Democrazia e valori morali - G. Pecora
Democrazia e religione nel pensiero di Tocqueville
Per Tocqueville, da sempre l’umanità è stata sorretta dalla religione, che soddisfa il desiderio di immortalità perché è una speranza per chi crede che la vita non debba finire sulla terra. Tocqueville, però, non considera la religione solo dal punto di vista umano, ma in particolare le conseguenze che essa determina nell’ambito della politica delle moderne democrazie, tanto che si parla di politica della religione. In particolare bisogna individuare:
- Ciò che tiene unita la società, mantenendo tra gli individui i rapporti di mutua cooperazione
- Come vengono combattuti i vizi dei popoli democratici
- Perché la democrazia non scivola nella dissoluzione anarchica
Nessuna società può costituirsi senza l’obbedienza dei cittadini, ma questo è molto difficile a causa proprio delle leggi democratiche. Caratteristica fondamentale della democrazia è l’eguaglianza tra i cittadini; essi, quindi, eleggono non il più ricco, ma il migliore che possa garantire il bene collettivo grazie alle sue capacità morali e intellettuali.
Il suffragio universale, quindi, diventa il fondamento del potere, da parte del governante, e del dovere di obbedire, da parte dei governati. Tale fondamento, però, è assai discutibile perché fa sì che gli uomini si fidino oltremodo della bontà e dell’intelligenza di chi li governa. A differenza delle società aristocratiche, dove il benessere e la ricchezza sono il modo di vivere abituale e quindi l’uomo tende naturalmente a spaziare la propria anima a qualcosa di più elevato, nelle società democratiche il misero patrimonio accumulato con sacrificio deve essere continuamente controllato e tutelato perché una minima distrazione può portare a perdere tutto; per questo motivo l’uomo democratico non ha tempo di scegliere il più meritevole che possa ricoprire le cariche pubbliche.
A questo si aggiunge un altro problema: il sentimento dell’invidia. I democratici, basandosi sul principio di eguaglianza, quando vedono uno di loro eccellere per intelligenza o virtù, provano risentimento a tal punto da bandirlo dal posto di comando (perché lui può comandare e gli altri no? Cosa ha lui più degli altri?). Conoscendo tale vizio, molti uomini di potere si sono ritirati dalla vita politica prima ancora che gli elettori li respingano.
Ma allora perché i governanti vengono rispettati? Perché incarnano gli interessi della maggioranza del popolo, quindi vengono rispettati per convenienza. La democrazia, però, rimane molto volubile perché le folle democratiche perseguono un’innovazione senza freno; questo li porta a desiderare sempre qualcosa di nuovo senza mai stancarsi e ciò risulta estremamente dannoso per la democrazia. Innovazione vuol dire anche rivoluzione, e sono proprio le continue rivoluzioni che stancano l’uomo e lo riducono, infine, alla servitù.
Quindi, affinché la libertà umana sia fonte di progresso è necessario limitare le loro innovazioni, questo freno è dato proprio dalla funzione politica della religione. Ciò che per Tocqueville mantiene la coesione sociale, quindi, non sono la legge e le sanzioni, ma le credenze dogmatiche; un dogma anche falso, ma chiaro e facile da ritenere principio fondamentale della società.
Nonostante questo, le democrazie tendono a sovvertire e modificare le credenze religiose, perché sono caratterizzate da un forte processo di modernizzazione che tende a sostituire la mentalità religiosa con la mentalità razionalista. E a questo si aggiunge l’egoismo degli uomini democratici, i quali basano il loro giudizio solo ed esclusivamente sull’utilità che si può trarre.
L’unica eccezione sono gli Stati Uniti, i quali presentano una religiosità maggiore rispetto agli altri, per tre cause:
- Causa storica: ogni Stato è influenzato dalla storia, e più precisamente dai popoli antichi, cioè quelli che lo hanno fatto nascere. Questo vale anche per gli Stati Uniti, dove i puritani, a causa delle persecuzioni religiose, furono costretti ad abbandonare il loro paese sia per cercare una nuova terra dove vivere, sia per pregare Dio in libertà. Appena arrivarono sulle coste del Nuovo Mondo, essi unirono religione e patria in un legame indissolubile.
- Causa sociologica: in America c’è la democrazia, ma non c’è mai stata una rivoluzione democratica. La democratizzazione è stata raggiunta gradualmente attraverso l’evoluzione, senza abbattere le vecchie istituzioni. La rivoluzione, infatti, non solo minaccia la libertà, ma soffoca il sentimento religioso, tormentando gli animi umani, ed è proprio questo che non è avvenuto in America.
- Causa politica: in America Stato e Chiesa sono state da sempre realtà nettamente separate e questo ha valorizzato la religione in questi territori. Una religione che si appoggia ai principi della legge, e quindi alle sanzioni giuridiche, è una religione debole a livello morale, che viene rispettata dagli uomini solo per obbligo, ma non per convinzione.
In Europa è avvenuto l’esatto contrario: le democrazie sono state instaurate con la forza e con le rivoluzioni e lo Stato e la Chiesa hanno da sempre stretto profonde alleanze. Ciò che regge le democrazie europee, quindi, non è una religione positiva, ma una nuova fede: la fede nel pubblico. Questo perché gli uomini, nel rapporto uno ad uno, non si fidano tra di loro, ma nel rapporto con la maggioranza con un giudizio positivo, essi abbandonano le loro convinzioni individuali e si fidano ciecamente della sua volontà.
Questo non basta. Alla fede nel pubblico si aggiunge il principio individualistico, il quale affonda le sue radici nel cristianesimo. Si tratta di un individualismo etico, non incentrato sull’utilità egoistica o sull’interesse, ma sul fatto che l’uomo incarna l’intera umanità e, quindi, tutti gli altri si riconoscono in lui (sacralità dell’individuo). Si parla di religione dell’individuo, fondata sulla razionalità, dove egli è sia fedele che divinità. John Stuart Mill, poi, estende tale concetto parlando di religione dell’Umanità.
Josè Ortega Y Gasset e il diritto
Ortega parte dall’idea di diritto affermata da Jhering, il quale paragona il diritto ad una pianta: come la pianta si alimenta dal terreno e dall’aria che la circonda, così il diritto si alimenta dall’ambiente sociale in cui è in vigore, e prospera grazie alle credenze e agli usi collettivi.
Ortega, partendo da questa premessa, afferma che il diritto non si fonda su qualcosa di giuridico, così come la scienza non si fonda su qualcosa di scientifico: così come la scienza poggia sulla fede nella ragione, così il diritto poggia su credenze e costumi, che non hanno niente di giuridico.
A questa conclusione arrivano anche i formalisti, i quali affermano che l’ordinamento giuridico rimane valido fino a quando i destinatari osservano le sue norme (l’ordinamento giuridico deve essere efficace). Da questa affermazione sorgono dei problemi per quanto riguarda la natura della consuetudine.
Come definizione generale, la consuetudine è la ripetizione frequente e generale di determinati comportamenti. Questa definizione, però, produce un forte conflitto tra giuristi e sociologi:
- I giuristi non accettano il carattere di generalità per classificare una consuetudine. Essi distinguono diritto privato e diritto pubblico: il comportamento del privato acquista rilevanza solo se viene ripetuto nello spazio e nel tempo dai suoi simili; l’atto di un organo sovrano è già di per sé sufficiente a creare una consuetudine.
- I sociologi non accettano il carattere di frequenza per classificare una consuetudine. Per loro, invece, la frequenza è solo una componente della consuetudine; è ciò che permette di rilevare una consuetudine e quindi interviene quando l’uso è già consolidato.
Spiega Ortega che la consuetudine è l’azione che l’individuo esegue perché forzato dall’azione coercitiva della società. Gli usi sono modi di pensare ed agire che con il tempo hanno smarrito la loro razionalità. Inizialmente, infatti, vi è solo il pensiero, trasparente e chiaro davanti agli occhi di chi l’ha creato, ma, con il passare del tempo, esso diventa luogo comune nell’ambiente sociale, trasformandosi in uso e perdendo il suo senso originario, la sua razionalità.
Se le cose stanno così, anche il diritto deve essere inserito tra gli usi, ad esempio le norme del codice della strada sono usi perché imposte al vigile da parte dello Stato. L’uso-diritto, spiega Ortega, si distingue dagli altri per il tipo di reazione che subisce chi viola il comando.
A questo punto iniziano le prime difficoltà. Che lo Stato liberale classico è caratterizzato da punizioni è cosa certa, ma diverso è per lo Stato assistenziale, che punisce i comportamenti nocivi ma, allo stesso tempo, premia le azioni buone (es. la Costituzione incoraggia e tutela il risparmio; favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà; promuove e favorisce l’incremento della cooperazione).
Inoltre, il diritto è caratterizzato dall’intensità della punizione in caso di violazione e la coazione massima è quella fisica. La sanzione giuridica, però, non è coattiva da subito perché la forza fisica non è necessaria da subito, ma solo come garanzia di adempimento della sanzione stessa (la coazione interviene solo come extrema ratio).
Esistono, poi, sanzioni che usano direttamente la forza fisica quando si violano norme che la collettività qualifica come fondamentali per la sua conservazione e il suo sviluppo (es. pena di morte per chi commette l’omicidio). Il potere pubblico è l’intervento attivo dell’opinione pubblica.
Si può dire, infine, che la credenza è una fede, ma una fede di cui non è necessario conoscerne la fisionomia; ciò che conta è sapere che senza di questa la società non può esistere e non può esistere a priori il diritto, elemento costitutivo di tale società.
Efficacia e validità della norma
L’art 53 della nostra Costituzione afferma che “tutti sono tenuti a partecipare alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
È stata da sempre una norma dibattuta, tanto da essere considerata inefficace, cioè contraddetta dal punto di vista del comportamento effettivo dei cittadini italiani. Dubbi di validità, però, non ci possono essere dal momento che l’art 53 e le norme ad esso collegate continuano a vincolare i cittadini, quindi continuano ad esistere nel nostro ordinamento, allora esse sono pienamente valide.
L’efficacia è distinta dalla validità e non rappresenta la ragione della validità della norma, ma solo una sua condizione. Secondo Kelsen una norma inefficace rimane valida quando è inserita in un ordinamento efficace nel suo complesso, cioè un ordinamento dove la maggior parte delle norme viene rispettata dai consociati. Questa affermazione non è del tutto vera; basta immaginare che il Parlamento italiano decida di modificare la forma repubblicana del nostro ordinamento. L’art 139 è considerato una norma supercostituzionale, perché afferma che la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione. Quindi, se l’Assemblea nazionale decidesse a maggioranza di abolire la forma repubblicana, la Costituzione non verrebbe semplicemente modificata, ma verrebbe distrutta. Alla luce di questo, si può dire che anche l’inefficacia di una sola norma può porre fine alla validità dell’intero ordinamento giuridico.
Nonostante le diverse obiezioni, si verifica un mutamento dell’ordinamento nel suo complesso, dal momento che una modifica del genere provocherebbe una vera e propria rivoluzione e con la rivoluzione si vanno a creare nuove leggi il cui significato coincide con quelle vecchie, ma il fondamento della loro validità cambia.
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