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Riassunto esame Diritto romano, prof Mcclintock, libro consigliato Istituzioni di Diritto romano, Cantarella Appunti scolastici Premium

Riassunto completo ed esaustivo, basato su uno studio autonomo del testo consigliato dal docente Istituzioni di Diritto romano, Cantarella, dell'università degli Studi del Sannio - Unisannio, facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea magistrale in giurisprudenza.

Esame di Diritto romano docente Prof. A. McClintock

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ESTRATTO DOCUMENTO

scommessa fatta dalle parti in lite. Fissati, infatti, i termini della controversia, ciascuna delle

parti faceva una promessa solenne (sacramentum), di pagare in favore dell’erario una

determinata somma in caso di soccombenza; toccava poi ad un iùdex, nominato dal magistrato,

stabilire quale delle parti avesse ragione e quale avesse, invece, dolosamente promesso la

somma.

Le legis actiones sacramenti si dividono in:

Legis actio sacramenti in rem, con la quale si faceva valere un diritto reale su una cosa,

• costituendo oggetto del contendere la titolarità di un diritto su una res.

Attore e convenuto comparivano dinanzi al magistrato (in iure) portando la cosa

controversa o una parte simbolica di essa, se si trattava di cosa non trasportabile.

L’attore, tenendo in mano una verga (festùca), toccava la cosa e pronunciava una

solenne frase, affermando il suo diritto di proprietà, contestualmente toccava la cosa

con la festuca, operando la vindicàtio.

A questo punto due erano le possibilità:

1. Se il convenuto non compiva alcuna dichiarazione contraria, la cosa

restava definitivamente in proprietà dell’attore.

2. Se, invece, il convenuto compiva la stessa dichiarazione ed

eseguiva gli stessi atti compiuti già dall’attore, operando la

vindicatio contraria, sorgeva la controversia vera e propria.

In questo caso il magistrato intimava ad entrambe le parti di abbandonare la cosa

contesa (lis); a ciò seguiva la reciproca scommessa: la somma oggetto della sfida si

chiamava sacramentum (e dava nome alla procedura in esame).

Il magistrato investito della controversia poteva assegnare il possesso interinale sulla res

oggetto del giudizio alla parte che a suo avviso vantasse una pretesa in apparenza

fondata; la restituzione della res e dei frutti, in caso di soccombenza del possessore

interinale era garantita attraverso la nomina di garanti.

Successivamente, nominato il iudex, si passava alla fase àpud iùdicem, nella quale

ciascuna parte produceva le prove che intendeva porre a sostegno della sua tesi, ed il

giudice, dopo averle valutate, emetteva la sua sententia, con la quale, risolvendo il tema

oggetto della controversia, proclamava quale dei sacramenta fosse iùstum e quale

iniustum.

Poiché la summa sacramenti era promessa da tutte e due le parti, pur dovendo essere

pagata solo da chi perdeva la causa, si richiedeva che ognuna presentasse dei garanti per

il futuro eventuale pagamento; la somma era poi devoluta ad una cassa pubblica.

Legis actio sacramenti in personam: nella quale oggetto del contendere era l’esistenza

• o meno, a carico del convenuto, di una obbligazione.

Il creditore e il debitore convenivano in iure: dinanzi al magistrato il creditore,

rivolgendosi al debitore, affermava il proprio diritto e l’esistenza di un credito verso il

convenuto.

Il convenuto poteva tacere, nel qual caso risultava definitivamente accertato il suo

debito, o contestare il diritto azionato: in questo caso il creditore lo provocava al

sacramentum.

A differenza della legis actio sacramenti in rem, in cui le parti affermavano per sé lo

stesso diritto, nella legis actio in personam una parte affermava il credito e l’altra lo

negava. Inoltre mancava la fase di attribuzione del possesso interinale, non essendoci

una res oggetto della controversia.

La sfida al sacramentum, peraltro, permaneva e di conseguenza era necessaria sempre

l’indicazione dei prædes sacramenti.

LA LEGIS ACTIO PER IUDICIS ARBITRIVE POSTULATIONEM

Costituì un mezzo di semplificazione delle legis actio sacramenti. 30

Fu introdotta per due motivi:

1. Per tutelare chi vantava un credito di denaro promesso attraverso una sponsio.

2. Per tutelare il coerede che chiedeva la divisione dell’eredità nei confronti degli altri

coeredi.

L’attore, dopo aver affermato solennemente il suo diritto nel procedimento in iure, chiedeva al

magistrato di nominare un iudex, che giudicava il suo buon diritto o un arbiter, che doveva

occuparsi della divisione patrimoniale.

LA LEGIS ACTIO PER CONDICIONEM

Fu introdotta per tutelare i crediti di somme di denaro. Essa costituì probabilmente un

adattamento della legis actio sacramènti, in quanto sostituì il pagamento della somma di danaro

all’erario con il pagamento di una penale al vincitore.

L’attore affermava davanti al convenuto che questi era debitore verso di lui di una data somma

di danaro e gli chiedeva di riconoscere il suo debito.

Se il convenuto negava, l’attore lo invitava a comparire nel trentesimo giorno davanti al pretore

per la nomina del giudice: di solito il convenuto per evitare la condictio provvedeva a pagare il

debito.

LA LEGIS ACTIO PER MANUS INIECTIONEM

Il suo presupposto era il mancato pagamento da parte del convenuto di una somma di danaro, a

cui era tenuto per una causa certa ed indiscutibile. Il caso tipico fu quello relativo alle somme

dovute a seguito di accertamento giudiziale (manus iniectio iudicati); a questa ipotesi furono in

seguito equiparati altri casi di crediti ben accertati, ad es. crediti basati su una confessio in

iure, per i quali si parlò di “manus iniectio pro iudicato”.

Il creditore, trascorsi 30 giorni dalla sentenza che aveva riconosciuto il suo diritto, conduceva,

anche con la forza, nuovamente in giudizio il debitore insolvente, portandolo davanti il

magistrato e affermando la volontà di compiere su di lui la manus iniectio.

Il condannato non poteva respingere la manus iniectio, ma solo offrire un vìndex per contestare

le ragioni del creditore.

Se però il vindex risultava sconfitto, il debitore era condannato al pagamento del doppio del

dovuto.

Se non era presentato il vindex, il magistrato confermava la dichiarazione del creditore

mediante l’addìctio. Il creditore aveva diritto di condurre il debitore presso la sua abitazione e

di tenerlo legato per 60 giorni, durante i quali doveva presentarlo in pubblico in tre mercati

consecutivi per venderlo, dichiarando l’esistenza del debito e il suo ammontare.

Trascorsi i 60 giorni senza alcun esito positivo, il debitore poteva essere ucciso o venduto fuori

del territorio

Col tempo la manus iniectio andò sempre più trasformandosi da processo esecutivo in processo

dichiarativo: al debitore fu concessa la possibilità di respingere la manus iniectio e di iniziare un

giudizio per accertarne la legittimità.

LA LEGIS ACTIO PER PIGNORIS CAPIONEM

Era una forma di esecuzione sui beni del debitore, eseguita senza bisogno di un precedente

giudicato: essa fu utilizzata solo per crediti di carattere pubblicistico (es. il credito dell’esattore

di imposta).

La legis actio per pignoris capionem si celebrava anche in assenza dell’avversario e non

richiedeva la presenza di un magistrato; consisteva nell’atto del creditore che si impadroniva di

una o più cose del debitore inadempiente, pronunciando una frase solenne, per soddisfare il

proprio credito.

Questa legis actio veniva utilizzata per i casi stabiliti dalla legge e dai mores: 31

Per i mores, poteva essere utilizzata dai soldati contro colui che era tenuto a pagar loro

• lo stipendio e dai cavalieri per ottenere il denaro che serviva ad acquistare il cavallo e il

cibo per nutrirlo.

Per la legge, poteva essere utilizzata dai pubblicani contro i debitori di imposta al fine di

• riscuotere il canone dai privati contribuenti, in base a un provvedimento del censore.

LA CRISI DELLE LEGIS ACTIONES

Ci furono diversi motivi che causarono la crisi delle legis actiones:

- Eccessivo formalismo: nella recita delle formule solenni, bastava un errore per perdere la

lite.

- Le legis actiones veniva utilizzate solo nei rapporti dei ius civile e non in quelli bona

fides, nati in seguito allo sviluppo del commercio.

- Le legis actiones potevano essere utilizzate solo dai cittadini romani, lasciando

completamente esclusi gli stranieri.

Questi problemi furono superati dal processo formulare (per formulas).

LE PROCEDURE “PER FORMULAS”

Erano procedure di cognizione risalenti al periodo preclassico, nate nel tribunale del pretore

peregrino (era incaricato di risolvere le controversie tra stranieri e tra romani e stranieri) e

successivamente utilizzate anche dal pretore urbano (incaricato di giudicare le controversi tra

romani e stranieri).

Il pretore urbano riuscì ad estendere il campo di azioni delle legis actiones grazie all’agere per

sponsionem: le parti ricorrevano ad una sponsio prima di iniziare il processo ed una delle due si

faceva promettere una somma di denaro nel caso in cui vincesse.

Secondo Gaio, la lex Aebutia legalizzò il processo formulare, invece la lex Iulia lo rese

obbligatorio, conservando le legis actiones solo per determinati casi, come ad esempio i giudizi

in materia ereditaria.

I processi formulari si distinguevano in:

- Legitima: quelli che si svolgevano a Roma, o ad un miglio di distanza da essa, tra i

cittadini romani e davanti un giudice unico e, a sua volta, cittadino romano. Essi

dovevano concludersi entro diciotto mesi.

- Imperio continentia: tutti gli altri che avevano efficacia in quanto fondati sull’imperium

del magistrato e dovevano concludersi entro il periodo in cui era in carica.

Questo processo prende il nome dalla FORMULA, che consisteva in una sorta di riepilogo del

giudizio avvenuto in iùre, fatto secondo un programma concordato tra le parti, ed in base a

modelli preparati dal magistrato, contenente le rispettive pretese delle parti, nonché il compito

di cui veniva investito, nella successiva fase àpud iùdicem, il giudice privato.

Il processo formulare era una procedura di cognizione divisa in due fasi, una in iùre, davanti al

magistrato e l’altra apud iùdicem, davanti al giudice nominato dal magistrato.

Nella fase in iure, il giudice doveva valutare il contenuto ed il fondamento della domanda e,

quindi, concedere o negare l’àctio richiesta; se riteneva di concedere l’azione, determinava le

reciproche pretese delle parti fissandole nellaformula che concedeva loro.

Nella fase apud iudicem, che si svolgeva secondo le indicazioni fissate nella formula stessa,

ciascuna parte produceva le prove che riteneva opportune; al termine dell’istruzione, il giudice,

valutate le prove ed attenendosi alla formula, emetteva la sentenza, che poteva essere di

accoglimento o di rigetto della domanda proposta.

CLASSIFICAZIONE DELLE AZIONI

Si fa riferimento alle procedure formulari per la distinzione di alcune azioni processuali: 32

ACTIONES CIVILES E HONORARIAE:le azioni civili competevano al soggetto che le

• invocava per il solo fatto che si fosse verificata la fattispecie prevista dall’ordinamento.

Esse, quindi, potevano essere esercitate dal titolare del diritto, senza necessità del

conseguimento di un atto permissivo del magistrato.

Le azioni onorarie erano quelle concesse dal pretore in via edittale. Esse si dividevano

in: Actiones in ius: quando gli editti pretorili disciplinavano in via astratta la

o fattispecie, quindi l’actio emessa dal magistrato era da ritenersi già nota

all’ordinamento giuridico.

Actiones in factum:concessa dal magistrato sulla scorta di una valutazione di

o merito della fattispecie sottoposta alla sua cognizione, nel caso in cui la stessa

non fosse prevista dall’edictum pretorile.

ACTIONES IN REM E ACTIONES IN PERSONAM:le azioni reali erano utilizzate per tutelare

• un diritto assoluto.

Le azioni personali erano utilizzate per tutelare un diritto relativo.

Da questa classificazioni rimangono fuori: le azioni divisorie, l’actio metus causa

(utilizzata contro chi possieda la cosa, consegnata in seguito ad una violenza morale), le

actiones noxales (utilizzata contro chi abbia nella sua potestà l’autore di un delitto).

ACTIONES REIPERSECUTIORAE, POENALES E MIXTAE:le azioni reipersecutorie venivano

• utilizzate per ottenere il controvalore della res, quindi avevano funzione risarcitoria e

non punitiva.

Con le azioni penali, il responsabile dell’atto illecito doveva pagare all’attore

un’ammenda pecuniaria. Questa consisteva in un multiplo del valore della cosa sottratta

oppure veniva decisa dal giudice.

Le azioni miste volte ad ottenere sia il controvalore sia il pagamento dell’ammenda

pecuniaria.

ACTIONES STRICTI IURIS, BONAE FIDEI E ARBITRARIAE:le azioni di stretto diritto erano

• azioni in personam in cui il magistrato stabiliva un obbligo certo e determinato del

convenuto, senza lasciare spazio alle valutazioni del giudice privato nella fase apud

iudicem.

Le azioni di buona fede erano actiones civiles in personam in cui il iudicium lasciavo

ampio spazio alle valutazioni del giudice. Egli, infatti, doveva accertare il buon diritto

dell’attore e, ascoltando le ragioni di entrambe le parti, doveva stabilire quali di queste

erano conformi a correttezza e buona fede. Inoltre egli teneva conto: degli accordi presi

tra le parti nel momento di stipulazione del contratto, delle arti subdole esercitate

dall’una nei confronti dell’altra parte, delle situazioni di timore provocate dall’una nei

confronti dell’altra parte.

Le azioni arbitrarie erano azioni sia in personam che in rem in cui il iudicium permetteva

al giudice di far precedere alla condanna un avvertimento in cui presentava le

conclusioni a cui era arrivato, permettendo al convenuto di scegliere tra la condanna

pecuniaria o il ripristino della situazione giuridica da lui lesa.

IUDICIA LEGITIMA E IUDICIA IMPERIO CONTINENTIA:i primi: dovevano riguardare una lite

• tra attore convenuto entrambi cittadini romani; dovevano riguardare un processo

avvenuto a Roma centro; la fase apud iudicem doveva essere assegnata ad un giudice

privato che fosse cittadino romano. In questo caso la sentenza poteva essere pronunciata

entro 18 mesi dalla litis contestatio.

I secondi erano quelli che non presentavano queste caratteristiche. In questo caso la

sentenza doveva essere pronunciata entro l’anno in carica del magistrato.

Scaduti i termini , si verificava l’estinzione del procedimento apud iudicem per “morte

della lite”. 33

ACTIONES DIRECTAE E ACTIONES UTILES:le azioni dirette erano le azioni civili,

• utilizzate solo per determinati casi.

Le azioni utili comprendevano tutte quelle azioni dirette che il ius honorarium utilizzò al

di fuori della loro sfera di competenza. Si ricorreva a tre espedienti:

Trasposizione di soggetti: in cui il giudice emetteva la sentenza sulla base

o dell’accertamento di un rapporto avvenuto, non tra l’attore e il convenuto, ma

tra altri: nella condemnatio si doveva indicare il nome di tutte le parti esterne;

nella intentio si doveva indicare il nome dei veri protagonisti del rapporto.

In questo caso troviamo le actiones adiecticiae qualitatis, in cui il pretore poteva

far sì che per un debito contratto dal filius o dal servus familias, potea essere

condannato il paterfamilias o il dominus.

Finzione di un requisito civilstico: il giudice condannava il convenuto sulla base

o di un requisito del ius civile inesistente. Nelle azioni fittizie si poteva, ad

esempio, fingere che l’attore fosse cittadino romano.

Azioni ad exemplum: un’azione nuova che si basava su un un’azione preesistente

o relativa ad un caso analogo.

Ad esempio le actiones ad exemplum legis Aquiliae, in cui il pretore giudicava

fattispecie di danneggiamento che, però, non risalivano ad un’interpretazione

letterale della lex Aquiliae.

LA STRUTTURA DEI “IUDICIA” FORMULARI

Il iudicium era quella parte della regola di giudizio in cui si precisava il thema decidendum, cioè

la questione che meritava di essere risolta tra le parti.

Dal punto di vista logico, ogni iudicia era costituita da quattro parti:

La datio iudicis (assegnazione del giudice): il provvedimento col quale il magistrato

• designava il iudex privatus investito della fase apud iudicem. La nomina poteva avvenire:

su concorde indicazione delle parti; in mancanza, su iniziativa del magistrato (salva la

possibilità di ricusazione).

Il nome del giudice veniva scelto tra quelli degli iscritti all’album iudicum.

La pars pro actor (parte a favore dell’attore): si considerava fondata la tesi dell’attore

• e, quindi, si invitava il giudice ad emettere il provvedimento richiesto da esso.

La pars pro reo (parte a favore del convenuto): si considerava infondata la tesi

• dell’attore e, quindi, si invitava il giudice ad assolvere il convenuto.

Il iussum iudicandi (ordine di giudicare): emesso dal magistrato, nella fase in iùre, al

• fine di investire un iùdex (titolare della fase àpud iùdicem) del potere di giudicare,

emettendo, in relazione alla controversia sottoposta al suo esame, un provvedimento

conclusivo (condanna, assoluzione) conforme alla regola di giudizio che aveva concluso la

fase in iure.

Dal punto di vista strutturale, ogni iudicia era costituita da:

Due elementi essenziali:intentio e condemnatio.

• Diversi elementi accidentali:demonstratio, adiudicatio, praescriptio, taxatio, exceptio.

GLI ELEMENTI ESSENZIALI: L’INTENTIO E LA CONDEMNATIO

L’intentio era la tesi sostenuta dall’attore e la condemnatio era l’invito rivolto al giudice di

condannare il convenuto. L’unica eccezione alla condemnatio era costituita dai praeiudicia, che

invitavano il iudex ad un accertamento preventivo prima di poter stabilire una successiva actio.

L’intentio conteneva l’esposizione della pretesa giuridica dell’attore nei confronti del

convenuto. Doveva, pertanto, indicare chiaramente i soggetti del rapporto di responsabilità, la

causa petendi, il petitum. 34

Si distinguevano in particolare:

- intentio in iùs concèpta, che faceva riferimento ad un rapporto tipico o ad una

situazione giuridica determinata. L’intentio in ius concepta poteva essere:

▪ certa, se indicava con precisione l’oggetto dell’azione, che in tal caso

poteva consistere nell’obbligazione del convenuto di dare una somma di

denaro od una cosa determinata;

incerta, se faceva un riferimento impreciso, non traducibile a priori in una

▪ precisa valutazione pecuniaria,all’oggetto dell’azione. In tal caso,

occorreva l’inserimento di una clausola accidentale, la demonstratio [vedi]

con la quale si chiarivano i termini di fatto della questione.

Come ha notato parte rilevante della dottrina, la distinzione tra intentio

certa ed intentio incerta era di notevole rilevanza, perché la possibilità di

perdere la lite per pluris petìtio [vedi] incombeva solo sull’attore che

avesse formulato una intentio certa.

- in factum concepta, che faceva riferimento non ad un preciso diritto, ma ad una

situazione di fatto ritenuta degna di tutela dal magistrato. Essa era caratteristica delle

azioni onorarie.

La condemnatio aveva, in particolare, lo scopo di invitare il iudex a condannare (o ad assolvere)

ponendo in evidenza: in primo luogo, il destinatario del provvedimento; in secondo luogo, la

precisa richiesta dell’attore. Quest’ultima era sempre riferita ad una somma di denaro, cioè ad

una “condemnatio pecuniaria”.

Si distinguevano in particolare:

- una condemnatio certa, relativa ad una somma di danaro predeterminata nella stessa

formula, che si aveva solo in presenza di una intentio certa relativa a somme di danaro;

- una condemnatio incerta, relativa ad una somma di danaro da determinarsi dal giudice,

che seguiva, invece, ad una intentio (certa o incerta) che non fosse relativa ad una

summa pecuniaria. In quest’ultimo caso, i criteri cui il giudice doveva attenersi nella

determinazione dell’importo erano principalmente quattro:

quanti ea res est (erit, fuit), tantam pecuniam condemnàto: il giudice doveva

o valutare l’importo della condanna in base al valore di stima della res litigiosa;

quanti A.A. ìnterest (intèrerit, intèrfuit) tantam pecuniam condemnato:

o l’importo della condanna doveva essere rapportato all’interesse della parte alla

prestazione;

quidquid dare fàcere opòrtet, eius condemnàto: il giudice doveva in primo luogo

o identificare la prestazione dovuta e successivamente valutare l’interesse

dell’attore alla stessa, rapportando ad esso la summa condemnatiònis;

quantum iùdici æquum (et bonum) vidèbitur, tantæ pecuniæ condemnàto: la

o summa condemnationis era determinata dal giudice secondo equità.

GLI ELEMENTI ACCIDENTALI, troviamo:

La demonstratio:sommaria indicazione del fatto su cui era fondata la controversia, nelle

• ipotesi di “intentio incerta”.

La aiudicatio: provvedimento del giudice con il quale, in adesione alla parte della

• formula [vedi] denominata anch’essa adiudicàtio, veniva assegnata in proprietà, ad un

singolo soggetto, una cosa che prima apparteneva ad un patrimonio in comunione.

La taxatio: una clausola usata in caso di condemnatio incerta, con la quale si fissava un

• limite massimo all’importo pecuniario della condanna: il giudice era così vincolato a

condannare la parte soccombente al pagamento di una somma non eccedente quella 35

prestabilita; poteva condannarla soltanto al pagamento di una somma uguale od

inferiore.

La praecriptio:diretta ad escludere la deduzione in giudizio di pretese che si intendeva

• riservare ad eventuali future domande giudiziali, e, di conseguenza, ad evitare che

l’effetto di consumazione processuale tipico della lìtis contestàtio determinasse

l’estinzione integrale del credito vantato dall’attore. Ad esempio se Tizio era creditore di

Caio per una somma di danaro da pagarsi ratealmente e voleva agire per ottenere il

pagamento delle sole rate scadute e non pagate, doveva limitare la sua domanda a

queste ultime.

L’exceptio: riera una clausola posta nella formula tra l’intentio e la condemnàtio, che

• serviva a condizionare la condanna del convenuto alla verifica del fondamento di una

circostanza dedotta dal convenuto stesso e tale da rendere inefficace la pretesa

dell’attore.

Essa costituiva pertanto un mezzo di difesa del convenuto, il quale poteva non solo

negare i fatti esposti dall’attore, ma anche contrapporre, a tali fatti, altri fatti o

situazioni di diritto che, se veri e fondati, potevano escludere la sua condanna. chiesta

dal convenuto, il quale, pur non negando la pretesa avanzata dall’attore, sosteneva

l’esistenza di altre circostanze, in conseguenza delle quali la sua condanna sarebbe stata

ingiusta.

Le exceptiones vengono distinte in:

Perentorie:basate su una circostanza che poteva sempre essere opposta

o all’azione, in qualunque tempo questa fosse proposta; così, ad esempio, colui, il

quale era stato convenuto in giudizio per sentirsi condannare al pagamento di una

somma di danaro poteva sempre opporre all’attore il pàctum de non petèndo tra

loro stipulato e col quale l’attore si era impegnato a non chiedere mai il

pagamento del suo credito.

Dilatorie:potevano essere opposte solo in un determinato periodo di tempo o

o contro un determinato soggetto. Ad esempio col pactum de non petendo il

creditore si era impegnato a non chiedere il pagamento solo per la durata di sei

mesi, la relativa eccezione poteva essere opposta esclusivamente in questi sei

mesi e non oltre.

LO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO FORMULARE

I punti fondamentali del processo formulare sono:

- Le parti processuali:l’attore e il convenuto, cioè le parti del rapporto portato in

giudizio. Non era richiesto che esse venissero affiancate da specialisti in materia

giuridica, anche se per i casi più delicati furono loro stesse a munirsi di avvocati, patroni

o oratori. La presenza delle parti non era indispensabile, esse infatti potevano essere

sostituite. Ci poteva essere:

Sostituzione necessaria: quando una parte in causa era un soggetto giuridico

o immateriale; quando la parte in causa era un soggetto incapace di agire, quindi

aveva bisogno di un curatore o un tutore.

Sostituzione volontaria: quando un parte presentava all’altra, in iure, un suo

o uomo di fiducia, chiamato cognitor; quando si presentava in iure un terzo che

affermava di essere procuratore o amministratore di una parte. 36

- Atti preliminari:chi voleva muovere un’azione giudiziaria, doveva comunicare

all’avversario la sua volontà, attraverso un editio actionis, con il quale l’avversario

veniva condotto davanti l’editto del pretore, indicando la formula che si voleva chiedere

al magistrato, oppure si scriveva la formula su un biglietto che veniva recapitato

all’avversario.

- Il procedimento in iure:aveva inizio quando le parti si presentavano davanti al

magistrato e terminava con la litiscontestatio.

L’attore doveva vocare in ius il convenuto; se questo non era possibile, il pretore

autorizzava l’imissione dell’attore nel patrimonio del convenuto (missio in bona). Il

convenuto doveva seguire immediatamente l’attore in ius, ma, per evitare questo,

poteva intervenire un vindex, che avrebbe garantito per lui, oppure doveva promettere il

pagamento di una penale in caso di assenza al processo. Se il convenuto non rispettava la

vocatio, l’attore lo considerava come latitante.

Dato che il processo poteva durare molto tempo, poteva avvenire una differimento della

causa, cioè l’attore invitava il convenuto a ricomparire all’udienza, facendosi promettere

di essere presente oppure di pagargli una somma in denaro. Nel caso in cui il convenuto

non rispettasse queste condizioni, il magistrato lo accusava di mancata difesa.

Una volta che il convenuto si presentava in iure, l’attore:

Esponeva la sua pretesa, accompagnata dalla formula relativa.

o Richiedeva al magistrato un iudicium.

o

Il convenuto poteva:

Ammettere la fondatezza della tesi sostenuta dall’attore.

o Limitarsi a non difendersi, quindi senza né affermare, né negare.

o Contrastare la tesi dell’attore, chiedendo al magistrato di non accordare l’atto e,

o quindi, di apportare modifiche alla formula richiesta dall’attore.

il magistrato compiva una causae cognitio, cioè decideva se:

Respingere l’azione, per motivi formali.

o Respingere l’azione, perché infondata.

o Passare al iudicium, in quanto l’azione era formalmente corretta e fondata.

o

- La litis contestatio:con la quale terminava la fase in iure. Dopo aver raggiunto l’accordo

a tre (attore, convenuto e magistrato):

Il magistrato proclamava il nome del giudice.

o L’attore leggeva la formula concessa dal magistrato al convenuto, il quale la

o accettava.

Dal momento che la litis contestatio era un negozio giuridico, fondamentale perché la

causa passasse all’organo giudicante, essa produceva una serie di effetti, tra cui:

Rem in iudicium deducere, in base al quale i termini della controversia sui quali

o il giudice si esprimeva, non potevano essere modificati da eventi successivi (morte

del convenuto non estingueva l’azione penale, che proseguiva nei confronti degli

eredi).

Sulla res in iudicium deducta non si poteva instaurare un nuovo processo.

o Questo perché il vincolo che sottostava alla condanna era di tipo obbligatorio,

quindi il rapporto in giudizio veniva estinto: la ripresentazione della stessa azione

era impossibile, in quanto l’obbligazione originaria non esisteva più.

La decisione senza litis contestatio poteva avvenire per due motivi:

Confessione del convenuto davanti il magistrato, affermando che la pretesa

o dell’attore era fondata.

Giuramento solenne del buon fondamento delle proprie ragioni, che una parte

o doveva compiere nei confronti dell’altra.

- Il procedimento apud iudicem:era la iudicatio della procedura formale di accertamento.

Questa fase aveva inizio con la comperendinatio, con la quale le parti erano invitate a 37

comparire davanti al giudice il dopodomani. Una volta che le parti si trovavano davanti

al giudice, egli, dopo aver solennemente giurato di essere imparziale, le ascoltava

entrambe; inoltre se una parte era assente, il giudice decideva la causa a favore di quella

presente.

Il iudicium doveva concludersi entro diciotto mesi se era legitimum ed entro l’anno di

carica del magistato se era imperio continents.

Potevano essere utilizzati diversi mezzi di prova, sia per verificare la tesi dell’attore, sia

per dare la possibilità al convenuto di difendersi, facendo valere le proprio ragioni. Vi

troviamo: testimonianze, documenti, consulenze tecniche di esperti, le ammissioni delle

parti e così via.

- La sentenza iudicis:chiudeva la fase apud iudicem e presentava:

La valutazione di fondatezza o meno della pretesa.

o Un provvedimento di condemnatio, abiudicatio o absolutio.

o

La condanna del convenuto era il pagamento di una somma in denaro, che poteva essere

determinata dal iudicium oppure dal giudice. Il convenuto poteva sfuggire alla condanna

solo se restituiva la cosa sottratta all’attore o lo soddisfava con il suo credito.

La sentenza poteva essere invalida per motivi di forma, nel caso in cui il giudice non

avesse rispettato le limitazioni imposte dal iudicium. Se, invece, la sentenza era valida,

una volta emanata, era irrevocabile, inoppugnabile e inevitabile.

La sentenza metteva definitivamente fine alla lite, in quanto non esisteva un secondo

grado di appello; e obbligava il condannato a eseguire il giudicato.

Quindi, secondo la massima gaiana “bis de eadem re ne sitactio”, era vietato per

qualsiasi giudice pronunciarsi su una materia che aveva costituito oggetto di una

pronuncia passata in cosa giudicata.

- L’esecuzione forzata della sentenza di condanna: la sentenza della condanna non

aveva carattere esecutivo, infatti da essa nasceva solo l’obbligo per il condannato di

eseguire il provvedimento e il magistrato stabiliva di pagare entro trenta giorni. Scaduto

il termine, l’attore poteva utilizzare un’actio iudicati, al fine di ottenere la conferma

della sentenza e la condanna del convenuto al doppio di quella precedente.

La condanna che scaturiva dall’actio iudicati, dava all’attore la possibilità di impadronirsi

del convenuto, ostinato a non adempiere all’obbligo, in modo da farsi ripagare il credito

attraverso il suo lavoro.

I MEZZI COMPLEMENTARI DELLE PROCEDURE FORMULARI

Mezzi utilizzati introdotti dal pretore per ridurre i tempi del processo, per garantire l’adesione

delle parti al processo ordinario e per garantire l’esecuzione delle pretese accertate. Vi

troviamo:

- Interdicta: al fine di evitare la litis contestatio e la fase apud iudicem, il magistrato

emanava un’interdicata imponendo ad una parte di tenere un determinato

comportamento, che poteva essere:

Ripristinare uno stato di cose che avesse alterato.

o Esibire un oggetto che teneva nascosto o un soggetto che teneva prigioniero.

o Astenersi da un certo comportamento.

o

Se il destinatario si rifiutava di obbedire a questi obblighi, l’altra parte poteva esercitare

nei suoi confronti un’actio ex interdicto, dalla quale scaturiva un processo di

accertamento. Chi avesse sostenuto il torto era condannato a pagare una penale

pecuniaria.

- In integrum restitutiones: provvedimenti costitutivi emanati dal magistrato, che

invalidavano fatti giuridici formalmente validi, ripristinando una situazione giuridica

soggettiva che fosse stata compromessa da quest’ultimi. Questi provvedimenti venivano

emanati su richiesta e, quindi, il magistrato ne accertava il merito, attraverso un 38

decretum, relativo al fatto giuridico da invalidare, o una fictio rescissoria, cioè una

finzione di avvenuta rescissione.

- Stipulationes praetoriae: il magistrato obbligava una parte a fare un solenne promessa di

garanzia nei confronti dell’altra, nella forma di negozio di stipulatio. Se il destinatario

non si impegnava a pagare una somma di denaro alla controparte, veniva condannato a

diversi provvedimenti lesivi per i suoi interessi. Queste stipulazioni potevano essere:

Promesse semplici, se era richiesta la sola promessa del destinatario.

o Promesse con garanzia di terzi, se la promessa del destinatario era

o accompagnata da garanzie personali o reali di terze persone.

- Missiones in possessionem: veniva conferito ad una parte il potere di avere a

disposizione i beni appartenenti all’altra, in attesa di decidere la loro sorte definitiva.

Poteva essere:

Missio in rem: se era relativa ad un singolo bene.

o Missio in bona: se era relativa all’intero patrimonio di un soggetto.

o

In questi provvedimenti troviamo la missio in bona rei servanda causa, con la quale tutti

i creditori venivano immessi nel patrimonio di un debitore in stato di insolvenza.

- Bonorum venditio: un procedimento di esecuzione sul patrimonio di un debitore in stato

di insolvenza. I creditori nominavano un magister che doveva occuparsi dell’inventario di

tutti i beni del patrimonio e stendeva un bando di vendita. Se ne impossessava chi offriva

ai creditori la più alta percentuale dei loro crediti. Il compratore diventava il successore

universale del debitore fallito.

- Bonorum distractio: un procedimento esecutivo per evitare la competa rovina economica

e l’infamia del debitore fallito; esso consisteva nella vendita dei singoli beni del suo

patrimonio fino a concorrenza dell’ammontare dei crediti.

- Bonorum possessio: un provvedimento con il quale pretore autorizzava ad una o più

persone di disporre del patrimonio di un defunto, come fossero i suoi eredi. Distinguiamo

tra: Bonorum possessio sine re: il possessore poteva difendere il patrimonio acquisito

o contro tutti, tranne che dagli gli eredi civili, i quali potevano impossessarsene o

chiederne la restituzione.

Bonorum possessio cum re: colui che aveva acquisito il patrimonio prevaleva

o anche sugli eredi civili.

LE PROCEDURE “EXTRA ORDINEM”

Le procedure extra ordinem furono esplicazione delle cognitio extra ordinem, che erano di due

tipi:

- Cognitio senatus vel magistratuum: esercitata dal senato o da magistrati repubblicani.

- Cognitio principis: esercitata dal principe e dai funzionari imperiali.

La secondo acquisì una notevole importanza, tanto da sovrapporsi e addirittura superare la

normale giurisdizione del magistrato.

Le caratteristiche delle procedure extra ordinem sono:

- L’unità del procedimento: cioè che l’attività di giudizio veniva esercitata dal funzionario

imperiale e non più dal giudice privato.

- L’ufficialità del provvedimento: il funzionario imperiale, dopo aver analizzato la causa,

aveva forti poteri di indagine sul merito dedotto dalla sua cognizione.

- La procedibilità contumaciale: la presenza del convenuto non era indispensabile, infatti

il procedimento poteva avvenire “in contumacia”.

- Impugnabilità della sentenza: nel caso di una sentenza ritenuta ingiusta, il soggetto

poteva ricorrere a funzionari di grado più alto, come i princeps.

- Specificità della condanna: la condanna si traduceva nella stessa prestazione oggetto

della controversia, e non più nel pagamento di una somma in denaro. 39

- Esecutività ufficiale: l’esecuzione forzata della condanna fu attribuita a ufficiali

giudiziari statali.

Le procedure extra ordinem si articolavano in diverse fasi:

- Apertura del processo di cognizione: avveniva con un atto integrato dall’autorità dello

stato, cioè la convocazione in giudizio. I modi di convocazioni furono: la denuncia della

lite (l’attore comunicava al convenuto la sua pretesa e lo invitava davanti al giudice in

una udienza fissa) e lo scambio di comparse (da una parte l’argomentata comparsa

dell’attacco redatta dall’attore, dall’altr l’argomentata comparsa di difesa redatta dal

convenuto).

- La comparizione in giudizio: aveva carattere obbligatorio sia per l’attore, che per il

convenuto. Nell’ipotesi mancata comparizione, il processo poteva avvenire in

contumacia, in seguito alla richiesta della parte presente e in seguito all’’insistenza

dell’altra parte nel non comparire in giudizio dopo quattro ordini del giudice.

- La causa presentata al giudice: iniziava con la contestazione della lite; seguiva il

medium litis (in cui c’era la narratio dell’attore e la contradictio del convenuto); infine il

giudice chiudeva il dibattito, riservandosi a decidere.

- L’istruzione probatoria: fu affidata al funzionario-giudice, il quale, se non era

direttamente l’imperatore, doveva rispettare un complesso di regole, basate

sull’assunzione di prove: constatazioni dirette, documenti scritti, confessione giudiziale

e giuramento giudiziale. Se mancavano questi mezzi di prova, si faceva riferimento alle

presunzioni giuridiche e alle testimonianze:

Le presunzioni giuridiche erano le conseguenze di un fatto noto per risalire,

o attraverso

Le testimonianze erano il mezzo di prova più debole, in quanto prive di valore.

o Per renderle più credibili fu praticato un solenne giuramento preventivo, e non

più la tortura.

- La sentenza: era emessa in un’udienza pubblica, dopo essere stata redatta e motivata

per iscritto. Inoltre con il passare del tempo, la durata dei processi si fece sempre più

lunga, fino ad arrivare a 3 anni. La condanna era “in ipsam rem”.

- L’impugnazione delle sentenze: i soggetti chiedevano la revisione della sentenza in un

secondo appello. Il giudice che aveva emanato la prima sentenza, doveva trasferire l’atto

a quello di grado superiore. In appello, la vittima non solo poteva esporre meglio le

proprie ragioni, ma poteva portare nuove prove e nuove domande. Fino a che l’appello

non era deciso, la sentenza era sospesa. Non potevano essere presentate più di due

istanze.

- Il processo di esecuzione: poteva dar luogo ad un’esecuzione sulla persona, ma anche

sul suo un’argomentazione logica, ad un fatto ignorato.

o

- patrimonio, il quale fu il più diffuso.

L’esecuzione sul patrimonio avveniva con l’apprensione o il pignoramento dei beni. In

caso di insolvenza del debitore, c’era la “missio in bona”, con la quale il creditore

alienava i beni, vendendoli singolarmente.

Nel periodo postclassico di formarono diverse procedure speciali, tra le quali troviamo:

- L’udienza episcopale: la giurisdizione esercitata dai vescovi nei confronti dei sacerdoti a

loro sottoposti.

- Il procedimento per rescriptum: l’attore, dopo aver introdotto il suo giudizio, inviava il

suo atto di accusa all’imperatore, pregandolo di fornire un parere. Se il parere imperiale

era favorevole all’attore, il giudice doveva adeguarvisi. 40

- La cognizione sommaria: erano utilizzate quando serviva un’urgente decisione, evitando

i rigidi schemi della giurisdizione ordinaria.

VARRONE

Do, dico e addicosintetizzano le attività del magistrato romano, precisamente:

- Do:datio iudicem (dare un giudice)

- Dico:dare un giudizio, dare il diritto.

- Addico:assegnare. Rappresenta il potere esecutivo del giudice in quanto il magistrato ha

l’imperium, cioè il potere coercitivo.

7. I RAPPORTI GIURIDICI E LE OBBLIGAZIONI

Giustiniano: “l’obbligazione è un vincolo giuridico in forza del quale siamo costretti dalla

necessità di tenere un certo comportamento, secondo il diritto della nostra civitas”.

Questo vincolo giuridico lega il debitore al creditore, nei confronti del quale il primo deve

tenere un determinato comportamento, chiamato prestazione. Nel caso in cui il debitore non

adempia alla prestazione, il creditore può agire in giudizio per soddisfare la sua pretesa.

I requisiti della prestazione affinché l’obbligazione sia valida, sono:

- La prestazione deve essere possibile, cioè deve avere ad oggetto qualcosa che sia

esistente in natura e qualcosa che rientra nella categoria delle cose commerciabili.

- La prestazione deve essere lecita, cioè non deve essere contraria alle norme del diritto e

al buon costume.

- La prestazione deve essere: determinata, quando le parti specificano il contenuto della

prestazione, e determinabile,quando per stabilire a cosa sia tenuto il debitore si fa

riferimento ad elementi esterni al negozio.

- La prestazione deve essere valutabile economicamente, secondo il principio che, in caso

di inadempimento, la condanna deve essere pecuniaria.

LE ORIGINI 41

Inizialmente l’obbligazione non nasceva da un vincolo giuridico, ma da un vincolo materiale, in

base al quale il debitore veniva fisicamente assoggettato al potere di un’altra persona. Questa

soggezione non era un’obbligazione, ma costituirono la base per la nascita di queste.

Questo vincolo materiale nasceva da un comportamento illecito, infatti la vittima, contro la

quale era stato mosso un comportamento lesivo per i suoi interessi, era legittimata a usare la

forza fisica nei confronti del colpevole. Questa situazione cambiò quando vennero catalogati i

comportamenti illeciti, i soli che potevano essere puniti. Questo vuol dire che la vittima veniva

autorizzata dalla civitas ad esercitare un determinato potere contro colui che aveva commesso

un delitto nei suoi confronti. La vittima divenne, quindi, un agente socialmente autorizzato.

I poteri a lui riconosciuti, erano:

- Il potere di uccidere l’offensore.

- Il potere di infliggere all’offensore un male proporzionato al delitto commesso.

- Il potere di tenere l’offensore presso di sé, in condizioni di schiavitù.

Il potere di uccidere il delinquente veniva ammesso solo per determinati casi:

- Il ladro che agiva di notte.

- Il ladro che agiva di giorno, quando egli utilizzava le armi per difendersi.

- Il ladro sorpreso in flagranza di reato, quando era una schiavo. In questo caso veniva

gettato dalla rupe Tarpea.

- Colui che di notte aveva tagliato il raccolto altrui. In questo caso egli veniva fustigato

fino alla morte, in onore di Cerere.

- Colui che si era impossessato o aveva danneggiato il raccolto altrui attraverso mezzi

magici. Questo atto veniva compiuto:

Spaventando il raccolto del vicino con canti magici.

o Gettando il malocchio sul raccolto del vicino, cantando una canzone magica.

o Traportando nel proprio campo il raccolto del vicino, grazie una canzone magica.

o Incendiando un edificio e il covone di frumento a questo appoggiato.

o

L’unica alternativa alla morte era la pactio, cioè una compensazione in denaro che doveva

essere accettata dalla vittima. L’uccisione del ladro non era obbligatoria, questo perché la

civitas non la imponeva, ma si limitava a controllare la vendetta privata, stabilendo quali

comportamenti meritavano di essere puniti con la morte.

La civitas autorizzava anche all’uso di mezzi alternativi alla morte, tra cui la rottura di un

membro. Le XII Tavole stabilivano che colui che avesse rotto un membro ad un’altra persona,

doveva essere sottoposto alla legge del taglione.

Dal momento che la rottura del membro danneggiava l’integrità fisica della persona, era il

parente più stretto ad essere legittimato ad esercitare il potere di provocare un uguale danno

fisico al delinquente.

La civitas stabilì anche i casi in cui la vittima poteva trattenere presso di sé il delinquente, in

condizioni di schiavitù:

- Il ladro di stato libero sorpreso in flagranza di reato.

- Colui a casa del quale era stata trovata la refurtiva, in seguito ad una perquisizione. La

perquisizione doveva avvenire alla presenza di testimoni e doveva essere fatta da una

persona che aveva in mano un piatto e doveva essere praticamente nudo, in modo da non

potere introdurre la refurtiva nella casa.

Era, quindi, la civitas a controllare l’uso della vendetta privata stabilendo, nell’ordine

cronologico:

- Che solo a lei spettava stabilire quali comportamenti che legittimavano la reazione fisica.

- Che solo a lei spettava il potere di determinare la misura della reazione. 42

- Che accettavano una pactio, non potevano più esercitare il male fisico o il potere di

sottoporre la vittima a schiavitù.

- Che la pactio era obbligatoria, quindi non si poteva più usare la forza fisica.

Nacque così l’obbligo di pagare una somma in denaro come pena, quindi l’obbligazione

nascente da atto illecito.

Non erano solo gli atti illeciti ad essere catalogati, ma anche quelli leciti, cioè gli accordi

stipulati tra le parti per soddisfare gli interessi privati. Quindi chi aveva interesse che l’impegno

fosse rispettato poteva esercitare un potere materiale su colui che lo aveva assunto. Il vincolo

materiale poteva essere:

- Attuale: quando il debitore era immediatamente sottoposto al potere del creditore e

veniva liberato solo quando l’impegno veniva rispettato.

- Eventuale: quando il debitore veniva assoggettato al creditore solo ed esclusivamente

nel momento in cui non rispettava l’impegno.

Coloro che venivano sottoposti al vincolo attuale erano:

- I nexi: coloro che erano oggetto del nexum, cioè quando il debitore accettava si

asservire sé stesso, o un membro della sua famiglia, in favore del creditore fino

all’estinzione del debito. Il nexum venne poi abolito per ragioni morali, ricordiamo infatti

un episodio: Lucio Papirio, dopo essersi venduto come nexus, era stato oggetto di un

tentativo si stupro da parte del creditore, il quale, per vincere la sua resistenza, lo aveva

frustato a sangue. Papirio, a questo punto, era scappato in strada per mostrare ai

concittadini le sue ferite, e i romani, commossi e preoccupati per la loro sorte, avevano

indotto i consoli a proporre una legge che vietasse il nexus.

- I vades: coloro che garantivano che una persona, nel giorno fissato per la comparizione,

si sarebbe effettivamente presentata davanti il magistrato. Essi venivano utilizzati sia nei

processi pubblici, che privati; infatti, con le legis actiones, essi garantivano che la

persone si sarebbe presentata alla prossima udienza, nei processi pubblici garantivano

che la persona di sarebbe presentata sin dalla prima udienza.

Nel momento in cui la persona che avevano garantito i vades non si presentava, questi

potevano liberarsi versando una somma in denaro.

- I praedes: erano anch’essi dei garanti ma, nelle legis actiones, quando si discuteva

dell’appartenenza di una cosa, essi garantivano che la cosa in questione e i suoi frutti

sarebbero stati restituiti al vincitore. Per i processi pubblici, essi garantivano che chi era

stato condannato ad una pecuniaria, versasse la somma al popolo romano, e sempre nei

confronti di questo restituisse i prestiti concessi.

I praedes intervenivano soprattutto per gli appalti pubblici e non solo come garanti del

popolo romano, ma anche per altri enti come i municipia e le colonie.

Ci sono stati molti dibattiti al fine di stabilire quale obbligazione fosse originaria: quella da atto

lecito o quella da atto illecito. L’opinione più diffusa vede come primo obbligatus, il garante

del pagamento di una pactio. Si faceva riferimento al garante e non al debitore, in quanto era

lui ad essere materialmente legato al creditore.

Invece, riguardo l’indicazione della persona alla quale veniva concesso di legare il garante,ci

sono due opinioni distinte:

- Secondo alcuni era il creditore, al quale il garante era legato fino all’adempimento del

debitore.

- Secondo altri era il garante, al quale era assegnato il debitore, affinché questi lo tenesse

a disposizione del creditore.

Di fronte a queste diverse incertezze, entra in gioco il diritto greco, per il quale viene citato

l’episodio dell’adulterio di Afrodite: 43

“Afrodite, dea della bellezza, era sposata con Efesto, il più brutto degli dei. La dea aveva una

relazione con Ares, il dio della guerra. Efesto, venuto a sapere di questa relazione, aveva

fabbricato una rete d’oro sottilissima e invisibile che aveva steso sul letto. Una volta che gli

amanti si trovarono sul letto, rimasero intrappolati. Efesto chiamò gli altri dei come testimoni,

ma tutti scoppiarono a ridere. Solo Poseidone intervenne a favore di Ares, promettendo che

quest’ultimo gli avrebbe pagato tutto ciò che gli doveva, davanti gli dei immortali. Efesto rifiutò

e, per convincerlo, Poseidone promise che, nel caso in cui Ares non avrebbe pagato il suo debito,

lo avrebbe fatto lui. Efesto accettò e quella di Poseidone fu la prima prestazione di garanzia”.

La garanzia usata da Poseidone fu la eggue, che si trova in perfetta corrispondenza con la

sponsio.

FONTI DELLE OBBLIGAZIONI

BIPARTIZIONE

Nelle istituzione di Gaio, egli afferma che le obbligazioni nascono da:

- Contratto, atto lecito produttivo di obbligazioni.

- Delitto, atto illecito produttivo di obbligazioni.

- Ogni altro fatto o atto idoneo a produrle, in questo caso si parla di obbligazioni ex

variis causarum figuris.

Le obbligazioni da contratto,comprendevano tutte quelle che si basavano su un accordo, alla

cui base c’era il consenso tra le parti. In questa categoria distinguiamo:

OBBLIGAZIONI REALI

L’obbligazione nasceva non solo con l’accordo, ma anche con la consegna effettiva e materiale

della cosa oggetto del rapporto. Tra queste obbligazioni troviamo:

- Il mutuo si concludeva mediante il trasferimento della proprietà di una somma di danaro

o di una quantità di altre cose fungibili da un soggetto (mutuante) ad un altro

(mutuatario); quest’ultimo assumeva l’obbligo di restituire al primo una quantità uguale

di cose dello stesso genere e qualità

Inizialmente, il mutuo non costituiva un rapporto obbligatorio e la tutela a chi concedeva

il prestito fu affidata ad un actio furti. Il denaro, oggetto della prestazione, doveva

essere restituito, ma veniva considerato di proprietà di chi lo aveva prestato, quindi chi

non lo restituiva veniva considerato un ladro.

Successivamente, però, quando il denaro o le cose fungibili passavano ad un altro

soggetto, si confondevano con il suo patrimonio e quindi diventavano di sua proprietà.

La nascita dell’obligatio dipendeva: dall’accordo tra le parti; dal trasferimento della

proprietà della cosa; dal riconoscimento dell’utilità della funzione economico-sociale del

negozio. 44

Il mutuo era era un contratto essenzialmente gratuito, tuttavia, il mutuatario poteva

essere tenuto a pagare gli interessi: ciò si verificava se le parti ponevano in essere

un’apposita stipulàtio, formalmente autonoma e separata dal mutuo. Se il debitore non

pagava gli interessi, il creditore poteva agire contro di lui con un actio ex stipulatu.

Il fenus nauticum consisteva nella dazione in mutuo di una somma di denaro che doveva

essere trasportata per mare e utilizzata per l’acquisto di merci oppure utilizzata per

l’acquisto di merci da trasportare per mare. Il mutuatario era tenuto alla restituzione

della somma solo allorché il denaro o le merci pervenissero a destinazione. Pertanto il

rischio del trasporto ricadeva interamente sul mutuante, il quale, in cambio, aveva

diritto ad elevati interessi appositamente pattuiti.

- La fiducia: si distingueva in:

Fiducia cum amico: quando, a causa dell’entrata in guerra, un soggetto non

o poteva controllare i suoi beni, che venivano temporaneamente trasferiti ad un suo

amico.

Fiducia cum creditore: era il trasferimento dei beni dal debitore al creditore, i

o quali sarebbero stati restituiti al debitore solo quando egli avesse soddisfatto il

debito.

La fiducia si perfezionava attraverso mancipatio o in iure cessio. L’effetto prodotto era il

trasferimento della proprietà dall’alienante (fiduciante) all’acquirente (fiduciario), con

l’esplicito accordo, denominato pàctum fiduciæ, in base al quale quest’ultimo si

impegnava a restituire la cosa ricevuta contro la restituzione del prezzo pagato. Se il

pactum fiducia non veniva rispettato, l’alienante poteva agire contro di lui con l’actio

fiduciae.

- Il deposito: contratto reale, tipico, che si perfezionava con la consegna di una cosa

mobile che una parte (depositante) faceva all’altra (depositario), con l’obbligo per

quest’ultima di custodirla gratuitamente e di restituirla a richiesta del depositante.

La consegna (tradìtio) comportava il trasferimento al depositario della mera detenzione

della cosa.

Il depositante era tutelato da un’àctio in factum. Al depositario, invece, era accordata

un’actio contraria, con la quale egli poteva far valere, contro il depositante, le pretese

relative all’indennizzo delle spese sostenute per la manutenzione della cosa e al

risarcimento dei danni arrecati dalla cosa depositata.

Il contratto di deposito era gratuito e, oggi, viene definito “imperfettamente

bilaterale”: bilaterale perché le obbligazioni nascevano solo in capo ad una delle parti;

imperfetto perché anche il deponente poteva essere obbligato nei confronti del

depositario (quando il depositario sosteneva spese per la conservazione della cosa,

doveva essere risarcito).

Troviamo diverse ipotesi di deposito:

Deposito necessario: vi si ricorreva in caso di calamità naturali, politiche o

o private. Il depositario che approfittava di questa situazione veniva condannato al

doppio del valore della cosa.

Sequestro: quando una cosa di proprietà incerta, veniva consegnata ad una

o persona che doveva conservarla fino a quanto la questione di proprietà venisse

chiarita. L’ipotesi più diffusa era quella di deposito giudiziale, in cui il depositario

doveva restituire la cosa, non su richiesta, ma solo quando la lite fosse stata

risolta.

Deposito irregolare: quando una persona depositava presso un’altra una certa

o quantità di cose fungibili, con l’accordo che il depositario ne restituisse a

richiesta l’equivalente. In questo caso il depositario diventava proprietario delle

cose che gli erano state consegnate. Si distingueva dal mutuo perché: chi riceveva

la cosa non era una persona che ne aveva fatto richiesta, ma una persona che 45

gestiva grandi capitali; le parti non potevano stabilire un termine per la

restituzione; non si ricorreva alla stipulatio per pattuire gli interessi.

- Il comodato: era un prestito d’uso, in cui una parte trasferiva all’altra una cosa

inconsumabile, che, dopo essere stata usata, doveva essere restituita nelle stesse

condizioni in cui si trovava quando era stata ricevuta.

Il comodato, come il depostio, era un contratto imperfettamente bilaterale e fu tutelato

dal pretore con un’azione in factuma e un’azione di buona fede in ius. A differenza del

deposito, il comodato veniva concluso nell’interesse di colui che riceveva la cosa, la

quale poteva essere utilizzata per un certo tempo senza superare l’uso normale o

abitudinario che ne faceva il comodante; in caso contrario veniva condannato a furto

d’uso.

- Il pegno: consisteva, in particolare, nel trasferimento del possesso di una cosa dal

debitore al creditore, con il patto che il creditore tenesse presso di sé la cosa, a garanzia

dell’adempimento di un suo credito, con l’obbligo di restituirla qualora il debitore avesse

eseguito esattamente la prestazione. In caso contrario, egli poteva venderla,

soddisfacendosi sul ricavato.

Il pegno era una contratto imperfettamente bilaterale che il pretore tutelò con un’actio

in factum in personam, e successivamente con un actio in ius di buona fede.

I CONTRATTI VERBALI

L’obbligazione nasceva, oltre che dall’accordo, anche dalla pronuncia di parole solenni. Vi

troviamo:

- Sponsio : si svolgeva attraverso una richiesta fatta dal futuro creditore nei confronti del

futuro debitore, chiamato sponsor, di una determinata prestazione, il quale s’impegnava

a far sì che il primo riuscisse ad ottenerla.

Se questo non accadeva, lo sponsor era soggetto alla manus iniectio da parte del

creditore, che però doveva accertare l’esistenza del vincolo davanti al giudice (legis

actio per iudicis postulationem).

Nel caso in cui lo sponsor non riusciva a far ottenere da sé la prestazione al creditore,

poteva vincolarsi attraverso una seconda sponsio, chiamata adpromissio, ad un garante,

il quale, eseguita la prestazione al posto del primo, aveva il diritto di pretendere dallo

sponsor il risarcimento. Se questo non avveniva, egli poteva compiere la manus iniectio

su di lui senza nessun accertamento preentivo.

Altra variante era l’adstipulatio, con cui un secondo creditore poteva vincolare a sé

stesso lo sponsor del creditore principale, pretendendo la stessa prestazione.

Affinché lo sponsor fosse completamente libero, occorreva che egli chiedesse al creditore

se la prestazione fosse stata da lui compiuta e il creditore poteva rispondere “habeo”.

- La dotis dictio: atto unilaterale, verbale, attraverso il quale, mediante una stipulatio, si

conseguiva l’effetto della costituzione di un credito del marito sui beni dotali.

La dotis dictio poteva essere compiuta dal pater familias o dal debitore della donna per

ordine di questa ed aveva effetti non reali, ma obbligatori.

- La promissio iurata: contratto verbale che si perfezionava mediante promessa solenne

fatta dallo schiavo emancipato (libèrtus) al patrònus, allo scopo di impegnarsi alla

prestazione di certi servigi.

Poiché lo schiavo era oggetto e non soggetto di diritti, non poteva impegnarsi iùre civili

nei confronti del dòminus prima che intervenisse la manumìssio: la promissio iurata 46

veniva effettuata dopo l’acquisto della qualità di libèrtus (e di solito subito dopo che

fosse intervenuta la manumìssio) serviva a convertire in obbligazione iuris civilis l’obbligo

puramente religioso assunto dal servus di prestare servigi al patronus.

- Fideiussio: adoperata a scopo di garanzia come la sponsio e la fideipromissio. A

differenze di queste, però, la fideipromissio veniva usata per qualsiasi tipo di

obbligazione, l’obbligo di garanzia non si estingueva con la morte ma veniva trasferito

agli eredi, non era previsto il limite temporale di due anni.

In epoca classica, il creditore poteva rivolgersi, indifferentemente, al debitore principale

o al fideiussore; se il fideiussore pagava non aveva diritto di rivalsa verso eventuali altri

cofideiussori, né aveva un’apposita azione contro il garantito, ma doveva agire con

l’àctio mandàti o con l’actio negotiòrum gestòrum.

L’imperatore Adriano, però, stabilì che in caso di più fideiussori l’obbligazione fosse

divisa tra loro ed attribuì al singolo fideiussore un benefìcium divisiònis che poteva esser

fatto valere in via di excèptio, contro il creditore che avesse citato lui solo per l’intero.

- Fideipromissio: contratto verbale, di regola adoperato a scopo di garanzia, al pari della

spònsio e della fideiùssio. La fideiprommissio, quale garanzia personale, aveva la stessa

natura e presentava una struttura analoga alla sponsio. Si distingueva tuttavia da essa

per il fatto che era accessibile pure ai peregrini e pertanto riconducibile al sistema dei

rapporti giuridici del iùs gentium.

La fideipromissio produceva effetti, come la sponsio, solo per un biennio ed il relativo

obbligo non era trasmissibile agli eredi.

- Vadiatura: contratto verbale, utilizzato nei processi per legis actiones, attraverso il quale

un soggetto assicurava che il convenuto sarebbe comparso in giudizio.

- Praediatura: contratto verbale a scopo di garanzia, sorto nell’ambito della procedura per

legis actiones, attraverso il quale più soggetti assicuravano che la parte alla quale era

stato assegnato in via provvisoria il possesso della cosa durante il processo, la restituisse

in caso di condanna,oppure garantivano il pagamento del sacramèntum.

I CONTRATTI LETTERALI

L’obbligazione nasceva, oltre che dall’accordo, da particolari, scritturazioni fatte da entrambi i

soggetti del rapporto obbligatorio o da uno solo di essi.Vi troviamo:

- Nomen transscriptìcium: aveva ad oggetto una somma di danaro già dovuta in base ad

una obbligazione preesistente e si fondavano sulle risultanzeal libro contabile che il pater

familias teneva per annotarvi le somme ricevute o versate a seguito di rapporti di

credito.Le somme ricevute erano riportate nella rubrica dell’acceptum e quelle versate

in quella dell’expensum. L’obligàtio nasceva in base alla transscrìptio, che poteva essere

di due specie:

transscriptio a re in personam utilizzata a fini di novazione oggettiva, se il

o creditore scriveva nella rubrica dell’acceptum la somma dovuta, come se fosse

stata realmente ricevuta, e scriveva nella rubrica dell’expensum la stessa somma

in riferimento alla stessa persona, come se fosse stato costituito un mutuo.

transscriptio a persona in personam utilizzata ai fini di novazione soggettiva, se

o il creditore scriveva nella rubrica dell’acceptum la somma dovuta dal debitore e

scriveva nell’expensum la stessa somma in riferimento ad un’altra persona, come

se questa avesse contratto un mutuo.

- Chirographa:era un documento redatto in un unico originale dal debitore e consegnato

da questi al creditore quale impegno di pagamento.

- Syngraphæ: era un documento redatto in doppio originale sottoscritto da entrambi i

soggetti, contenente l’impegno a pagare una certa somma.

CONTRATTI CONSENSUALI 47

L’obbligazione nasceva solo ed esclusivamente in seguito all’accordo tra le parti.Vi troviamo:

- La compravendita: contratto consensuale ed obbligatorio in forza del quale una delle

parti (vènditor) si obbligava a trasmettere all’altra (èmptor) il possesso di una res,

denominata merx, garantendone il pacifico godimento, dietro corrispettivo di una somma

di danaro: il pretium.I giuristi, però, fanno una distinzione:

emptio rèi speràtæ, ossia la vendita di cosa futura, subordinata alla condizione

o della venuta ad esistenza della medesima; (es. il proprietario di un uliveto

vendeva il futuro raccolto a 10 al quintale: se gli ulivi non producevano frutti, il

compratore non doveva nulla; se gli ulivi producevano frutti, il venditore riceveva

un guadagno proporzionale al raccolto.

emptio spèi, ossia la vendita aleatoria di cosa futura; (es. il proprietario

o dell’uliveto vendeva a 100 il futuro raccolto: anche se il raccolto non vi era stato,

il compratore doveva pagare lo stesso la somma pattuita).

L’obbligo del venditore era quello di garantire all’acquirente il libero possesso della

merx sino a quando questi non ne avesse acquistato il dominium per usucapio o

altrimenti, e non quello di trasferirne le proprietà.

Il venditore doveva anche garantire il compratore per l’evizione della cosa, cioè una

vicenda dannosa per il compratore, in quanto egli poteva perdere il diritto acquistato a

causa di un’azione di rivendica della cosa da parte del terzo.

Il venditore doveva anche garantire per i vizi occulti, cioè garantire che la cosa venduta

fosse immune da vizi che l’avrebbero resa inidonea all’uso a cui era destinata o ne

diminuivano il valore economico.

L’obbligo del compratore era quello di pagare il prezzo della cosa ottenuta; se il

compratore non rispettava l’obbligo nel tempo stabilito, al venditore spettavano gli

interessi.

La compravendita era accompagnata da diverse clausole:

Lex commissoria: se il compratore non pagava il prezzo nel tempo stabilito, la

o cosa tornava di proprietà del venditore.

In diem addictio: il contratto era efficace solo se il venditore non aveva ricevuto

o un’offerta migliore nel tempo stabilito.

Pactum displicentiae: il compratore poteva dare indietro la merce nel caso in cui

o non era stata di suo gradimento, ricevendo la restituzione del prezzo.

- Locazione-conduzione: contratto consensuale, col quale una parte (locatore) si

obbligava a mettere nella materiale disposizione dell’altra (conduttore) una cosa, che

quest’ultimo si obbligava a restituire dopo averla goduta per un certo tempo, o dopo

averla lavorata, manipolata, trasformata nel modo pattuito.

Si è rilevato che la compravendita e la locazione, nel diritto romano, non furono

nettamente distinte, poiché entrambe potevano essere costitutive di sole obbligazioni.

Ciò che distingueva i due contratti non era la perpetuità del rapporto, ma la funzione del

contratto: la vendita attribuiva al compratore un potere assoluto e definitivo, la

locazione, invece, attribuiva solo il godimento della cosa.

Nella locazione-conduzione, chi pagava non era obbligatoriamente il compratore, ma chi

traeva vantaggio dal contratto. Oggetto del contratto era la cosa (mobile o immobile,

consumabile o inconsumabile), che veniva pagata con un corrispettivo (merces), che

consisteva in una controprestazione pecuniaria.

I romani dividevano tre tipi di contratto:

Locatio rei:il locatore si impegnava ad assicurare al conduttore il godimento di

o una cosa mobile od immobile, per un certo periodo di tempo, dietro il pagamento

di un corrispettivo. 48

Obblighi del locatore erano: lasciare il conduttore nel godimento della cosa per il

tempo stabilito; consegnare la cosa in buono stato e mantenerla tale per la durata

del contratto.

Obblighi del locatario erano: pagare il corrispettivo alle scadenze pattuite;

custodire la cosa; restituire la cosa al termine della locazione (se la cosa risultava

deteriorata o distrutta, egli doveva risarcire i danni).

Locatio operis:il locatore metteva materiali di sua proprietà a disposizione di un

o àrtifex (che assumeva le vesti del conduttore) che si impegnava, con lavoro

proprio (o di propri dipendenti) a lavorarli e trasformarli in oggetti, per utilità del

locatore, ricevendo da quest’ultimo, in cambio dell’opera conclusa, un

corrispettivo.

Il locatore doveva prestare al conduttore la materia prima da lavorare o la cosa in

ordine alla quale doveva essere effettuata la trasformazione: il conductor aveva il

compito di trasformarla, lavorandola, e di riconsegnarla al condùctor, contro il

pagamento di un corrispettivo. In tale contratto la cosa non era locata a vantaggio

del conduttore, ma a vantaggio del locatore: ne conseguiva che l’obbligo di

pagare la mercede incombeva sul locatore.

Locatio operarum:il locatore metteva a disposizione del conduttore i propri

o servizi dietro il pagamento di un corrispettivo. Era un lavoro prevalentemente

manuale.

Caratteristica dell’obbligazione era la sua subordinazione totale alle direttive del

condùctor (datore di lavoro).

La locatio operarum cessava per morte del locator, essendo impossibile che le

operæ fossero prestate da persone diverse. Viceversa, se era il condùctor a

morire, i suoi diritti ed i suoi obblighi si trasmettevano agli eredi.

- Società:i soci si obbligavano reciprocamente a mettere in comune beni o attività, in

quantità anche disuguali, allo scopo di compiere una o più operazioni economiche,

dividendo tra tutti, secondo criteri prestabiliti, i guadagni o le eventuali perdite.

In base ad un istituto del ius civile, la società consisteva nella comune proprietà dei beni

familiari che spettava ai figli, i quali non dividevano il patrimonio, ma diventavano

membri della società. Attraverso un apposito processo, potevano diventare membri anche

gli estranei, i quali venivano riconosciuti come fratelli.

I romani distinguevano due tipi di società: societas omnium bonorum, in cui i soci

mettevano in comune tutti i loro beni presenti e futuri; societas unius negotiationis,

contratta per il compimento di uno o più operazioni di un certo tipo di attività

economica.

Nelle società nascevano obbligazioni in capo a più soggetti. L’obbligazione principale

consisteva nel mettere in comune beni e attività finalizzati ad un determinato obiettivo,

e per far questo c’era bisogno di costituire una proprietà comune. I vantaggi e le perdite

si dividevano secondo gli accordi; in mancanza di accordi, si dividevano in parti uguali.

Le obbligazioni nascevano in capo a chi aveva agito e, successivamente, i rapporti tra i

soci venivano regolati attraverso la divisione dei debiti, dei crediti e di altri diritti.

La società si estingueva:

ex rèbus, e cioè per il raggiungimento del fine sociale o per la sopravvenuta

o impossibilità di raggiungerlo.

ex voluntàte, e cioè per volontà dei soci, per la scadenza del termine fissato o

o per rinuncia.

ex actiòne, a seguito dell’esercizio dell’azione di divisione.

o ex personis, e cioè per morte o càpitis deminùtio (perdita di una delle qualità

o giuridiche dell’individuo: libertà, cittadinanza e posizione familiare) di uno dei

soci; 49

fallimento di uno dei soci.

o

- Mandato:obbligava un soggetto (mandatàrius) ad eseguire uno o più atti giuridici per

conto di un altro soggetto (mandàtor). Il mandato era gratuito e il suo oggetto doveva

essere lecito e non contrario al buon costume.

Obblighi del mandatario erano: eseguire esattamente l’incarico; riversare gli effetti

dell’attività svolta nella sfera giuridica del mandante.

Obblighi del mandante erano: rimborsare il mandatario delle eventuali spese sostenute

durante l’attività e risarcirlo degli eventuali danni subiti.

I romani non conoscevano la rappresentanza diretta, quindi gli effetti dell’attività del

mandatario si producevano in capo a questi, che doveva trasferirli in capo al mandante.

Distinguiamo:

Mandato mea gratia: conferito nell’interesse del mandante.

o Mandato aliena gratia: conferito nell’interesse di un terzo.

o Mandato mea e tua gratia: conferito in parte nell’interesse del mandante, in

o parte nell’interesse del madnatario.

Mandato tua gratis tantum: conferito nell’esclusivo interesse del mandatario.

o

Il mandato si estingueva quando veniva svolto l’incarico richiesto, ma, basandosi sulla

fiducia, poteva estinguersi anche per altri motivi:

o per esecuzione dell’incarico o sopravvenuta impossibilità di eseguirlo.

per il sopraggiungere del termine stabilito.

o per recesso di una delle parti.

o per morte di una delle parti.

o

Le obbligazioni da delittonascevano da uno dei quattro illeciti civilistici:

- Il furto:consisteva nella sottrazione non violenta e contro la volontà del suo detentore di

una cosa mobile, oppure di un animale o di uno schiavo.Con il passare del tempo,

vennero identificate specifiche ipotesi, attraverso ad esempio la lex Aquilia de damno:

essa era composta da tre capi:

Il primo prevedeva che il soggetto che avesse ingiustamente ucciso uno schiavo

o oppure un quadrupede facente parte di un armento altrui, doveva esser

condannato a pagare, al rispettivo proprietario, il massimo valore che lo schiavo o

l’animale avevano raggiunto nel corso dello stesso anno in cui fu commesso il

fatto.

Il secondo prevedeva che l’adstipulator (secondo creditore nella sponsio, che si

o faceva promettere la stessa somma di denaro che era stata promessa al primo

creditore) venisse punito perché egli aveva danneggiato il creditore, facendo

estinguere il suo credito fraudolentemente.

Il terzo puniva chi aveva ucciso o ferito uno schiavo o degli animali altrui, chi

o aveva danneggiato cose inanimate altrui bruciandole, spezzandole o rompendole.

La pena era uguale al maggior valore che l’animale o la cosa avevano avuto

nell’ultimo mese.

Con la lex Aequilia vennero individuati gli elementi costitutivi del furtum:

Elemento oggettivo: cioè la condotta che poteva consistere in una amòtio o in

o una contrectàtio: si commetteva furto sia impadronendosi di una cosa altrui per

portarla via (amotio), che, più in generale, impadronendosi di una cosa altrui

contro la volontà del dòminus (contrectatio).

Elemento soggettivo:che era dato dal dolus malus, cioè dalla coscienza di

o impossessarsi della res contro la volontà del proprietario.

Fine di lucro:cioè l’intenzione di trarre vantaggio dalla cosa rubata.

o 50

Non punibilità del furto putativo: nel senso che all’intenzione di rubare doveva

o seguire un vero e proprio furto e non una sottrazione solo erroneamente ritenuta

furto (es. chi si impossessava di una res nullis).

Furono classificati diversi tipi di furto:

Furtum manifestum: quando il ladro era colto in flagrante, veniva punto al

o quadruplo del valore della cosa rubata.

Furtum nec manifestum: quando il ladro non era colto in flagrante, veniva punto

o al doppio del valore della cosa rubata.

Furtum conceptum: se la refurtiva veniva trovata a casa dell’indiziato, egli

o veniva punito al triplo della pena.

Furtum oblatum: se il colpevole del furtum conceptum dimostrava che la

o refurtiva gli era stata offerta da terzi per nasconderla in casa, egli veniva punito

al triplo della pena.

Furtum prohibitum: se il colpevole impediva la perquisizione davanti ai testimoni

o della cosa rubata, egli veniva condannato al quadruplo della pena.

Nel caso di furtum manifestum, il derubato poteva applicare sul ladro la manus iniectio

e la pena da pagare corrispondeva al doppio del valore della cosa rubata.

Nel caso di furtum nec manifestum, il derubato poteva chiamare in giudizio il ladro per

mezzo di una legis actio sacramenti in personam.

In epoca classica era possibile esperire un actio furti, che comportava la condanna del

ladro ad una pena pecuniaria.

In epoca giustinianea, la persecuzione privata del furto fu sostituita da quella pubblica

attraverso una cognitio extra ordinem criminale.

- La rapina:un caso aggravato di furto, in quanto commesso mediante violenze sulle

persone.Precedentemente la rapina veniva considerata un caso di furto, quindi veniva

punita con il doppio della pena. L’editto di Lacullo stabilì un’apposita azione contro chi

avesse, con la minaccia di un’arma, arrecato danno o sottratto cose altrui; la pena

prevista ammontava al quadruplo della pena base, se l’azione veniva esperita entro

l’anno, mentre era pari a quella base, se l’azione veniva esperita dopo tale termine. La

giurisprudenza classica estese l’ambito di tale fattispecie, ricomprendendovi anche

quelle ipotesi in cui non si facesse ricorso alle armi, ma nelle quali si fosse comunque

impiegata violenza.

Alla rapina, poi, veniva equiparata l’ipotesi di impossessamento di cosa altrui profittando

di una calamità (incendio, naufragio, rovina, etc.).

- Il damnum iniura datum: era un delitto, consistente nel danneggiamento di una cosa o di

uno schiavo altrui. Il damnum era disciplinato dalla lex Aquilia, costituita da tre capi, di

cui il secondo era caduto in desuetudine, mentre il primo (che riguardava il caso di chi

aveva ucciso uno schiavo o un animale altrui) e il secondo (che riguardava il caso di chi

feriva schiavi, animali e cose altrui) furono gli unici a rimanere in vigore. Grazie

all’interpretazione della lex Aquilia, si stabilirono i requisiti in base ai quali il damnum

iniura datum potesse essere punito, ed erano:

il danno doveva essere materiale, quindi inferto corpo a corpo. Questo vuol dire

o che era applicato con la forza muscolare sulla cosa considerata nella sua struttura

fisica.

L’iniuria, cioè l’antiguridicità del danno, quindi la sua ingiustizia.

o Il titolo di responsabilità del danno provocato; per questo era sufficiente la culpa

o levissima, cioè una lieve negligenza.

Il nesso causale tra azione e danno.

o

- L’iniuria: qualsiasi azione in contrasto con il diritto, che autorizzavano la vittima ad

infliggere al colpevole un male fisico di cui la civitas stabiliva la misura. Le XII Tavole

disciplinarono tre casi: 51

il mèmbrum rùptum, che consisteva nell’inutilizzazione o nell’amputazione di un

o arto o di un organo; per esso era comminato il taglione se non si raggiungeva un

accordo amichevole (pactio).

l’os fractum, che consisteva nella rottura di un osso; per esso era previsto il

o pagamento di una somma di danaro.

le iniuriæ pure e semplici, consistenti in qualsiasi altra lesione di minore portata.

o

In seguito, tale disciplina si rivelò inadeguata soprattutto perché l’ammontare della pena

era fisso a fronte delle diverse offese realizzabili in concreto. Per questo motivo, il

pretore introdusse l’actio aestimatoria, che consentiva al giudice di stabilire

l’ammontare della condanna secondo equità, quindi in base alla gravità del delitto.

Successivamente in concetto di iniura venne ampliato anche a casi di lesioni fisiche e di

onorabilità. Un esempio fu la adsectatio, che consisteva nel seguire per strada una

materfamilias o un minorenne. Si puniva anche chi, oltre che seguire la persona, le

sottraeva la scorta che la accompagnava e chi si vi si rivolgeva con parole blande.

Le iniure atroces, invece, erano le percosse, le fustigazioni e l’introduzione violenta in

casa della vittima. La lex Cornelia stabilì che la vittima poteva avviare un processo, che

terminava con la condanna a pena privata.

GIUSTINIANO

La bipartizione gaiana non era adatta a comprendere tutte le obbligazioni, come ad esempio

quelle che non costituivano né contratti né delitti che vengono raccolti nella categoria delle

obbligazioni ex variis causarum figuris. Giustiniano distinse le obbligazioni ex variis causarum

figuris in: obbligazioni ex contractu e obbligazioni ex delicto.

Tra le obbligazione ex contractu troviamo:

- La indebiti solutio:si aveva nei casi in cui un soggetto eseguiva una prestazione di dare

non dovuta o perché l’obbligazione era inesistente o perché esisteva, ma in capo ad un

debitore o nei confronti di un creditore diversi: in questo caso, chi pagava poteva agire

per ottenere la restituzione di quanto indebitamente prestato, ricorrendo allo strumento

della condìctio indebiti.

Era, inoltre, necessario l’errore del solvente e l’errore dell’accipiente: se il solvente non

pensato di compiere un atto dovuto, il trasferimento della cosa sarebbe stato una

donazione; se l’accipiente fosse stato consapevole di ricevere un indebito, avrebbe

commesso un furto.

- Negotiorum gestio:s’intendeva la gestione di affari altrui, intrapresa spontaneamente e

non sollecitata dall’interessato (dòminus). Nascevano obbligazioni reciproche delle parti:

il gestore aveva l’obbligo di portare a compimento l’attività intrapresa fino al

compimento dell’affare; l’interessato aveva l’obbligo di accettare la gestione e quello di

assumersi gli effetti di questa e, cioè, di rivalere il gestore di tutte le spese sostenute. I

requisiti dell’istituto erano:

il compimento di un atto che importasse gestione di affare altrui, atto che poteva

o essere sia materiale (per es. riparazione) sia giuridico (per es. vendita).

la volontà di gestire un negozio altrui.

o l’assenza di un contratto di mandato.

o l’utilità della gestione.

o

- Il legato per damnationem era una disposizione testamentaria, con cui si imponeva

all’erede di trasferire a un terzo la proprietà della cosa, o di costituire in favore di questi

un diritto reale. Da questo istituto nasceva solo l’obbligo dell’erede di adempiere alla

volontà del testatore, e quindi un actio in personam del terzo nei suoi confronti. 52

- Il legato sinendi modo era un disposizione testamentaria con cui si imponeva al terzo di

appropriarsi di un bene appartenente al patrimonio ereditario. La differenza tra i due

sta nel fatto che nel primo l’erede era tenuto ad un facere; nel secondo l’erede era

tenuto ad un non facere (non opporsi).

- La pollicitatio era la promessa fatta ad una città di costruire un’opera pubblica, più

precisamente di finanziare la costruzione. Questa promessa si faceva in occasione di una

magistratura o di un sacerdozio. Nel diritto giustinianeo, poi, si affermò il principio

secondo cui il promittente non si vincolava con la promessa pura e semplice, ma solo se

avesse dato inizio all’esecuzione dell’opera.

- Il votum: consisteva nella promessa sacrale ad una divinità: l’impegno assunto nella sfera

religiosa aveva ad oggetto una certa prestazione propiziatoria o di ringraziamento.I

sacerdoti della divinità potevano chiedere l’adempimento della promessa mediante il

ricorso alla cognìtio extra òrdinem.

Tra le obbligazioni ex delictutroviamo:

- Actio de effusis et deiectis: azione concessa contro l’abitante della casa dalla quale

erano stati lanciati oggetti, solidi o liquidi, che avevano cagionato danni ai passanti.Se

lìautore del lancio era sconosciuto, l’abitante era costretto a risarcire comunque il

danno; se, invece, l’autore del lancio era conosciuto, contro costui veniva esperita la

normale actio lègis Aquìliæ.

La pena prevista ammontava al doppio della pena base nel caso di mero danneggiamento

del passante, mentre era pari alla somma fissa di 50.000 sesterzi, nel caso di morte dello

stesso.

- Àctio de pòsito vel suspènso:azione concessa contro l’abitante di una casa dal cui

balcone o tetto fosse caduto un oggetto (appoggiato oppure sospeso) cagionando danno

ai passanti.

L’azione era popolare e la condanna era prevista nella somma fissa di 10.000 sesterzi.

- Azione per responsabilità dei magistrati:in origine, essa era esercitabile contro il

giudice che si fosse appropriato di una res controversa, cioè oggetto di un giudizio.

Successivamente, si ritenne che l’azione fosse esercitabile anche contro il giudice che

avesse emesso una sentenza ingiusta per negligenza.

- Àctio adversus mensòrem qui fàlsum mòdum dìxerit: azione concessa contro

l’agrimensore che, nominato arbitro di una controversia in cui occorreva determinare i

confini tra due o più proprietà, avesse dolosamente indicato misure false.

- Azione per corruzione del servo: azione spettante al padrone di uno schiavo nei

confronti di chi lo avesse ospitato mentre era in fuga, o istigato alla commissione di atti

illeciti o comunque favoreggiato o persuaso a compiere gesti pericolosi che ne avessero

causato la morte o il ferimento.

In età giustinianea, fu esperibile anche dal padre per la corruzione del figlio.

- Azione per violazione del sepolcro: azione concessa contro chi violava l’altrui sepolcro

per seppellirvi un membro della propria famiglia o un estraneo.

Se l’azione veniva esperita dal titolare del sepolcro, la pena ammontava ad una somma di

danaro determinata dal giudice; se, al contrario, il titolare del sepolcro non esperiva

l’azione, essa diveniva azione popolare e la pena era pari alla somma fissa di 100.000

sesterzi.

- Àctio còntra nautas, caupònes, stabulàrios:azione concessa rispettivamente contro il

comandante di un’imbarcazione, l’albergatore o il titolare di una stalla; obbligava questi

ultimi al risarcimento del danno derivante da dolo o da furto delle cose loro consegnate

dai clienti.

- Àctio contra publicànum: azione concessa contro l’appaltatore delle imposte che si

fosse impossessato di cose di proprietà dei contribuenti. 53

FATTI MODIFICATIVI

Vi troviamo:

- Cessione del credito: non poteva mai prescindere dalla causa: se essa era stata operata

a titolo di compravendita, il cedente doveva garantire al cessionario (l’acquirente) la

sola esistenza del debito ceduto, il c.d. nòmen vèrum. Non era, invece, dovuta la

garanzia del buon fine del credito, e cioè del sicuro adempimento del debitore.

Il diritto romano postclassico, al fine di evitare speculazioni, indicò una serie di crediti

ritenuti incedibili:

i crediti litigiosi, quelli, cioè, oggetto di controversie giudiziarie;

o i crediti del pupillo (incedibili soltanto al tutore);

o

- Cessione del debito:non fu mai espressamente riconosciuta ed ammessa, come

autonomo negozio giuridico, in diritto romano. Il fine pratico della cessione del debito

poteva, tuttavia, esser raggiunto indirettamente:

facendo ricorso ad una expromìssio di un soggetto, che diventava il nuovo

o debitore: ciò determinava l’estinzione del debito originario, nonché di tutte le

garanzie reali e personali ad esso relative.

facendo subentrare in giudizio, in luogo del debitore originario, un nuovo

o soggetto, che assumeva le vesti di procuràtor in rem suam.

FATTI ESTINTIVI

L’estinzione dell’obbligazione indica il verificarsi di un atto o un fatto che provoca il venire

meno di un vincolo obbligatorio.

La più antica forma di estinzione fu la solutio per aes et libram, utilizzata per sciogliere le

obbligazioni derivanti da nexum. Consisteva in una mancipatio, durante la quale il nexus

dichiarava che l’atto era finalizzato alla sua liberazione. Questa solenne dichiarazione si

chiamava nuncupatio.

Successivamente, però, furono introdotti diversi atti estintivi:

- Adempimento: ad adempiere poteva essere il debitore o il terzo. Dovevano ricevere

l’adempimento o il creditore, o il suo rappresentate, il suo mandatario o il suo

procuratore. Nel caso di stipulatio, l’adempimento veniva fatto da due personaggi:

Adiectus solutionis causa: colui che veniva citato nella formula della stipulatio,

o al quale il debitore poteva dare, oltre che al creditore.

Adstipulator: colui che concludeva una seconda stipulatio, dalla quale nasceva un

o credito accessorio.

Poteva anche esserci un’altra forma di adempimento, cioè quella del datio in solutum,

con il quale il debitore, dopo il consenso del creditore, poteva adempiere

all’obbligazione con una prestazione diversa da quella dovuta.

- Acceptilatio: consisteva in una sorta di pagamento fittizio: il creditore dichiarava di aver

ricevuto dal debitore la prestazione dovuta, estinguendo con ciò l’obbligazione anche a

prescindere da un effettivo pagamento. L’istituto assunse ben presto anche la funzione di

remissione del debito.

- Stipulatio Aquiliana: consisteva in una trasformazione di tutti i debiti di una persona, in

una sola obbligazione da stipulatio al fine di estinguerli con una acceptilatio.

- Solutio per aes et libram: inizialmente si compiva come la mancipatio. In epoca classica

essa divenne una imaginaria solutio, cioè ebbe una funzione soltanto formale: ad essa si

ricorreva per fini di remìssio o di liberalità o comunque, per operare l’estinzione del

debito, indipendentemente dall’effettiva esistenza di una causa giustificativa di tale

estinzione. 54

- Novatio (novazione): consisteva nella sostituzione di una nuova obbligazione ad una

precedente, con la conseguente estinzione di quest’ultima. Per far ciò c’era bisogno di

qualcosa di nuovo, che poteva essere:

Un mutamento di soggetti.

o Se la persona con la quale si stipulava successivamente era la stessa, l’aggiunta di

o una condizione, di un garante o di un termine.

- Litis contestatio:consisteva nello scambio di dichiarazioni solenni e tra loro

incompatibili, tra le parti. Tali dichiarazioni erano pronunciate davanti a testimoni,

esplicitamente richiesti della loro presenza. Essa determinava l’oggetto del processo e

impegnava le parti alla soluzione della lite mediante la sentenza.

Modi di estinzione non elencati da Gaio:

- L’impossibilità sopravvenuta della prestazione: quando la prestazione diventava

impossibile per cause che non potevano essere collegate al debitore. Per valutare ciò, si

utilizzavano dei criteri generali: quando l’oggetto della prestazione era il denaro, nulla

poteva rendere impossibile l’obbligazione; se, invece, l’oggetto della prestazione era il

trasferimento di una cosa specifica, l’obbligazione si estingueva se la cosa cessava di

esistere indipendentemente dal debitore (es. se lo schiavo moriva perché malato,

l’obbligazione era estinta; se il dominus lasciava morire di fame lo schiavo,

l’obbligazione continuava ad esistere).

- L’acceptilatio letterale: per sciogliere il vincolo di expensilatio. Consisteva nella

registrazione da parte del creditore, nel libro-giornale delle entrate e delle uscite, del

pagamento della somma dovuta.

- Il pactum de non petendo:il creditore si impegnava per sempre, o per un determinato

periodo di tempo o al verificarsi di determinate circostanze, a non far valere il suo

credito. Dal momento che questo patto non estingueva l’obbligazione, il pretore, nel

momento in cui il creditore muovesse un’azione contro il debitore, concesse a

quest’ultimo un’exceptio che portava alla sua assoluzione.

- La morte: la morte estingueva sempre le obbligazioni da delitto; la morte di uno dei

contraenti estingueva i rapporti di società e di mandato; la morte del debitore estingueva

l’obbligazione dello sponsor e del fidepromissor.

- Il concursus causarum: il creditore otteneva successivamente, in base ad altro titolo, la

prestazione dovutagli: diventava in tal caso impossibile che il debitore potesse

adempiere, poiché egli non poteva trasferire la proprietà della cosa (oggetto della

prestazione) al creditore che già ne era divenuto proprietario.

- La compensazione: quando il credito di una persona si estingueva perché da esso veniva

tolto l’ammontare di un credito che il debitore aveva nei suoi confronti. Avveniva solo in

determinati casi:

Nei iudicia bonae fidei. Ad esempio nell’actio empiti, in cui il venditore non

o aveva provveduto alla consegna della cosa venduta, o, trattandosi di res mancipi,

non avesse effettuato la mancipatio; in questo caso il giudice poteva tener conto

dei crediti vantati dal debitore, e condannare il convenuto al residuo.

Nei casi di un actio de peculio per i debiti di un filius familias, l’attore quindi

o detraeva ciò che gli spettava dal paterfamilias.

- La confusione: quando la posizione del debitore e del creditore si identificavano in capo

ad uno stesso soggetto (es. il creditore diventava erede del debitore).

- Il contratius consensu: la decisione consensuale delle parti che manifestavano la volontà

di estinguere il contratto. 55

PARTICOLARI TIPI DI OBBLIGAZIONI

Si distinguono in:

- Obbligazioni naturali: rapporti sociali che non conferivano al creditore il potere di

portare in giudizio il debitore per costringerlo all’adempimento.

L’ipotesi più rilevante di obbligazione naturale era costituita dalle obbligazioni contratte

da schiavi: i Romani negavano che potesse esistere una obligatio a carico di uno schiavo,

a causa della sua incapacità giuridica patrimoniale e processuale. Successivamente si

ammise che lo schiavo potesse contrarre debiti, sia verso il dòminusche verso i terzi: se

lo schiavo pagava, il pecùlium diminuiva e il dominus non poteva ripetere quanto lo

schiavo aveva pagato.

Gli stessi principi si affermarono per le obbligazioni contratte dal filius familias, nei limiti

del peculio, verso i terzi oppure, indipendentemente dal peculio, verso il rispettivo pater

familiaso verso un altro filius sottoposto alla medesima potestas. Se il filius pagava il

terzo, il pater non poteva ripetere quanto pagato. Il diritto si occupò delle obbligazioni

naturali:

Concedendo al creditore la soluti retentio.

o Ammettendo che un’obbligazione naturale fosse garantita con una fideiussio.

o Ammettendo che l’obbligazione naturale fosse garantita con una dazione di un

o pegno sia da parte del servo, sia da parte di un terzo.

- Obbligazioni alternative: quando venivano dedotte come oggetto dell’obbligazione due o

più prestazioni, ma il debitore doveva eseguirne solo una. Nacque il problema di

individuare la persona che doveva scegliere tra le prestazioni dell’obbligazione:

Se non era specificato, la scelta spettava al debitore. Egli poteva cambiare

o opinione fino al momento dell’adempimento.

Se la scelta spettava al creditore, egli, scegliendo la prestazione, concentrava su

o di essa l’obbligazione, che si estingueva solo quando la prestazione veniva

eseguita.

Se la scelta spettava ad un terzo, questa non poteva essere più cambiata una

o volta che veniva comunicata alle parti.

Un altro problema fu nel caso di perimento delle cose oggetto dell’obbligazione:

Se la scelta spettava al debitore, il perimento di una cosa concentrava

o l’obbligazione sull’altra.

Se la scelta spettava al creditore, se il perimento non dipendeva dal debitore,

o l’obbligazione si concentrava sulla cosa superstite.

- Obbligazioni generiche: l’oggetto della prestazione non viene determinato nella sua

individualità, ma sulla base della sua appartenenza ad un genus.

Il genere non è soggetto a perimento, quindi non si estingue mai e la prestazione è

sempre possibile. Se la decisione dell’oggetto spettava al debitore, egli poteva scegliere

tra tutte le cose appartenenti al genus; se la scelta spettava al creditore, l’obbligazione

si concentrava su un determinato oggetto nel momento in cui egli avanzava

giudizialmente la sua pretesa.

- Obbligazioni con pluralità di soggetti: quelle dove i soggetti sono più di due,

distinguiamo: 56

Obbligazioni parziarie: nel caso di un contratto concluso tra più parti, i debiti e i

o crediti dovevano essere divisi tra i debitori e i creditori in base al loro numero;

per far ciò, ovviamente, la prestazione doveva essere divisibile.

Obbligazioni solidali: da un rapporto nascevano rapporti obbligatori a più

o soggetti, ciascuno dei quali potevano richiedere o essere tenuti ad adempiere per

l’intero. Nel caso di più creditori, si parla di solidarietà attiva; nel caso di più

debitori, si parla di solidarietà passiva. Queste obbligazioni si dividono in:

Obbligazioni solidali cumulative: quelle che nascevano da atto illecito,

▪ caratterizzate quindi dalla cumulatività. Nascevano, quindi, tanti rapporti

obbligatori, quante erano le persone che avevano commesso l’illecito.

Obbligazioni solidali elettive: quelle che nascevano da atto lecito, si ha

▪ una sola obbligazione fissata in capo a più persone. Uno qualsiasi dei

creditori poteva esigere la prestazione da parte del debitore; uno qualsiasi

dei debitori poteva adempiere la prestazione al creditore.

Un particolare tipo di obbligazioni erano le obbligazioni correali: per

costruire un’obbligazione attivamente solidale, i creditori rivolgevano

l’uno dopo l’altro la stessa domanda al debitore e alla fine il debitore

rispondeva una sola volta “spondeo”; per costruire un’obbligazione

passivamente solidale, il creditore interrogava l’uno dopo l’altro i debitori,

e questi alla fine rispondevano tutti insieme “spondeo”. 57

8. DIRITTI REALI E POSSESSO

Nel linguaggio romano, il termine “res” indicava le entità corporali che servivano a realizzare

bisogni materiali. Per essere “res” in senso giuridico dovevano avere un’utilità concreta ed

essere accessibili.

I romani definivano le “ cose” in senso giuridico come “beni”, sia perché questo termine

indicava un valore economico-giuridico; sia perché venivano incluse anche entità che non erano

cose (es. schiavi).

I diritti reali e i diritti di credito vengono distinti in base alle azioni che li tutelavano: le

actiones in personam per i diritti di credito e le actiones in rem per i diritti reali.

È “in personam” l’azione con la quale si agisce nei confronti di un’altra persona per contratto o

delitto;

è “in rem” l’azione con la quale una persona afferma che una cosa corporale è la propria, o le

spetta per diritto.

Le caratteristiche dei due diritti si basano sulla intentio: l’intentio dell’actio in personam

esprime un dovere del convenuto, il cui nome appare nella formula; l’intentio dell’actio in rem

esprime l’appartenenza di una cosa all’attore, quindi il nome del convenuto non compare in

questa formula, ma solo nella condemnatio.

CLASSIFICAZIONE DELLE RES

Le res mancipi erano: l’appezzamento di terra coltivato intensivamente, la casa, gli schiavi, gli

animali da tiro e da soma, le strade e i sentieri sul terreno di altri dove si poteva passare. Se si

passava a piedi o a cavallo si parlava di iter; se si passava con carri si parlava di via; se si

trattava di un tratturo per greggi, si parlava di actus; se attraverso un condotto situato su un

fondo altrui si poteva portare l’acqua al proprio fondo, si parlava di aquaeductus.

Le res nec mancipipur essendo collegate alla vita della familia, non erano indispensabili per la

stessa ma ne costituivano mera fonte di ricchezza ed erano sottoposte ad un regime giuridico

diverso (es. le servitù prediali).

Oltre a questa di cui abbiamo appena parlato, vi era anche un’altra distinzione:

- Le cose di diritto divino e di diritto umano:erano le cose sacre (consacrate agli dei

superi, come i templi); le cose religiose (consacrate agli dei degli inferi, come le tombe)

e le cose sante (come le mura e le porte della città).

- Le cose pubbliche e private:erano pubbliche le cose che appartenevano al popolo

romano e anche le cose comuni a tutti (come il mare). Sia le cose pubbliche che le cose

di diritto divino non potevano far parte di un patrimonio privato e non potevano essere

commerciate; in contrapposizione con quelle che potevano far parte di un patrimonio

privato e che potevano essere oggetto di commercio.

- Le cose corporali e le cose incorporali:corporali le cose che si potevano toccare, come

fondi, schiavi, vesti; sono incorporali le cose che non si potevano toccare, che però

avevano una rilevanza giuridica, come l’usufrutto e le obbligazioni.

- I beni consumabili e i beni inconsumabili:consumabili le cose che potevano essere

utilizzate solo una volta, quindi con l’uso si distruggevano (derrate), si trasformavano

(materie prime) e si alienavano (denaro). Inconsumabili erano tutti gli altri beni.

- Le cose fungibili e le cose infungibili:fungibili le cose che potevano essere sostituite da

altre della stessa specie (una certa quantità di denaro). Infungibili erano tutte le altre

cose. 58

- I beni divisibili e i beni indivisibili:divisibili i beni che potevano essere divisi

materialmente senza perire e senza subire un pregiudizio economico di una certa entità.

Indivisibili erano tutti gli altri beni.

MANCIPIUM

Il mancipium fu l’originario rapporto giuridico assoluto. Il soggetto attivo era il paterfamilias;

oggetto erano tutti gli elementi che costituivano la famiglia, tra cui:

- Tutti i discendenti in linea maschile, chiamati filii familias.

- Gli adrogati, cioè i paterfamilias estranei che si erano spontaneamente assoggettati ad

un altro pater di cui diventavano filii.

- Le uxores in manu, cioè le donne provenienti da altre famiglie.

- I membri di altre famiglie che il pater aveva acquistato.

- I servi, cioè i prigionieri di guerra provenienti da altre comunità politiche.

- La domus, cioè l’abitazione familiare insieme al podere circostante e, successivamente,

il fondo agricolo ottenuto grazie alla ripartizione e all’assegnazione delle terre.

- Gli animali domestici di maggiore importanza, destinati ai lavori agricoli e ai servizi

familiari.

La condizione giuridica di tutti questi elementi non era uguale per tutti:

- La casa, il fondo e gli animali erano oggetti giuridici per loro natura, quindi non

avrebbero mai potuto cambiare questa loro condizione.

- I filii e le mogli erano sottoposti temporaneamente al pater, in quanto potevano essere

affrancati o dismessi per effetto del divorzio, tornando alla loro condizione giuridica

precedente.

- I servierano oggetti giuridici normali, ma potevano essere affrancati e quindi diventare

liberi, ma anche cittadini romani e persone sui iuris.

- I discendenti agnatizi erano oggetti giuridici temporanei, definiti soggetti giuridici, in

quanto potevano diventare indipendenti con la scomparsa del paterfamilias della loro

stirpe.

DOMINIUM EX IURE QUIRITIUM

Il dominium ex iure Quiritium era l’istituto fondamentale dei rapporti dominicali e

paradominicali, riconosciuto e regolat dal ius civile vetus. Esso, però, da una parte presentava

un ambito meno esteso del mancipum, perché aveva ad oggetto solo le res e non le persone

(anche se venivano inclusi gli schiavi); dall’altro, comportava un allargamento dei confini

originari del mancipium, potendo avere ad oggetto sia res mancipi che nec mancipi.

I soggetti attivi del dominium erano i cittadini romani (sui iuris) e gli stranieri ai quali era

riconosciuto il ius commercii (latini).

L’oggetti del dominium erano tutte le cose commerciabili. Il dominium ad oggetto immobiliare

(dominio fondiario) era ammesso solo per estensioni di terra sul territorio romano. La proprietà

immobiliare venne concepita come concessione fatta dalla Repubblica alle famiglie. Si trattava

di un diritto illimitato, in quanto si poteva usare e abusare della res.

Il dominium ex iure Quiritium veniva definito tale per distinguerlo dalla proprietà pretoria. Per

capire il motivo di ciò occorre partire da un passo di Gaio: inizialmente per i romani la proprietà

era unica, quindi un soggetto o era dominus di un bene, o non poteva essere considerato tale.

Successivamente, però, i romani ammisero che il dominum poteva essere duplice: un soggetto

aveva il dominium ex iure Quiritium su un bene e un altro aveva questo stesso bene in bonis (nel

suo patrimonio).

L’introduzione di questa duplice possibilità derivava dalla decisione del pretore di concedere una

tutela processuale a chi avesse acquistato una res mancipi senza far ricorso alla mancipatio o

alla in iure cessio. L’acquisto della res mancipi richiedeva diverse formalità, che ostacolavano le

esigenze del commercio, per questo motivo il pretore decise di aggirare l’ostacolo concedendo

59

l’actio Publiciana: il pretore fingeva che fosse trascorso, a favore dell’acquirente, il tempo

dell’usucapione (due anni per cose immobili, un anno per le cose mobili), rendendolo in questo

modo proprietario.

A completare la tutela processuale vennero concesse delle eccezioni, come l’exceptio rei

venditae et traditae, concessa contro il dominus che agiva con l’azione di rivendica: il pretore

la concedeva se gli risultava che la cosa rivendicata era stata oggetto di un compravendita ed

era stata consegnata al compratore mediante tradìtio; quest’ultima non trasferiva il domìnium

ex iùre Quirìtium, ma solo il possesso, per cui sulla res gravavano, insieme, il dominium del

cedente e l’in bonis habere dell’acquirente.

Nacque così una situazione di vantaggio in capo a coloro che avevano ricevuto questa tutela;

infatti colui che aveva la cosa in bonis prevaleva su colui che aveva la cosa in dominium ex iure

Quiritium. Questa situazione venne chiamata in bonis habere.

Il dominium ex iura Quiritium conferiva al al titolare un ampio potere sulla cosa: egli poteva

usarla, goderne i frutti, trasferire ad altri i poteri che aveva su di essa e distruggerla. Questi

poteri, però, non erano illimitati:

- Limitazioni per tutelare i diritti dei proprietari vicini (es. la regola che vietava di fare sul

proprio terreno lavori che alterassero il deflusso delle acque piovane).

- Limitazioni legate al valore di alcuni beni che, anche se privati, originariamente avevano

avuto per la comunità (es. il divieto di uccidere il proprio bue).

- Limitazioni volte a garantire la vivibilità del complesso urbano:ambitus, cioè lo spazio di

cinque piedi che doveva essere lasciato libero tra gli edifici; limes,cioè lo spazio di

cinque piedi che, al momento di assegnazione della terra, doveva essere lasciato libero

intorno ogni appezzamento.

Per garantire che queste limitazioni venissero rispettate, il pretore concesse due interdetti:

- Per il taglio degli alberi:concesso a favore del proprietario di un fondo, qualora gli alberi

del fondo vicino sporgessero sul suo ad un’altezza inferiore ai 15 piedi. Se il proprietario

dell’albero non recideva i rami bassi, il proprietario del fondo sul quale sporgevano aveva

facoltà di farsi giustizia da sé, recidendo personalmente i rami di altezza inferiore a

quella consentita.

- Per la raccolta di frutti:a favore del proprietario di un albero che protendeva rami

fruttiferi su un fondo vicino: il pretore, con l’interdictum, lo autorizzava ad entrare nel

fondo sul quale i rami sporgevano per raccoglierne i frutti ogni tre giorni.

I MODI DI ACQUISTO del dominium ex iure Quiritium erano:

A titolo originario:

- Incrementi fluviali: basato sul principio che i proprietari rivieraschi (ossia i proprietari di

fondi confinanti con corsi d’acqua) acquisivano in proprietà ogni incremento che il corso

d’acqua avesse naturalmente apportato ai loro fondi, purché concorressero due requisiti:

il corso d’acqua doveva essere pubblico; i fondi rivieraschi dovevano avere un confine

individuato dalla riva del corso d’acqua. In questa categoria rientravano:

Adiluvio:era l’incremento di un fondo, che ha luogo lentamente, attraverso il

o deposito (causato dallo scorrere di un fiume) di detriti sul fondo stesso.

Avulsio:era l’incremento che aveva luogo nei casi in cui l’impeto del fiume

o staccava una porzione di terreno da un fondo, trascinandola su un altro

fondo.L’acquisto della proprietà aveva luogo, in favore del titolare del fondo che

aveva ricevuto l’incremento, solo nel momento in cui la parte staccata si fosse

stabilmente incorporata nel fondo (ad es., quando gli alberi avessero immesso

radici nel terreno). 60


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fran_93

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fran_93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sannio - Unisannio o del prof McClintock Aglaia.

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