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Diritto internazionale

Capitolo 4

Successione

Successione nei trattati

Per quanto riguarda la successione tra Stati nei Trattati, bisogna distinguere:

- successione per decolonizzazione, dove si applica il principio della tabula rasa: si parte da

zero, in quanto lo Stato colonizzatore non ha mai agito nell’interesse dello Stato colonizzato, e

perciò, una volta raggiunta l’indipendenza, c’è bisogno del consenso di quest’ultimo.

- successione per mutamento territoriale, dove si applica il principio di continuità: vengono

applicati automaticamente i Trattati dello Stato predecessore dal momento che si presume il

consenso dello Stato successore.

Una disciplina particolare è dettata per li trattati localizzabili, cioè gli accordi di frontiera (come

il diritto di transito per uno Stato confinante), per i quali, a prescindere dalla fonte della

successione, si applica il principio di continuità.

Stesso principio vale per i trattati che hanno ad oggetto i diritti umani.

Successione nelle organizzazioni internazionali

Lo Stato successore, per essere ammesso alle organizzazioni internazionali di cui faceva parte

lo Stato predecessore, deve essere soggetto alla procedura di ammissione.

Solo in caso di fusione, quando i due Stati facevano entrambi parte della stessa organizzazione, è

possibile una procedura di ammissione semplificata.

Un problema si verificò per l’Unione Sovietica, la quale aveva un seggio permanente presso il

Consiglio di sicurezza dell’ONU: attraverso una finzione giuridica, si ritenne che la Federazione

russa fosse una continuazione dell’Unione Sovietica, andando a coprire il posto nel Consiglio di

sicurezza.

Mutamenti territoriali

Tra i mutamenti territoriali distinguiamo:

- fusione: due Stati si fondono formando un unico Stato, dotato di una propria soggettiva giuridica

(es. Tanzania).

- annessione: uno Stato annette a sé un altro; lo Stato annesso non assume gli obblighi dello

Stato annettore. (es. unificazione d’Italia).

- distacco: uno Stato si forma per effetto del distacco di un altro Stato. Lo Stato che subisce il

distacco continua la propria soggettiva giuridica, mentre il nuovo Stato, distaccato, continuerà ad

essere legato ai Trattati stipulati dal primo

- cessione: uno Stato cede un suo territorio (es. L’Italia ha ceduto Nizza e Savoia alla Francia).

- smembramento: uno Stato si estingue formando due nuovi Stati (es. Cecoslovacchia).

Con gli accordi di devoluzione lo Stato predecessore trasferisce tutti i suoi diritti e doveri sul

territorio allo Stato successore, il quale dovrà esercitare l’attività necessaria per subentrare in tale

situazione.

In caso di accordi tra lo Stato predecessore e un terzo, lo Stato successore dovrà proporre

una novazione per subentrarvi.

In caso di Trattati multilaterali, lo Stato successore dovrà presentare una notifica di

successione per subentrarvi. Diritto internazionale

Successone di beni, debiti e archivi

La successione può riguardare anche:

- beni immobili: i beni che si trovano sul territorio dello Stato predecessore passano direttamente

allo Stato successore. Si tratta di una regola suppletiva, che interviene solo in caso di mancato

accordo tra le parti.

- debiti pubblici: i debiti localizzati, cioè a favore del territorio oggetto della successione (es.

costruzione di opere pubbliche) passando direttamente allo Stato successore. Non è così,

invece, per i debiti odiosi, cioè quelli contro lo Stato successore prima di diventare

indipendente.

- archivi: vengono trasmessi allo Stato successore. Viene applicato il principio di territorialità.

Successione in materia di responsabilità internazionale

La responsabilità per fatto illecito non viene trasmessa allo Stato successore.

Tale responsabilità viene trasmessa solo nel caso in cui il fatto illecito abbia presenti una stretta

connessione con la popolazione o il territorio dello Stato di nuova indipendenza.

Diritto internazionale

Capitolo 5

Sovranità territoriale

Sovranità territoriale

Ogni Stato esercita la sovranità territoriale sul proprio territorio, cioè un potere di governo che

si estende su:

- territorio;

- mare territoriale;

- spazio aereo sovrastante.

La sovranità territoriale non può essere esercitate congiuntamente da due o più Stati; in questo

caso si parla di condominio.

Ad ogni Stato è riconosciuto un dominio riservato, cioè un ambito di competenza esclusiva

dello Stato; a questo proposito distinguiamo 2 teorie:

- teoria giuridica: esclude dall’ambito del dominio riservato tutte quelle materie del diritto

internazionale e pattizio.

- teoria restrittiva: esclude dall’ambito del dominio riservato anche le materia oggetto di

attenzione da parte delle Nazioni Unite.

Vi sono, poi, casi eccezionali in cui le Nazioni Unite possono interferire nel dominio riservato,

nel caso di:

- consenso dell’avente diritto;

- minaccia della pace.

Il diritto internazionale prevedeva anche la possibilità di cedere parte del proprio territorio, ma

tale principio, da assoluto, è stato assoggettato al principio di autodeterminazione dei popoli.

Il potere statale incontra dei limiti dal diritto internazionale:

- lo Stato straniero non può essere sottoposto a giurisdizione per le sua attività iuri imperi e ai

suoi agenti e ai suoi funzionari devono essere riconosciuti privilegi e immunità.

- lo Stato deve garantire ai propri cittadini i diritti fondamentali sanciti dal Trattato che ha

ratificato.

Modi di acquisto della sovranità territoriale

Tra i modi di acquisto della sovranità territoriale troviamo:

- originali:

- territorio nullis: il territorio non appartenente a nessuno deve non solo essere scoperto, ma

anche occupato. Sono esclusi da questo ambito i territori appartenenti al patrimonio comune

dell’umanità e quelli soggetti al principio di autodeterminazione dei popoli.

- conquista: non è più modo di acquisto dato che è vietata l’aggressione; in questo caso,

infatti, l’acquisizione del territorio non comporta effetti giuridici.

- derivati: avviene con la cessione, che si verifica per effetto della vendita del territorio o come

conseguenza di un trattato di pace. Il trasferimento richiede il consenso dello Stato cedente e

l’acquiescenza degli altri Stati.

Amministrazione del territorio

Un territorio può essere amministrato anche da uno Stato che non gode del diritto di sovranità

territoriale; distinguiamo 2 casi: Diritto internazionale

- il territorio non appartiene a nessuno e lo Stato che lo gestisce riceve il mandato da parte

delle Nazioni Unite. Oppure il territorio appena uscito dalla guerra è amministrato per un

periodo limitato di tempo da organizzazioni internazionali, che si occupano di riorganizzarlo.

- il territorio viene dato in affitto ad un altro Stato.

Frontiera

La frontiera delimita la sovranità territoriale; distinguiamo:

- delimitazione: il limite territoriale viene delimitato dalle coordinate geografiche;

- demarcazione: la trasposizione dei dati geografici sul territorio.

La delimitazione è un atto bilaterale che viene stipulato tra due Stati confinanti e in caso di

controversie interviene il Tribunale internazionale o il Consiglio di sicurezza.

In presenza di Stati confinanti, esistono 2 criteri:

- 1° criterio—> equidistanza: viene fissato il limite di 25 miglia dalla linea di base.

- 2° criterio—> introdotto dalla Corte internazionale: la Corte tiene conto di tutte le circostanze

che influenzano la delimitazione (giacimenti; struttura morfologica, ecc.). La Corte adotta una

tecnica che si suddivide in 3 fasi:

- la Corte fissa l’equidistanza tra i due Stati;

- se ci sono circostanze pertinenti, la Corte sposta la linea di equidistanza secondo l’equità;

- la Corte cerca di tracciare la linea definitiva tenendo conto dell’equidistanza e dell’equità.

Distinguiamo:

- uti possidetis: è una consuetudine, ormai generale, nata in America latina, dove i latino

americano affermavano che i loro confini erano uguali a quelli delle vecchie colonie spagnole.

Stabilisce la validità della sovranità acquisita dallo Stato, trasformando un possesso in una vera

e propria sovranità, la quale deve essere rispettata da tutti.

- laghi e fiumi: sulla base del criterio della linea mediana.

- catena montuosa: 2 Stati separati dalle catene montuose possono adottare il criterio dello

spartiacque o tracciare una linea ideale che unisce le vette più alte.

La frontiera marittima delimita l’area marina dello Stato costiero.

I limiti di frontiera stabiliti da Trattato vengono mantenuti anche in caso di successione dallo

Stato predecessore allo Stato successore; allo stesso modo viene mantenuta la servitù

internazionale, tra Stato dominante e Stato servente.

Antartide

Il Trattato di Washington stabilisce che l’Antartide deve essere usata esclusivamente per fini

pacifici e per la ricerca scientifica. Il Trattato congela ogni pretesa di sovranità da parte degli

Stati e affida la gestione al Comitato delle Parti consultive, formato da 12 membri.

Artico

Il Polo Nord è costituito da acque sovrastate da ghiacciai.

Le acque adiacenti agli Stati costieri sono assoggettate al regime del mare territoriale, mentre

le acque che superano il limite del mare territoriale sono assoggettate al principio di libertà

dell’alto mare.

La piattaforma continentale artica, ricca di petrolio e di gas naturale, è soggetta allo

sfruttamento esclusivo da parte degli Stati costieri, i quali possono costituirvi una zona

economica esclusiva.

Il Consiglio Artico comprende tutti gli Stati che si affacciano sull’Artico e che sono attivi nella regione.

Diritto internazionale

Capitolo 6

Mare territoriale, baie, stretti internazionali, piattaforma continentale, zona

economica esclusiva, patrimonio comune dell’umanità, alto mare

Grozio faceva una distinzione tra:

- mare territoriale: dove lo Stato esercita la sua sovranità;

- alto mare: soggetta al regime di libertà.

Tale distinzione rimase fino al 1958, quando si tenne la Conferenza di Ginevra.

L’Assemblea generale predispose 4 Convenzioni e 1 Protocollo:

- Convenzione sul mare territoriale della zona contigua;

- Convenzione sulla piattaforma continentale;

- Convenzione sull’alto mare;

- Convenzione sulla conservazione e gestione delle risorse naturali;

- Protocollo che si occupa di risolvere le controversie.

Gli Stati erano liberi di ratificare e infatti alcuni li ratificarono ed altri no.

Rimaneva insoluto, però, il problema del limite esterno del mare territoriale, infatti vi era

un’opposizione tra:

- limite di 12 miglia;

- limite di 6 miglia, richiesto dal Regno Unito.

La Prima Conferenza sul diritto del mare non riuscì a raggiungere l’accordo sul problema

sull’ampiezza della acque territoriali, perciò intervenì la Seconda Conferenza che voleva

risolvere tale problema e quello relativo all’ampiezza di una zona di pesca riservata allo Stato

costiero.

L’impulso decisivo ci fu con la nuova proposta di codificazione nel 1967, al fine di riservare

per fini pacifici l’utilizzo dei fondi marini posti oltre la giurisdizione nazionale degli Stati costieri e

per garantire lo sfruttamento delle relative risorse nell’interesse dell’intera umanità.

Pardo: dichiarare i fondi marini internazionali come patrimonio comune dell’umanità.

Fu, quindi, convocata la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che si sviluppò

attraverso 11 sessioni e si concluse a Montego Bay.

Si tratta di una Convenzione unica, che viene definita Costituzione degli oceani ed entra in

vigore nel 1994: non abroga la Convenzione di Ginevra, ma semplicemente prevale su

quest’ultima.

Mare territoriale

Il mare territoriale è quella parte di mare adiacente alle coste dove lo Stato costiero esercita la

sua sovranità. Il mare territoriale è soggetto a 2 limiti:

- limite interno: ciascuno Stato deve tracciare le linee di base per: gli spazi marini dalle acque

interne (soggette alla sovranità dello Stato costiero e fanno parte del demanio pubblico dello

Stato). Per fissare la linea di base esistono 2 criteri:

- criterio della bassa marea: la linea di base viene tracciata laddove finisce la bassa marea.

Questo non funziona quando le coste sono frastagliate o quando presentano isole e

insenature.

- sistema delle linee rette: si uniscono i punti esterni della costa e si traccia una linea retta.

Diritto internazionale

L’Italia utilizza entrambi i sistemi e viene usata come Paese di riferimento: 1)per l’Adriatico,

viene usato il criterio della bassa marea; 2)per il Tirreno, viene usato il sistema delle linee

rette.

- limite esterno: il limite massimo deve essere di 12 miglia; inferiore sì, ma superiore no.

La sovranità dello Stato costiero incontra 2 limiti:

- passaggio inoffensivo: la nazionalità della nave dipende dal suo luogo di registrazione.. Le

navi straniere godono del diritto di passaggio inoffensivo: si tratta di diritto di passaggio,

cioè il passaggio rapido e continuo, e non di diritto di navigazione (sosta, attracco, ecc.). Il

passaggio non deve arrecare offesa allo Stato costiero (es. uso della forza; offesa ambientale;

offesa alle risorse naturali), altrimenti lo Stato costiero può sospenderlo o interromperlo.

- giurisdizione civile e penale: nel mare territoriale, lo Stato costiero non può esercitare la sua

giurisdizione per fatti interni alla nave che sta transitando, ma solo se questi fatti riguardano

l’esterno.

Baie

Le baie sono insenature che penetrano nella costa.

Lo Stato costiero può chiudere le baie storiche, se ciò è accettato dagli altri Stati.

La baia, per essere chiusa, deve rispettare 2 criteri:

- la distanza tra gli estremi è inferiore a 24 miglia;

- se la distanza è superiore, lo Stato chiude solo la parte che non supera le 24 miglia.

Stretti internazionali

Gli stretti internazionali comprendono le braccia di mare che si trovano tra 2 terre emerse e, in

seguìto alla Convenzione delle Nazioni Unite riguardo l’estensione massima del mare territoriale

fino a 12 miglia, anche gli stretti sono stati assoggettati alla sovranità dello Stato costiero.

Per quanto riguarda gli stretti internazionali, è stato previsto il passaggio in transito, cioè la

libertà di navigazione e di sorvolo solo per un transito rapido e continuo. Il passaggio in

transito comporta diverse conseguenze:

- il passaggio delle navi non può essere sospeso;

- il diritto di sorvolo per gli aerei civili e militari;

- il diritto dei sommergibili di passare anche in immersione.

Il passaggio in transito si applica agli stretti che collegano:

- 2 zone di alto mare;

- 2 zone economiche esclusive;

- 1 zona economica esclusiva ed 1 di alto mare.

Zona contigua e zona archeologica

La zona contigua è una zona facoltativa; si estende per un massimo di 12 miglia dalla linea

base e deve risultare da un’apposita proclamazione.

È stata creata dalla Convenzione di Ginevra del 1958, la quale afferma che la zona contigua è

una zona sui generis, cioè una zona di alto mare contigua al mare territoriale perché lo Stato non

esercita la sua sovranità, però, essendo contigua, esso può esercitare alcuni diritti.

Conforti affermava che nella zona contigua lo Stato costiero esercita diritti funzionali, non

sovrani, al fine di assolvere a 3 funzioni:

- controlli doganali; Diritto internazionale

- controlli sanitari;

- controlli in materia di immigrazione.

La legge Bossi-Fini ha permesso la costituzione di una zona contigua anche in Italia in modo

irrituale, perché tale zona non è stata notificata al Segretario generale delle Nazioni Unite;

questo è avvenuto solo dopo una sentenza della Cassazione.

Anche la zona archeologica può estendersi per un massimo di 12 miglia e deve risultare da

un’apposita proclamazione. In questa zona lo Stato costiero controlla il commercio di oggetti

archeologici e storici.

Zona economica esclusiva

La zona economica esclusiva soddisfa le pretese degli Stati in relazione alla pesca esclusiva

nei mari adiacenti alle acque territoriali.

Tale zona può estendersi fino ad un massimo di 200 miglia e deve risultare da un’apposita

proclamazione.

Dato che la zona economica esclusiva non è soggetta alla sovranità territoriale dello Stato, tutti gli

altri continuano ad avere a godere delle libertà connesse all’alto mare (es. diritto alla

navigazione).

Inoltre, gli altri Stati possono chiedere di pescare in questa zona in cambio un corrispettivo in

denaro.

Lo Stato costiero, però, esercita poteri di polizia sulla zona economica esclusiva, anche se i suoi

poteri vengono ristretti, infatti: deve rilasciare la nave sequestrata quando questa fornisce una

cauzione o una garanzia e non può prevedere l’imprigionamento o punizioni corporali.

L’Italia, invece, ha istituito le zone di protezione ecologica, dove si applica la normativa interna

al fine di fronteggiare l’inquinamento. Non essendo una zona riservata, tutti possono dedicarsi alla

pesca in queste zone.

Piattaforma continentale

La piattaforma continentale consiste nella linea di demarcazione di un continente, sui cui lo

Stato costiero gode di diritti esclusivi di sfruttamento delle risorse naturali, anche se le

acque sovrastanti rimangono soggette al principio di libertà dell’alto mare.

Il diritto può essere:

- esclusivo, quando gli altri Stati possono esercitare attività di sfruttamento solo previa

autorizzazione dello Stato competente.

- automatico: quando il diritto non risulta da alcuna espressa proclamazione.

Il limite interno della piattaforma coincide con il limite esterno del mare territoriale e,

inizialmente, erano previsti 2 criteri:

- criterio a carattere batimetrico: la piattaforma si estende fino al punto dove le acque hanno

una profondità di 200m.

- criterio della sfruttabilità: la piattaforma si estende fino a dove è possibile sfruttare il suolo e il

sottosuolo.

La Terza conferenza ha abbandonato tali criteri prevedendo che l’estensione minima della

piattaforma deve essere di 200 miglia dalla linea base. Anche se tale limite può essere superato

per ragioni geologiche.

La Convenzione del 1958 e del 1982, invece, hanno previsto che è necessario l’accordo tra le

parti e, nel caso in cui manchi l’accordo, la prima convenzione ha stabilito il criterio della linea

Diritto internazionale

mediana: la linea i cui punti sono equidistanti dai punti più vicini delle line di base di ciascuno

Stato.

Alto mare

L’alto mare è costituito dalle parti di mare non comprese nella zona economica esclusiva, nel

mare territoriale e nella acque arcipelagiche.

L’alto mare inizia dal limite esterno della zona economica esclusiva e, nel caso in cui questa

sia assente, dal limite esterno del mare territoriale.

L’alto mare congela tutte le pretese di sovranità da parte degli Stati dal momento che è

assoggettato ad un regime di libertà:

- libertà di navigazione;

- libertà di pesca;

- libertà di sorvolo;

- libertà di ricerca scientifica.

Ogni Stato può esercitare tali libertà senza pregiudicare gli altri.

Ogni Stato può far navigare nell’alto mare la nave battente la propria bandiera. Tra la nave e lo

Stato ci deve essere un legame sostanziale: lo Stato deve esercitare effettivamente la sua

giurisdizione sulle navi nazionali.

Per gli Stati che accordano la propria giurisdizione liberamente, senza precisi controlli, si parla di

bandiera ombra e lo Stato che omette i controlli commette un illecito internazionale.

Le navi, inoltre, devono possedere solo una nazionalità.

Il fondo marino è soggetto al patrimonio comune dell’umanità e deve essere sfruttato per fini

pacifici e nell’interesse di tutta la comunità.

Il principio di libertà di navigazione nell’alto mare è soggetto a delle eccezioni:

- pirateria: qualsiasi Stato può catturare la nave che svolge attività di pirateria nell’alto mare, a

meno che tale nave non entra nelle acque territoriali dello Stato costiero. In questo caso, la

competenza spetterà allo Stato costiero ma, in caso di sua incapacità, le Nazioni Unite possono

autorizzare altre navi ad intervenire. Non sono compresi in questo ambito gli atti di terrorismo e

le manifestazioni di protesta svolte dalle navi ambientalistiche.

- diritto all’inseguimento: uno Stato straniero può disporre un inseguimento in alto mare per le

navi che hanno violato le sue leggi. L’inseguimento inizia nella acque interne e cessa nel

momento in cui la nave entra in acque territoriali straniere. Inoltre, l’inseguimento deve essere

continuo, infatti in caso di interruzione è illecito proseguirlo.

- diritto di visita: le navi da guerra possono visitare le navi altrui che si trovano nell’alto mare

quando c’è il fondato sospetto che praticano attività di pirateria o tratta degli schiavi.

- presenza costruttiva: lo Stato costiero può visitare una nave che si trova al largo delle sue

acque e tramite un battello gestisce traffici illeciti con la terraferma.

Per quanto riguarda le operazioni per reprime il traffico di stupefacenti, il terrorismo e il

traffico illegale di migranti intervengono specifiche convenzioni.

L’arresto della nave che compie atti illeciti può avvenire solo con il consenso dello Stato

bandiera. Il Consiglio di sicurezza, in attesa del consenso, ha previsto la possibilità di

autorizzare altre navi ad intervenire per per reprimere il traffico illegale dei migranti nel

Mediterraneo.

Patrimonio comune dell’umanità

Il patrimonio comune dell’umanità comprende:

Diritto internazionale

- fondi marini;

- spazio atmosferico;

- corpi celesti.

Non sono compresi:

- res nullis;

- aree soggetto al principio di libertà dell’alto mare.

I fondi marini sono assoggettati alla competenza dell’Autorità dei fondi marini.

È previsto un regime parallelo:

- lo sfruttamento da parte dell’Autorità, tramite l’Impresa;

- lo sfruttamento da parte dello Stato che lo richieda.

Inizialmente lo Stato aveva l’obbligo di trasferire all’impresa tutte le tecnologie necessarie per

svolgere l’attività; poi, questo principio è stato superato ed è venuta meno la posizione

privilegiata dell’Impresa.

Zone di identificazione aerea

Gli Stati costieri predispongono delle zone di identificazione aerea, in cui gli aerei che

transitano devono fornire le loro informazioni; tutto ciò per motivi di sicurezza.

Allo stesso modo, sono istituite Regioni per le informazioni di volo, che controllano il traffico

aereo di natura civile.

Stati-arcipelago

Lo Stato arcipelago è costituto da più arcipelaghi o altre isole.

Nello Stato arcipelago possono essere tracciate delle linee rette che uniscono i punti estremi

delle isole e la loro lunghezza non può superare le 100 miglia.

All’interno di queste linee ci sono le acque arcipelagiche dove vige il diritto di passaggio

inoffensivo.

Per le rotte internazionali, invece, le navi possono transitare nell’arcipelago, infatti si prevede:

- diritto di navigazione;

- diritto di sorvolo;

- diritto per i sommergibili di transitare in immersione.

Zone di ricerca e di soccorso

L’art 98 della Convenzione prevede l’obbligo di prestare soccorso a navi che si trovano in

pericolo, ma non è un obbligo assoluto dato che bisogna valutare se tale azione può mettere in

pericolo la nave soccorritrice e il suo equipaggio.

Lo stesso articolo promuove la costituzione di zone di ricerca e di soccorso.

Diritto internazionale

Capitolo 7

Immunità

Immunità dalla giurisdizione

Ogni Stato non può essere soggetto alla giurisdizione di Tribunali stranieri. Si tratta di

un’immunità processuale, in quanto riguarda solo il procedimento, e non sostanziale.

Inizialmente era prevista un’immunità assoluta dalla giurisdizione, poi è stata introdotta

un’immunità ristretta, infatti distinguiamo:

- attività iure imperi: attività dello Stato per fini pubblicistici. Viene riconosciuta l’immunità

- attività iure gestionis: attività private dello Stato. Non viene riconosciuta l’immunità.

La Convenzione di Basilea del 1972, e anche la Carta ONU, ha previsto il criterio della lista, in

base alla quale il principio generale è quello dell’immunità giurisdizionale, ma tale immunità non è

prevista per una serie di fattispecie tassativamente indicate.

Un problema riguarda le controversie in materia di lavoro: la Convenzione di Basilea prevede

che lo Stato non è coperto da immunità per le controversie nate nell’ambito del contratto di lavoro

tra uno Stato estero e una persona fisica di un altro Stato, che ha per oggetto una prestazione da

eseguire nello Stato del foro.

Secondo la Carta dell’ONU l’immunità è prevista se la prestazione è strettamente connessa

all’esercizio dell’attività governativa.

Altro problema riguarda il risarcimento del danno: lo Stato che ha prodotto il danno non è

coperto da immunità se l’azione o l’omissione è avvenuta nello Stato del foro.

Immunità dalle misure esecutive e cautelari

Le immunità non riguardano solo il procedimento di cognizione, ma anche i procedimenti

esecutivi e cautelari.

A questo proposito distinguiamo, dal punto di vista dei beni:

- iure imperi: beni utilizzati per attività pubbliche;

- iure gestionis: beni utilizzati per le attività private.

La Convenzioni di Basilea esclude che i beni di Stati terzi possano essere soggetti a misure

esecutive.

La Convenzione ONU, invece, distingue:

- misure cautelari: adottate prima della sentenza. Non sono ammesse, a meno che lo Stato vi

abbia destinato una specifica categoria di beni.

- misure esecutive: adottate dopo la sentenza. Non sono ammesse, ad eccezione di quei beni

che non sono strumentali all’esercizio delle funzioni sovrane dello Stato.

Secondo la Convenzione ONU l’immunità ricopre anche gli Stati membri degli Stati federali;

mentre la Convenzione del Consiglio europeo stabilisce che l’immunità è concessa solo previa

dichiarazione dello Stato federale stesso.

Immunità e diritto di accesso alla giustizia

Per garantire la conciliazione tra immunità e diritto di accesso alla giustizia (art 24 Cost.), la

Corte costituzionale italiana ha affermato che le norme consuetudinarie anteriori alla

Costituzione devono essere considerate norme interne al nostro ordinamento e per questo

comportano una deroga alla Carta costituzionale.

Diritto internazionale

Quindi, il diritto di accesso alla giustizia viene derogato in caso di validi motivi, come la tutela

delle funzioni sovrane dello Stato estero, ma non quando ricorrono motivi illegittimi che violano i

diritti fondamentali dell’uomo.

Immunità degli organi stranieri

Gli individui-organo, cioè quelli che rappresentano lo Stato, godono di:

- immunità funzionale: per gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni e continua anche una

volta cessata la carica.

- immunità personale: per gli atti privata e cessa al cessare della carica.

La qualifica dell’organo viene fatta sulla base dell’ordinamento interno dello Stato in cui agisce

ed è possibile rinunciare alle immunità con un’apposita dichiarazione.

Caso marò: su una nave privata c’erano due marinai italiani che avevano, per errore, sparato a

dei pescatori indiani, scambiandoli per dei pirati. La Corte suprema indiana ha deciso di non

riconoscere loro l’immunità, dato che i marinai si trovavano su una nave commerciale e agivano

per proteggere gli interessi dell’armatore.

Immunità dei capi di Stato e dei capi di governo

I capi di Stato e di governo sono coperti da immunità funzionali e personali e hanno diritto alla

tutela da parte dello Stato che li ospita.

Caso Gheddafi: la Corte di Cassazione riconosce l’immunità giurisdizionale di Gheddafi, in quanto

Capo di Stato.

Immunità del Ministro degli affari esteri

Il Ministro degli affari esteri è coperto da immunità giurisdizionale penale, che comprende sia

immunità funzionale che immunità personale.

L’immunità sussiste anche in caso di crimine internazionale, a meno che il Ministro non sia

sottoposto al giudizio da parte del Tribunale internazionale; tale Tribunale deve essere istituito

dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Immunità dei corpi di truppa all’estero

I corpi di truppa all’estero vengono disciplinati dal diritto convenzionale, attraverso la

stipulazione di appositi accordi.

Nei rapporti tra più contingenti presenti all’estero, ciascuno è assoggettato alla legge della

propria bandiera solo per i fatti interni, non quando i rapporti tra più contingenti che hanno

ripercussione all’esterno.

Immunità degli agenti diplomatici

L’agente diplomatico assume le sue funzioni attraverso l’accreditamento, previo il gradimento

dello Stato ospitante attraverso le lettere credenziali.

Il titolare dell’immunità è lo Stato accreditante, mentre l’agente diplomatico è solo il

beneficiario, perciò solo il primo potrà eventualmente rinunciare alle immunità.

Lo Stato territoriale dove l’agente diplomatico svolge le sue funzione è soggetto a limiti:

- inviolabilità dei locali della missione diplomatica, vietando perquisizioni. Si parla di

extraterritorialità della missione diplomatica, dato che la sovranità spetta allo Stato territoriale su

cui si svolge l’attività diplomatica, il quale ha il dovere di proteggere tale attività.

Diritto internazionale

- inviolabilità della persona dell’agente diplomatico, vietando misure coercitive. Inoltre,

l’agente diplomatico deve essere protetto dallo Stato territoriale da offese e pregiudizi.

- immunità dell’agente diplomatico dalla giurisdizione locale:

- immunità funzionale: riguarda gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni e copre

l’agente diplomatico anche dopo che la sua carica cessa.

- immunità personale: riguarda gli atti privati dell’agente diplomatico, ma cessa al cessare

della sua carica.

L’agente gode di immunità dalla giurisdizione penale, quindi non può essere sottoposto a

processo. Nel caso di reati gravi, invece, può essere dichiarato persona non gradita ed è

obbligato a terminare la sua missione.

L’agente diplomatico gode di immunità civile e amministrativa, ad eccezione di:

- azioni reali;

- azioni successorie;

- attività commerciale.

L’agente diplomatico gode di immunità fiscale per le imposte dirette, ma non per quelle

indirette, anche se può essere riconosciuta l’immunità per quest’ultime in condizioni di reciprocità.

A volte uno Stato può nominare un cittadino dello Stato accreditario come agente

diplomatico: in questo caso, egli godrà solo dell’immunità funzionale.

Immunità dei consoli

I consoli svolgono attività amministrativa dello Stato d’invio nello Stato territoriale. I loro compiti

sono:

- rilascio dei passaporti e dei documenti di viaggio;

- salvaguardia degli interessi nelle successioni mortis causa;

- trasmissione di atti giuridici ed extragiuridici;

- agiscono in qualità di notaio e di pubblico ufficiale;

- risolvono le controversie marittime.

I locali e la persona dei consoli sono inviolabili.

A differenza degli agenti diplomatici, i consoli godono solo di immunità funzionale, anche se i

trattati bilaterali possono prevedere ulteriori privilegi.

Il console deve ricevere il consenso dello Stato territoriale dove svolge le sue funzioni,

attraverso le lettere patenti, e può essere dichiarato persona non gradita nel caso di reati gravi.

Immunità delle organizzazioni internazionali

Si discute molto riguardo la possibilità di accordare immunità alle organizzazioni internazionali.

Innanzitutto vengono stipulati accordi di sede tra l’organizzazione e lo Stato che riconoscono le

immunità.

Secondo la Carta dell’ONU vengono riconosciute immunità alle organizzazioni internazionali, in

modo da garantire loro l’esercizio delle funzione.

- secondo alcuni le immunità alle organizzazioni internazionali vengono riconosciute sulla

base di un’applicazione analogica delle norme consuetudinarie che attribuiscono immunità

agli Stati;

- secondo altri esiste un’autonoma norma consuetudinaria che attribuisce le immunità alle

organizzazioni internazionali;

- secondo altri ancora l’immunità deriva dalla personalità giuridica delle organizzazioni

internazionali; Diritto internazionale

- secondo altri l’immunità può essere riconosciuta alle organizzazioni internazionali solo con

un apposito accordo.

Incerto rimane il contenuto delle immunità.

In caso di assenza di accordi di sede, si ritiene che non si possa andare oltre l’applicazione

analogica della norma consuetudinaria relativa alle immunità degli Stati.

Tuttavia, i membri delle organizzazioni internazionali godono di immunità e di privilegi, ma

solo di immunità funzionali e non di immunità personali.

Diritto internazionale

Capitolo 8

Fonti del diritto internazionale

Consuetudini

Il diritto internazionale è stato da sempre diritto non scritto, quindi la consuetudine ha avuto

sempre un ruolo predominante. Oggi, invece, gli Stati ricorrono soprattutto da norme pattizie.

La consuetudine è una fonte di diritto internazionale generale, caratterizzata da:

- diuturnitas: la ripetizione costante di un determinato comportamento.

- opinio iuris: la convinzione che la consuetudine sia conforme al diritto.

A questo si aggiunge:

- tempo: è necessario un tempo prolungato affinché la consuetudini si affermi;

- comportamento uniforme: tutti i soggetti che pongono il comportamento devono muoversi

nella stessa direzione, quindi ci deve essere sempre la stessa prassi;

- maggioranza dei soggetti: la consuetudine deve essere accettata come tale dalla

maggioranza dei soggetti. Non è richiesta l’unanimità e nonostante l’opposizione di alcuni Stati,

la consuetudini vincolerà tutti (NO teoria dell’obiettore permanente).

Altro elemento fondamentale è quello psicologico, dato che è necessaria la convinzione della

vincolatività giuridica della consuetudine, quindi del suo carattere obbligatorio.

Secondo la teoria spontanea delle consuetudine, per formare la consuetudine non è necessario

l’elemento psicologico, in quanto è sufficiente un’implicita volontà dei soggetti di diritto

internazionale.

Obiezione: il comportamento da tenere è una norma giuridica e, quindi, si crede giuridica una

norma che in realtà ancora non si è formata.

Non è così perché bisogna distinguere CONSUETUDINE da CORTESIA.

In proposito ricordiamo l’attacco agli Stati Uniti l’11 settembre 2001: di fronte la votazione

riguardante la reazione degli Stati Uniti all’attacco, molti Stati la appoggiarono ma con una

precisazione: non si doveva trattare di un precedente, ma di un caso isolato.

Tra le consuetudini particolari abbiamo:

- consuetudini regionali: valgono solo per un numero limitato di soggetti.

- consuetudini locali: valgono in una determinata organizzazione internazionale. L’art 27 della

Carta Onu, infatti, stabilisce che il Consiglio di sicurezza delibera con una maggioranza di 9/15

e tra questi 9 ci deve essere il voto favorevole dei 5 membri permanenti.

Caso Spagna: per far cadere il governo di Francisco Franco, molti Stati decisero di intervenire,

non con l’intervento militare, ma con l’applicazione di sanzioni. Stalin, invece, voleva intervenire

con l’intervento militare in modo da garantire la salita al potere del partito socialista.

Per questi motivi, la Russia si astenne dalla votazione riguardo l’applicazione di sanzioni e,

nonostante questo, la decisione venne comunque approvata.

Secondo molti autori classici, la consuetudine prevale sui Trattati per 2 motivi:

- la consuetudine ha portata generale, mentre il Trattato ha portata particolare.

- tra le norme consuetudine vi è pacta sunt servanda, su cui il Trattato fonda la sua

vincolatività e perciò è gerarchicamente inferiore alla consuetudine.

Secondo la Corte di giustizia ha affermato che la consuetudine e l’accordo sono fonti di pari

grado, quindi l’antinomia va risolta in base al criterio di specialità.

Tra le norme consuetudinarie ve ne sono alcune inderogabili, quindi i Trattati contrari ad esse

sono nulli; questo perché: vi è gerarchia tra fonti e non tra norme.

Diritto internazionale

Caso Spagna: la Spagna procedeva alla nazionalizzazione dell’energia elettrica; venne investita

anche una società belga che non ricevette un’adeguato indennizzo. Il Belgio agì in protezione

diplomatica di fronte la Corte internazionale. La Corte internazionale, però, afferma che la società,

pur essendo belga, si trovava su territorio spagnolo e quindi era soggetta alla sua sovranità.

Caso Italia: lo stesso avvenne in Italia, per alcune società formate da azionisti statunitensi. Gli

Stati Uniti agiscono in protezione diplomatica di fronte la Corte internazionale, ma l’Italia si oppone

affermando che le società si trovano nel suo territorio.

La Corte di giustizia non accoglie la contestazione italiana, dato che negli anni ’50 Italia e Stati

Uniti hanno concluso un Trattato (amicizia, commercio e navigazione) in base al quale le due parti

concordano che la protezione diplomatica può essere esercitata anche per i componenti della

società.

Tra le norme consuetudinarie, troviamo le norme imperative (ius congens), che prevalgono

sulle altre norme di diritto internazionale, in quanto hanno ad oggetto materie fondamentali

(come quelle che vietano il genocidio, la tortura o i crimini contro l’umanità, ma anche, più in

generale, le norme della Carta delle Nazioni Unite). Non possono cadere in desuetudine e può

essere modificata solo da un’altra norma imperativa.

Sono caratterizzate da:

- generalità;

- devono essere accettate come inderogabili da tutta la comunità internazionale.

Spesso una norma che nasce consuetudinaria può diventare imperativa con un contenuto più

ristretto (es. norma consuetudinaria del divieto dell’uso della forza è diventata norma imperativa

sul divieto di aggressione).

Anche i principi generali sono norme consuetudinarie.

Secondo la nozione originale, i principi generali erano quelli riconosciuti dalle Nazioni civili,

cioè gli Stati di matrice cattolica e quelli non colonizzati.

Successivamente, questa definizione è stata considerata anacronistica e il “riconoscimento

da parte delle Nazioni civili” è stato sostituito con il “riconoscimento dell’insieme di Stati”.

Questi principi hanno natura processualistica e funzione integratrice del diritto

internazionale e sono applicati costantemente dalle giurisdizioni nazionali tanto da esplicare i

loro effetti anche a livello internazionale.

Diversi sono i principi generali del diritto internazionale, riconosciuti dall’ordinamento

internazionale (es. principio uti possidetis).

Trattati

I Trattati, a differenza delle consuetudini, vincolano solo le parti.

Richiamiamo 2 Convenzioni di Vienna:

- Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati tra Stati;

- Convenzioni di Vienna sul diritto dei Trattati tra Stati e Organizzazioni internazionali.

Le Convenzioni sono in parte dichiarative del diritto consuetudinario, in parte di sviluppo

progressivo:

- solo le regole consuetudinarie si applicano a tutti gli Stati;

- mentre le regole di sviluppo progressivo sono vincolanti per gli Stati partecipanti.

Diritto internazionale

L’art 13 della Carta delle Nazioni Unite cerca di incoraggiare lo sviluppo progressivo del diritto

internazionale e la sua codificazione:

- codificazione: le norme di diritto consuetudinario vengono codificate in norme scritte.

- sviluppo progressivo: l’Assemblea generale immette nell’ordinamento internazionale nuove

norme.

L’Assemblea generale può procedere in 3 modi:

- può predisporre essa stessa i Trattati;

- può istituire un organo apposito, la Commissione di diritto internazionale, formato da

esperti di diritto internazionale;

- può adottare risoluzioni non vincolanti, questo per:

- garantire la maggiore partecipazione possibile degli Stati;

- dato che i Trattati hanno bisogno di tempi lunghi per essere stipulati.

Giurisprudenza e dottrina

La giurisprudenza e la dottrina non sono considerati fonti di diritto internazionale, ma mezzi per

garantire l’accertamento delle norme giuridiche.

In giurisprudenza non viene sancito il principio del precedente vincolante, anche se la Corte

internazionale ha fatto spesso riferimento alle sue precedenti sentenze per risolvere le

controversie.

Importanti sono anche i pareri consultivi della Corte per la ricostruzione delle norme

internazionali (come il principio di autodeterminazione dei popoli).

La dottrina comprende le opere degli autori più rappresentativi dei sistemi giuridici e non viene

citata dalla Corte internazionale nelle sue sentenze, ma soprattutto dagli altri Tribunali

internazionali.

Fonti previste da accordo

Le fonti previste da accordo vengono definite fonti di 3° grado e sono:

- clausola della nazione più favorita: questa clausola viene inserita in un accordo bilaterale, in

cui una parte riconosce un trattamento più favorevole ad un Paese terzo che viene

automaticamente esteso anche alla controparte.

- sentenza dispositiva: a differenza della sentenza di accertamento, che accerta il dritto

esistente, con la sentenza dispositiva le parti chiedono alla Corte internazionale di giustizia di

creare il diritto; e questo avviene quando le parti chiedono alla Corte di giudicare secondo

equità. Fino ad ora, però, non ci sono state pronunce basate sull’equità e, inoltre, l’equità non

deve mai essere contra legem.

- emendamento valido erga omnes: emendamento inserito nei Trattati multilaterali e valido per

tutte le parti del Trattato, senza bisogna dell’approvazione o della ratifica.

- atti vincolanti stabiliti dalle Organizzazioni internazionali ( es. il Consiglio di sicurezza

impone ad uno Stato di adottare misure coercitive nei confronti di un altro).

Norme istitutive di obblighi erga omnes o di vincoli di solidarietà

Di solito, le norme creano vincoli bilaterali, cioè vincolano solo le parti interessate.

Può capitare, però, che le norme istituiscano vincoli erga omnes o solidali, vincolando tutti gli

Stati. Tali norme possono derivare dal diritto pattizio (es. CEDU) o consuetudinario (es.

principio di autodeterminazione). Diritto internazionale

Soft law

Il soft law è il c.d. diritto morbido, cioè l’insieme di tutte quelle disposizioni giuridicamente non

vincolanti (es. raccomandazioni, codici di condotta, risoluzioni). Ad esempio la Carta di Nizza,

nata come raccomandazione, ma poi inserita in un accordo vincolante.

O anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Atti unilaterali

Gli atti unilaterali consistono in manifestazioni di volontà una sola parte che non raggiungono,

però, la controparte.

Nel diritto internazionale, tali atti sono atipici e dono essere previsti dal diritto pattizio o dal

diritto consuetudinario:

Diritto pattizio:

- denuncia o recesso: una parte decide di recedere dagli obblighi previsti dal Trattato.

- reqûete: istanza introduttiva del giudizio. Una parte, attraverso una clausola compromissoria

inserita nel Trattato, decide di affidare la controversia ad un organo giurisdizionale.

Diritto consuetudinario:

- riconoscimento: solo di situazioni giuridiche e non di Stati o di governi.

- acquiescenza: l’inerzia di un soggetto di fronte la decisione di un altro (una sorta di silenzio-

assenso).

- protesta: una determinata situazione non si riconosce conforme al diritto e si impedisce

l’acquiescenza.

- promessa: una parte si impegna a tenere un determinato comportamento o ad astenersi dal

farlo (es. caso marò: la Corte indiana concede ai marò di rientrare in Italia in occasione delle

elezioni; l’Italia promette di far rientrare i marò in India alla fine delle operazioni elettorali).

- notifica: uno o più soggetti si rendono consapevoli della conoscenza di un fatto; il destinatario

della notifica, quindi, non può ignorare l’esistenza del fatto.

- estoppel: figura del diritto anglosassone, in cui ad una parte in causa è vietato prendere

vantaggio da dichiarazioni contraddittorie che abbiano creato aspettative verso altri soggetti (es.

creditore che comunica a un suo debitore l'estinzione di un debito, salvo poi esigerlo

successivamente: il debitore può negare il pagamento del debito in base alle aspettative create

dalla prima dichiarazione del creditore).

Diritto internazionale

Capitolo 9

Trattati

Il diritto dei Trattati è stato in larga parte codificato dalla Convenzione di Vienna del 1969.

Non regola, però, le questione successorie e le questioni relative alla responsabilità degli

Stati.

La Convenzione non ha ottenuto la ratificare di 3 membri permanenti del Consiglio di sicurezza

(Francia, Regno Unito e Stati Uniti).

Procedimento di formazione

Gli Stati sono liberi di scegliere il contenuto del Trattato e la procedura di formazione.

Procedimento solenne: inizia con il negoziato: gli Stati si mettono d’accordo sul testo del Trattato

in uno Stato ospitante dove si svolge il negoziato. L’adozione del testo avviene con il consenso di

tutti gli Stati partecipanti, salvo che il testo sia adottato da una conferenza internazionale; in

questo caso l’adozione avviene con la maggioranza dei 2/3 degli Stati presenti e votanti.

Tra i soggetti che possono partecipare distinguiamo:

- soggetti di diritto, i cui pieni poteri sono presunti: Capi di Stato e di governo; ambasciatori,

rappresentanti di organizzazioni internazionali;

- soggetti che devono esibire pieni poteri, altrimenti il Trattato sarà privo di effetti a meno che

non venga convalidato in un secondo momento dallo Stato.

- soggetti potenziali, che vengono delegati: o perché servono determinate competenze

tecniche, o perché si devono concludere più Trattati contemporaneamente.

Se il negoziato viene concluso si procede alla firma: questa non impegna la volontà dello Stato a

diventare parte contraente, ma ha la funzione di autenticare il testo del negoziato.

Dopo la firma il testo non è più modificabile.

La fase successiva consiste nella ratifica: atto unilaterale con cui lo Stato si impegna ad

osservare il Trattato.

È necessario che ci sia l’incontro delle manifestazioni di volontà, infatti distinguiamo:

- scambio di ratifiche: in caso di trattato bilaterale;

- deposito: nei trattati multilaterali, presso il depositario, cioè uno Stato o un’organizzazione

internazionale.

Si diventa parte di un trattato anche con l’adesione da parte di Stati che non hanno partecipato

alla negoziazione.

Una fase eventuale è rappresentata dalla registrazione, che dà luogo alla pubblicità del Trattato.

In passato, il trattato produceva effetti solo a seguito della registrazione presso le Nazioni Unite,

Oggi, invece, è una fase eventuale.

Procedimento in forma semplificata: la procedura è più semplice e consiste nella sola

negoziazione.

In questo caso, la firma non ha solo lo scopo di autenticare il testo, ma anche quello di obbligare

le parti ad osservare il trattato. Non vi è, dunque, la ratifica.

Alcuni problemi

1. Su una materia insistono 2 Trattati: quale Trattato applicare?

In questo caso si parla di accordi confliggenti.

Per risolvere la questione sono previste delle clausole di coordinamento:

Diritto internazionale

- clausole di subordinazione: subordinazione del Trattato che le contiene rispetto agli altri.

- clausole di prevalenza: prevalenza del Trattato che le contiene sugli altri.

- clausole di compatibilità: si cerca di rendere compatibili due Trattati, che vengono applicati

congiuntamente; se non si riesce. si applica il criterio di successione delle leggi nel tempo.

2. Due Trattati non riguardano la stessa materia e non si può applicare la clausola di

coordinamento: quale trattato applicare?

In questo caso bisogna ricorrere all’interpretazione coordinata; nel caso in cui non si riesca a

risolvere la questione in tal modo, bisogna utilizzare l’interpretazione teleologica.

Capacità di concludere Trattati intenzionali

La capacità di concludere i Trattati spetta, non solo agli Stati, ma anche:

- organizzazioni internazionali;

- insorti e movimenti di liberazione nazionale, che hanno capacità limitata;

- Croce Rossa.

Riserve

Le parti contraenti del Trattato possono assumere obblighi in parte diversi da quelli previsti.

Questo è possibile attraverso l’apposizione di riserve, che possono essere:

- escludenti: escludono l’applicazione della norma allo Stato autore della riserva; la norma

resterà applicabile a tutti gli altri Stati.

- modificative: lo Stato che appone la riserva ad una norma vuole che questa si applichi in modo

diverso rispetto agli altri Stati.

- interpretative: la norma può avere diverse interpretazioni perché è frutto di un compromesso

tra le parti durante il negoziato. Uno degli Stati contraenti richiede che quella norma ambigua

venga interpretata nel senso che esso ha indicato nella riserva.

È possibile apporre riserve anche se non espressamente previsto dal Trattato, purché la

riserva non sia contraria all’oggetto e allo scopo del Trattato stesso e purché il Trattato non ne vieti

espressamente l’apposizione.

Non è necessario che la riserva sia accettata da tutte le parti, è sufficiente che un contraente la

accetti.

La riserva può essere formulata al momento della firma o della ratifica o dell’adesione e può

essere ritirata in qualsiasi momento, senza che sia necessario il consenso dello Stato.

Inoltre, vi sono Stati in cui una riserva viene apposta dopo la ratifica (riserva tardiva): per

produrre effetti tali riserve devono essere accettate da tutti i contraenti.

Di fronte alla riserva altrui, uno Stato può accettarla oppure formulare un’obiezione; si può

avere:

- obiezione semplice: lo Stato obiettante diventa parte nei confronti dello Stato riservante ed il

Trattato si applica ad eccezione della clausola oggetto della riserva.

- obiezione qualificata: gli Stati non riescono a trovare un accordo sul punto (lo Stato non ritira la

riserva e l’altro non ritira l’obiezione), le norme del Trattato non entrano in vigore tra le parti.

Si instaurano, quindi, 3 tipi di rapporto:

- rapporti tra Stato riservante e Stato accettante: il trattato si applica, compresa la riserva.

- rapporti tra Stato riservante e Stato obiettante: il trattato non si applica.

- rapporti tra Stati non riservanti: il Trattato si applica integralmente.

Diritto internazionale

Regola: l’invalidità della riserva comporta la non partecipazione dello Stato al trattato. Questo

non avviene nel caso in cui il Trattato abbia ad oggetto i diritti dell’uomo, dove lo Stato continua

ad essere vincolato al Trattato.

Caso Svizzera: l’art 6 CEDU prevede l’equo processo. La Svizzera aderisce alla Convenzione, ma

avendo diverse lingue stabilisce che la la lingua adoperata nel processo dipenda dal cantone in cui

ci si trova. Questo comporta un problema di diseguaglianze tra le armi in processo.

La Svizzera aveva formulato una riserva all’art 6, ma la Corte europea dei diritti dell’uomo dichiara

invalida la riserva perché contraria all’oggetto e allo scopo del trattato.

Nonostante la riserva sia invalida, la Corte ha deciso di non escludere la Svizzera dal trattato, ma

ha deciso di applicarlo integralmente nei suoi confronti.

Interpretazione dei trattati

Vi sono 2 metodi per interpretare i Trattati:

- metodo soggettivo: il trattato viene interpretato sulla base della volontà reale delle parti;

- metodo oggettivo: il trattato viene interpretato sulla base del significato del suo contenuto.

Quest’ultimo è quello previsto dall’art 31 della Convenzione di Vienna.

Tale metodo tiene, a sua volta, conto dei criteri non propriamente qualificabili come oggettivi:

- interpretazione sistematica: tiene conto di tutto il contenuto del trattato in cui contestualizza la

singola norma.

- interpretazione coordinata: tiene conto, non solo del singolo trattato, ma di tutti gli altri trattati

stipulati negli Stati in questione.

- interpretazione teleologica: tiene conto dell’oggetto e dello scopo del trattato.

Occorre tener conto inoltre:

- di ogni accordo posteriore tra le parti in relazione all’interpretazione o applicazione del trattato;

- alla prassi seguita nell’applicazione del trattato;

- integrare con norme consuetudinarie e principi generali.

Quando tali metodi non riescono a risolvere le questioni interpretative si ricorre all’art 32 della

Convenzione di Vienna, che disciplina il metodo soggettivo, come i lavori preparatori, le

circostanze in cui il trattato è stato concluso.

L’art 33 disciplina le ipotesi in cui un trattato sia redatto in più lingue: si presume che i termini

del trattato abbiano lo stesso significato nei diversi testi autentici.

In caso di divergenza, si adotterà il significato che permette di conciliare le varie versioni

linguistiche.

Tra i metodi di interpretazione di tipo estensivo, troviamo:

- analogia: si applica la norma prevista per un istituto ad un altro istituto non disciplinato,

forzando l’interpretazione di una norma.

- teoria dei poteri impliciti: gli organi delle organizzazioni non hanno solo i poteri

espressamente stabiliti dal trattato istitutivo, ma anche di quelli necessari per poter conseguire i

fini dell’organizzazione.

Trattati e Stati terzi

I Trattati producono effetti solo nei confronti delle parti.

Non possono produrre effetti nei confronti di terzi senza il consenso di quest’ultimi.

Vi sono 3 eccezioni: Diritto internazionale

- le regole di un trattato possono trasformarsi in diritto consuetudinario: il terzo è vincolato

in questo caso non dalla convenzione, ma dalla norma consuetudinaria che ha lo stesso

contenuto.

- misure imposte allo Stato terzo aggressore secondo la Carta delle Nazioni Unite:

l’imposizione dell’obbligo al terzo non è una conseguenza del trattato, ma della norma sul divieto

di aggressione.

- trattati che istituiscono situazioni che si impongono a tutti i membri della comunità

internazionale: tra questi trattati troviamo:

- trattati sulle vie d’acqua internazionali;

- trattato di Washington sull’Antartide.

La Convenzione di Vienna, inoltre, prevede 2 situazioni particolari:

- art 35: trattati che creano obblighi nei confronti del terzo: l’obbligo nasce per il terzo solo se

quest’ultimo lo accetta con atto scritto.

- art 36: trattati che creano diritti a favore del terzo: affinché nasca un diritto è necessario il

consenso di quest’ultimo: generalmente il consenso è presunto, a meno che non si richieda il

consenso espresso.

Sia nel caso dell’obbligo che in quello del diritto, il terzo non entra a far parte del trattato, ma si

crea un accordo distinto tra terzo e Stati parti.

L’art 37 disciplina le ipotesi di revoca dell’obbligo o del diritto a carico o a favore del terzo:

- obbligo: può essere revocato con il consenso delle parti del trattato e dello Stato terzo.

- diritto: può essere revocato solo con il consenso del terzo.

Invalidità dei trattati

Tra le ipotesi di invalidità, distinguiamo:

- invalidità relativa: comprende violazione delle norme interne sulla competenza a stipulare

d’importanza fondamentale; errore; dolo; corruzione.

- invalidità assoluta: comprende violazione dello Stato nel suo insieme; violazione degli

individui-organo; violazione di una norma imperativa del diritto internazionale.

Tale distinzione si base su:

- divisibilità: l’invalidità può ricoprire singole cause viziate e non l’intero trattato.

- sanabilità: che deriva dall’esecuzione del trattato, nonostante la conoscenza del vizio.

- diritto di invocare l’invalidità: da parte dello Stato vittima del vizio.

Tra le singole cause di invalidità, abbiamo:

Violazione delle norme interne sulla competenza a stipulare d’importanza fondamentale: di

solito non è una causa d’invalidità; lo è quando si tratta di violazione manifesta. Per violazione

manifesta s’intende la violazione oggettivamente conoscibile dalla controparte.

A volta il trattato contiene una clausola che obbliga lo Stato ad esprimere il consenso rispettando le

sue norme costituzionali: se non le rispetta non potrà invocare la causa di invalidità del Trattato.

Errore: consiste nella falsa o distorta rappresentazione della realtà. Si deve trattare solo di errore

di fatto e non di diritto e non può essere invocata l’errata conoscenza del diritto internazionale.

Per essere causa di invalidità, l’errore deve essere:

- essenziale: in assenza di errore lo Stato non avrebbe dato il suo consenso;

- scusabile: l’errore deve comprende tutte le circostanze tali da fare cadere lo Stato in errore;

- incolpevole: quando lo Stato partecipa all’errore.

Diritto internazionale

Dolo: comprende tutti gli inganni e i raggiri che portano lo Stato a esprimere il suo consenso.

Presenta le stesse caratteristiche dell’errore.

Corruzione: è una sottospecie del dolo e si verifica nei confronti di un rappresentante dello Stato.

Violenza nei confronti del rappresentante dello Stato: con atti o minacce si produce una

violenza nei confronti del rappresentate dello Stato.

Violenza nei confronti dello Stato nel suo insieme: avviene con l’uso della forza in violazione

dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Non rientra in questa categoria la legittima difesa e comprende solo la coercizione militare, non

quella economica e politica.

Si pone un problema riguardo i Trattati di pace: se vengono conclusi a seguito dell’uso illegittimo

della forza, il Trattato sarà invalido; se il Trattato è stato imposto all’aggressore da una coalizione

vittoriosa, allora sarà valido.

Contrarietà alle norme imperative del diritto internazionale: come il divieto di aggressione, che

fa parte del diritto cogente.

Estinzione dei trattati

Tra le cause di estinzione dei trattati troviamo:

- denuncia o recesso: una parte recede da un Trattato, ma questo non si estingue e continua ad

essere applicato agli altri Stati. La denuncia o il recesso sono ammessi anche se non sono

previsti espressamente dal Trattato, ma risultano dalla sua natura o dalla comune intenzione

delle parti.

- violazione sostanziale ad opera di una delle parti: si tratta di una violazione sostanziale, cioè

la violazione di una disposizione essenziale per lo scopo o l’oggetto del trattato. Il semplice

inadempimento, invece, non comporta l’estinzione del Trattato.

- impossibilità sopravvenuta: impossibilità di esecuzione dovuta alla scomparsa o alla

distruzione dell’oggetto fondamentale per l’esecuzione del Trattato. La Corte ha affermato che

non rientrano in tale categoria le difficoltà economiche e le violazioni commesse da una parte

che la invoca a danno di un contraente.

- mutamento fondamentale delle circostanze: si deve trattare di circostanze fondamentali per il

Trattato, dove il cambiamento non è stato previsto e comporta un mutamento degli obblighi

previsti dal Trattato. Il mutamento, invece, non opera come causa di estinzione se: 1)è dovuto

alla violazione del diritto internazionale; 2)deriva da un Trattato che fissa un confine. La rottura

delle relazioni diplomatiche e consolari non comporta l’estinzione del Trattato, a meno che

queste siano necessarie per l’applicazione e l’esecuzione del Trattato.

- sopravvivenza di una norma imperativa internazionale: quando il Trattato, al momento della

conclusione, è conforme alla norma imperativa, ma i suoi successivi effetti risultano contrari ad

essa.

- guerra: non disciplinata dalla Convenzione di Vienna, ma lasciata alla prassi e al diritto

consuetudinario. Si prevedono 3 situazioni:

- trattati che trovano la loro ragion d’essere nella guerra;

- la guerra produce una situazione incompatibile con una situazione preesistente;

Diritto internazionale

- la guerra produce un effetto sospensivo.

Un problema particolare è quello dei Trattati multilaterali, che se vengono applicati in tempi di

guerra potrebbero mettere in pericolo i belligeranti. Tali Trattati contengono delle clausole di

recesso, in base alle quali lo Stato può denunciare quelle situazioni che pregiudicano i suoi

interessi supremi.

La guerra, poi, non sospende i Trattati che hanno ad oggetto i diritti fondamentali dell’uomo,

considerati fondamentali, non solo dal diritto interno, ma anche dal diritto internazionale.

Emendamenti e revisione dei trattati

L’emendamento comporta la modifica di alcune clausole del Trattato;

la revisione comporta la modifica di tutto il Trattato nel suo complesso.

L’art 39 della Convenzione di Vienna stabilisce che l’emendamento deve risultare da un

accordo tra le parti; distinguiamo 2 situazioni:

- tutte le parti del Trattato anteriore provvedono alla modifica e, quindi, diventano parti

anche del Trattato posteriore.

- solo alcune parti del Trattato anteriore diventano parti del Trattato posteriore; quest’ultimo,

quindi, si applica solo a coloro che hanno partecipato alla modifica.

Il Trattato può anche prevedere delle procedure ad hoc per l’emendamento o la revisione, infatti

l’art 109 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce che per la revisione del Trattato occorre una

maggioranza dei 2/3.

Diversa è la conferenza di riesame (tipica dei Trattari di disarmo), in cui le parti verificano i

risultati dell’esecuzione del Trattato.

Alcuni Trattati possono prevedere che l’emendamento o la revisione sia predisposta da un

gruppo di Stati, le cui decisioni però sono vincolanti per tutti.

Un Trattato può essere emendato anche dalla prassi: l’art 27 della Carta delle Nazioni Unite

prevede che le deliberazioni del Consiglio avvengano in seguito a voto favorevole del Parlamento;

si è affermata la prassi in base alla quale l’astensione di un membro del Parlamento non ostacola

l’applicazione della decisione.

Soluzioni alle controversie in materia di invalidità ed estinzione dei Trattati

Una parte può sciogliersi dal vincolo contrattuale, non unilateralmente, ma dando notifica alla

controparte. Quest’ultima può:

- rimanere inattiva, quindi la parte può procedere;

- obiettare e la controversia deve essere risolta da i metodi previsti dalla Carta delle Nazioni

Unite (negoziato, arbitrato, conciliazione, ecc.).

Se le parti non riescono a scegliere il metodo da applicare, interviene la Convenzione di Vienna

che prevede 2 procedure:

- se la controversia ha per oggetto l’invalidità o l’estinzione di un trattato per contrarietà al

diritto cogente, entrambi le parti possono adire la Corte internazionale di giustizia oppure

decidere per l’arbitrato.

- in tutti gli altri casi una parte può procedere unilateralmente ad attivare il procedimento di

conciliazione (conciliazione obbligatoria). Tale conciliazione non ha effetto vincolante, ma ha il

valore di raccomandazione. Diritto internazionale

Costituzione italiana e Trattati internazionali

Per quanto riguarda gli articoli della Costituzione che fanno riferimento al diritto internazionale,

troviamo:

Art 11: prevede limitazioni di sovranità, al pari degli altri Stati, al fine di costituire organizzazioni

tese a garantire la pace e la giustizia fra le Nazioni.

Art 87: il Presidente della Repubblica deve ratificare i trattati, ma la decisione politica spetta

sempre al Governo.

Art 80: elenca 5 categorie di Trattati per i quali il Presidente della repubblica può provvedere alla

ratifica solo dopo l’autorizzazione del Parlamento:

- trattati di natura politica;

- trattati che modificano le leggi;

- trattati che modificano il territorio statale;

- trattati che prevedono oneri finanziari;

- trattati che prevedono arbitrati e regolamenti giudiziari.

Art 72: la legge di autorizzazione alla ratifica del trattato non può avvenire con procedura

abbreviata e nei termini di decreto legge.

Nel nostro ordinamento, i Trattati internazionali possono essere conclusi solo con il

procedimento solenne, proprio perché è richiesta la ratifica.

Per quanto riguarda i trattati segreti, una parte della dottrina li ammette, un’altra parte li considera

illegittimi.

Il Trattato segreto è un trattato politico che, in base all’art 80, ha bisogno dell’autorizzazione

del Parlamento. Il nostro ordinamento prevede la possibilità, in rari casi, di stipulare clausole

segrete.

Un altro problema riguarda i Trattati con esecuzione provvisoria, cioè i trattati che vengono

emanati in condizioni di urgenza e che entrano in vigore prima della ratifica.

L’art 25 della Convenzione di Vienna stabilisce che questo è possibile solo se previsto dalle

negoziazioni.

Nel nostro ordinamento il problema si pone per i trattati dell’art 80 e per i trattati che richiedono

la ratifica da parte del Presidente della Repubblica.

In realtà, l’art 25 è una norma dichiarativa del diritto consuetudinario e, quindi, entra nel

nostro ordinamento come norma di rango costituzionale, facendo venire meno il problema

della costituzionalità.

Altro problema riguarda la competenza per la formulazione delle riserve: il nostro

ordinamento prevedere che la volontà internazionale sia manifestata dal Governo, e quindi

spetta a quest’ultimo apporre le riserve.

Per quanto riguarda i trattati dell’art 80 distinguiamo 2 situazioni:

- il Parlamento autorizza la ratifica al Trattato, purché il Governo apponga una riserva. Se il

Governo non tiene conto di ciò che chiede il Parlamento, si possono incrinare i rapporti di

fiducia.

- il Parlamento non formula le riserve, ma il Governo decide di apporle. In questo caso, tali

riserve avranno valenza sul piano internazionale.

Diritto internazionale

Art 75: la legge di autorizzazione alla ratifica del trattato non può essere sottoposta a referendum

abrogativo, dato che in questo si andrebbe a sottoporre a referendum, non la legge di

autorizzazione, ma l’ordine di esecuzione del trattato, andando a considerare l’Italia inadempiente.

Art 117: in seguito alla Riforma del Titolo V della Costituzione, i poteri delle Regioni sono stati

estesi; esse possono concludere accordi internazionali: la ratifica spetta sempre al Capo dello

Stato e il Governo interviene per il controllo della legittimità.

Modifiche per il superamento del bicameralismo perfetto

Riguardo ai dibattiti sul bicameralismo perfetto, bisogna fare una distinzione:

- la legge di autorizzazione alla ratifica dei Trattati spetta alla competenza esclusiva della

Camera, che prende decisioni definitive.

- la legge sull’appartenenza dell’Italia all’UE rimane di competenza di entrambe le Camere.

Il Senato, inoltre, non può partecipare all’eventuale dichiarazione di guerra.

Rimangono immuni gli artt. 75 e 117. Diritto internazionale

Capitolo 10

Ordinamento nazionale e ordinamento internazionale

I rapporti tra ordinamenti giuridici e la teoria del rinvio

Ordinamento nazionale e ordinamento internazionale sono ordinamenti separati, anche se

comunicano tra di loro attraverso la tecnica del rinvio, che si distingue in:

- rinvio formale: un ordinamento rinvia alle norme di un altro ordinamento nella loro qualità

formale di norme giuridiche;

- rinvio materiale: un ordinamento rinvia alle norme di un altro ordinamento, non nella loro

qualità formale, ma nel loro contenuto materiale.

L’adattamento al diritto internazionale consuetudinario

L’adattamento al diritto internazionale consuetudinario avviene sulla base dell’art 10, comma

1, Cost. e si tratta di un rinvio formale. Tali norme appartengono al rango di norme

costituzionali.

Inizialmente la Corte costituzionale aveva distinto tra norme consuetudinarie anteriori alla

Costituzione, che vengono recepite dal nostro ordinamento senza alcuni limite, e norme

consuetudinarie posteriori alla Costituzione, che non vengono recepite se contrarie ai principi

fondamentali.

Successivamente, la Corte stessa, in una nuova sentenza, ha affermato che tutte le norme

consuetudinarie, sia anteriori che posteriori, possono essere soggette al giudizio di legittimità

costituzionale: nel caso di contrasto con la Costituzione, la norma consuetudinaria non deve

essere applicata dal giudice nel nostro ordinamento, senza che sia necessario sollevare un

giudizio di costituzionalità.

Sulle norme costituzionali che non contengono principi fondamentali, invece, le norme

consuetudinarie prevalgono a titolo di legge speciale.

In base all’art 10 Cost., è possibile anche l’adattamento del diritto interno al diritto

internazionale cogente, proprio perché tali norme sono tali se accettate e riconosciute dalla

comunità internazionale: gli Stati devono essere convinti della loro obbligatorietà e della loro

inderogabilità.

Le norme imperative appartengono al rango dei principi supremi della Costituzione, ma con

una particolarità: i principi supremi della Costituzione non possono essere modificati neanche

da una legge di revisione costituzionale, mentre i principi supremi di una norma imperativa

possono essere modificati solo da un’altra norma imperativa posteriore. Questo perché:

- le norme imperative hanno un rango superiore rispetto a tutte le altre norme

internazionali;

- l’equiparazione delle norme imperative ai principi immodificabili impedisce che un

procedimento di revisione costituzionale possa violare un principio di ius cogens,

esponendo lo Stato italiano a illeciti molto gravi e provocando una rottura della sua

vocazione internazionalista.

Per risolvere il problema del contrasto tra norme consuetudinarie e norme cogenti, in

riferimento alla commissione di crimini internazionali, la Cassazione ha stabilito la prevalenza

delle norme di ius cogens poste a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo su quella

dell’immunità giurisdizionale degli Stati. Questo vuol dire che l’Italia non può accettare

l’impostazione della Corte internazionale di giustizia, che afferma la prevalenza della norma

Diritto internazionale

sull’immunità giurisdizionale anche in caso di crimini internazionali, poiché contraria ai principi

fondamentali sanciti dalla Costituzione (Germania).

L’adattamento al diritto internazionale pattizio

I trattati per essere applicati nel nostro ordinamento, devono essere recepiti. Tra le procedure di

adattamento seguite dall’Italia, troviamo:

- procedimento speciale;

- procedimento ordinario;

- procedimento misto.

Nel procedimento speciale si dà piena esecuzione al trattato tramite un atto normativo ad hoc.

La norma interna di esecuzione è frutto di un rinvio formale operato dall’interprete al testo del

trattato, quindi ogni variazione che si produce nell’ordinamento internazionale si produce

automaticamente nell’ordinamento interno.

Nel procedimento ordinario, invece, si riformulano le norme del trattato attraverso un rinvio

materiale, con la conseguenza che non si ha una perfetta conciliazione tra ordinamento

internazionale e ordinamento interno.

Nel procedimento misto, invece, l’ordine di esecuzione è accompagnato dall’adozione di

disposizioni che danno attuazione nell’ordinamento interno alle norme non self-executing del

trattato.

L’ordine di esecuzione può essere contenuto in una legge o in un regolamento, da adottare

tramite decreto.

Se il trattato incide su una materia disciplinata da legge o coperta da riserva, l’ordine di

esecuzione dovrà essere contenuto in una legge ordinaria. Tuttavia, bisogna ricordare che l’art

11 Cost. introduce una norma permissiva, nel senso che consente di disporre l’adattamento con

legge ordinaria a tutte quelle disposizioni che consentono limitazioni di sovranità necessarie ad un

ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni.

Le norme internazionali introdotte tramite ordine di esecuzione sono soggetto al sindacato di

costituzionalità da parte delle Corte costituzionale.

Per quanto riguarda gli atti emendabili, bisogna fare una distinzione tra:

- autorizzazione alla ratifica: è inemendabile nel suo contenuto sostanziale. Se viene formulato

un emendamento, vuol dire che le Camere vogliono un trattato diverso da quello negoziato,

quindi l’esecutivo deve negoziare un nuovo testo, a meno che non si possa superare l’ostacolo

tramite l’apposizione di una riserva, in caso di trattato multilaterale. Il discorso non vale per le

modifiche di natura formale.

- ordine di esecuzione: dato che è legge in senso formale e in senso materiale, è emendabile.

Tale tesi non può essere accettata solo se l’emendamento contrasti sia col piano internazionale,

che col piano interno.

Nel procedimento tramite ordine di esecuzione si finisce spesso per derogare il normale

termine di vacatio legis di 15 giorni dalla pubblicazione, dato che le norme interne di esecuzione

entrano in vigore dal momento di entrata in vigore del trattato per l’Italia.

Infine, bisogna osservare che nel nostro ordinamento l’ adattamento avviene

contemporaneamente o successivamente alla legge di autorizzazione alla ratifica del trattato.

Le norme immesse tramite ordine di esecuzione nell’ordinamento nazionale hanno lo stesso

rango dell’atto che ne dà esecuzione e presentano una particolare resistenza all’abrogazione

o alla modificazione da parte di una legge successiva incompatibile.

Diritto internazionale

Tale contrasto andrebbe risolto sul piano interpretativo, affermando che la norma prodotta

tramite ordine di esecuzione prevarrebbe sulla norma successiva incompatibile in quanto

speciale.

Per evitare di riconoscere natura costituzionale ai Trattati, il costituente ha risolto la questione

relativa all’adattamento dei Trattati alla luce dell’art 117 dopo la riforma del Titolo V Cost.

Egli ha stabilito che le norme pattizie sono norme interposte, interposte tra legge ordinaria e

Costituzione, quindi: sono superiori alla legge ordinaria e rimangono subordinate alla

Costituzione, quindi:

- quando il giudice si trova di fronte una legge ordinaria in contrasto con il Trattato

internazionale, deve ricorrere all’interpretazione conforme;

- quando non riesce a risolvere la questione in questo modo, il giudice dovrà portare la

questione dinanzi alla Corte costituzionale, la quale parte dal valutare la conformità del

Trattato internazionale alla Costituzione. Se è conforme, allora la Corte deve verificare se

la legge è effettivamente in contrasto con la Costituzione e se lo è viene dichiarata

incostituzionale. Se, invece, ad essere in contrasto con la Costituzione è il Trattato, allora si

dichiara incostituzionale la legge di esecuzione del Trattato, non il Trattato.

L’adattamento alle fonti previste da accordo

Per quanto riguarda le modalità in base alle quali le fonti di terzo terzo grado entrano

nell’ordinamento, bisogna fare una distinzione.

Se il trattato prevede espressamente l’efficacia interna delle norme prodotte, tali norme

entreranno automaticamente in vigore nell’ordinamento interno (es. regolamenti UE).

Se il trattato non dispone nulla, la diretta applicabilità potrebbe essere desunta dall’ordine di

esecuzione del trattato. Ma la prassi è contraria, perché:

- la fonte di terzo grado non contiene norme self-executing;

- esiste una naturale diffidenza ad accogliere automaticamente fonti di un altro ordinamento

senza un adeguato controllo.

Ciò vale anche per le sentenze internazionali, che non ha efficacia diretta nel nostro

ordinamento, quindi lo Stato dovrà prendere tutti i provvedimenti necessari che l’esecuzione

della sentenza comporta.

L’art 117 Cost. pone un vincolo al legislatore per quanto riguarda le fonti previste da accordo.

Tale disposizione fa riferimento agli obblighi internazionali, in cui rientrano anche gli obblighi

derivanti da fonti di terzo grado.

La questione viene risolto affermando che la norma della fonte di terzo grado è una norma

interposta tra la legge ordinario e la Costituzione, quindi una legge ordinaria contrastante

dovrebbe essere rimossa tramite rinvio alla Corte costituzionale.

L’adattamento al diritto dell’Unione europea

Per quanto riguarda il diritto dell’Unione europea, bisogna fare una distinzione:

- per i Trattati istitutivi e per i successivi trattati modificativi, è previsto l’adattamento tramite

ordine di esecuzione contenuto in una legge ordinaria.

- per la legislazione derivata il discorso è più complesso.

Il regolamento è direttamente applicabile nello Stato, quindi non occorre nessun atto di

adeguamento.

Le direttive pongono allo Stato un obbligo di risultato (lo Stato è vincolato per il raggiungimento di

un determinato obiettivo, ma è lasciato libero per quanto riguarda i mezzi da utilizzare per

Diritto internazionale

raggiungerlo). In questo caso è necessario un atto di adattamento, a meno che non si tratti di

direttive dettagliate (self-executing), che producono effetti diretti. Si tratta, però, di effetti diretti

verticali, cioè la direttiva può essere invocata dal singolo nei confronti dello Stato, e non nei

confronti di un’altra persona fisica o giuridica.

Il singolo, poi, ha diritto a chiedere il risarcimento, se la mancata attuazione della direttiva gli causa

un danno.

Anche per le decisioni rivolte allo Stato è necessario un atto di adeguamento, me queste, come le

direttive, possono avere efficacia diretta solo nei confronti dei singoli.

L’adeguamento alle fonti comunitarie è stato frutto di un intenso dibattito dottrinale e

giurisprudenziale.

Una disciplina organica venne introdotta con la c.d. “legge La Pergola”, che avrebbe dovuto

consentire un adeguamento globale periodico al diritto comunitario derivato.

Lo strumento centrale per garantire tale adeguamento fu la “legge comunitaria”: una legge

ordinaria da emanarsi con cadenza annuale, contenente disposizioni di attuazione degli atti

comunitari, che delegava al governo l’attuazione di un numero di direttive.

La legge La Pergola è stata poi più volte modificata ed infine abrogata dalla “legge Buttiglione”,

che ne costituisce un opportuno ammodernamento.

Tale legge disciplinava la partecipazione dell’Itala al processo normativo dell’UE (fase

discendente) e le procedure di esecuzione degli obblighi comunitari (fase ascendente),

mantenendo il meccanismo della legge comunitaria. Inoltre, la legge, consentiva di adottare

provvedimenti di urgenza, nel caso in cui si si fosse dovuto procedere all’adeguamento prima della

data di entrata in vigore della legge comunitaria.

Successivamente ci fu un nuova modifica legislativa, che prevedeva:

- legge di delegazione europea: sostituisce la vecchia legge comunitaria, che deve essere

presentata dal Governo al Parlamento entro il 28 febbraio di ogni anno.

- legge europea: non deve essere adottata in un termine prestabilito e può contenere

disposizioni abrogative di norme vigenti in contrasto con l’ordinamento dell’UE o norme

necessarie per dare esecuzione alle sentenze della Corte di giustizia oppure norme che servono

a dare attuazione ai Trattati internazionali.

Nei rapporti tra l’ordinamento europeo e quello italiano, è sorto subito un vivace contrasto tra

la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia.

Il primo problema nasceva dal fatto che i Trattati comportavano un parziale trasferimento dei

poteri sovrani dagli Stati membri alle istituzioni europee. A causa di tale trasferimento dei

poteri sovrani, molti Stati hanno dato attuazione alle disposizioni dei Trattati con legge

costituzionale, per rendere compatibile con la propria costituzione il suddetto trasferimento dei

poteri.

In Italia, invece, la ratifica dei Trattati istitutivi è avvenuta con legge ordinaria, data l’ostilità,

all’epoca, all’integrazione europea. Di conseguenza si è posta ben presto, di fronte alla Corte

Costituzionale, la questione di legittimità costituzionale di tali leggi.

La Corte Costituzionale ha dichiarato che le leggi di ratifica trovano un fondamento nell’art 11

Cost., in cui l’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri

le pace e la giustizia fra le Nazioni .

Inizialmente, essendo stati resi esecutivi i Trattati con legge ordinaria, le disposizioni nel

diritto europeo non avevano efficacia superiore a quella propria della legge ordinaria e

Diritto internazionale

pertanto, un eventuale contrasto andava risolto in base al principio della successione delle

leggi nel tempo.

Tale tesi incontrò un’immediata reazione da parte della Corte di Giustizia nella sentenza Costa

c. ENEL, la quale affermò il primato del diritto comunitario direttamente applicabile sulle

norme interne contrastanti, primato giustificato dal trasferimento di sovranità.

Un primo passo verso la risoluzione del conflitto tra le due Corti, ci fu quando la Corte

Costituzionale ha ammesso che, nei confronti delle leggi interne successive, incompatibili con

il diritto dell’Unione era possibile sollevare la questione di legittimità e quindi spettava a tale

Corte pronunciarsi sulla legittimità costituzionale di tali leggi.

La Corte di Giustizia non ha però approvato la posizione della Corte Costituzionale, infatti nella

sentenza Simmenthal, la Corte di Giustizia ha dichiarato che il giudice nazionale deve garantire

la piena efficacia del diritto dell’Unione, disapplicando se necessario il diritto interno

incompatibile, senza dover attendere la previa rimozione mediante qualsiasi altro procedimento

costituzionale.

Un’ulteriore svolta ci fu quando la Corte Costituzionale stabilì che l’art 11 Cost. non comportava

l’invalidità della norma interna incompatibile con quella europea, bensì la sua disapplicazione da

parte del giudice comune, il quale non deve più sollevare la questione di legittimità costituzionale.

La Corte Costituzionale arriva quindi a garantire il primato del diritto dell’Unione.

La stessa Corte ha inoltre chiarito che l’obbligo di assicurare il primato del diritto dell’Unione,

fa capo non solo ai giudici, ma anche a tutta la pubblica amministrazione .

La giurisprudenza costituzionale, nella sentenza Granital, ha poi definitivamente affermato la

prevalenza dei regolamenti direttamente applicabili sul diritto interno incompatibile.

Tale prevalenza è stata poi estesa anche alle direttive, purché provviste di effetti diretti, ossia

quando le sue disposizioni appaiono incondizionate, chiare e precise.

Le norme europee, facendo parte di un ordinamento distinto da quello interno, non hanno il

potere di annullare o abrogare una norma, ma soltanto di disapplicarla; sarà poi il legislatore a

procedere all’abrogazione o alla modificazione delle norme interne.

Il giudice deve interpretare il diritto interno in conformità di quello europeo; solo quando il

contrasto risulti insanabile bisogna disapplicare il diritto interno, garantendo la diretta

applicazione delle norme europee.

La Corte Costituzionale ha elaborato una teoria dei controlimiti; di quei principi fondamentali

che vanno necessariamente salvaguardati e che, a loro volta, limitano la prevalenza del diritto

dell’Unione.

In caso di contrasto, il giudice dovrà sottoporre la questione di legittimità alla Corte

costituzionale.

Le regioni e l’adattamento al diritto pattizio e dell’Unione europea

L’attuazione del diritto dell’Unione europea spetta anche alle Regioni e alle Provincie

autonome. Bisogna distinguere: attuazione dei Trattati e attuazione del diritto dell’Unione

europea.

Per i Trattati, le Regioni possono darvi immediata attuazione senza aspettare l’adeguamento da

parte del governo centrale e, così come possono attuare gli accordi, così possono anche

eseguirli.

Anche per il diritto dell’UE, dopo intensi e lunghi dibattiti, il legislatore ordinario è arrivato alla

conclusione che le Regioni possono attuarlo direttamente.

Diritto internazionale

Lo Stato, però, interviene nel caso di inerzia regionale, attuando la propria normativa che verrà

sostituita nel momento in cui viene attuata quella regionale; inoltre prevede un diritto di rivalsa

per gli oneri finanziari, dato che lo Stato è considerato l’unico responsabile di fronte l’UE, anche se

inadempiente è la Regione.

Alcune Regioni, come il Friuli Venezia Giulia, hanno adottato una propria legge comunitaria

regionale.

Il sindacato giurisdizionale da parte del giudice interno sui trattati e sugli atti delle organizzazioni

internazionali

Per quanto riguarda i trattati, il giudice nazionale non dovrebbe applicare un trattato che esso

consideri invalido o estinto. Tale affermazione si scontra con la teoria dell’atto politico, la

quale viene ridimensionata con l’art 117 Cost., che porta a distinguere invalidità ed estinzione.

- per quanto riguarda il trattato affetto invalidità relativa (vizio sanabile), poiché l’acquiescenza

fa perdere il diritto di invocare la causa di invalidità, la non contestazione del trattato rientra tra le

scelte politiche dell’esecutivo, che quindi non possono essere vanificate dal giudice. Solo

quando le modalità di stipulazione del trattato appaiono in contrasto con la Costituzione, allora il

giudice interno deve sollevare un giudizio di costituzionalità e rinviare la questione alla Corte

costituzionale.

- il giudice può dichiarare invalido il trattato se ricorre una causa di invalidità assoluta. In questo

caso, l’esecutivo dovrà impugnare il trattato e dovrà seguire le disposizioni di procedura dettate

dalla Convenzione di Vienna.

- nel caso di estinzione dei trattati, il giudice non applicherà il trattato se ricorre una causa

automatica di estinzione; negli altri casi, invece, se l’estinzione è rimessa alla volontà

dell’esecutivo.

Per quanto riguarda gli atti delle organizzazioni internazionali, bisogna distinguere:

- nel sistema, come quello dell’UE, in cui spetta al giudice comunitario stabilire la validità

dell’atto, il giudice nazionale potrà solo operare un rinvio pregiudiziale alla Corte di

giustizia dell’Unione europea.

- il Consiglio di sicurezza nell’adottare le sue decisioni è vincolato alla Carta delle Nazioni

Unite e, quindi, un atto del Consiglio contrario a tali disposizioni dovrebbe essere considerato

invalido. Tuttavia le giurisdizioni interne si sono dichiarate incompetenti.

Possiamo affermare che, se la validità dell’atto interno con cui viene data esecuzione alla

risoluzione del Consiglio dipende a sua volta dalla validità della risoluzione del Consiglio, il

giudice interno potrebbe dichiarare invalida la risoluzione e disapplicarla.


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fran_93

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fran_93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sannio - Unisannio o del prof Virzo Roberto.

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