App Digital Education
Percorsi didattici sperimentali nella scuola dell'infanzia
Ida Cortoni
Prefazione di Mario Morcellini
Negli ultimi anni, alla luce anche del crescente allarme sociale legato all’intensificazione della fruizione mediale in età prescolare, è emersa l’esigenza di spostare e anticipare il focus di indagine sui bambini under 6, inaugurando un nuovo filone di studi capace di costruire relazioni di continuità fra sviluppo evolutivo, stile di consumo mediale, strategie di socializzazione e stimolazione cognitiva in età prescolare. Media usage in pre-school, descritto all’interno di questo volume, è un progetto multidisciplinare proposto dai Dipartimenti di Comunicazione e Ricerca Sociale e di Scienze Statistiche della Sapienza si pone in continuità rispetto ai processi di sperimentazione dell’uso di dispositivi digitali all’interno del contesto scolastico e familiare, analizzando il tutto da un punto di vista sociologico.
Alcune recenti ricerche ci dicono che l’uso frequente dei personal media rischia di limitare alcune capacità comunicative, espressive e relazionali dei più giovani: i bambini, per esempio, in questa fascia d’età sono in statu pupillari, ovvero di sostanziale dipendenza dall’ambiente, ed è dunque plausibile un affaticamento mentale dovuto al sovraccarico di stimolazioni proveniente dal mondo digitale; altri studi invece indicano che i cosiddetti screen media, soprattutto attraverso la dimensione del touch, possono favorire lo sviluppo cognitivo, in anni in cui nel cervello del bambino avvengono importanti sviluppi neuronali e neurogenerativi.
Ci si dedica allo studio delle dinamiche di relazione e mediazione culturale costruite in famiglia o a scuola, il luogo che prima di tutti deve stare al passo con il cambiamento in modo da ridare vita ai saperi e agli insegnamenti tradizionali e attualizzarli al tipo di alunno odierno, creando nuovi linguaggi digitali e comunicativi. Forse è ancora troppo presto per tirare le conclusioni sull’opportunità di inserimento delle tecnologie digitali a scuola, ma una buona posizione sarebbe quella di affiancare ai bambini una figura professionale, il media educator, che svolga un’attività didattica e educativa finalizzata alla comprensione delle potenzialità e dei pericoli connessi all’uso delle nuove tecnologie della comunicazione nei contesti formativi e alla realizzazione di adeguate strategie di educazione critica ai media.
Introduzione di Luca Giuliano
L’utilizzo di tecnologie mobili da parte dei bambini, anche in età prescolare, è sempre più frequente. L’ultimo rapporto di ricerca TAP (Technology and Play) pubblicato su questo tema dalle università di Sheffield e di Edimburgo indica nel 65% il complesso dei bambini di 3-7 anni che vivono in famiglie con almeno un tablet disponibile per l’accesso. Questa ricerca, prendendo un campione di 2000 famiglie con bambini dai 0 ai 5 anni, divise per ceto sociale ed etnia, ci offre un ampio ventaglio di informazioni sull’uso che i bambini fanno di questi dispositivi. In queste famiglie, il 25% dei bambini con meno di 3 anni ha un tablet di suo uso esclusivo, e questa percentuale sale al 37% per i bambini che hanno da 3 a 5 anni.
D’altra parte, gli effetti generali che le tecnologie multi-touch possono avere sullo sviluppo cognitivo e sul comportamento dei bambini, soprattutto nei primi anni, rimangono largamente sconosciuti. La situazione è molto difficile al giorno d’oggi perché, diversamente dal passato, non si tratta di affrontare il tema dell'interazione precoce tra i più giovani e le macchine intese come strumenti fissi, collocati in un’area precisa dell’abitazione, controllabili da parte degli adulti. Il tipo di interazione che oggi ci propongono i dispositivi mobili con touch screen apre una serie di problemi che fino ad ora non si erano mai presentati alla nostra attenzione.
I bambini non hanno bisogno di essere addestrati a toccare, spingere, far scorrere delle immagini su uno schermo che reagisce alle loro attività. Lo fanno con la massima naturalezza, con la stessa naturalezza con la quale interagiscono con il mondo della real-life. Jean Piaget con la sua epistemologia genetica affermava che le strutture mentali del bambino si formano in un crescendo di complessità sulla base di due processi: assimilazione e accomodamento - che interagiscono in modo equilibrato in momenti diversi dello sviluppo. L’assimilazione permette al bambino di acquisire e far propri elementi nuovi sulla base di schemi già noti, mentre l’accomodamento gli permette di correggere o innovare gli schemi per rispondere al cambiamento.
Tra gli stadi di sviluppo della teoria piagetiana quello che interessa qui è lo stadio di “preparazione e messa in atto delle operazioni concrete” (da 2 a 11 anni) e in particolare il sub-stadio pre-operatorio (2-7 anni) durante il quale il bambino impara a utilizzare il linguaggio simbolico (in termini di gioco simbolico). Lo sviluppo del linguaggio in questa fase è molto importante: l’apprendimento della capacità di eseguire istruzioni verbali è uno dei più rilevanti. Molti esercizi spiegati verbalmente possono essere messi in pratica sia con materiali fisici, tipo cartoncini o fogli, sia con strumenti tecnologici, tipo tablet, ma il tutto può essere condotto indifferentemente con mezzo o con un altro: il risultato sarà identico? Ma, soprattutto, sarà identico il processo di apprendimento quando avviene con modalità di interazione così diverse?
Per Lev Vygotskij lo sviluppo mentale del bambino avviene per mezzo di una “zona di sviluppo prossimale” che ha componenti autonome per quanto riguarda abilità individuali ma anche componenti potenziali che possono essere favorite (o ostacolate) dalla guida degli adulti o dalla collaborazione con gli altri bambini della stessa età. In questo processo, l’apprendimento linguistico svolge una funzione decisiva e pertanto analisi e sperimentazioni con i tablet si riferiscono preferibilmente a questa cornice teorica, che include anche lo scambio linguistico asimmetrico tra soggetti con competenze diverse.
Studi, ricerche e letteratura si riferiscono senza sosta al rapporto con le nuove generazioni, le nuove tecnologie e i social media, nascondendo così una certa confusione e un bisogno di etichettare fenomeni in rapido cambiamento che comunque, in ogni caso, si concentrano sui bambini più grandi o sui giovani adulti, non ci sono ancora indagini su bambini in età prescolare e su come i media digitali influenzino il contesto educativo e i processi di socializzazione. I primi risultati dei pochi studi condotti con sufficiente autorevolezza e rigore ci permettono di fare qualche considerazione ma con molte ambiguità e con ampi gradi di approssimazione.
La rassegna più completa a nostra disposizione (Neumann & Neumann, 2015) specificatamente dedicata alle ricerche sui bambini tra 0 e 5 anni ha individuato 16 articoli scientifici di maggiore rilievo in un arco temporale che va dal 2011 al 2015: l’analisi di questi permette di stabilire una relazione positiva tra uso del tablet e apprendimento delle abilità linguistiche, anche quando il tablet è utilizzato con l’assistenza e la mediazione dei genitori e degli insegnanti. Secondo alcuni studi, il tablet in un ambiente pre-scolastico facilita e stimola l’interazione sociale, accresce la motivazione ad apprendere e si integra bene con gli altri strumenti di apprendimento tradizionale. Utilizzare le app che permettono di scrivere e disegnare autonomamente accresce le capacità di apprendimento della scrittura e la creatività, anche se la tastiera limita le abilità di scrittura in corsivo. Uno dei problemi è associato anche alla riduzione dell’esperienza sensoriale.
Capitolo 1 - Media usage in pre-school: framework teorico multidisciplinare
Introduzione
Digital reading è l’espressione utilizzata dall’OECD (2011) per indicare l’insieme delle competenze digitali di cittadinanza nella società contemporanea; tale espressione è altresì inquadrata come learning outcome da raggiungere alla fine del secondo ciclo di istruzione superiore per tutti gli studenti. Tale risultato di apprendimento è certamente frutto di un processo di socializzazione di medio/lungo periodo che coinvolge inevitabilmente l’attività di più agenzie di socializzazione, come la scuola, la famiglia o il gruppo dei pari, nel processo di interiorizzazione delle competenze, anche digitali, sia nei contesti educativi informali che formali.
Il capitale sociale delle agencies si riflette sui processi di percezione della realtà digitale, sull’interiorizzazione e la memorizzazione di conoscenze e pratiche, nonché sullo sviluppo di atteggiamenti e processi interpretativi nei confronti del digitale, che si riflettono poi sul comportamento comunicativo di ciascuno. Dal punto di vista delle Scienze Sociali, rispetto alla relazione tra tecnologie digitali e giovani è stato progressivamente rilevato e ipotizzato come i processi di socializzazione ai media fra pari nei contesti informali e del tempo libero siano più immediate e frequenti rispetto a interventi di socializzazione mediata all’interno di contesti formali come la scuola o la famiglia.
A partire dagli ultimi anni, questa informal digital education, prevalentemente bottom-up, ha sensibilizzato gli organi governativi che hanno attivato politiche di integrazione e addomesticazione delle tecnologie all’interno dei diversi contesti di socializzazione, in primis la scuola. Lo scarto tuttavia fra la legittimazione normativa dell’uso dei media digitali a scuola e l’effettiva pratica culturale nelle attività didattiche quotidiane sembra ancora troppo ampio. Gli insegnanti però sostengono che spesso lo sviluppo tecnologico dei dispositivi digitali non tiene conto di come questi possano essere utilizzati nell’insegnamento.
Da qui emergono nuovi spunti di ricerca orientati sulla progettazione di linee guida, o raccomandazioni, per costruire nuovi curricula in grado di integrare e valutare l’uso dei dispositivi digitali in classe. Gli stessi insegnanti richiedono spesso più formazione, non solo sulle tecniche e le tecnologie, ma anche sulle possibilità di applicazione, sulle integrazioni pedagogiche, sulle modalità organizzative relative al setting scolastico, nonché indicazioni sulle tempistiche entro cui i dispositivi digitali debbano essere usati.
Nell’indagine sociologica, l’osservazione e l’analisi dei comportamenti culturali è importante partire da dati di scenario, rintracciare le cause di un evento, ipotizzare potenziali risvolti sugli stili di vita dei soggetti, ponendo particolare attenzione al grado di radicamento di alcune abitudini comportamentali nel tessuto sociale. Tali considerazioni sono funzionali per avviare percorsi di intervento di ricerca quanti-qualitativa più mirati, in grado di approfondire le variabili del capitale sociale familiare e scolastico influenti sulla relazione con i media.
Il processo di mediatizzazione in ogni caso non è omogeneo e generalizzabile: l’accesso, l’utilizzo mediale e il tempo di fruizione si diversificano a partire dalle variabili sociodemografiche, quali il genere, l’età, il reddito e l’etnia. In tal senso, i gap intra e inter-generazionali rispetto all’uso dei mezzi di comunicazione sembrano configurarsi fin dalla prima infanzia, anche attraverso le dinamiche di socializzazione trasmissiva dei genitori. Si viene a creare il cosiddetto “app gap”, secondo cui le variabili economiche e socioculturali familiari incidono significativamente sul modo di approcciarsi dei più piccoli alle tecnologie mobili, con conseguenti gap anche in termini di opportunità di stimolazione cognitiva ed emotiva della tecnologia.
La pratica del touch potrebbe certamente rappresentare uno strumento di sollecitazione dell’intelligenza pratica e senso motoria, alla base dei processi conoscitivi ed esplorativi nei primi anni di vita. Questo tipo di intelligenza, infatti, si sviluppa nella prima fase dell’apprendimento individuale (0-2 anni) e si amplifica successivamente, prende forma prima del linguaggio e della logica e rappresenta il principale strumento conoscitivo, fondato prevalentemente sull’esperienza pratica e sul contatto visivo con la realtà anche mediale. La mediazione familiare, tuttavia, rimane quell’aspetto discriminante in grado di influenzare l’intensità e l’orientamento della sollecitazione.
1.1. Il capitale cognitivo in prospettiva psicopedagogica
L’introduzione dei computer come strumento didattico in ambito scolastico è stata oggetto di numerosi studi, e i risultati confermano, nella quasi totalità dei casi, un migliore rendimento degli studenti il cui curriculum è arricchito dall’utilizzo di digital devices in classe. Le aree maggiormente potenziate dalla digital education riguardano:
- Learning: Strumenti digitali ben progettati incrementano la motivazione e incoraggiano l’apprendimento più degli strumenti tradizionali.
- Cognitive competence: I digital devices utilizzati come strumento didattico aiutano a migliorare la memoria operativa, l’abilità spaziale e l’attenzione visiva.
- Social interaction: I bambini in età prescolare sono più disposti a collaborare tra loro, instaurando dinamiche di apprendimento peer-to-peer.
L’inserimento delle tecnologie informatiche nella scuola negli anni non ha, tuttavia, sostanzialmente modificato l’uso delle tecnologie che, almeno a livello nazionale, rimane ancora in molti casi marginale. La guida degli adulti nell’utilizzo dei computer è associata a un miglioramento del ragionamento astratto, della pianificazione del comportamento, della coordinazione visivo-motoria e della memoria visiva.
Nel 2011, Mc Manis e Parks hanno messo a punto uno strumento di valutazione delle tecnologie educative che prende in considerazione diverse dimensioni dell’interfaccia:
- Educational Value: Valuta se le competenze promosse dal software siano in linea con i percorsi educativi standard previsti per gli studenti in età prescolare.
- Engagement to Enhance Learning: Valuta quanto il software sia in grado di coinvolgere il bambino e di incoraggiarlo a utilizzare la propria immaginazione. In questa dimensione rientra anche la valutazione del sistema di reward, sia l’insegnante che il software prevede un sistema che riconosca e comunichi al bambino i passi avanti da lui compiuti.
- Child-Friendly: Valuta quanto il software sia intuitivo e facile da usare per un bambino, quanto possa essere usato in maniera indipendente, quanto sia in grado di informare l’insegnante della necessità di fornire ulteriori istruzioni per evitare che il bambino sperimenti sensazioni di fallimento e frustrazione nel confrontarsi con la tecnologia.
- Interactivity: Valuta quanto il software sia calibrato sui bisogni del bambino, quanto possa essere personalizzato per esigenze individuali e per casi particolari.
- Progress Monitoring: Misura quanto il software sia in grado di monitorare i progressi a differenti livelli (classe, gruppo, individuali) e quanto sia in grado di rilevare le aree di difficoltà.
L’età prescolare coincide con il primo stadio di sviluppo dell’apprendimento, nel quale l’intelligenza intuitiva connessa alla rappresentazione e quella spazio-motoria si sviluppa per imitazione e assimilazione; qui l’introduzione di dispositivi touch, facilmente accessibili ai bambini più piccoli, può costituire un elemento in grado di facilitare lo sviluppo di aspetti cognitivi (intelligenza simultanea e spazio-motoria) e sociali, attraverso la condivisione dell’esperienza. I touchscreen devices sono infatti più accessibili ai bambini più piccoli, poiché si prestano ad essere utilizzati in maniera autonoma e presentano un’interfaccia più intuitiva.
Il tablet sembra essere, quindi, un potente strumento di apprendimento per i bambini, anche se rimane di estrema importanza il modo in cui gli insegnanti scelgono di implementare questa tecnologia: infatti, senza una componente educativa, la tecnologia non può raggiungere il suo pieno potenziale nel supportare l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo dei bambini: dunque la domanda cruciale riguarda come debba essere usata la tecnologia in classe.
1.2 Il capitale sociale in prospettiva sociologica
Il tema della crescente alfabetizzazione digitale dei bambini di età compresa tra i tre ed i cinque anni si inserisce in un quadro più ampio che si compone essenzialmente di due fattori: il primo, costituito dall’attrazione precoce nei confronti di forme ed esperienze più adulte di comunicazione (smartphone e tablet) e da una frequentazione assidua del web (con particolare riferimento ai social network sites), ci porta a confermare quella condizione di scomparsa dell’infanzia, ipotizzata da Neil Postman (1982) e caratterizzata dall’anticipazione anagrafica della pre-adolescenza alla fascia di età compresa tra gli otto e i dodici anni; il secondo elemento chiama in causa la responsabilità etica e sociale del nucleo familiare, considerato che la prima alfabetizzazione digitale avviene proprio tra le mura domestiche in modo informale, ancor prima di entrare in classe.
La famiglia è tenuta a riconsiderare le proprie prerogative di agenzia di socializzazione primaria in termini di affettività e formazione, per trasferirle in un contesto prettamente mediatico dove si rende necessario supportare i figli nel consapevole utilizzo dei dispositivi mediali e sviluppare con loro nuove dinamiche di interazione. Il peso dei genitori appare determinante anche in questo contesto.
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