento di reddito e quindi dei consumi. Tuttavia un tasso di

interesse basso e l’immissione di liquidità nel sistema può dar luogo all’inflazione.

La curva TR potrebbe anche muoversi verso l’alto: ciò implicherebbe un più alto tasso

di interesse per ogni livello di PIL. Si tratta di uno shock derivante da una politica

monetaria restrittiva. Ora costa di più indebitarsi e ciò determina la caduta della

domanda.

Per un dato livello del tasso di interesse obiettivo la politica monetaria è espansiva se

l’output gap è negativo e viceversa. Se si prevede che la domanda aggregata possa

essere colpita da uno shock negativo, la banca centrale può decidere di sostenere

l’economia inducendo un taglio dei tassi di interesse e dunque una traslazione verso il

basso della TR. Se si prevede invece un brusco aumento del tasso di inflazione la

banca centrale può reagire incrementando il tasso d’interesse obiettivo a breve

termine.

E’ abbastanza usuale che i responsabili di politica economica combinino o bilancino le

loro politiche fiscale e monetaria.

Capitolo 11

Si definisce piccola economia aperta, un’economia piccola ovvero che l’economia in

esame non è di dimensioni tali da poter esercitare un’influenza sull’andamento delle

economie del resto del mondo, mentre aperta indica come essa sia condizionata dagli

eventi che avvengono aldilà delle sue frontiere.

11.3 I flussi finanziari internazionali

Nel lungo periodo il tasso di cambio nominale è guidato dal principio della parità del

potere di acquisto. Nel breve periodo emerge una condizione di parità che considera i

tassi di interesse e i tassi di cambio nominali definita appunto condizione di parità dei

i i*

tassi di interesse. Indichiamo con il tasso di interesse interno e con il tasso di

25 i<i*.

rendimento internazionale. Partiamo da una situazione nella quale si abbia Per

l’investitore sarebbe conveniente indebitarsi nell’economia interna per poi investire

i

all’estero. La domanda di valuta domestica risulterebbe incrementata spingendo

i*.

verso Il flusso di capitali cessa quando si raggiunge la parità dei tassi di interesse

i=i*. La parità dei tassi di interesse afferma come il rendimento di attività simili non

possa divergere sistematicamente a livello internazionale. Definiamo la parità dei tassi

di interesse come la condizione di equilibrio sui mercati finanziari internazionali.

La condizione di parità dei tassi di interesse è rappresentata dalla retta orizzontale

detta retta dei mercati finanziari internazionali (IFM). Se un’economia è relativamente

i*

piccola rispetto al resto del mondo il tasso di rendimento estero è una variabile

esogena, le cui variazioni sono indipendenti dall’operato dell’economia nazionale. Se

i i*

l’economia si trovasse nella regione superiore alla retta IFM sarebbe superiore a e

ciò determinerebbe un afflusso di capitali che prontamente ridurrebbe il tasso di

i*.

interesse nazionale facendolo convergere verso All’opposto se l’economia si

trovasse nella regione inferiore alla retta IFM, si registrerebbe un deflusso di capitali

che rendendo il capitale più scarso all’interno dell’economia nazionale, finirebbe per

i

aumentarne il rendimento, spingendo verso l’alto.

Alcuni Paesi impongono delle restrizioni sui propri conti finanziari. Il caso più estremo

consiste nella dichiarazione di inconvertibilità della valuta domestica. In genere sono

adottate restrizioni meno drastiche per limitare o proibire alcuni tipi di transazione.

Regimi di tasso di cambio

Tassi di cambio perfettamente fissi. Le autorità monetarie mantengono il valore

 del tasso di cambio nominale a una parità annunciata pubblicamente. L’unione

monetaria rappresenta la forma più estrema di cambio fisso.

Tassi di cambio flessibili. Il cambio nominale è libero di fluttuare. La banca

 centrale non deve impiegare le proprie riserve valutarie per difendere la

stabilità del cambio, che è determinato dal libero agire delle forze della

domanda e dell’offerta all’interno del mercato.

Tassi di cambio ibridi. Ampia gamma di regimi di cambio a fluttuazione gestita,

 nei quali le banche centrali pur non impegnandosi a garantire una data parità di

cambio intervengono sui mercati finanziari per prevenire fluttuazioni

eccessivamente ampie.

11.4 La determinazione del prodotto e del tasso di interesse in un regime di

cambi fissi

Una banca centrale che decide di utilizzare un tasso di cambio fisso utilizza le proprie

attività e passività finanziarie sul mercato valutario. Se la valuta si apprezza oltre la

parità dichiarata, la banca centrale deve intervenire sul mercato dei cambi per

indebolire la propria valuta vendendo qualsiasi quantità di valuta sia necessaria per

riportare il cambio al suo livello iniziale. Queste operazioni sono dette interventi sul

mercato dei cambi.

La banca centrale non può scegliere simultaneamente il tasso di interesse e il tasso di

cambio. Se la banca centrale non può scegliere il tasso di interesse la curva TR diventa

uno strumento irrilevante e dunque il comportamento dell’economia è descritto

solamente dall’interazione tra IS e la retta IFM.

26 L’unico punto della curva di domanda

i*

compatibile con è il punto A e dunque la

banca centrale non ha margini di manovra per

la politica monetaria. Se la banca centrale

tenta di abbassare il tasso di interesse si

avrebbe un deflusso di capitali e ciò

implicherebbe una vendita di valuta nazionale.

La banca centrale sarebbe costretta a

riacquistare valuta nazionale sul mercato dei

cambi al fine di rispettare la parità annunciata.

Si ha cosi una riduzione dell’offerta di moneta e

il tasso di interesse si alza fino a che sarà

i i*.

ristabilita l’uguaglianza tra e

Shock di domanda: spostamenti della curva IS

Gli effetti di politica fiscale espansiva, ovvero un

aumento di G, determinano un aumento di domanda

interna.

L’aumento della spesa pubblica induce una traslazione

verso destra della curva IS e l’economia si muove dal

punto A al punto B. Lo shock reale positivo induce un

aumento del reddito di equilibrio ma questa volta senza

che il tasso di interesse subisca alcun incremento. In

presenza di perfetta mobilità di capitali, il tasso di

interesse non aumenta (non vi è effetto di

spiazzamento) e dunque l’espansione del prodotto

risulta maggiore che in un’economia chiusa. Tuttavia in

un regime di tassi fissi non vi è spazio per la politica

monetaria.

Gli shock finanziari internazionali: spostamenti della retta IFM

Uno shock sui mercati finanziari

internazionali può essere rappresentato per

mezzo di una variazione del tasso di

i*.

rendimento internazionale Un caso di

incremento esogeno del tasso di rendimento

internazionale può avvenire a seguito di una

stretta monetaria internazionale.

Graficamente si traduce in una traslazione

verso l’alto della retta IFM. Il punto A induce

un deflusso di capitali e obbliga la banca

centrale ad intervenire sul mercato dei

cambi e a riacquistare una parte del suo

circolante. L’offerta si riduce e l’economia si

sposta nel punto B. Il prodotto diminuisce perché il più alto tasso di interesse riduce

la domanda aggregata. In un regime di tassi fissi se i tassi di interesse internazionali

crescono a livello globale, lo stesso deve accadere anche nell’economia nazionale, il

che comporta una recessione.

Gli effetti di una svalutazione

27

Molti Paesi che adottano i cambi fissi consento al cambio di subire minime variazioni e

in questo caso la politica monetaria riacquista un margine di efficacia. Variazioni

deliberate del tasso di cambio sono dette rivalutazioni e svalutazioni. Nel caso di una

rivalutazione si registra un incremento del valore estero di una valuta E’>E, mentre nel

caso di una svalutazione una sua riduzione E’<E. Se venisse annunciata una

svalutazione, la conseguente riduzione del cambio reale implicherebbe un

miglioramento della competitività del Paese. Graficamente comporterebbe una

traslazione verso l’esterno della curva IS. Il prodotto aumento in quanto l’economia si

i*

sposta lungo la retta IFM che non subisce alcuna traslazione poiché è esogeno, in

caso di piccoli Paesi. Una rivalutazione invece produrrebbe una contrazione.

Affinché un annuncio di parità produca degli effetti è necessario che sia accompagnato

da una contrazione monetaria nel caso di una rivalutazione, o da un’espansione

monetaria nel caso di svalutazione. Una svalutazione induce un incremento della

domanda di moneta che la banca centrale deve assecondare. Se la banca centrale non

i*

lo facesse, il tasso crescerebbe oltre che creerebbe le condizioni per afflussi di

capitali che obbligherebbero la banca centrale a intervenire sul mercato valutario

acquistando valuta estera e vendendo valuta nazionale, al fine di prevenire un

apprezzamento del cambio. Possiamo dire che la politica monetaria può ancora essere

attuata ma attraverso riallineamenti delle parità.

11.5 La determinazione del prodotto e del tasso di interesse in un regime di

cambi flessibili

In regime di cambi flessibili:

La banca centrale riacquista la propria autonomia nella conduzione della politica

 monetaria, essa può seguire la Taylor rule;

Il valore del cambio è determinato dalle forze del mercato;

 La competitività di un Paese e la posizione della curva IS sono endogene.

Gli shock di politica monetaria: spostamenti della curva TR Se la banca

centrale decide

di ridurre il tasso

di interesse si

determina una

traslazione verso

il basso della

curva TR. Nel

punto C il tasso

di interesse si è

ridotto a seguito

dell’iniezione di

liquidità che ha

i<i*

generato maggiore spesa. Tuttavia essendo si registra un deflusso di capitali.

Essendo in un regime di tassi flessibili la banca centrale non interviene nel mercato

valutario e consente al cambio di variare. La fuga di capitali determina quindi un

deprezzamento: chi detiene valuta nazionale la vende per acquistare valuta estera,

ma allo stesso tempo determina un aumento della competitività dell’economia

nazionale e un aumento della domanda aggregata. Graficamente la IS si muove verso

i=i*.

destra fintanto che

La banca centrale finisce per aumentare l’offerta di moneta perché opera per

aumentare la domanda reale attraverso un deprezzamento del tasso di cambio. Una

28

politica monetaria espansiva in un’economia aperta in regime di tassi di cambio

flessibili si realizza con un deprezzamento del tasso di cambio.

Gli shock di domanda: spostamenti della curva IS

Un aumento esogeno della domanda

aggregata è rappresentato dalla traslazione

verso destra della curva IS. Essendo nel punto

i>i*

B si ha un afflusso di capitali e un

conseguente apprezzamento del tasso di

cambio. La conseguente perdita di

competitività riduce la domanda aggregata,

determinando una traslazione di IS in direzione

dell’origine degli assi. Lo shock positivo da

domanda è stato spiazzato dal corrispondente

effetto negativo dell’apprezzamento del tasso

di cambio. In conclusione con tassi di cambio

flessibili un’economia non può perseguire

espansioni sostenibili del prodotto attraverso

una maggiore domanda, essendo gli impulsi da domanda completamente

neutralizzati dai cambiamenti del tasso di cambio.

La posizione della IS dipende dal valor assunto dal tasso di cambio reale Ɛ,

E,

determinato dal tasso di cambio nominale il cui valore è fissato nel mercato dei

cambi. Il tasso di cambio è dunque endogeno e lo è anche la curva IS. In un regime di

tassi di cambio flessibili l’equilibro macroeconomico è determinato dalla curva TR e

dalla retta IFM.

Gli shock finanziari internazionali: spostamenti della retta IFM

A seguito dello shock sui mercati finanziari

internazionali, la curva IFM subisce una

traslazione verso l’alto. L’equilibrio si

sposta nel punto C e la IS deve subire una

traslazione verso destra, il che può

accadere solo se il cambio si deprezza. Nel

punto A il tasso nazionale di interesse è

inferiore al tasso di rendimento estero. Ciò

determina un deflusso di capitali che si

traduce in un deprezzamento del

tasso di cambio. Il conseguente

miglioramento della competitività

nazionale spinge la IS verso l’alto fino al

punto C. L’incremento del tasso di

rendimento esterno può essere dovuto a una stretta monetaria da parte del resto del

mondo.

Tassi di cambio fissi o flessibili?

Il regime del tasso di cambio fisso impone una rigida disciplina alle autorità monetarie

ma rende l’economia vulnerabile agli shock da domanda sia interni che esterni. Gli

spostamenti della retta IFM pongono in serio rischio la sostenibilità del regime di

cambio fisso.

Quando i tassi di cambio sono liberi di fluttuare è preservata l’indipendenza della

politica monetaria. L’economia nel suo complesso è protetta dagli shock che

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara.tresoldi01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia internazionale, moneta e finanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Beretta Simona.

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