Socialismo come libertà – G. Pecora
Un'eredità contrastata
Nel 1954 Salvemini sente riecheggiare in sé l'ideale socialista che sembrava aver perduto da tempo. Un socialista diverso: socialista riformista, gradualista e dissidente che si distaccava dai riformisti per la loro indifferenza nei confronti dei contadini meridionali, e dai socialisti definibili rivoluzionari. Per alcuni il socialismo interessa solo l'età giovanile di Salvemini, che non ha ancora piena consapevolezza di sé.
In realtà, egli in un primo momento segue l'insegnamento di Marx affermando che la lotta di classe è necessaria per liberare il proletariato dalla soppressione. Poi appoggia la visione di Mazzini, con il quale lo accomunano le incomprensioni e il fatto che entrambi siano combattuti da tutti. La visione di Mazzini, a differenza di quella di Marx, è una visione pacifica in cui ci si può liberare dall'oppressione solo attraverso la forza morale dell'educazione.
Ciò che distingue Salvemini da Mazzini non è né la questione dell'unità nazionale né la questione economica, ma la negazione della proprietà privata. Infatti, se il regime privatistico è caratterizzato dal sistema delle libere associazioni, allora chi decide della qualità del lavoro è ogni lavoratore e nessuno di essi giudicherà di aver contribuito male. Da qui nascono rifiuti e dissapori.
Abbandonato il partito, Salvemini fonda l'Unità, che doveva essere un giornale democratico-radicale che si sposava con gli ideali di Salvemini di quel tempo. Nella democrazia radicale l'azione politica è rivolta ad ottenere giustizia e diritto, ma questo attraverso le istituzioni parlamentari, che devono garantire non solo i diritti civili e personali, ma anche i diritti politici, primo fra tutti il suffragio universale, perché:
- È strumento di lotta di classe
- Rappresenta la fisionomia del riformismo socialista
Quindi si ha un triplice rinnovamento: politico, morale ed economico. Accanto a questo è necessaria l'esperienza di vita di ognuno, sia positiva che negativa. Da qui la funzione terapeutica dell'errore.
Sulla democrazia (e dintorni)
Dal maggio 1912 si ha la quasi universalità del voto maschile. Salvemini dipinge un quadro crudo della realtà, fatto di imbrogli, violenze e corruzioni. Il punto debole del sistema era il prefetto; infatti vi era una sorta di accordo bilaterale: gli elettori vendevano il deputato al governo e questo in cambio cedeva il prefetto alle delinquente locali. Il suffragio universale, quindi, non era visto di buon occhio perché impediva imbrogli e corruzioni. Alcuni vedevano causa del problema sociale la mancanza di competenza.
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