Senza lacci – Cosimo Laneve
Il libro Senza Lacci è diviso in quattro parti, con una quinta aggiuntiva che si incentra su una dedica ad un amico. Nel primo capitolo, intitolato “Il piacere di scrivere”, il professore affronta il tema dell'importanza della scrittura come fonte di salvezza. Le cose che si vivono rischiano di essere dimenticate se non vengono messe nero su bianco, rischiano di perdersi e rimanere accantonate in un angolo. La scrittura si configura quasi come un lavoro di scavo e disseppellimento della memoria e dei ricordi che attraverso essa possono brillare e non rimanere opache e sommerse.
Il professore rende esplicito il suo essersi sempre occupato di scrittura saggistica, quella scrittura che tende ad essere oggettiva e sempre legata ai temi di attualità e novità, con la preoccupazione costante di citazioni aggiornate e di riferimenti puntuali. Questo suo libro è diverso, è appunto una scrittura “senza lacci”, senza freno per ciò che viene da “dentro”. Si rimette nella sua produzione scrittoria un po' di sentimento e si mostra la sua vita non solo da scrittore ma da persona. Il pensiero si muove tra temi e ricordi tra persone e cose, a cui rivolgere uno sguardo nuovo ed insolito.
La scrittura come conversazione
Il ritmo della scrittura qui non è veloce perché non si adatterebbe alla lentezza necessaria per scavare nei suoni, nell'animo, negli eventi. La scrittura assume la forma della conversazione, un esercizio di una pagina leggera, diretta e comunicativa. In Oriente praticare l'arte della scrittura è un percorso di ricerca spirituale che compie chi si propone di trovare se stesso; chi si pone davanti al foglio bianco, compie un circolo spirituale del suo stato d'animo attraverso la sua mano. Scrivere vuol dire dare spazio alle mani, al pensiero e al cuore e chi decide di intraprendere questa strada deve farlo con un intento sano, senza inganni, senza trascuratezze, e senza pretese.
Nella pagina i fatti entrano in una trama di eventi significativi che si inseriscono in modo cosciente nel tempo dando unità a ciò che risulterebbe sconnesso. Raccontare vuol dire perciò rielaborare creativamente aspetti del proprio “vissuto”.
Nostalgia e speranza
Nell'ottica di Brogna nel cammino della vita c'è una correlazione tra nostalgia e speranza. La prima si inscrive nel passato e ci parla di smarrimento, tristezza, di rimpianto per ciò che si è vissuto e non c'è più ma anche rimpianto per ciò che non si è vissuto. La nostalgia non è unica ma plurale e invade tutti i campi della nostra quotidianità. Nella speranza invece rivivono le emozioni, i desideri e le attese. Dal momento in cui il ricordo da nostalgico passa ad uno stato speranzoso, ecco che il passato non sarà più ricordato ma rivissuto.
In questa prospettiva scrivere non è il semplice richiamare alla memoria qualcosa del passato, e neppure rievocare ma come l’etimo della parola suggerisce (cor-cordis – recordari) vuol dire “rimettere nel cuore”. Scrivere di un’esperienza vuol dire riviverla e descriverla in tutti i suoi dettagli purché essa susciti in noi, o in altri le stesse emozioni del momento in cui è accaduta. Scrivere assume la connotazione di rivivere ma anche di riessere; diventa il “mettere fuori ciò che è dentro”.
Il rischio della tecnologia
Ricordare al giorno d’oggi rischia sempre più di diventare schiavo delle tecnologie. Se si potesse registrare tutto con una macchina da presa, rischieremmo di essere filmati 24h su 24 e il nostro passato sarebbe sempre presente con le sue sfaccettature negative, noi inoltre eviteremo di vivere in modo autentico perché saremmo sempre tesi a pesare ogni parola e non permettere di usarla contro di noi. Scrivere in chiave personale, infine, è un esercizio molto utile per la salute ma anche per resistere meglio alle sconfinate e tristi solitudini della vecchiaia.
La musica del silenzio
Nella seconda sezione del primo capitolo, il titolo “La musica dei silenzi” ci suggerisce quanto sia importante dal punto di vista dell’autore (Laneve) ritagliarsi dei momenti di silenzio e contemplazione per la scrittura ma anche per la vita stessa. Nella società della comunicazione mobile, pervasiva, ubiqua, è molto importante la sosta, la pausa e la lentezza per rimetterci in sesto e rimettere insieme tutti i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni.
Tutti dovremmo dedicarci spontaneamente alla solitudine per comprenderne ed accettarne con più tranquillità tutti gli aspetti; una sorta di disconnessione dal mondo che ci aiuta a vedere le cose con più attenzione e più accuratezza. Secondo Laneve le vacanze estive sono un ottimo momento per poter staccare dal mondo, per potersi allontanare dalla frenetica quotidianità, per poter osservare il mondo dal nostro punto di vista più sereno.
A questo punto racconta come i migliori scrittori, pittori, filosofi ed artisti in generale, abbiano tutti ritagliato dei luoghi di serenità, di calma e di pausa che hanno caratterizzato le loro opere e la loro vita. Questo luogo è per l’autore la sua casa a Martina Franca (Taranto). Ne descrive ogni aspetto della natura nei minimi dettagli, ne descrive i suoni ed i colori e tutte le attività che compiono gli esseri viventi di quel paesaggio attorno a lui. Persino il brulicare delle formiche nei formicai attira la sua attenzione più profonda.
La simbiosi profonda con la natura lo rallegra, prendersene cura e fondersi con essa sono abitudini che gli fanno guardare la realtà con occhi diversi. Una simbiosi alla lettera che permette di riconnettersi alla vita: la campagna sa riconnettere l’uomo alla natura nel senso primario del termine, di corpo a corpo, con flora e fauna da cui trarre nutrimento, in tutti i sensi. Il silenzio in questo ambiente è molto intenso, talvolta assordante ed insopportabile ma è per Laneve logos, cioè pensiero e colloquio con se stesso, ricerca dell’idea e della parola e si tramuta nella condizione necessaria per mettersi in ascolto con tutto ciò che circonda e ridare vita ad ogni singolo dettaglio.
Prendersi tempo, rallentarlo vuol dire dare alle sensazioni in tempo di sedimentare, ci si può interrogare su se stessi ed essere più capaci di accorgersi anche degli altri e di seguirne le storie che si intrecciano con noi. Vivere nel silenzio per un periodo è propedeutico ad una nuova curiosità verso il mondo: sia nel senso che si deve osservare la realtà per capire, per rappresentarla, per classificarla.
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