Riassunto del libro “La pedagogia speciale e l’educatore professionale in prospettiva inclusiva” di Patrizia Gaspari
Introduzione
Di fronte alla complessità dei contesti e delle situazioni che gli educatori devono affrontare, non si può pensare di avere risposte risolutive "preconfezionate": di fronte alle nuove fragilità occorrono risposte flessibili e non standardizzate. Possiamo individuare due rischi particolari legati alle professioni di aiuto:
- Il rischio di privilegiare la ricerca del professionismo a quella della professionalità. Si tratta di concetti diversi:
- Professionalità = complesso di qualità (quali la competenza, l’impegno costante, la scrupolosità, ecc.) che distinguono il professionista dal dilettante.
- Professionalismo = esercizio di un’attività come professione, quindi in modo continuativo, esclusivo e retribuito.
- Il rischio di ancorare le professioni di aiuto alle logiche dell’emergenza e del bisogno del momento, con la conseguenza che l’educatore professionale finisce per svolgere funzioni educative provvisorie e non invece una professione stabilmente strutturata. Sebbene sia inevitabile che le professioni di aiuto abbiano a che fare con situazioni eccezionali, occorre trasformare questa caratteristica in occasione per creare una rete più stabile di aiuti e cure.
In generale, l’educatore professionale si deve collocare all’interno di un progetto educativo che tende al miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva. Qualsiasi sia il contesto in cui egli si trova effettivamente ad operare e le situazioni che egli deve affrontare, esse riguardano in ogni caso il confine tra salute e malattia, tra devianza e convergenza, tra educazione e istruzione, ecc.
Sergio Tramma, collegandosi alla definizione di figura “liquida” di Bauman, riflette sulla debolezza strutturale dell’educatore e la connota come tratto essenziale e salutare e come punto di forza perché legata alla essenziale e costante apertura alle possibilità e ai significati e alla costante messa in discussione delle proprie finalità ed obiettivi.
Capitolo primo - Pedagogia speciale verso la cura educativa
Sebbene la particolare condizione biologico-sociale ed esistenziale delle persone con deficit ed in situazione di handicap sia sempre esistita, il concetto di disabilità ha un’origine abbastanza recente. Storicamente sono individuabili differenti modalità di collocazione e di interpretazione delle esigenze formative dei diversamente abili.
La crescente interazione tra le iniziative socio-pedagogiche, gli interventi legislativi e la riflessione teorica ha contribuito a delineare un autonomo statuto epistemologico della pedagogia speciale centrato sullo studio dei disabili e delle persone con “bisogni educativi speciali” e sulla progettazione di interventi volti all’inclusione e alla diffusione di un’antropologia del dialogo, della cura e della reciprocità. L’obiettivo principale della pedagogia speciale è l’integrazione/inclusione delle diversità, connesso al modello dell’identità plurale elaborato da Canevaro.
Canevaro definisce l’identità plurale come una composizione di elementi, flessibile, aperta ad accoglierne di nuovi e a trasformare quelli presenti. La pedagogia speciale è una scienza autonoma che studia i metodi più adeguati per rispondere ai bisogni educativi speciali di soggetti affetti da menomazioni, deficit o problemi di salute che possono produrre situazioni di disabilità. L’approccio tipico della pedagogia speciale consiste nell’individuare il problema, nell’interpretarlo prospettando modalità d’aiuto in grado di promuovere integralmente la personalità del soggetto in situazione di handicap.
La pedagogia speciale come pedagogia dell’integrazione delle diversità
Per approfondire gli obiettivi perseguiti dalla pedagogia speciale è necessario delineare alcune differenze di significato relativamente a concetti di uso frequente:
- Differenza e diversità. Possiamo correttamente affermare che siamo tutti differenti, perché la differenza è paragonabile a una sfumatura di colore rispetto all’uniformità. La differenza accomuna rispetto alla dimensione dell’uguale appartenenza a qualcosa. Non è vero, invece, che siamo tutti diversi. La diversità non accomuna ma destabilizza, infatti riguarda condizioni di malattia, limitazione, disagio, alterazioni anatomiche o funzionali. Essa fa sorgere la necessità di attenzioni educative particolari.
- Integrazione e inclusione. Rispetto all’integrazione, l’accento viene posto sui processi di adattamento necessari affinché i soggetti con “bisogni educativi speciali” possano essere accolti nei contesti formativi esistenti. L’inclusione fa riferimento invece all’insieme delle abilità differenti che caratterizzano questi soggetti e alle loro legittime domande di cambiamento nei confronti dell’organizzazione, della didattica e delle relazioni dei contesti formativi esistenti. Ragionare in termini di inclusione significa attivarsi per potenziare le opportunità e le risorse di ogni essere umano. Si tratta di garantire l’uguaglianza delle opportunità attraverso lo sviluppo e il mantenimento delle facoltà di agire, pensare, scegliere in modo autonomo, facoltà che sono proprie di ogni persona indipendentemente dalle sue difficoltà.
I cambiamenti terminologici spesso segnalano un cambiamento di prospettiva e una diversa politica educativa. Quindi la storia delle persone disabili è accompagnata dalla storia dei termini usati per raccontarla. Ad esempio, le parole deficit, handicap, disabilità sottolineano ciò che manca o non funziona normalmente nel soggetto e rischiano di far coincidere la persona con il suo deficit. Il termine diversabilità è più in linea con le recenti prospettive inclusive perché tende a concentrare lo sguardo sulle potenzialità del soggetto, visto globalmente come portatore di limiti e di risorse da valorizzare.
Il concetto di diversabilità è stato recentemente ridefinito dall’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health, promossa ed approvata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità). L’ICF è uno strumento di classificazione multidisciplinare che serve per rilevare le compromissioni manifestate dalla persona per quanto riguarda lo svolgimento di determinate attività e la partecipazione alla vita sociale.
Sulla base di quanto finora osservato, possiamo precisare meglio le caratteristiche della pedagogia speciale. È significativo che la pedagogia speciale sia anche definita pedagogia dell’integrazione delle diversità. La sua finalità prioritaria è quella di riconoscere in ogni persona la possibilità di esistere e di legittimarsi come identità storico-sociale, nonostante la presenza di un deficit.
Capitolo secondo - La cura educativa
La pedagogia speciale studia le modalità di presa in carico, di cura e di aiuto delle persone con “bisogni educativi speciali”. Concretamente significa ricercare ed attivare strategie di aiuto che permettano alla persona di riorganizzare in positivo la propria vita migliorandone la qualità. Il soggetto diversamente abile deve far ricorso alle proprie capacità di resilienza (resilienza = termine che indica la capacità di un materiale di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi. In psicologia, il termine resilienza indica la capacità di far fronte in modo positivo agli eventi traumatici). Educare alla resilienza significa aiutare il soggetto a recuperare/ritrovare un nuovo equilibrio, a immaginare e progettare uno spazio e un tempo futuri, dopo l’incontro destabilizzante con la menomazione psico-fisica.
La pedagogia speciale deve essere intesa come pedagogia del “prendersi cura di”. La cura che caratterizza la relazione d’aiuto alle persone diversamente abili, deve essere volta ad offrire loro occasioni di riscatto esistenziale. In generale, possiamo osservare l’inscindibilità del legame tra cura ed educazione/formazione umana. La cura è costitutiva del nostro stesso Esserci e F. Williams osserva che la cura di sé e degli altri è un valore che riguarda ogni uomo, perché tutti, pur in modi diversi, siamo sia donatori che beneficiari di cure.
Fondamentale è il richiamo ai concetti di cura autentica e inautentica elaborati da Martin Heidegger. In particolare è fondamentale riflettere sugli aspetti negativi dell’aver cura dell’altro, riassumibili nelle forme di dominio sull’altro, del sostituirsi a lui e al suo libero esercizio di responsabilità. Nei confronti della persona diversamente abile, la cura si connota per tre dimensioni:
- Il curare come azione specifica volta al contenimento della malattia o menomazione, svolta attraverso interventi medico-farmacologico-riabilitativi o attraverso l’uso di protesi.
- Il prendersi cura come presenza che si fa carico delle difficoltà dell’altro.
- L’aver cura come assunzione di responsabilità verso l’altro.
L’azione di cura, in generale, deve basarsi sull’identificazione e sulla comprensione dei bisogni dell’altro, deve essere rispettosa della dignità umana e volta alla valorizzazione delle risorse presenti anche nei soggetti che si trovano in situazioni particolarmente complesse. La capacità di vedere un essere umano non come una cosa, ma come una persona, non si acquisisce automaticamente: l’educatore deve ricevere un’educazione che affini la sua capacità di immedesimarsi nell’altro, pur nella consapevolezza che non potrà mai coglierne l’intero mondo.
Accanto al tradizionale paradigma di aiuto, tipico della pedagogia classica e della psicoterapia e basato sullo schema: “un soggetto è da educare/curare, l’altro soggetto educa e cura”, si affianca oggi il nuovo paradigma dello scambio che promuove la costruzione condivisa, non scontata e frutto di negoziazione tra le parti aventi ruoli diversi, ma che interagiscono in determinati contesti. Infatti la parola “cura” è a doppia direzione, in quanto comporta sempre un dare e un ricevere.
Il processo di riconoscimento della persona disabile parte dall’identificazione della situazione in cui il soggetto vive e opera che richiede un sapere scientifico e tecnico, ma prosegue nell’ottica dell’accoglienza e della reciprocità. Tale ottica richiede che il sapere “forte” della clinica lasci spazio a un sapere “debole” volto alla comprensione dell’umana singolarità che vive l’esperienza irripetibile della Cura educativa di sé nel mondo. Occorre abbandonare lo sterile dualismo tra “autonomia e indipendenza” da un lato e “disabilità e dipendenza” dall’altro e collocarsi in una prospettiva che colga che la disabilità non è un dramma individuale, ma una caratteristica tra le tante che connotano la dimensione umana con le sue luci e le sue ombre.
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