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La declassificazione da rifiuto pericoloso a rifiuto non pericoloso non

può essere ottenuta attraverso una diluzione o una miscelazione del

rifiuto che comporti una riduzione delle concentrazioni iniziali di

sostanze pericolose.

La riconduzione di una sostanza, di un prodotto o di un oggetto al

concetto di rifiuto comporta una serie di obblighi in capo ai relativi

produttori e detentori: di munirsi di previa autorizzazione o in altri

casi di iscrizione o comunicazione dell’attività di gestione ad organi ed

enti pubblici; di annotazione in registri di carico e scarico.

Per “gestione” dei rifiuti si intende la complessiva fase che, una volta

prodotto il rifiuto, abbraccia “la raccolta, il trasporto, il recupero e lo

smaltimento compresi il controllo di tali operazioni e gli interventi

successivi alla chiusura dei siti di smaltimento”.

La disciplina in materia di gestione dei rifiuti si applica fino alla

cessazione della qualifica di rifiuto, e cioè fin tanto che non sia stato

sottoposto ad una operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la

preparazione per il riutilizzo.

Scopo del legislatore è dunque di tracciare il percorso di vita del

rifiuto, dal momento della sua produzione fino allo smaltimento o al

recupero, in modo da prevenire abusi nella gestione.

L’esigenza di tracciare in modo affidabile il percorso del rifiuto ha

portato il legislatore alla costruzione di un articolato e tormentato

sistema informatizzato di controllo della tracciabilità dei rifiuti

denominato SISTRI. In sintesi, talune categorie di gestori dei rifiuti hanno

l’obbligo di aderire ad un sistema informatico che consentirà di verificare in

tempo reale i dati relativi al rifiuto prodotto.

Altre categorie non sono tenute o hanno la mera facoltà di aderire al SISTRI su

base volontaria; in caso contrario hanno l’obbligo di tenere un registro di carico

e scarico su cui devono annotare le informazioni sulle caratteristiche qualitative

e quantitative dei rifiuti; analogamente, in caso di trasporto di rifiuti, coloro che

non hanno aderito al SISTRI devono accompagnare il rifiuto con un formulario

di identificazione dal quale risulti il nome e l’indirizzo del produttore del rifiuto e

del detentore; l’origine, la tipologia e la quantità del rifiuto; l’impianto di

destinazione; la data e il percorso dell’istradamento; il nome e l’indirizzo del

destinatario. In sostanza, conviveranno due sistemi di tracciabilità: l’uno di

natura informatica (SISTRI); l’altro, che dovrebbe riguardare piccoli produttori di

rifiuti non pericolosi, di natura cartacea.

Ovviamente, i costi burocratici ed economici della gestione legale dei rifiuti

sono enormemente più alti dei costi della gestione illegale, in larga parte nelle

mani delle cosiddette ecomafie.

Di qui, da un lato, le pressioni del mondo economico per evitare la riconduzione

di questo o quell’oggetto o sostanza alla disciplina dei rifiuti; dall’altro la

tentazione di alcuni produttori di rifiuti di eludere la relativa disciplina

conferendoli ad operatori illegali che garantiscono costi assai più bassi di

smaltimento.

Il produttore e il detentore di rifiuti sono gravati da vari oneri: in

particolare, qualora non smaltiscano “in proprio”, soggiacciono ad

obblighi determinati nella scelta dei soggetti cui consegnare i rifiuti.

Spetta al produttore e al detentore l’onere di controllare la

sussistenza, in capo al soggetto cui sono conferiti i rifiuti, delle

autorizzazioni alla gestione del rifiuto; in caso contrario risponde a titolo di

concorso nel reato.

2. LA CLASSIFICAZIONE DEI RIFIUTI

I rifiuti sono classificati secondo l’origine in rifiuti urbani e in rifiuti speciali;

secondo le caratteristiche di pericolosità in pericolosi e non pericolosi.

Sono rifiuti urbani:

i rifiuti domestici provenienti da abitazioni

 i rifiuti non pericolosi non provenienti da abitazioni

 i rifiuti provenienti dallo spazzamento strade

 i rifiuti giacenti su strade o aree pubbliche

Sono viceversa rifiuti speciali quelli derivanti:

da attività agricole e agro industriali

 i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione

 da lavorazioni industriali e artigianali e da attività commerciali e di

 servizio

da attività sanitarie

La normativa penale italiana ha ad oggetto sia i rifiuti pericolosi che quelli non

pericolosi; scelta, quest’ultima, discutibile sul piano dell’extrema ratio che

dovrebbe presiedere alle scelte di incriminazione, potendo bastare alla

repressione della gestione illecita di rifiuti non pericolosi sanzioni di natura

amministrativa. Di regola, invece, la natura pericolosa dei rifiuti comporta un

mero aggravamento della pena rispetto alle varie fattispecie in tema di rifiuti

non pericolosi.

3. LIMITI AL CAMPO DI APPLICAZIONE DELLA DISCIPLINA SUI

RIFIUTI

Il legislatore ambientale ha espressamente sottratto determinati oggetti e

sostanze dalla disciplina della parte quarta del d.lgs. n° 152/2006. L’esclusione

vale per determinate tipologie di oggetti o sostanze in sé considerate:

emissioni costituite da effluenti gassosi emessi nell’atmosfera

 il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel

 corso di attività di costruzione

i rifiuti radioattivi

 i materiali esplosivi in disuso

 le materie fecali, materiale vegetale non pericoloso utilizzati in

 agricoltura

L’esclusione vale inoltre per determinati oggetti o sostanze in quanto regolati

da altre disposizioni:

le acque di scarico

 i sottoprodotti di origine animale

 le carcasse di animali morti

 i rifiuti risultanti dall’estrazione e trattamento di risorse minerali

La giurisprudenza ha chiarito come per “rifiuto liquido” debba

intendersi quello relativo a scarico indiretto, in tutti i casi nei quali si

ha interruzione del deflusso tra luogo di produzione e immissione nel

corpo ricettore: tipicamente nel caso di conferimento del liquido in vasche a

tenuta stagna dalle quali il refluo venga successivamente prelevato e

trasportato altrove tramite autobotte.

Viceversa, lo scarico diretto, senza soluzione di continuità tra la fonte

del rifiuto liquido e il luogo di immissione, è disciplinato dalla

normativa sulle acque.

Ad analoghe conclusioni la giurisprudenza è pervenuta in relazione alle

emissioni in atmosfera.

4. I SOTTOPRODOTTI

Al di là delle esclusioni riferite a determinate tipologie di oggetti o sostanze

sopra riportate, vi sono esclusioni riferite a categorie più ampie, rappresentate

dai sottoprodotti e dalla cessazione della qualifica di rifiuto con trasformazioni

in altri prodotti o sostanze.

Il sottoprodotto è una qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfa le

condizioni di cui all’art. 184-bis, comma 1, o che rispetta i criteri

stabiliti in base all’art. 184-bis, comma 2.

Le condizioni che devono essere congiuntamente soddisfatte ex art.

184-bis, comma 1, sono le seguenti:

la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione,

 di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è

la produzione di tale sostanza od oggetto;

è certo che la sostanza o l’oggetto sarà utilizzato, nel corso dello

 stesso o di un successivo processo di produzione, da parte del

produttore o di terzi;

l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto

 soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti

riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente

e non porterà a impatti complessivamente negativi sull’ambiente

o sulla salute umana;

la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza

 alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica

industriale.

La definizione di sottoprodotto chiarisce che l’oggetto o la sostanza

possono essere utilizzati non solo dal produttore originario nel

medesimo processo produttivo, ma anche in altro ciclo produttivo da

altro produttore, ovvero possono essere utilizzati da terzi.

Rimane fuori dalla definizione di sottoprodotto il residuo originato dal

consumo, e non dalla produzione.

Il sottoprodotto deve altresì costituire parte integrante di un processo

di produzione il cui scopo primario siano altri.

La prova della destinazione dell’oggetto al riutilizzo deve essere certa.

L’onere della prova circa la sussistenza dei requisiti in forza dei quali

una sostanza od oggetto possa dirsi sottoprodotto spetta alla difesa. Il

legislatore non richiede prove legali, lasciando la valutazione delle prove al

libero apprezzamento del giudice.

Occorre altresì che l’utilizzo del sottoprodotto sia legale, e che non

comporti impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute

umana. L’importante è che l’impatto ambientale relativo all’impiego

del sottoprodotto nel ciclo di produzione sia inferiore o uguale a

quello che sarebbe derivato dallo smaltimento del residuo come

rifiuto, comprese le fasi (ad esempio il trasporto) ad esse strumentali.

Problematico risulta il nuovo requisito dell’utilizzo diretto senza alcun

ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale. Tale

formula presuppone la compatibilità del sottoprodotto con taluni

trattamenti preliminari del residuo di produzione, purché tali

trattamenti non divergano dalla normale pratica industriale. Ove i

trattamenti fuoriescano dalla normale pratica industriale si avranno

operazioni di gestione del rifiuto, tipicamente di suo recupero.

Venuto meno il riferimento ai trattamenti preventivi e alle trasformazioni

preliminari, si è posta la questione della compatibilità della nuova disciplina con

trattamenti più o meno modificativi del residuo.

La natura di sottoprodotto del residuo non è incompatibile, come in

passato, con qualunque trattamento preventivo o di trasformazione

preliminare, bensì solo con quelli che fuoriescono dalla normale

pratica industriale del settore di riferimento e del relativo processo

produttivo.

Il concetto di “normale pratica industriale” richiederà verosimilmente l’apporto

di consulenti e periti esperti dei vari settori di trattamento del residuo.

Occorrerebbe dunque verificare, in relazione al settore industriale di

destinazione del residuo, se determinate operazioni, indipendentemente

dal loro impatto minimale o radicale sulle sue caratteristiche originarie, siano

normalmente praticate.

In definitiva, potranno oggi ritenersi sottoprodotti i residui di

produzione destinati al riutilizzo sia qualora oggetto di trattamenti

“minimi”, tali da non far perdere all’oggetto le proprie caratteristiche

merceologiche e qualitative originali, sia qualora oggetto di

trattamenti più “spinti”, purché in entrambi i casi si tratti di

operazioni rientranti della normale pratica industriale del settore

produttivo di riferimento.

La vaghezza e opinabilità del concetto di “normale pratica industriale” rende

quanto mai urgente l’emanazione dei decreti del Ministero dell’ambiente

del territorio e del mare (previsti dall’art. 184-bis, comma 2, TUA) con

i quali “possono essere adottate misure per stabilire criteri qualitativi

o quantitativi da soddisfare affinché specifiche tipologie di sostanze

od oggetti siano considerati sottoprodotti e non rifiuti.”

In prospettiva critica, il riferimento alla “normale pratica industriale” appare

troppo timido.

Posto che obiettivo dichiarato del legislatore è di ridurre la produzione di rifiuti,

il riutilizzo come sottoprodotto andrebbe perseguito non solo nell’ambito delle

normali pratiche industriali ma anche delle buone pratiche, attraverso metodi

di riutilizzo innovativi e all’avanguardia.

Nella tipologia del sottoprodotto può rientrare, a date condizioni, la controversa

categoria delle terre e rocce da scavo.

Il Ministero dell’ambiente ha dettato le condizioni in presenza delle

quali le terre e le rocce da scavo possono considerarsi sottoprodotti:

il materiale da scavo è generato durante la realizzazione di

 un’opera, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo

primario non è la produzione di tale materiale

il materiale da scavo è utilizzato in conformità al Piano di Utilizzo

 nel corso dell’esecuzione della stessa opera o di un’opera

diversa o in processi produttivi in sostituzione di materiali di

cava

il materiale da scavo soddisfa i requisiti di qualità ambientale

 il materiale da scavo è idoneo ad essere utilizzato direttamente,

 ossia senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale

pratica industriale.

In assenza di anche uno solo dei requisiti citati, il materiale da scavo sarà da

qualificarsi come rifiuto.

Il responsabile penale di eventuali violazioni delle prescrizioni contenute nel

Piano di Utilizzo sembra da identificare più univocamente nell’esecutore.

La disciplina delle terre e rocce da scavo non provenienti da attività od opere

soggette ad AIA è dettata in modo analitico dall’art. 41-bis. Tale articolo onera il

produttore, che voglia trattare il materiale da scavo come sottoprodotto ex art.

184-bis TUA, alla dimostrazione di una serie di condizioni, attestabili tramite

autocertificazione da presentare all’ARPA. In caso contrario, il materiale da

scavo sarà considerato rifiuto, anche ai fini penali.

5. IL RECUPERO DEL RIFIUTO

Antecedentemente all’ultima riforma della parte quarta del TUA introdotta con

il d.lgs. 205/2010, il legislatore prevedeva che determinate materie, sostanze e

prodotti, definiti secondari, fossero sottratti alla disciplina dei rifiuti.

A seguito della riforma, la categoria delle materie, sostanze e prodotti

secondari è stata formalmente abrogata.

Contestualmente è stato però introdotto l’art. 184-ter, rubricato

“cessazione della qualifica di rifiuto”, il quale ribadisce il concetto

secondo il quale non è più rifiuto la sostanza o l’oggetto che consegua

ad un’operazione di recupero del rifiuto e presenti certe

caratteristiche tecniche.

Le operazioni di recupero tramite trattamento del rifiuto si

distinguono dal sottoprodotto sotto vari profili.

In primo luogo, l’oggetto del trattamento, nel caso del sottoprodotto

non è un rifiuto, ma un residuo di produzione dotato delle

caratteristiche di cui all’art. 184-bis, mentre nel caso di operazioni di

recupero è un rifiuto che dovrà perdere tale natura divenendo altro.

In secondo luogo, le operazioni compatibili con il riutilizzo del

sottoprodotto sono quelle minime tali da non mutare l’identità

dell’oggetto o sostanza, sempre che rientrino nella normale pratica

industriale; le operazioni caratterizzanti il recupero del rifiuto

potranno essere sia operazioni di trasformazione merceologica del

rifiuto, sia di minima incidenza sulle caratteristiche del rifiuto,

laddove non rientranti nella normale pratica industriale.

Occorre che il rifiuto soddisfi i criteri specifici da adottare nel rispetto

delle seguenti condizioni:

la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi

 specifici

esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto

 la sostanza od oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi

 specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti

applicabili ai prodotti

l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti

 complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana

L’onere della prova della sussistenza dei citati requisiti ricade

sull’imputato.

Ovviamente, qualora gli oggetti o le sostanze, pur avendo in astratto taluni dei

requisiti oggettivi di cessazione della natura di rifiuto, vengano in concreto

abbandonati o smaltiti, essi andranno qualificati come rifiuti

6. I SOGGETTI

I reati in materia di rifiuti sono comuni, potendo essere commessi da

chiunque tiene la condotta incriminata.

Fa eccezione l’art. 256, comma 2 (abbandono di rifiuti), il quale

punisce i titolari di imprese e i responsabili di enti che abbandonano o

depositano in modo incontrollato i rifiuti.

Di fatto, la gran parte dei reati sono commessi nell’ambito di attività d’impresa,

posto che la produzione e la gestione di rifiuti sono quasi sempre appannaggio

di imprenditori e non di privati cittadini. In tali casi si pone il problema di

individuare, all’interno della persona giuridica, la o le persone fisiche

destinatarie della norma penale.

Specifici obblighi sono attribuiti dall’art. 188 TUA ai produttori e

detentori dei rifiuti.

Il produttore (“il soggetto la cui attività produce rifiuti e il soggetto al

quale sia giuridicamente riferibile”) e il detentore (“il produttore dei

rifiuti o il soggetto che ne è in possesso”) possono conferire i rifiuti a

soggetti autorizzati alle attività di recupero e di smaltimento.

L’art. 188, comma 1, TUA stabilisce che il produttore iniziale o altro

detentore conservino la responsabilità per l’intera catena di

trattamento dei rifiuti (principio di corresponsabilità tra tutti i

soggetti coinvolti nella filiera dei rifiuti), salvo i seguenti casi:

qualora il produttore e il detentore siano iscritti ed abbiano

 adempiuti agli obblighi del SISTRI

per i soggetti non iscritti al SISTRI, che raccolgono e trasportano

 i propri rifiuti non pericolosi, la responsabilità è esclusa sia nel

caso di conferimento dei rifiuti a servizio pubblico di raccolta, sia

di conferimento a soggetti autorizzati alle attività di recupero o

smaltimento, a condizione che il produttore sia in possesso del

formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario.

Pur trattandosi di reati commissivi sul piano strutturale, profili di

responsabilità per omissione vengono in discussione specialmente sul

piano concorsuale.

In tale ipotesi occorre verificare l’esistenza o meno di posizioni di garanzia in

capo ai soggetti richiamati.

Problemi di individuazione dei soggetti attivi si pongono nel caso in cui il reato

sia materialmente commesso da dipendenti di un certo datore di lavoro.

Il datore di lavoro, sul piano civilistico, è responsabile per i danni

arrecati dal fatto illecito dei domestici e commessi nell’esercizio delle

incombenze a cui sono adibiti (art. 2049 c.c.). Da tale disposizione

civilistica può desumersi un obbligo di vigilanza sull’attività di

dipendenti e ausiliari.

Naturalmente, in sede di accertamento della responsabilità penale,

occorrerà provare l’eventuale colpa del datore di lavoro, in base a

tutte le circostanze concrete.

Il proprietario non ha obblighi giuridici di impedire reati in materia di

rifiuti commessi da altri. Tale obbligo non può certo discendere dal

genericissimo principio di solidarietà ex art. 2 Cost.

In particolare, dall’art. 192 TUA sembra potersi desumere un

argomento contro la responsabilità penale del proprietario per i reati

di abbandono di rifiuti e di gestione abusiva dei rifiuti: la disposizione

fa salva la responsabilità degli autori dei relativi reati e si limita ad

enunciare la responsabilità solidale del proprietario e del titolare di

diritti reali in ordine alla rimozione dei rifiuti.

Nessun problema si pone nel caso in cui il reato comune sia costruito

“direttamente” in forma omissiva: in queste ipotesi, trattandosi di reati omissivi

propri, non occorre individuare alcuna posizione di garanzia.

7. LA DISCIPLINA SANZIONATORIA

La parte quarta del d.lgs. n° 152/2006 contiene un titolo dedicato al “sistema

sanzionatorio”: buona parte delle relative disposizioni prevedono sanzioni

penali, mentre alle sanzioni amministrative è attribuito un ruolo relativamente

marginale, rispetto a condotte reputate meno gravi, come l’abbandono di rifiuti

da parte di privati cittadini.

Il sistema di tutela contro l’inquinamento da rifiuti è dunque

imperniato sul diritto penale, mentre al diritto amministrativo spetta

un ruolo ancillare.

7.1 L’INOTTEMPERANZA ALL’ORDINANZA DEL SINDACO E LA

VIOLAZIONE DEL DIVIETO DI MISCELAZIONE DI RIFIUTI (ART.

255, COMMA 3, TUA)

L’art. 255 TUA, rubricato “abbandono di rifiuti”, prevede, oltre a

sanzioni amministrative pecuniarie per il privato cittadino che

abbandoni rifiuti, due fattispecie penali molto eterogenee:

il comma 3, parte prima, punisce con la pena dell’arresto fino ad

 un anno chiunque non ottemperi “all’ordinanza del Sindaco di

rimozione, di avvio al recupero o allo smaltimento dei rifiuti e al

ripristino dei luoghi.”

Destinatari dell’ordinanza possono essere sia coloro che materialmente

trasgrediscono il divieto di abbandono, sia, in solido, “il proprietario e i

titolari di diritti reali o personali di godimenti sull’area, ai quali tale

violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa”

“Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad

amministratori o rappresentanti di persona giuridica, sono tenuti in solido

la persona giuridica e i soggetti che siano subentrati nei diritti della

persona stessa”. Ovviamente alla persona giuridica che fosse

destinataria di un’ordinanza sindacale di rimozione di rifiuti non si

potrebbe mai applicare la pena dell’arresto. Neppure si potrebbe

applicare una sanzione amministrativa da reato, posto che ad oggi

nell’elenco dei reati fondanti la responsabilità amministrativa degli enti

non compare alcuna sanzione amministrativa prevista per il reato di

inottemperanza all’ordinanza sindacale. Piuttosto la persona giuridica

inottemperante all’ordine di rimozione dei rifiuti risponderà direttamente

per il diverso illecito di cui all’art. 255, comma 1, TUA (abbandono di

rifiuti).

L’art. 255, comma 3, TUA incrimina inoltre l’inadempimento

 all’obbligo di separazione dei rifiuti miscelati in violazione

dell’art. 187, comma 1, TUA, il quale vieta la miscelazione di

categorie diverse di rifiuti pericolosi nonché la miscelazione di

rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi. L’obbligo è subordinato

alla circostanza che la separazione sia “tecnicamente ed

economicamente possibile e a patto che la separazione non sia

pericolosa per la salute dell’uomo e per l’ambiente.”

Naturalmente l’impossibilità tecnica od economica impedirà il

sorgere dell’obbligo di separazione, il cui inadempimento è

penalmente sanzionato, ma non esimerà l’autore della

miscelazione vietata dal diverso e autonomo reato di

miscelazione illecita.

7.2 LA GESTIONE ABUSIVA DI RIFIUTI (ART. 256, COMMA 1)

L’art. 256, comma 1, TUA incrimina l’attività di gestione di rifiuti in

mancanza, a seconda delle ipotesi, di autorizzazione, iscrizione o

comunicazione.

La pena è, rispettivamente, dell’arresto in alternativa all’ammenda

ovvero dell’arresto e dell’ammenda, a seconda che la condotta

riguardi rifiuti non pericolosi o pericolosi.

La disposizione in esame punisce la raccolta, il trasporto, il recupero, lo

smaltimento, il commercio in mancanza di titolo abilitativo o di comunicazione.

Si tratta di un reato di pericolo astratto, punendo l’esercizio di attività

fuori del preventivo controllo della PA, quand’anche in concreto le

varie attività vengano svolte nel rispetto dell’ambiente.

Per il trasporto non autorizzato di rifiuti, l’art. 259, comma 2, prevede

la confisca del mezzo, sia in caso di sentenza di condanna che di

“patteggiamento”.

La disciplina amministrativa subordina le attività di intermediazione e

commercio, al pari di quelle di raccolta e trasporto di rifiuti, alla preventiva

iscrizione da parte dei loro esercenti all’Albo nazionale dei gestori ambientali.

I produttori iniziali di rifiuti pericolosi (nel limite di 30kg al giorno) e non

che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti sono

iscritti in un’apposita sezione dell’Albo nazionale gestori ambientali,

sulla base della presentazione di una previa comunicazione, a condizione che

tali operazioni costituiscano parte integrante ed accessoria dell’organizzazione

dell’impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti.

L’iscrizione abilita all’esercizio dell’attività richiesta per 5 anni.

In giurisprudenza all’assenza di titolo abilitativo si equiparano il titolo

scaduto e quello sospeso.

Tale interpretazione suscita perplessità.

Da un lato rischia di risolversi in un’interpretazione in malam partem,

posto che l’art. 256, comma 1, si riferisce alla mancanza di autorizzazione, e

non all’assenza di valida autorizzazione (come è invece previsto in tema di

inquinamento atmosferico).

D’altro canto, se l’interesse tutelato consiste nel permettere il

dispiegarsi delle funzioni di previo controllo della PA a tutela

dell’ambiente, queste sono comunque rispettate almeno nei casi nei

quali l’assenza di valida autorizzazione dipenda da questioni

burocratiche e non da irregolarità sostanziali.

Questione complessa riguarda i limiti del sindacato del giudice penale sull’atto

amministrativo sospettato di illegittimità, cioè di essere stato rilasciato in

contrasto con la legge (amministrativa).

Si osserva che la giurisprudenza più recente ha ritenuto l’astratta

configurabilità del reato di gestione non autorizzata di rifiuti in ipotesi

nelle quali il titolo abilitativo, formalmente esistente, risultava

tuttavia affetto da eclatanti profili di illegalità.

Secondo la Corte di Cassazione, il giudizio sulla configurabilità di reati

ambientali non solo non esclude il giudizio sulla legittimità di atti

amministrativi autorizzatori eventualmente rilasciati, ma anzi lo

impone, purché il giudizio (incidentale) non tocchi profili di

discrezionalità dell’atto (come sostenuto in tema di inquinamento idrico).

La tesi riportata, animata da condivisibili ragioni di tutela effettiva, si

scontra tuttavia con la lettera dell’art. 256 TUA, e dunque con il

principio di legalità: la disposizione non menziona alcuna clausola

(“abusivamente”) che possa costituire fondamento normativo al

potere del giudice penale di verificare la conformità del

provvedimento amministrativo alle normative di settore.

In giurisprudenza il reato di gestione abusiva di rifiuti è qualificato

assai frequentemente come reato comune. A ben vedere, però,

traspare la figura di un reato a soggettività ristretta, commissibile

solo dall’imprenditore. La condotta sanzionata dall’art. 256, comma 1, è

infatti riferibile solo a chi svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo,

determinate attività specificamente elencate.

Non possono essere soggetti attivi, in particolare, privati che occasionalmente

trasportino propri rifiuti verso il luogo in cui verranno abbandonati.

Il titolo abilitativo non è personale ma, anzi, esso riguarda

esclusivamente le tipologie di rifiuti indicate nel provvedimento

abilitativo; ove i rifiuti gestiti siano diversi da quelli autorizzati si avrà

gestione illecita.

Secondo la giurisprudenza il reato è istantaneo e si consuma anche in

presenza di un solo atto di raccolta, non essendo necessaria una pluralità

di atti, come pure potrebbe far pensare la lettera della legge (“attività”).

In verità, appare evidente che la disciplina penale della gestione

abusiva di rifiuti sottenda una disciplina amministrativa ritagliata su

attività di tipo imprenditoriale e/o di organizzazione di impresa stabile

destinata a plurime operazioni di gestione. Naturalmente si potrà trattare

di imprese di fatto, clandestine, e cioè prive di formale personalità giuridica.

Il trasporto occasionale non rileva penalmente in quanto tale, come

monade isolata, ma solo nella misura in cui le circostanze di fatto

dimostrino il suo inserimento in un’attività continuativa.

Il momento consumativo, e la conseguente competenza per territorio,

si avrà nel luogo e nel tempo in cui ha inizio la condotta, e cioè il

primo atto di raccolta, l’inizio del trasporto.

Più condotte dello stesso tipo integrano un’ipotesi di un unico reato

eventualmente abituale, con decorrenza del termine prescrizionale a partire

dall’ultima condotta.

Più condotte di tipo diverso integrano a nostro avviso un solo reato, attinendo a

diverse fasi di un unico iter criminis, rappresentato dalla gestione non

autorizzata.

In presenza di differenti tipologie di gestione abusiva, tra loro

collegate con approntamento di mezzi e persone, in uno con la frequenza

delle medesime e l’ingente quantitativo di rifiuti illegalmente trattati, potrà

eventualmente ritenersi integrato il più grave reato di attività

organizzata per il traffico illecito di rifiuti ex art. 260 TUA.

È controversa se la diversa e più severa cornice edittale prevista per i rifiuti

pericolosi costituisca circostanza aggravante della pena base o se viceversa le

due pene riguardino fattispecie autonome.

Sul piano strutturale i due precetti condividono un nucleo comune,

distinguendosi unicamente per la natura dei rifiuti. Da questo punto di vista

parrebbe che si profili una norma speciale per specificazione (la pericolosità dei

rifiuti).

L’esistenza di un rapporto di specialità è peraltro caratteristica necessaria ma

non sufficiente per qualificare la circostanza aggravante rispetto alla fattispecie

autonoma.

Parte della giurisprudenza e della dottrina, con l’intento di escludere

la pena per i rifiuti pericolosi da un eventuale giudizio di

bilanciamento con circostanze di segno opposto, affermano viceversa

la natura di fattispecie autonoma della gestione abusiva di rifiuti

pericolosi. Qualora la gestione abusiva abbia ad oggetto sia rifiuti pericolosi

che non pericolosi si avrebbe un’ipotesi di concorso di reati.

7.3 L’ABBANDONO DI RIFIUTI (ART. 256, COMMA 2)

L’abbandono di rifiuti è penalmente sanzionato dall’art. 256, comma 2,

TUA esclusivamente ove commesso da titolari di imprese o

responsabili di enti, non ove già commesso da privati cittadini: si tratta

dunque di un reato proprio.

Il discrimine tra illecito penale e illecito amministrativo è stato individuato dal

legislatore, a parità di condotta, nello status dell’autore del fatto di abbandono

o deposito incontrollato di rifiuti.

Agli occhi del legislatore, la differenza potrebbe risiedere in un dato

criminologico, e cioè nella presunzione di maggiore pericolosità quanto meno di

più frequente realizzazione di abbandoni di rifiuti nell’ambito di attività di

imprese, piuttosto che ad opera di privati.

Forse si sarebbe potuto fondare il discrimine tra illecito penale e illecito

amministrato sulla natura dei rifiuti abbandonati (pericolosi o non pericolosi)

e/o sulla loro quantità.

L’abbandono sussiste in presenza di condotte incompatibili con una

qualsiasi delle forme di legittima gestione dei rifiuti.

Si deve trattare di condotte occasionali ed episodiche, relative a

quantitativi modesti di rifiuti.

Qualora l’abbandono presenti caratteri di frequenza e/o di

significativa quantità sarà punito in base alla più severa fattispecie di

discarica abusiva.

In giurisprudenza rimane controversa la natura del reato di abbandono di rifiuti;

la tesi della natura istantanea del reato è la più coerente con la

struttura del reato. Il protrarsi dell’abbandono, infatti, non è autonomamente

rilevante.

Più complessa risulta la fattispecie di deposito incontrollato di rifiuti.

In giurisprudenza, si ritiene “incontrollato” il deposito temporaneo

realizzato dal produttore, nel luogo in cui i rifiuti siano prodotti, che

ecceda i limiti quantitativi o temporali (raggiungimento di 30 metri cubi

con il limite temporale di un anno).

Ad escludere il concetto sopra riportato di deposito incontrollato non varrebbe

dunque il fatto che il deposito di rifiuti sia sotto la sorveglianza del detentore e

magari che siano rispettate tutte le condizioni che garantiscono la salvaguardia

dell’ambiente: nell’interpretazione giurisprudenziale non rileva il

controllo fattuale-materiale del deposito, bensì la sua legittimità

giuridica.

In giurisprudenza, si è affermato che, una volta violate le condizioni richieste, il

relativo deposito vada qualificato come deposito preliminare ove finalizzato a

operazioni di smaltimento o recupero, oppure come deposito incontrollato

qualora non finalizzato a nessuna delle due operazioni.

In ogni caso si tratta di questione priva di rilievo pratico posto che, in caso di

mancata autorizzazione, il suo autore risponderebbe del reato di

gestione abusiva di rifiuti ex art. 256, comma 1, TUA.

7.4 LA COMBUSTIONE ILLECITA DI RIFIUTI (ART. 256-BIS)

La legge n° 6/2014 ha introdotto nel corpo del TUA l’art. 256-bis,

rubricato “combustione illecita di rifiuti”.

La nuova fattispecie è parte di un più ampio pacchetto di disposizione volte a

superare situazioni di emergenza ambientale in diverse regioni; è tuttavia

applicabile in tutto il paese, e mira a reprimere con sanzioni più robuste il

fenomeno dei roghi di rifiuti.

La norma tutela l’ambiente (in particolare la salubrità dell’aria e

l’integrità del suolo).

Nelle intenzioni del legislatore la fattispecie è funzionale anche alla

tutela della salute pubblica. Altre disposizioni dimostrano come il

complessivo intervento legislativo miri anche alla tutela della

sicurezza agro-alimentare.

Tuttavia, non vi sono agganci letterali o sistematici per concludere nel

senso della plurioffensività della fattispecie, che in definitiva tutela

esclusivamente l’integrità del suolo e la qualità dell’aria.

La norma contempla due fattispecie di pericolo astratto: l’una di

pericolo diretto (comma 1, combustione dei rifiuti), l’altra di pericolo

indiretto (comma 2, abbandono, gestione illecita e spedizione illecita

di rifiuti in funzione della successiva combustione).

In entrambi i casi, trattandosi di pericolo presunto, non è richiesto

l’accertamento in concreto della effettiva pericolosità per l’ambiente

causata dalla combustione dei rifiuti. Tuttavia, deve pur sempre

trattarsi di un pericolo reale, sicché non rileveranno penalmente

combustioni di rifiuti di durata minima o relative a quantità

particolarmente esigue.

La disposizione al comma 1 incrimina “chiunque appicca il fuoco a

rifiuti abbandonati o depositati in maniera incontrollata”.

In base al tenore letterale della norma non si punisce la combustione. Tuttavia,

la necessità dell’effettiva combustione dei rifiuti per integrare il

comma 1 si desume chiaramente da una serie di indici: l’appiccamento

del fuoco si verifica quando i rifiuti incominciano a bruciare; il comma 2

equiparare all’appiccamento del fuoco talune condotte preparatorie “in

funzione della successiva combustione”.

Il fuoco deve essere appiccato su rifiuti abbandonati o depositati in

maniera incontrollata: la fattispecie non si applica se la combustione,

per quanto illecita (non autorizzata), riguardi rifiuti regolarmente

stoccati.

Sono abbandonati i rifiuti dei quali il detentore si sia disfatto, ovvero sostanze

od oggetti che non siano destinati a riutilizzo come sottoprodotti, o rifiuti non

destinati a recupero o a smaltimento.

L’incendio di rifiuti non abbandonati o non depositati irregolarmente

potrà comunque essere punito ai sensi dell’art. 256 TUA, che punisce

lo smaltimento non autorizzato di rifiuti tramite incenerimento.

Se il fuoco è appiccato a rifiuti pericolosi, non importa se abbandonati

o depositati irregolarmente, si applica la pena da 3 a 6 anni di

reclusione (sarebbero da 2 a 5 anni di reclusione).

Secondo alcuni commentatori si tratta di fattispecie autonoma di reato e non di

circostanza aggravante.

Nel caso la fattispecie sia qualificata come aggravante andrà imputato

anche solo per colpa ex art. 59 c.p.; nel caso venga qualificata come

fattispecie autonoma occorre viceversa provare il dolo (coscienza e

volontà della pericolosità dei rifiuti).

Ai sensi del comma 1, il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei

luoghi, al risarcimento del danno ambientale e pagamento delle spese di

bonifica. Tale formula sembra alludere non già ad una sanzione accessoria di

natura amministrativa (secondo quanto usuale nel diritto penale ambientale),

bensì ad un obbligo di legge sanzionabile solo in caso di inadempimento.

La fattispecie di cui al comma 2 incrimina chiunque tiene la condotta

di abbandono di rifiuto, di gestione abusiva di rifiuti o di spedizione

illecita di rifiuti, in funzione della successiva combustione dei rifiuti.

Si tratta, secondo una parte della dottrina, di un delitto di attentato

(come il disastro innominato), che incrimina come reato consumato un

tentativo incompiuto.

Il dolo è specifico, non essendo necessaria l’effettiva combustione dei

rifiuti abbandonati, gestiti abusivamente o predisposti per la

spedizione illecita.

L’ipotesi del comma 2 assorbe le fattispecie di gestione abusiva e di

spedizione illecita di rifiuti, presupponendo appunto la realizzazione di tali

due contravvenzioni in funzione della successiva combustione.

Gli spazi per immaginare una concreta applicazione della fattispecie

appaiono estremamente esigui: dovrebbero potersi individuare un principio

di esecuzione e degli atti idonei, che però nel caso di specie finiscono con

l’esaurirsi nell’appiccamento del fuoco, il quale già integra il comma 2.

Pertanto, potrebbero rilevare solo atti immediatamente antecedenti al principio

di esecuzione (ad esempio il cospargere i rifiuti con sostanze infiammabili,

senza darvi fuoco).

La fattispecie in commento presenta profili di sospetta illegittimità

costituzionale: in particolare, il comma 2 non sembra compatibile con

il principio di offensività, posto che incrimina autonomamente come

delitto un fatto già autonomamente sanzionato da altre norme come

illecito amministrativo (l’abbandono di rifiuti) o come illecito contravvenzionale

(la gestione abusiva e la spedizione illecita di rifiuti), in forza dell’intenzione

dell’agente di appiccare il fuoco ai rifiuti oggetto delle precedenti

condotte illecite (il surplus di quantum sanzionatorio dipende

esclusivamente dalla finalità attribuita all’abbandono dall’agente).

Ciò tanto più in considerazione del fatto che la condotta di chi

abbandonasse rifiuti ponendo in essere atti idonei in modo non

equivoco a bruciarli sarebbe comunque punibile ex art. 256-bis, con la

più mite sanzione del delitto tentato.

Sicché parrebbe che il legislatore abbia equiparato alla combustione di rifiuti

addirittura la mera finalità soggettiva dell’agente di realizzarla.

Il delitto può essere commesso da chiunque; se il delitto di cui al

comma 1 è commesso da titolare di impresa o da soggetto

responsabile di “attività comunque organizzata”, o da altro soggetto

nell’ambito di tali imprese o attività, la pena è aumentata di 1/3.

Il comma 3 prevede un’aggravante ad effetto comune (fino ad 1/3),

rispetto alle fattispecie base contenute nel comma 1, in due distinte ipotesi:

In primo luogo, ove il fatto sia commesso “nell’ambito

 dell’attività di un’impresa”, ovvero di una struttura, non importa se

“ufficiale” o clandestina.

In secondo luogo, ove il delitto sia commesso nell’ambito di

 “un’attività organizzata”. Tale ultima formula sembra destinata a

coprire ipotesi residuali di attività organizzate non in forma di impresa.

Nel caso il delitto di cui al comma 1 sia aggravato in quanto commesso

nell’ambito di attività organizzata, si pone la questione dell’interferenza

con il delitto di traffico organizzato di rifiuti (art. 260 TUA); le due

figure concorrono essendo connotate da requisiti non identici.

L’aggravante si applica a colui che materialmente appicca il fuoco

nell’ambito dell’attività di impresa o comunque organizzata nonché al

titolare dell’impresa o al responsabile dell’attività comunque

organizzata, “anche sotto l’autonomo profilo dell’omessa vigilanza

sull’operato degli autori materiali del delitto comunque riconducibili

all’impresa”.

La norma individua una posizione di garanzia del titolare dell’impresa

o del responsabile dell’attività comunque organizzata più ampia di

quella già esistente in capo al datore di lavoro nei confronti del

dipendente (art. 2049 c.c.).

La formula citata sembra evocare una inaccettabile responsabilità

oggettiva in capo al titolare dell’impresa, che si aggiunge ad altra non

specificata, riferibile al concorso commissivo (morale o materiale). Onde

evitare interpretazioni contrastanti con il principio di colpevolezza, si

impone un’interpretazione costituzionalmente orientata, ovvero una

responsabilità almeno per colpa.

Sicché, i soggetti dotati dello status menzionato nel comma 3

risponderanno dell’omessa vigilanza sull’operato degli autori materiali

del delitto comunque riconducibili all’impresa o all’attività organizzata

non per la mera posizione, ma se e nella misura in cui sia loro

rimproverabile negligenza nel controllo delle operazioni legate al ciclo

dei rifiuti conclusosi con la combustione illecita.

Il comma 4 prevede l’aggravante fissa di 1/3 nel caso in cui il fatto di

cui al comma 1 avvenga in territori nei quali viga lo stato di

emergenza-rifiuti o anche in quello in cui tale stato sia stato

dichiarato nei 5 anni precedenti.

L’aggravante si giustifica sulla base della maggiore vulnerabilità dei luoghi nei

quali l’ordinamento riconosce esservi una situazione di emergenza in materia

di rifiuti.

Rimane dubbio se l’aggravante si applica solo ove il fatto sia commesso in

territori che, prima del fatto, siano stati dichiarati continuativamente in stato di

emergenza-rifiuti lungo tutto tale periodo, o se viceversa l’aggravante debba

applicarsi ove il fatto sia commesso in territori che, anche solo per un giorno,

siano stati interessati dalla dichiarazione di emergenza nell’arco dei 5 anni

antecedenti al fatto.

Il comma 5 prevede, per il solo caso del reato di cui al comma 1, la

confisca dei mezzi utilizzati per il trasporto dei rifiuti oggetto del

reato.

Alla sentenza di condanna consegue la confisca dell’area sulla quale è

commesso il reato, se di proprietà dell’autore o del concorrente nel reato.

Il delitto in esame sembra poter concorrere con quello di incendio,

dato che i due reati hanno caratteri di reciproca specialità: come visto,

la combustione non equivale ad incendio e neppure esige un fuoco di

vaste dimensioni, di notevole capacità diffusiva e di difficile

spegnimento; d’altra parte la fattispecie di incendio tutela un bene

giuridico diverso (la pubblica incolumità).

7.5 LA REALIZZAZIONE E GESTIONE DI DISCARICA ABUSIVA

(ART. 256, COMMA 3)

L’art. 256, comma 3, TUA punisce con la pena congiunta dell’arresto e

dell’ammenda chiunque realizza o gestisce una discarica non

autorizzata.

Per realizzazione si intende l’allestimento dell’area utilizzata come

sito di discarica; presuppone una situazione di fatto o lavori che

rendano il sito utilizzabile ai fini del deposito.

È discarica ogni “area adibita a smaltimento dei rifiuti mediante

operazioni di deposito sul suolo o nel suolo, compresa la zona interna

al luogo di produzione dei rifiuti adibita allo smaltimento dei medesimi

da parte del produttore degli stessi, nonché qualsiasi area ove i rifiuti

sottoposti a deposito temporaneo per più di un anno”.

“Sono esclusi da tale definizione gli impianti i cui rifiuti sono scaricati

al fine di essere preparati per il successivo trasporto in impianto di

recupero, e lo stoccaggio dei rifiuti in attesa di recupero per un

periodo inferiore a tre anni o lo stoccaggio dei rifiuti in attesa di

smaltimento per un periodo inferiore ad un anno”.

Questa definizione offre due informazioni utili:

la discarica può anche realizzarsi all’interno del luogo di

 produzione dei rifiuti

può assumere la qualifica di discarica il deposito temporaneo che

 ecceda l’anno

Ovviamente, potrà aversi discarica anche laddove i rifiuti siano

depositati per un tempo molto inferiore, qualora fin dall’inizio i rifiuti

siano destinati ad abbandono o comunque depositati con modalità che

facciano escludere il deposito temporaneo.

Il superamento del termine di un anno del deposito costituirà indizio della

presenza di una discarica, ma non ancora prova.

Occorre, infatti, che all’eventuale dato temporale si accompagnino gli

ulteriori requisiti elaborati dalla giurisprudenza:

accumulo non occasionale di rifiuti in un’area determinata

 eterogeneità dell’ammasso dei materiali o sostanza

 definitività dell’abbandono

 degrado quanto meno tendenziale dello stato dei luoghi.

Quindi abbandoni saltuari, o comunque quantitativamente modesti,

specie se aventi ad oggetto rifiuti non pericolosi, integrano il reato di

abbandono di rifiuti ai sensi dell’art. 256, comma 2, TUA ove posti in

essere da imprenditori o titolari di enti.

In sintesi, deve intendersi per discarica un sito di accumulo di rifiuti che per le

loro caratteristiche non risultino raccolti per ricevere nei tempi previsti una o

più destinazioni conformi alla legge e che comportino il tendenziale degrado

dell’area sulla quale insistono.

Il reato può essere commesso da chiunque, quindi anche da soggetti

privati non imprenditori

Il reato di realizzazione di discarica abusiva si consuma al momento in

cui i lavori possono dirsi idonei a consentire il conferimento dei rifiuti.

Il reato di gestione di discarica, a differenza di quello di realizzazione,

è permanente, e la permanenza si protrae anche oltre il termine di

chiusura della discarica; secondo la giurisprudenza, l’offesa cessa solo

con la rimozione dei rifiuti o con l’ottenimento delle autorizzazioni.

7.5.1 LA RESPONSABILITÀ OMISSIVA DEL PROPRIETARIO DEL

FONDO PER IL REATO DI DISCARICA REALIZZATO DA ALTRI

In giurisprudenza è controversa la questione della responsabilità per omissione

del proprietario del fondo dove altri realizzi o gestisca la discarica.

Oggi, diversamente che in passato, l’orientamento giurisprudenziale

prevalente è nel senso di negare obblighi giuridici di impedire l’evento

in capo al proprietario del fondo; non mancano peraltro sentenze

recenti che giungono a ritenere la responsabilità del proprietario

spostando il discorso sulla colpa, sicché egli sarebbe “corresponsabile della

realizzazione o gestione di discarica da altri effettuata se l’accumulo continuato

e sistematico di rifiuti sul suo terreno gli può essere addebitato almeno a titolo

di negligenza.”

Ora, è evidente che la colpa riguarda l’elemento soggettivo, tema distinto e

logicamente successivo a quello (concernente l’elemento oggettivo) della

esistenza di una previa posizione di garanzia.

D’altra parte, dall’art. 192 TUA emerge a carico del proprietario del

titolare di diritti reali una mera corresponsabilità alla rimozione e al

ripristino dello stato dei luoghi, e non una posizione di garanzia

all’impedimento di reati.

Alla sentenza di condanna o alla sentenza di “patteggiamento” “consegue la

confisca dell’area sulla quale è realizzata la discarica abusiva se di proprietà

dell’autore o del compartecipe del reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica o di

ripristino dello stato dei luoghi”.

La confisca non opera qualora il sito destinato a bonifica sia di proprietà di terzi

estranei al reato.

7.6 L’INOSSERVANZA ALLE PRESCRIZIONI

DELL’AUTORIZZAZIONE (ART. 256, COMMA 4)

L’art. 256, comma 4, TUA prevede la riduzione della metà delle pene

previste ai commi 1, 2 e 3 nelle ipotesi di inosservanza delle

prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, nonché nelle

ipotesi di carenza dei requisiti e delle condizioni richieste per le

iscrizioni o comunicazioni.

La riduzione di pena si giustifica poiché l’attività di gestione di rifiuti è

stata comunque sottoposta al potenziale controllo della PA,

quand’anche non ne siano state rispettate le prescrizioni o non siano stati

pienamente rispettati i requisiti e le condizioni richieste per iscrizioni o

comunicazioni.

La disposizione in esame parrebbe costruita dal legislatore come circostanza

attenuante.

Vi possono essere due atteggiamenti di fronte alla violazione delle

prescrizioni:

Da un lato, si può semplicemente ritenere che l’inosservanza o la

 carenza di qualsivoglia prescrizione o condizione integri il reato,

trattandosi di reato il quale incrimina “condotte puramente

formali, di osservanza di mere condizioni formali, non collegate

alla tutela di un interesse esplicitamente indicato e neppure

immediatamente percepibile”. L’orientamento emerge, pur con

qualche ambiguità, in sede giurisprudenziale: “la natura di reato di

mera condotta fa sì che, per l’integrazione della fattispecie, non

assuma rilievo l’idoneità della condotta medesima a recare

concreto pregiudizio al bene finale, con la conseguenza che la

violazione viene punita indipendentemente da qualsiasi

accertamento di una qualsiasi lesione concreta.”

Contro questo esito formalistico, che porta ad un

 annacquamento del principio di offensività, l’interprete può e

deve opporre un’interpretazione selettiva, attenta al significato

delle violazioni delle singole prescrizioni, verificando volta per

volta il loro carattere offensivo rispetto al bene finale tutelato.

Certamente l’interpretazione non deve spingersi ad investire il

giudice di una verifica del pericolo concreto occorso o meno al

bene finale tutelato a seguito dell’inosservanza della

prescrizione. Tuttavia, un’interpretazione attenta a valorizzare il

principio di offensività dovrà valutare l’astratta idoneità della

violazione ad offendere l’attività di controllo della PA in modo da

porre in pericolo il bene finale (l’ambiente).

Alla luce del principio di offensività, si applicherà l’art. 256, comma 1,

TUA laddove l’autorizzazione sia violata in modo significativo e

sostanziale rispetto all’interesse ambientale protetto.

Si applicherà l’art. 256, comma 4, TUA qualora la violazione tocchi

aspetti modale dell’esercizio dell’attività (come la scarsa rilevanza delle

violazioni non formali per l’art. 260 TUA).

Un’interpretazione conforme al principio di offensività dovrebbe portare ad

escludere rilevanza penale a condotte neppure astrattamente idonee ad

offendere l’interesse ambientale.

Un’interpretazione rispettosa della natura di extrema ratio del diritto penale

dovrebbe quanto meno mettere in dubbio la rilevanza penale della violazione

delle disposizioni che prevedono autonome sanzioni amministrative, perlomeno

laddove a tali violazioni non conseguano pericoli (astratti) per il bene tutelato,

bensì mere irregolarità formali.

7.7 GLI ALTRI REATI IN TEMA DI DISCARICHE

La tutela penale relativa alle discariche abusive si completa con gli illeciti

penali previsti dal d.lgs. n° 36/2003.

L’art. 16 punisce in particolare la violazione delle disposizioni che obbligano a

seguire determinati criteri e procedure per l’ammissione dei rifiuti in discarica,

legati ad esempio alla loro tipologia o alle verifiche spettanti al gestore in

ordine alla congruità dei documenti rispetto alla reale natura dei rifiuti conferiti

7.8 IL REATO DI SPEDIZIONE ILLECITA DI RIFIUTI (ART. 259

TUA)

L’art. 259 TUA incrimina il traffico illecito di rifiuti, ovvero la

spedizione di rifiuti, ai fine di smaltimento o recupero, fuori dallo

Stato di appartenenza dell’impresa produttrice verso un altro Stato, in

violazione delle regole statuite dal regolamento comunitario 14 giugno 2006,

n° 1013.

Due sono le condotte incriminate:

La spedizione transfrontaliera costituente traffico illecito

 La spedizione transfrontaliera di rifiuti destinati al recupero, in

 violazione di talune disposizioni del regolamento comunitario.

Ai sensi del nuovo regolamento comunitario costituisce “spedizione

illegale” qualsiasi spedizione transfrontaliera effettuata:

senza previa notifica a tutte le autorità competenti interessate a

 norma del regolamento

senza l’autorizzazione delle autorità competenti interessate a

 norma del regolamento

con l’autorizzazione delle autorità competenti interessate

 ottenuta mediante falsificazioni, false dichiarazioni o frodi

in un modo che non è materialmente specificato nella notifica o

 nei documenti di movimento

in modo che il recupero o lo smaltimento risulti in contrasto con

 la normativa comunitaria o internazionale (lettera E)

in contrasto con taluni articoli del regolamento

Sinteticamente, le condotte richiamate riguardano gli obblighi, in capo al

detentore, di fornire indicazioni relative al proprio indirizzo; alla descrizione

commerciale del rifiuto e alla relativa quantità; al nome e indirizzo del

destinatario; alle operazioni di recupero; alla data prevista di spedizione; di

destinare i rifiuti unicamente ad impianti abilitati; di sottoposizione a obblighi di

controllo per taluni rifiuti.

Si tratta di una norma penale in bianco, che rinvia per la delimitazione del

contenuto del precetto a norme diverse da quella incriminatrice.

Spetta così all’interprete (e al potenziale destinatario dei precetti) una

faticosa opera di ricostruzione della portata del precetto penale, non in

linea con l’obbligo statuale di descrivere i reati in modo chiaro e preciso.

In particolare, la condotta descritta alla lettera E rappresenta, come in passato,

una plateale violazione del principio di precisione della legge penale e

di sua conoscibilità.

Il deposito della merce nel luogo ove deve avere inizio la spedizione è

già sufficiente ad integrare il reato in esame, tanto più ove sia preceduto

dalla presentazione in dogana per l’esportazione previa redazione della

prescritta dichiarazione doganale.

Alla sentenza di condanna o di “patteggiamento” segue la confisca obbligatoria

del mezzo di trasporto, salvo appartenga a terzo estraneo al reato.

7.9 IL DELITTO DI ATTIVITÀ ORGANIZZATE PER IL TRAFFICO

ILLECITO DI RIFIUTI (ART. 260 TUA)

La disposizione incrimina le forme più gravi di gestione abusiva dei

rifiuti, realizzate in forma continuativa e organizzata ed aventi ad

oggetto ingenti quantitativi di rifiuti.

Il disvalore del fatto è così marcato da giustificare l’incriminazione

come delitto, sanzionato con pena della reclusione da uno a sei anni.

La natura delittuosa e la cornice edittale consentono mezzi di ricerca della

prova (intercettazioni) e rendono possibili misure cautelari personali non

adottabili per le contravvenzioni ambientali.

Per contro, l’elemento soggettivo del reato è rappresentato dal dolo,

e in particolare dal dolo specifico di ingiusto profitto; secondo la

giurisprudenza è sufficiente ad integrarlo il fine di risparmiare sui costi

altrimenti derivanti dalla gestione dei rifiuti conforme alla legge (è irrilevante il

raggiungimento dell’obiettivo).

La disposizione, nelle intenzioni del legislatore, è finalizzata a contrastare

l’attività criminale delle cosiddette ecomafie.

Il delitto non è peraltro strutturato in forma associativa. La fattispecie

in esame, diversamente dall’associazione per delinquere (art. 416

c.p.) e dall’associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) non esige

l’associarsi di tre o più persone al fine di commettere più delitti.

Almeno in linea teorica, il reato potrebbe essere commesso anche da una sola

persona.

Inoltre, le operazioni illecite non costituiscono oggetto del dolo specifico (come

i delitti nelle citate fattispecie associative), ma devono essere effettivamente

realizzate.

Di fatto, però, il requisito dell’“allestimento di mezzi e attività

continuative organizzate” presuppone la creazione di una struttura di

tipo imprenditoriale (non importa se clandestina o “ufficiale”), al cui

interno operano più persone, dando vita ad un reato plurisoggettivo.

Si tratta di un reato di condotta e di pericolo astratto: “non sono

necessari un danno né la minaccia grave di esso”, atteso che la

previsione ambientale contenuta nel comma 4 (danno ambientale) si

riferisce alla sola eventualità in cui il pregiudizio o il pericolo si siano

effettivamente verificati.

Occorre una pluralità di operazioni abusive, non occasionali, di

gestione; il numero di operazioni richieste, superiore a uno, è quello

necessario e sufficiente a riguardare quantità “ingenti” di rifiuti. Il

quantitativo “ingente” va rapportato non alle singole operazioni di

gestione bensì al totale.

La consumazione si realizza nel momento e nel luogo in cui è svolto

quel minimo apprezzabile di reiterate operazioni materiali e attività di

gestione necessario per integrare la fattispecie.

Secondo la giurisprudenza si tratta di un reato abituale, posto che per la

sua integrazione sono necessarie più operazioni di gestione abusiva di rifiuti

protratte continuativamente.

L’avverbio “abusivamente” si presta a diverse interpretazioni.

L’una, più estensiva, abbraccia tutte le violazioni (penali o

amministrative) di qualsiasi disposizione concernente la gestione dei

rifiuti.

Altre interpretazioni puntano invece a selezionare le violazioni

significative rispetto al bene tutelato. Quest’ultimo è da individuarsi

nell’ambiente, nel senso che le attività organizzate oggetto di incriminazione

sono astrattamente idonee ad offenderlo.

La clausola “abusivamente”, rinviando a condotte contra ius, autonomamente

punite con sanzioni penali o amministrative, pone il problema dell’eventuale

concorso tra illeciti penali o amministrativi, da un lato, e l’art. 260 TUA,

dall’altro.

La figura del reato complesso consente di applicare la sola fattispecie

di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, con assorbimento

dei reati commessi nell’ambito delle attività organizzate.

Il reato di associazione per delinquere può, invece, concorrere con

quello di cui all’art. 260 TUA.

In giurisprudenza si è sostenuto che, rispetto a violazioni commesse

nell’ambito di autorità autorizzate, rilevino ex art. 260 TUA solo quelle

sostanzialmente o totalmente difformi dall’autorizzazione.

La mancanza di autorizzazione non costituisce requisito determinante

per la configurazione del delitto, qualora detta assenza assuma rilievo

puramente formale e non sia casualmente collegata agli altri elementi

costitutivi del traffico.

L’interpretazione affiorata in giurisprudenza appare condivisibile

consentendo di espungere dallo spettro applicativo dell’art. 260 TUA

violazioni solo formali, inidonee ad offendere il bene tutelato.

Se si tratta di rifiuti ad alta radioattività si applica la pena della reclusione da 3

a 8 anni; si tratta di circostanza aggravante.

L’art. 260 TUA non prevedeva espressamente, fino alle modifiche apportate

dalla legge n° 68/2015, la confisca dei mezzi di trasporto impiegati per la

commissione del delitto (anche se la giurisprudenza la riteneva comunque

applicabile).

La legge n° 68/2015 ha espressamente previsto la confisca delle cose

che servirono a commettere il reato o che costituiscono il prodotto o il

profitto del reato.

Il giudice, con la sentenza di condanna o di “patteggiamento” ordina il

ripristino dello stato dell’ambiente e può subordinare la concessione

della sospensione condizionale della pena all’eliminazione del danno o

del pericolo per l’ambiente.

7.10 LA FATTISPECIE IN MATERIA DI OBBLIGHI DI

COMUNICAZIONE, DI TENUTA DEI REGISTRI OBBLIGATORI E

DEI FORMULARI (ART. 258 TUA)

L’art. 258 TUA nella attuale versione non era, nell’agosto del 2015, in vigore; la

sua applicazione era infatti subordinata alla piena operatività del sistema

telematico SISTRI.

Le varie sanzioni amministrative e l’unica sanzione penale in esso previste

hanno come destinatari i soggetti non aderenti al SISTRI, mentre per i soggetti

aderenti varrà l’art. 260-bis TUA.

L’art. 258 TUA prevede una nutrita serie di illeciti amministrativi a

carico dei soggetti non aderenti al SISTRI.

Le condotte sanzionate in via amministrativa dell’art. 258 TUA

riguardano l’omessa o incompleta tenuta dei registri di carico e

scarico, il trasporto di rifiuti senza il prescritto formulario, omesse

comunicazioni da parte dei soggetti indicati.

L’art. 258 TUA contiene un’unica sanzione penale, a carico di chi, in

relazione all’attività delle imprese che raccolgono e trasportano i

propri rifiuti non pericolosi, nella predisposizione di un certificato

analisi di rifiuti, fornisce false indicazioni sulla natura, sulla

composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti.

7.11 LE FATTISPECIE IN MATERIA DI INADEMPIMENTO DEL

SISTEMA SISTRI

Di recente al sistema cartaceo, risultato insufficiente ai fini di una tutela

efficace e tempestiva, il d.lgs. 205/2010 ha affiancato un sistema telematico di

controllo della tracciabilità dei rifiuti, denominato SISTRI, la cui piena

operatività è stata via via prorogata nel tempo.

Il sistema telematico, alquanto complesso dal punto di vista tecnico-

burocratico, vive attualmente una fase ibrida, in cui il regime telematico è stato

affiancato a quello cartaceo solo per determinate categorie di produttori di

rifiuti.

In prospettiva potranno sottrarsi al regime SISTRI solo i produttori di rifiuti non

pericolosi di minori dimensioni.

Guardando al futuro della disciplina, la maggior parte degli illeciti in

materia di registri e formulari cartacei, così come di inosservanza

delle procedure concernenti il SISTRI, viene assistita da sanzioni

amministrative: scelta non scontata per un legislatore che in materia di rifiuti

ha di regola impiegato la sanzione penale in modo assai ampio.

Il nuovo art. 260-bis prevede un’articolata gamma di illeciti amministrativi a

carico dei soggetti obbligati all’iscrizione al SISTRI che non ottemperino alle

varie disposizioni da esso imposte

7.11 LE FATTISPECIE PENALI (art. 260-BIS TUA)

Il legislatore ha munito di sanzione penale quattro sole fattispecie

concernenti il corretto funzionamento del sistema SITRI:

analogamente a quanto già visto per il sistema cartaceo di

 tracciabilità dei rifiuti, si applica la pena a colui che, nella

predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti, fornisce false

indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle

caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti.

La stessa pena è applicabile al trasportatore che omette di

 accompagnare il trasporto di rifiuti pericolosi con la copia

cartacea della scheda SISTRI-Area Movimentazione e con la copia

del certificato analitico che identifica le caratteristiche dei rifiuti

Tale ultima pena si applica anche a colui che, durante il

 trasporto, fa uso di un certificato di analisi di rifiuti contenente

false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle

caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti trasportati

Infine, l’art. 260-bis sanziona il trasportatore che accompagna il

 trasporto di rifiuti con una copia cartacea della scheda SISTRI-

Area Movimentazione fraudolentemente alterata.

L’art. 260-ter TUA prevede una disciplina che si autoqualifica come

amministrativa accessoria, conseguente a talune violazioni amministrative e

penali in materia di SISTRI, commesse da soggetto recidivo o comunque

gravato da precedenti illeciti amministrativi della stessa indole o che abbia

violato norme in materia di rifiuti. Si tratta, a seconda dei casi, di fermo

amministrativo o di confisca obbligatoria del veicolo utilizzato per il trasporto.

In caso di trasporto non autorizzato di rifiuti è sempre disposta la

confisca del veicolo e di qualunque altro mezzo utilizzato per il

trasporto di rifiuti.

La persona estranea al reato, onde evitare la confisca, dovrà

dimostrare la propria buona fede.

INQUINAMENTO ATMOSFERICO

1. DEFINIZIONE E AMBITO DI TUTELA

La parte quinta del d.lgs. n° 152/2006 è dedicata alle “norme in materia di

tutela dell’aria”.

Tale parte è stata profondamente modificata dal d.lgs n° 128/2010.

In particolare, la novella ha sostituito l’obbligo di autorizzazione per

stabilimento, definito come “il complesso unitario e stabile, che si

configura come un complessivo ciclo produttivo, sottoposto al potere

decisionale di un unico gestore, in cui sono presenti uno o più impianti

o sono effettuate una o più attività che producono emissioni. Si

considera stabilimento anche il luogo adibito in modo stabile

all’esercizio di una o più attività”.

L’unitarietà dell’autorizzazione non produce tuttavia effetti di

discontinuità con la precedente disciplina penale delle emissioni in

atmosfera, imperniata sui singoli impianti.

Le odierne contravvenzioni saranno integrate anche laddove l’assenza

di autorizzazione riguardi uno solo o alcuni dei molti impianti facenti

parte di uno stabilimento unitario.

In definitiva, oggi come ieri, tutti gli impianti che emettono in

atmosfera devono essere autorizzati e rispettare le prescrizioni

imposte; l’unica differenza consiste nella riduzione del numero delle

autorizzazioni.

Prima di esaminare le singole fattispecie penali volte a sanzionare

l’inquinamento atmosferico da impianti conviene richiamare la definizione di

inquinamento atmosferico, contenuta nell’art. 268 TUA: “ogni

modificazione dell’aria atmosferica, dovuta all’introduzione nella

stessa di una o di più sostanze in quantità e con caratteristiche tali da

ledere o da costituire un pericolo per la salute umana o per la qualità

dell’ambiente oppure tali da ledere i beni materiali o compromettere

gli usi legittimi dell’ambiente”.

Ai sensi dello stesso articolo, per “emissione” si intende “qualsiasi

sostanza solida, liquida o gassosa introdotta nell’atmosfera che possa

causare inquinamento atmosferico”.

In via preliminare, occorre accennare sinteticamente alla disciplina

amministrativa a monte della disciplina penale.

Sono soggetti ad autorizzazione tutti gli impianti, le attività e gli

stabilimenti che producono emissioni in atmosfera. Con

l’autorizzazione vengono dettate le modalità tecniche di gestione e di

controllo delle emissioni, il periodo di prova tra messa in esercizio e

messa a regime dell’impianto, i valori limite di emissione ed eventuali

altre prescrizioni.

Rientrano nella disciplina in esame non solo le attività industriali ma anche

quelle artigianali o agricole.

Per specifiche categorie di stabilimento, l’autorità competente può adottare

apposite autorizzazioni di carattere generale. In tal caso, il gestore dello

stabilimento non necessita di una autorizzazione specifica, bastandogli

inoltrare almeno 45 giorni prima domanda di adesione all’autorizzazione

generale.

L’art. 281 TUA prevede un’ampia gamma di disposizioni transitorie le

quali consentono ai gestori già autorizzati di proseguire per dati

periodi nell’esercizio dello stabilimento, previa domanda di autorizzazione

da presentarsi entro scadenze diverse a seconda delle tipologie di stabilimento.

La mancata presentazione della domanda entro il termine previsto comporta la

decadenza della precedente (eventuale) autorizzazione.

2. LE FATTISPECIE DI INIZIO DI INSTALLAZIONE ED ESERCIZIO

ILLEGITTIMO DI STABILIMENTO (ART. 279, COMMA 1)

L’art. 279, comma 1, TUA prevede un’articolata serie di fattispecie

penali aventi ad oggetto l’inizio dell’installazione o l’esercizio di

stabilimenti (e cioè sia di impianti o attività unitari sia di complessi produttivi)

in assenza di autorizzazione, o con autorizzazione scaduta, decaduta,

sospesa o revocata.

Le fattispecie in commento sono destinate a chi, fuori dei casi stabilimenti

soggetti ad AIA, inizia ad installare o esercisce un impianto e a chi esercita

un’attività produttiva di emissioni in atmosfera.

In tutti i casi è prevista la pena dell’arresto da 2 mesi a 2 anni o di una

ammenda. Si tratta di sanzione oblazionabile.

Laddove richiesta, la concessione dell’oblazione dovrebbe essere subordinata,

da parte del giudice, all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose

del reato: nel caso in esame, dovrebbe essere subordinata all’ottenimento

dell’autorizzazione mancante o comunque al rilascio di valida autorizzazione.

È evidente che la disposizione intende anticipare la punizione di chi,

successivamente, eserciterà l’impianto o l’attività, e cioè del gestore

dello stabilimento.

È “gestore” “la persona fisica o giuridica che ha potere decisionale

circa l’installazione o l’esercizio di stabilimento e che è responsabile

dell’applicazione dei limiti e delle prescrizioni disciplinate dal TUA”.

Insomma, del reato di inizio di installazione di stabilimento non autorizzato

risponderà soprattutto il gestore, soggetto obbligato a munirsi di previa

autorizzazione.

La disposizione comporta un’accentuata anticipazione della tutela

penale a una fase prodromica a quella di effettiva operatività

dell’impianto, incriminando a titolo di reato consumato una condotta che

rappresenta un primo passo verso l’esercizio.

Il reato consistente nell’iniziare l’installazione è istantaneo, e si

consuma allorquando si raggiunga una consistenza edilizia minima

rispetto al progetto.

Il reato di esercizio di stabilimento senza autorizzazione è

permanente; la permanenza cessa con il rilascio dell’autorizzazione o

comunque con il venir meno dell’esercizio.

Il reato di esercizio di stabilimento non è configurabile nel caso in cui

l’attività non sia concretamente esercitata.

Qualora l’installazione si concluda e successivamente entri in funzione

l’impianto, in assenza di autorizzazione, si applicherà un solo reato,

trattandosi di norma più fattispecie. Se l’autorizzazione viene ottenuta prima

dell’esercizio, ma dopo l’installazione, verrà realizzata la sola condotta tipica di

inizio di installazione senza autorizzazione.

Nonostante il gestore sia definito “la persona fisica o giuridica che ha potere

decisionale”, ai fini penali occorre, in caso di stabilimento esercitato da persona

giuridica, individuare al suo interno la persona fisica che abbia tale potere

decisionale. Esso può essere individuato nella figura del legale rappresentante

della persona giuridica o l’amministratore delegato.

L’art. 279, comma 1, punisce altresì “chi sottopone un impianto a

modifica sostanziale senza autorizzazione”.

Per “modifica sostanziale” si intende quella che comporta un aumento

o una variazione qualitativa delle emissioni che possa produrre effetti

negativi e significativi sull’ambiente (altra definizione di “modifica

sostanziale” è contenuta nei reati in tema di AIA).

La contravvenzione di modifica sostanziale non autorizzata di

stabilimento configura un reato istantaneo, che si consuma con la

conclusione delle opere di modifica dell’impianto rimaste ignote alla PA.

Secondo taluno l’esercizio di impianto con autorizzazione sospesa o

revocata costituirebbero fattispecie di danno.

Il reato in esame potrà ritenersi di danno solo a condizione che si

individui il bene tutelato nella frustrazione delle funzioni di controllo

della PA, senza considerare i beni finali tutelati

3. LE FATTISPECIE DI VIOLAZIONE DEI VALORI LIMITE DI

EMISSIONE O DELLE PRESCRIZIONI (ART. 279, COMMA 2)

L’art. 279, comma 2 punisce “chi, nell’esercizio di un impianto o di

un’attività, viola i valori limite di emissione e le prescrizioni stabilite

dall’autorizzazione dagli allegati I, II, III o V alla parte quinta del TUA o

le prescrizioni imposte dall’autorità competente”.

La disposizione offre tutela penale, in via diretta, a valori limite e

prescrizioni di legge o di fonte amministrativa, a loro volta funzionali

alla salubrità dell’aria e alla salute dell’uomo.

Per valore limite si intende il “fattore di emissione, la concentrazione

o la percentuale di sostanze inquinanti nelle emissioni che non devono

essere superati”.

In giurisprudenza il reato di inosservanza delle prescrizioni è ritenuto

configurare un reato di pericolo astratto, integrato con la “semplice

effettuazione di una delle attività soggette a titolo abilitativo senza osservarne

le prescrizioni”.

3.1 L’INDIVIDUAZIONE DEL VALORE LIMITE: REGOLE DI

VALUTAZIONE DELLA PROVA

L’individuazione del valore limite è operata dall’autorità competente in

sede di autorizzazione, all’interno delle molte variabili fissate dalla

legge.

La valutazione del giudice circa il superamento dei valori di emissioni

non è rimessa al suo libero convincimento: il superamento ai sensi

della fattispecie penale dell’art. 279, comma 2, TUA è tale allorché i

controlli effettuati dall’autorità “accertano una difformità tra i valori

misurati e i valori prescritti”.

Il gestore è tenuto a comunicare all’Autorità competente le difformità accertate

entro 24 ore, onde consentire alle autorità competenti i relativi controlli; se i

rispettivi controlli divergono, l’accertamento deve essere ripetuto sulla base del

metodo di riferimento; si si riscontra una divergenza tra i risultati ottenuti sulla

base del metodo di riferimento e quelli ottenuti sulla base dei metodi e sistemi

di monitoraggio indicati nell’autorizzazione, l’autorità competente li aggiorna e

ove necessario aggiorna i valori limite di emissione.

Tuttavia, ove il gestore non faccia ricorso ai metodi e sistemi di monitoraggio

indicati nell’autorizzazione risponderà dell’art. 279, comma 2.

3.1.1 IL RAPPORTO CON L’ART. 674 C.P.

Il problema più delicato concerne il rapporto tra la violazione della

disciplina di cui all’art. 279, comma 2 e l’art. 674, comma 2, c.p.

(“getto pericoloso di cose”) incriminante “chiunque, nei casi non consentiti

dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo atti a offendere o

imbrattare o molestare persone”, nonché la possibilità di ritenere

integrato il reato di getto pericoloso di cose laddove l’emissione

rimanga al di sotto dei valori limite fissati dalla legge o dall’autorità

competente.

Ora la giurisprudenza ammette il concorso tra la contravvenzione di

emissioni oltre i valori limite e il reato di emissione di gas, vapori o

fumi, argomentando sulla diversità dei beni giuridici tutelati (salubrità

dell’aria vs. incolumità pubblica) e dalla diversità strutturale delle

rispettive disposizioni.

La fattispecie di cui all’art. 279, comma 2 è speciale in ragione del

soggetto attivo (il gestore dello stabilimento vs. “chiunque”) e

dell’oggetto dell’emissione (determinate sostanze vs. “gas, vapori o

fumi”).

La presenza di elementi specializzanti reciproci giustifica il concorso

di reati.

D’altro canto, laddove il gestore dello stabilimento emetta sostanze in

atmosfera entro i valori limite prescritti dalla legge o

dall’autorizzazione non sarà ravvisabile il reato di getto pericoloso di

cose, punendo quest’ultimo l’emissione di gas, vapori o fumi “nei casi non

consentiti dalla legge”.

3.1.2 IL SUPERAMENTO DEI VALORI LIMITE DI QUALITÀ

DELL’ARIA (ART. 279, COMMA 5)

A mente dell’art. 279, comma 5, nei casi di superamento dei limiti

tabellari si applica la pena non oblazionabile dell’arresto fino ad un

anno se detta violazione determina anche il superamento dei valori

limite di qualità dell’aria previsti dalla vigente normativa.

Si tratta di una fattispecie aggravata, e non di una fattispecie autonoma.

3.2 LE ALTRE FATTISPECIE INCRIMINATRICI

L’art. 279, comma 3 punisce chi mette in esercizio un impianto o inizia

ad esercitare un’attività senza averne dato la preventiva

comunicazione.

Il reato presuppone l’esistenza dell’autorizzazione alla costruzione

dell’impianto, e si consuma scaduto il termine entro il quale va fatta la

comunicazione (almeno 15 giorni prima dell’esercizio o dell’intrapresa

attività). Tale lasso di tempo è finalizzato a consentire alla PA di programmare

ispezioni e controlli contestuali alla delicata fase di prima messa in esercizio

dello stabilimento.

Si tratta di un reato istantaneo, il cui disvalore è già tutto esaurito una volta

scaduto il termine ultimo.

L’art. 279, comma 4 incrimina l’omessa comunicazione all’autorità

competente dei dati relativi alle emissioni; la contravvenzione

sussiste anche qualora il gestore abbia raccolto i dati ma non li abbia

comunicati all’autorità.

L’art. 279, comma 6 sanziona penalmente la violazione dell’obbligo per i

gestori di adottare, fino alla pronuncia dell’autorità competente, “tutte le

misure necessaria ad evitare un aumento anche temporaneo delle emissioni”.

In sintesi, la disciplina esaminata è costruita su contravvenzioni di

pericolo astratto, quasi sempre oblazionabili, “destinate” al gestore

dello stabilimento.

Si tutela, in prima battuta, l’attività di comando e di controllo

dell’autorità competente, comprensiva del flusso di dati che le serviranno

per accertare eventuali violazioni.

Rimane controversa e ambigua la scelta di tutela rispetto al bene

finale.

In un caso (quello punito più severamente ex art. 279, comma 5) si

menziona espressamente la qualità dell’aria. Paradossalmente, si tratta

dell’ipotesi in cui sembra più agevole ritenere tutelata la salute pubblica.

In altri casi (esercizio impianto con autorizzazione sospesa o revocata), la

fattispecie presupposta parla indifferentemente di pericolo o danno

per la salute o per l’ambiente.

5. LA FATTISPECIE CODICISTICA DI GETTO PERICOLO DI COSE

(ART. 674 C.P.)

L’art. 674 c.p., contenuto nel titolo delle contravvenzioni contro l’incolumità

pubblica, ha dimostrato notevole vitalità, venendo in rilievo in tema di

cosiddetto elettrosmog e, soprattutto, di inquinamento dell’aria.

La fattispecie di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.) punisce

“chiunque, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di

gas, di vapori o di fumo atti a offendere o imbrattare o molestare

persone”.

A dispetto della sanzione esigua, il ricorso all’art. 674 c.p. è assai diffuso per

ragioni eminentemente processuali: “le modalità di accertamento della

violazione sono infinitamente più agevoli rispetto a quelle necessarie per la

verifica dei reati contemplati dal TUA.

L’ampiezza della fattispecie codicistica, da un lato, e la scarsa

efficienza di non poche PA, dall’altra, renderebbero nei fatti molto più

praticabile l’accertamento della astratta idoneità a molestare od

offendere rispetto alla puntuale verifica del superamento di specifici

limiti tabellari.

Tale fotografia, però, illustra più il passato che il presente.

È veritiera nella misura in cui il getto pericoloso di cose sia

interpretato come reato di pericolo astratto.

Laddove invece, come sostenuto dalla dottrina prevalente e da recenti

sentenze, si interpreti il reato in esame come reato di pericolo

concreto, le cose cambiano: anche in relazione all’art. 674 c.p.

occorrerà dimostrare la concreta idoneità della condotta di emissione

ad offendere o a molestare, con tutte le conseguenti difficoltà probatorie in

ordine alla prova del nesso di causalità tra condotta ed evento pericoloso e ai

sottesi problemi di misurazione delle emissioni che comportino un reale

pericolo per la salute delle persone.

Il pericolo, inoltre, non potrà essere desunto esclusivamente dal

superamento di eventuali limiti tabellari previsti da specifiche

discipline di settore; il tale ultimo caso si applicherà il solo illecito

previsto dalla disciplina speciale, occorrendo per l’integrazione

dell’art. 674 c.p. la prova ulteriore del concreto pericolo di molestia.

Un’interpretazione attenta al principio di offensività impone di valutare fatti, e

non paure e sentimenti soggetti.

Qualora le emissioni derivanti dalle attività o dagli impianti rispettino i limiti

tabellari di legge o contenuti nelle autorizzazioni, l’eventuale molestia arrecata

alle persone non integrerà l’art. 674 c.p.

In breve: il gestore che produca emissioni oltre i valori soglia

risponderà ex art. 279, comma 2, TUA nonché, se e solo se tali

emissioni siano concretamente idonee ad offendere o molestare

persone, del reato di cui all’art. 674 c.p.; nel caso di emissioni

conformi al valore soglia non risponderà di alcun reato.

5.1 ELETTROSMOG E ART. 674, COMMA 1, C.P.

A fronte di paventati rischi per la salute dei cittadini in relazione a campi

elettromagnetici, il legislatore italiano ha emanato apposita organica

disciplina, fissando regole relative alle distanze dalle sorgenti

elettromagnetiche, ai limiti di esposizione e ai valori di attenzione.

In particolare, si fissano limiti di esposizione rispetto agli effetti acuti

sulla salute, non superabili in alcuna condizione, e valori di

attenzione, pensati sugli effetti cronici, consistenti in valori cautelativi

fondati sul principio di precauzione.

La disposizione sanzionatoria amministrativa di cui all’art. 15, legge

n° 36/2001 si apre con una clausola di riserva: “salvo che il fatto

costituisca reato, chiunque nell’esercizio di un impianto che genera

campi elettrici superi i limiti di esposizione ed i valori di attenzione è

punito con la sanzione amministrativa da euro 1000 a euro 310.000”.

Rimane tuttavia aperto il problema dell’applicazione di sanzioni penali.

Per quanto concerne l’art. 674 c.p., la sua eventuale applicazione è limitata alla

prima parte di detto articolo, dato che le onde elettromagnetiche non rientrano

nella definizione di gas, vapori o fumi.

Un primo problema si è posto riguardo alla riconducibilità della generazione di

onde elettromagnetiche alla formula “versare o gettare”. Dottrina e

giurisprudenza hanno dato una interpretazione lata di getto,

comprendente qualsiasi modalità e mezzo.

In secondo luogo, ci si è chiesti se le onde elettromagnetiche siano qualificabili

come “cose”.

La giurisprudenza attuale le ritiene “energie aventi carattere

economico”. Quindi, le onde elettromagnetiche non sono propriamente cose

ma energie equiparate alle cose.

Tuttavia, per l’applicazione dell’art. 674 c.p., occorre superare due

ostacoli

In primo luogo, la giurisprudenza più recente ritiene che la formula

“nei casi non consentiti dalla legge”, presente nel secondo periodo

del primo comma, sia da considerarsi applicabile anche al primo

periodo. Di conseguenza, sarebbero astrattamente rilevanti le sole

onde elettromagnetiche prodotte in superamento dei valori soglia

previsti dalle leggi di settore; simmetricamente, non rileverebbero le

emissioni elettromagnetiche conformi ai parametri di legge.

Infine, rimane da superare il problema dell’idoneità delle onde

elettromagnetiche a offendere o molestare. La Cassazione ha ritenuto

che il mero superamento dei parametri di settore, sia dei limiti di

esposizioni che dei valori di attenzione, non è sufficiente ad integrare

l’art. 674 c.p.

Occorrerebbe, in ambedue le ipotesi, provare ulteriormente la

concreta idoneità a molestare.

Ad evitare l’automaticità di applicazione dell’art. 674 c.p.

occorrerebbe, nel solo caso del superamento dei limiti di esposizione,

la prova che un certo numero di persone si è trovato per un lasso di

tempo apprezzabile sottoposto a emissioni superiori ai limiti di legge

In caso contrario, il superamento dei limiti di esposizione integrerebbe

l’illecito amministrativo di cui all’art. 15, legge n° 36/2001.

Il superamento dei valori di attenzione, fondati sul principio di

precauzione, non può mai, allo stato attuale delle conoscenze

scientifiche, fondare una condanna ex art. 674 c.p.

Altro problema concerne l’eventuale concorso tra illecito penale e illecito

amministrativo.

Nel caso di specie, la clausola di riserva “salvo che il fatto costituisca

reato” mostra chiaramente di derogare al principio di specialità a

favore della norma penale.

La stessa Cassazione non nasconde che la soluzione a favore della sola

applicazione della legge penale comporta esiti di scarsa severità in concreto (in

termini pecuniari). Tuttavia, può ritenersi che la sanzione penale sia, per certi

versi, più grave di quella amministrativa, per quanto più mite sul piano

pecuniario

FATTISPECIE CONTRAVVENZIONALI “TRASVERSALI” ALLA

VARIE MATRICI AMBIENTALI

1. PREMESSA

Il TUA, oltre a fattispecie dedicate alle singole matrici ambientali, contiene

fattispecie destinate ad operare “trasversalmente” a tutti od alcuni dei tre

settori (acqua, arie e rifiuti) sui quali è imperniata la tutela penale

dell’ambiente.

2. LA CONTRAVVENZIONE DI OMESSA BONIFICA (ART. 257

TUA)

L’art. 257, comma 1, TUA punisce con pena alternativa dell’arresto o

dell’ammenda chiunque cagiona l’inquinamento del suolo, del

sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il

superamento delle concentrazioni soglia di rischio, se non provvede

alla bonifica in conformità al progetto approvato dall’autorità

competente nell’ambito di apposito procedimento amministrativo.

L’art. 257, comma 2, prevede un inasprimento della cornice edittale

laddove l’inquinamento sia provocato da sostanze pericolose. Si tratta

secondo parte della giurisprudenza di fattispecie autonoma.

La fattispecie in esame assume significato centrale nel sistema di tutela penale

dell’ambiente.

Minacciando una pena per l’omessa bonifica dell’inquinamento

qualificato pregresso, e al contempo prospettando l’impunità (in caso

di avvenuta bonifica), sia per il suddetto inquinamento che per

eventuali altri reati che ne costituiscono il presupposto, l’art. 257 TUA

costituisce l’espressione più estrema di un diritto penale in funziona

ripristinatoria.

La fattispecie penale si innesta su di una complessa procedura

amministrativa:

1. In presenza di un potenziale evento di contaminazione il

responsabile dell’inquinamento mette in opera, entro le 24 ore,

le necessarie misure di prevenzione e ne dà immediata

comunicazione alle autorità

2. A tale soggetto spetta il compito di eseguire un’indagine

preliminare sui parametri oggetto dell’intervento con queste

conseguenze:

se si accerta che il livello delle concentrazioni soglia di

 contaminazione non è superato, ci si limita al ripristino del

sito dandone comunicazione alle Autorità

se si accerta che il livello delle concentrazioni soglia di

 contaminazione è superato, il responsabile ne dà

comunicazione immediata alle autorità e provvede a

stendere e presentare un piano di caratterizzazione del

sito, cui si applica la procedura di analisi del rischio

specifica per la determinazione delle concentrazioni soglia

di rischio

3. All’esito della procedura di analisi del rischio, se la

concentrazione dei contaminanti è inferiore alle concentrazioni

soglia di rischio la procedura si arresta; in caso contrario, il

responsabile presenta un progetto di bonifica o di messa in

sicurezza, il quale deve essere approvato dall’autorità pubblica

che stabilisce anche i tempi di esecuzione.

Nella versione originaria, il reato di omessa bonifica scattava in

presenza di un pericolo attuale e concreto di inquinamento; nella

versione attuale, in presenza di un danno rappresentato dal

superamento delle concentrazioni soglia di rischio per le matrici

ambientali.

In definitiva, il superamento delle concentrazioni soglia di rischio

rappresenta sicuramente l’evento del reato.

Secondo giurisprudenza e dottrina prevalenti si tratta di reato

commissivo.

Rimane controversa la natura della bonifica, con importanti conseguenze di

disciplina.

In particolare, secondo la prevalente giurisprudenza si tratta di un

reato commissivo di evento (l’inquinamento qualificato dal superamento

delle CSR), con l’omessa bonifica in funzione di condizione obiettiva di

punibilità costruita negativamente.

La bonifica rappresenta piuttosto una causa di non punibilità

sopravvenuta al fatto tipico, causalmente e soggettivamente rimessa

alla condotta dell’inquinatore.

Si tratta di incentivare la reintegrazione dello stesso bene già offeso,

offrendo la carota dell’impunità dopo aver minacciato il bastone della

pena.

La “condizione di non punibilità” costituita dalla bonifica rende

l’inquinatore non punibile anche per la stessa condotta integrante

diverso reato, fonte dell’inquinamento qualificato .

A sostegno della tesi relativa alla causa di non punibilità si può accennare al

fatto che non è pensabile che una condizione obiettiva di punibilità sia posta al

di fuori delle fattispecie cui in cui ipotesi dovrebbe accedere, mentre è

pensabile di cause di non punibilità poste fuori dalle fattispecie di riferimento.

La bonifica è dunque condizione di non punibilità sopravvenuta

costruita in forma positiva per le “contravvenzioni-fonte”, e in forma

negativa in relazione al fatto di inquinamento qualificato dal

superamento delle CSR.

Contro l’inquadramento della bonifica tra le cause di non punibilità si sono

portate conseguenze di disciplina reputate irragionevoli:

Si è sostenuto che la bonifica, quale causa di non punibilità, escluderebbe

 la pena, ma non misure di sicurezza quali la confisca dell’area. La tesi

non sembra trovare riscontro nella legge dato che la confisca è disposta

solo eccezionalmente.

Anche l’obiezione secondo cui, qualificata la bonifica come causa di non

 punibilità, la si applicherebbe iniquamente solo al bonificatore, e non ai

co-inquinatori. Appare, infatti, equo che rispondano del reato coloro i

quali abbiano contribuito in piccola o significativa parte all’inquinamento

del sito, qualora non provvedano alla bonifica pro-quota.

Dal differente inquadramento come causa di non punibilità derivano

talune conseguenze di disciplina:

La non comunicabilità dell’effetto di non punibilità ai soggetti

 diversi dal bonificatore

La decorrenza della prescrizione dal momento del superamento

 delle concentrazioni soglia di rischio

La punibilità del reato, già consumatosi con l’avvenuto

 superamento dei valori di CSR, viene meno solo laddove

l’inquinatore consegua il risultato della bonifica conforme al

progetto approvato, rispondendone dunque anche in caso di

inottemperanza delle “tappe” procedimentali.

In caso di contaminazione ambientale cui non segua la bonifica, si pone il

problema dell’eventuale concorso con i “sottostanti” reati in materia

ambientale.

Qualora si acceda alla tesi secondo la quale l’evento del reato è rappresentato

da un inquinamento qualificato, sembra sostenibile l’applicazione del solo

art. 257 TUA in ossequio al principio di sussidiarietà, costituendo gli

altri reati ambientali offese (di pericolo astratto) meno gravi

dell’offesa di danno (o secondo altra tesi di pericolo concreto)

rappresentata dal reato di contaminazione

2.1 IL REATO DI OMESSA COMUNICAZIONE DI EVENTO

POTENZIALMENTE CONTAMINANTE

L’art. 257, comma 1, ultima parte, TUA incrimina l’omessa

comunicazione di evento potenzialmente in grado di contaminare un

sito.

Il reato è configurabile esclusivamente nei confronti dell’inquinatore; non anche

nei confronti del proprietario del terreno che non abbia causato materialmente

il sospetto inquinamento.

3. I REATI IN TEMA DI AIA (ART. 29-QUATTUORDECIES )

L’attuale disciplina concernente l’autorizzazione integrata ambientale (AIA) è

contenuta nel titolo III-bis della parte II del TUA.

L’AIA viene richiesta per le installazioni rientranti nelle attività di cui

all’Allegato VIII, ovvero per le attività industriali maggiormente

inquinanti (acciaierie, fonderie, raffinerie).

Il titolo abilitativo, rilasciato all’esito di un’ampia istruttoria e

soggetto a periodici riesami e rinnovi, deve includere tutte le misure

necessarie per soddisfare un elevato livello di tutela dell’ambiente nel

suo complesso, nell’ottica di un approccio integrato alla protezione

delle matrici ambientali. In particolare, l’AIA deve contenere limiti di

emissione/immissione ispirati al criterio delle migliori tecnologie

disponibili.

L’AIA sostituisce le corrispondenti autorizzazioni di settore.

L’impianto sanzionatorio è incentrato su sanzioni penali ed amministrative

(quest’ultime circoscritte ad inosservanze “minori”).

L’art. 29-quattuordecies tutela il bene finale dell’ambiente nel suo

complesso. La tutela è offerta in via immediata alle funzioni di

controllo e pianificazione demandate alle autorità amministrative cui

spetta il rilascio e la gestione dell’AIA.

Si tratta di una tutela anticipata, imperniata su reati di pericolo

astratto (esercizio di attività senza valida AIA e inosservanza delle relative

prescrizioni e modifica sostanziale non autorizzata).

Secondo la giurisprudenza si tratta di reati propri del titolare dell’AIA;

in particolare, del reato di inosservanza delle prescrizioni ex art. 29-

quattuordecies, comma 2 risponde il titolare del provvedimento

abilitativo e non il concessionario di altra società a cui era stata

appaltata la gestione dei rifiuti. Si tratta di tesi certo compatibile con la

lettera della legge e tuttavia è discutibile: solo chi ha la materiale disponibilità

dell’installazione può rispettare le prescrizioni contenute nell’AIA. Semmai il

titolare dell’AIA potrà rispondere di negligenze altrui a titolo di culpa in

eligendo o in vigilando.

L’art. 29-quattuordecies, comma 1, incrimina diverse condotte

riconducibili al minimo comune denominatore dell’assenza di valida

autorizzazione o in quanto assente, sospesa o revocata.

La sanzione è dell’arresto fino ad un anno o dell’ammenda, soggetta a

oblazione discrezionale.

L’art. 29-quattuordecies, comma 1, secondo periodo prevede sanzioni

più severe nel caso in cui l’esercizio non autorizzato comporti lo

scarico di sostanze pericolose o la gestione dei rifiuti pericolosi.

Il comma 3 incrimina con la sola pena dell’ammenda, salvo che il fatto

non costituisca più grave reato, inosservanze relative ai valori limite

di emissione e alla gestione abusiva di rifiuti non pericolosi.

Il rapporto tra i reati di cui all’art. 29-quattuordecies, comma 1-4 e i

singoli reati settoriali in tema di inquinamento, così come con i reati

codicistici, è particolarmente complesso.

Il legislatore, consapevole di tale questione, ha inteso risolverla con

l’art. 29-quattuordecies, comma 14, il quale precisa che “per gli

impianti soggetti ad AIA, non si applicano le sanzioni previste da

norme di settore o speciali, relative a fattispecie oggetto del presente

articolo, a meno che esse non configurino anche un più grave reato”.

Appare dunque evidente la volontà del legislatore di risolvere

l’interferenza tra norme penali in materia di AIA e norme penali

settoriali a favore delle prime. Senonché, la prevalenza delle norme speciali

in materia di AIA è messa in discussione dalla eventuale interferenza con non

meglio precisate fattispecie costituenti più grave reato.

Verosimilmente il legislatore ha voluto sottolineare che gli illeciti

penali in materia di AIA prevalgono su quelli di settore, ma non su più

gravi reati (specialmente delitti) puniti più severamente.

Il concetto di modifica sostanziale è oggetto di apposita definizione:

“è sostanziale una modifica all’installazione che dia luogo ad un

incremento del valore di una delle grandezze, oggetto della soglia,

pari o superiore al valore della soglia stessa”.

Modifiche non sostanziali non previamente autorizzate sono sanzionate in via

amministrativa.

Il reato di esercizio di installazione senza valida autorizzazione è

permanente: la permanenza cessa con il venir meno dell’attività o con

il conseguimento del titolo abilitativo.

La responsabilità dell’ente per l’art. 29-quattuordecies non è prevista

dal d.lgs. 231/2001; si tratta di lacuna irragionevole dato che,

paradossalmente, fatti identici costituiscono reato presupposto per gli

non soggetti ad AIA, ma non per quelli sottoposti ad AIA.

4. LA FATTISPECIE DI DISTRUZIONE DI HABITAT (ART. 733-BIS

C.P.)

La contravvenzione mira alla protezione dello stato di conservazione

degli habitat posti all’interno di siti protetti.

Si tratta di un reato comune e di danno, nella forma della distruzione

o del deterioramento. In quest’ultimo caso occorre che la condotta

causi un doppio evento (deterioramento e compromissione dello stato

di conservazione).

Il reato si consuma con la distruzione dell’habitat o con il

deterioramento e compromissione dello stato di conservazione

dell’habitat; si tratta di un delitto istantaneo con effetti

eventualmente permanenti.

La norma incrimina due distinte condotte: la distruzione e il deterioramento.

Per distruzione si intende la totale cancellazione dell’habitat.

Più complessa, in quanto fondamentalmente legata a concetti normativi, è

viceversa la definizione di deterioramento con compromissione dello stato di

conservazione dell’habitat. In sintesi, può dirsi che il deterioramento con

compromissione dello stato di conservazione dell’habitat evoca un

concetto funzionale, di peggioramento rispetto ad una situazione

ecologia preesistente più favorevole.

Si avrà distruzione o compromissione anche qualora l’habitat possa

essere successivamente, a distanza di tempo, ripristinato.

Il concetto di habitat all’interno di un sito protetto è identificato come

“qualsiasi habitat per le quali una zona sia classificata come zona a

tutela speciale o qualsiasi habitat naturale per cui un sito sia

designato come zona speciale di conservazione”.

I DELITTI AMBIENTALI CONTENUTI NEL TITOLO VI-BIS C.P.

1. PREMESSA

La legge n° 68/2015 ha inserito nel corpo del codice penale un nuovo titolo VI-

bis, dedicato ai delitti ambientali, nonché una nutrita gamma di disposizioni

sostanziali e processuali: una vera e propria mini codificazione “verde”.

2. L’INQUINAMENTO AMBIENTALE (ART. 452-BIS C.P.)

Il delitto di inquinamento ambientale rappresenta una figura totalmente nuova.

La fattispecie si aggiunge alle ipotesi di reato contravvenzionale

costruite sul modello del superamento dei valori tabellari (art. 137,

comma 5 e art. 279, comma 2 TUA) o di esercizio di determinate attività

senza autorizzazione (ad esempio l’art. 256 TUA), collocandosi ad un

livello di offesa all’ambiente superiore, connotato dalla

compromissione e deterioramento significativi e misurabili.

2.1 STRUTTURA E OGGETTO DEL DELITTO DI INQUINAMENTO

L’inquinamento ambientale è costruito come fattispecie di danno alle

matrici ambientali, con radicale mutamento del tradizionale

paradigma di tutela contravvenzionale imperniato sul pericolo

astratto per il bene ambientale.

Si tratta di un reato di evento in senso naturalistico (la

compromissione o il deterioramento), che può riguardare sia una sola

matrice ambientale, sia a maggior ragione un ecosistema nel suo

complesso. Oggetto del reato sono dunque le risorse abiotiche e le

risorse biotiche.

Si tratta di reato causale puro, a forma libera (“cagiona”), ove

l’evento deve essere ricollegato sul piano eziologico ad una condotta

abusiva.

Rileveranno anche condotte omissive, nella misura in cui siano

rinvenibili in fonti normative obblighi giuridici di impedire

contaminazioni ambientali in capo a determinati soggetti. Tra gli

obblighi giuridici rilevanti non può annoverarsi il genericissimo obbligo giuridico

attribuito a tutti i cittadini di proteggere l’ambiente (art. 3-ter TUA). Si tratta,

infatti, di un principio e, quindi, non di una regola giuridica idonea a prescrivere

determinati comportamenti.

Si tratta, come già detto, di un reato di danno: occorre infatti la

compromissione o il deterioramento significativo e misurabile per le

matrici ambientali (empiricamente verificabile).

La classica definizione di inquinamento è inidonea a distinguere le varie ipotesi

di contaminazione penalmente rilevante che vanno, per gradi di offesa

crescente, dalle contravvenzioni di pericolo astratto in tema di acque, aria e

suolo, al delitto di inquinamento e, infine, a quello di disastro ambientale.

A delimitare il concetto di inquinamento a fini penali non soccorre neppure la

definizione di danno ambientale ex art. 300 TUA. In quest’ultima definizione si

utilizzano parole simili a quelle impiegate nell’art. 452-bis ma l’art. 300 TUA ha

la funzione di assicurare tutela risarcitoria contro qualsiasi danno ambientale, e

pertanto non è idonea a distinguere tra diversi illeciti.

L’autonomia dell’inquinamento ambientale penalmente rilevante

segna l’emancipazione del diritto penale dell’ambiente dalla sua

tradizionale funzione accessoria al diritto amministrativo, e marca i

confini con il diritto civile, nella logica di sanzionare solo le condotte

di contaminazione qualificate da note di offesa particolarmente

significative.

Il legislatore ha impiegato concetti quantitativi non numerici per

descrivere uno degli oggetti materiali dell’inquinamento: “porzioni

estese del suolo o del sottosuolo”. Con tale formula si è voluto

escludere rilevanza penale a condotte di scarso impatto quantitativo,

che rimangono punibili in base agli illeciti contravvenzionali di settore.

In ogni caso rileverà non solo l’inquinamento di porzioni estese del

suolo o del sottosuolo, ma anche di porzioni significative: concetto

quest’ultimo qualitativo.

Insomma, potrà ritenersi inquinamento penalmente rilevante anche quello

avente ad oggetto porzioni non estese di suolo, purché si tratta di porzioni

dotate di qualche significato: la significatività è da parametrare esclusivamente

all’ambiente.

Ovviamente l’inquinamento che tocchi più comparti dell’ecosistema integrerà

un unico reato.

La pena è aumentata quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale

protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ovvero in danno di specie animali

o vegetali protette (per questa ipotesi è sufficiente la colpa).

2.2 CHE COSA VUOL DIRE ABUSIVAMENTE?

L’inquinamento penalmente rilevante è solo quello causato

“abusivamente”. Identica formula compare nei delitti di disastro ambientale e

di traffico di materiale ad alta radioattività.

La formula “abusivamente” mira condivisibilmente a delimitare

l’ambito del rischio consentito. Il legislatore subordina la punibilità di

condotte oggettivamente inquinanti alla violazione delle norme di

legge o delle prescrizioni contenute nei titoli abilitativi.

“Abusivamente” non significa allora “clandestinamente”, ma, più

ampiamente, vuol dire in violazione di norme di legge statale o

regionale (in materia di ambiente) o in violazione di prescrizioni

amministrative.

Abusivamente vuol dire, allora, anche nell’ambito di attività produttiva

autorizzata, ma in violazione sostanziale delle prescrizioni ivi dettate; o più

generalmente in violazione di qualsiasi norma contenuta nella vasta disciplina

di settore.

Una clausola di illeceità speciale, insomma, equivalente a

“illecitamente”, a contra ius.

2.3 L’EVENTO DI DANNO (COMPROMISSIONE E

DETERIORAMENTO SIGNIFICATIVI E MISURABILI)

L’evento conseguenza della condotta abusiva deve cagionare, come

detto, la compromissione o il deterioramento significativi e misurabili

di (anche una sola) matrice ambientale o dell’ecosistema.

Anche qui, ragioni di selezione del penalmente rilevante e la normativa

europea suggerivano di incriminare condotte di inquinamento qualificato, cioè

tali da attingere una significativa soglia di offesa. Ciò anche per distinguere il

delitto in esame dalle contravvenzioni settoriali di inquinamento idrico, del

suolo e atmosferico.

In assenza di riferimenti espressi, all’interprete si aprono due vie.

L’una tesa all’individuazione, nell’ordinamento, di valori numerici

espressivi dell’offesa significativa e misurabile.

L’altra volta a fornire al giudice indici probatori non numerici.

Conformemente alla prima prospettiva non possono considerarsi

rilevanti, di per sé, i superamenti dei valori-soglia di settore; è vero che

essi sono misurabili, ma è altrettanto vero che non sono significativi di un

danno per l’ambiente.

In alternativa, sempre nella prospettiva “numerica”, potrebbe farsi riferimento

ai valori soglia di inquinamento rilevanti per le procedure di bonifica.

Tuttavia, il riferimento ai valori-soglia rilevanti in tema di bonifica non

sembra pertinente.

Da un lato, il delitto di inquinamento ambientale non obbliga il Giudice alla

bonifica, ma solo al recupero oppure alla remissione in pristino (art. 452-

duodecies). D’altra parte, fino ad oggi i superamenti delle CSC e CSR hanno

(talvolta) caratterizzato anche le contravvenzioni di settore.

Ciò considerato sembra preferibile abbandonare la prospettiva

esegetica “numerica”, a vantaggio di altra prospettiva, per così dire,

“qualitativa”.

In questa diversa prospettiva, da valutarsi caso per caso e non sulla

base di dati numerici preesistenti, la significatività e misurabilità

potranno desumersi da vari indici:

Frequenza e ampiezza degli sforamenti dei valori soglia o

 frequenza e gravità delle violazioni delle prescrizioni

Gravità e persistenza nel tempo degli effetti prodotti dalla

 contaminazione sulle matrici ambientali

Costi di recupero o ripristino e grado di difficoltà tecnica e durata

 delle relative operazioni di reintegrazione del danno.

Se, come vedremo, il distinto e più grave delitto di disastro

ambientale (art. 452-quater) si caratterizza per le alterazioni

dell’equilibrio dell’ecosistema irreversibili o la cui eliminazione risulti

particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti

eccezionali, allora è plausibile che il delitto in esame sia integrato da

inquinamenti eliminabili con mezzi non particolarmente onerosi e con

provvedimenti “ordinari”.

Certo, la disposizione in commento non brilla per conformità al principio di

precisione.

3. MORTE O LESIONI COME CONSEGUENZA DEL DELITTO DI

INQUINAMENTO AMBIENTALE (ART. 452-TER C.P.)

L’art. 452-ter, rubricato “morte o lesioni come conseguenza del delitto

di inquinamento ambientale”, contempla un delitto aggravato

dall’evento.

L’evento è rappresentato dalle lesioni o dalla morte.

La morte o le lesioni non devono essere volute, neppure a titolo di

dolo eventuale; in caso contrario sarebbe applicabile la fattispecie

autonoma di inquinamento (452-bis) in concorso con quella di omicidio

doloso o di lesioni dolose.

Le morti o le lesioni, quindi, devono essere causate per colpa: occorre

cioè che fossero, al momento della condotta inquinante e in connessione con

questa, prevedibili ed evitabili impiegando i canoni di diligenza, prudenza e

perizia dell’agente modello.

Occorrerà in altre parole un doppio accertamento: il primo, di natura

oggettiva, circa il nesso causale che deve collegare il fatto di

inquinamento alle lesioni dell’integrità fisica; il secondo, di natura

soggettiva, circa la rimproverabilità delle morti o delle lesioni come

esito prevedibile ed evitabile dell’inquinamento.

Poiché la legislazione ambientale è ricca di regole cautelari può immaginarsi

che, nella prassi, la colpa tenderà con l’essere pressoché presunta.

Tale esito non sarebbe corretto nella misura in cui le regole cautelari di settore,

almeno in taluni casi, sono finalizzate alla tutela delle funzioni di pianificazione

e controllo della PA.

In altre parole, occorre dimostrare, ai fini dell’imputazione soggettiva

all’inquinatore delle eventuali morti o lesioni, che le stesse fossero

prevedibile conseguenza della condotta di inquinamento proprio alla

luce di determinate regole cautelari finalizzate a prevenire quel

determinato tipo di rischio.

In definitiva, sarà abusivo l’inquinamento realizzato in violazione di

una qualsiasi norma di legge, anche non strettamente ambientale;

tuttavia, ai distinti fini dell’imputazione soggettiva ex art. 452-ter,

rileverà solo la violazione di regole cautelari che siano effettivamente

finalizzate ad impedire offese alla salute o alla integrità fisica.

3.1 LA STRUTTURA DELL’ART. 452-TER: DELITTO AGGRAVATO

DALL’EVENTO O CIRCOSTANZA AGGRAVANTE?

La struttura dell’art. 452-ter è di difficile interpretazione.

Si pongono due alternative: delitto aggravato dall’evento o circostanza

aggravante.

Si tratta, in realtà, di un delitto (di inquinamento doloso) aggravato

dall’evento (lesioni o morti).

Si tratta, altresì, di una fattispecie autonoma, e ciò per una molteplicità

di argomenti:

L’evento (morti o lesioni) offende un bene giuridico distinto

 rispetto a quello protetto dalla fattispecie-base (la salubrità

dell’ambiente)

Le morti o le lesioni sono inserite in un articolo distinto, con un

 proprio nomen iuris

Le pene previste dall’art. 452-ter sono autonomamente

 individuate.

Aderendo a questa lettura, cioè qualificando l’art. 452-ter come

fattispecie autonoma, conseguono rilevanti effetti di disciplina: le

relative sanzioni non sono soggette a bilanciamento, come viceversa

risulterebbe dall’inquadramento della disposizione nello schema della

circostanza aggravante.

Del resto, ove l’art. 452-ter costituisse una circostanza aggravante,

basterebbe la concessione di una qualsiasi attenuante reputata

equivalente (o prevalente) per elidere ogni aumento di pena per morti o

lesioni, anche plurime (analogia con l’art. 452-quinquies): effetto

evidentemente non in linea con le idee del legislatore, che anzi si proponeva un

generale inasprimento delle pene.

Si tratta di un reato complesso, che assorbe in un’unica disposizione le

fattispecie di inquinamento ambientale e di omicidio/lesione colposi.

Il trattamento sanzionatorio presenta profili problematici: è prevista la stessa

pena sia nel caso di morte di due o più persone, sia di più lesioni (purché non


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Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
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A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fpigna94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale dell'ambiente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Ruga Riva Carlo.

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