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Riassunto esame Didattica dell'inclusione, prof. Palmieri, libro consigliato Pedagogia speciale e l'educatore professionale, Gaspari

Riassunto delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione della facoltà di Scienze della formazione, il cui libro consigliato dalla professoressa è La Pedagogia speciale e l'educatore professionale in prospettiva inclusiva di Gaspari. Il libro descrive l'ambito di studio della Pedagogia speciale. Tratta della genesi storica del termine disabilità. Descrive le competenze... Vedi di più

Esame di Didattica e pedagogia dell'inclusione docente Prof. C. Palmieri

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RIASSUNTO del libro “LA PEDAGOGIA SPECIALE E L’EDUCATORE

PROFESSIONALE IN PROSPETTIVA INCLUSIVA” di Patrizia GASPARI

(esame di Didattica e Pedagogia dell’inclusione ­ prof.ssa Cristina Palmieri)

Introduzione

Di fronte alla complessità dei contesti e delle situazioni che gli educatori devono affrontare, non si può

pensare di avere risposte risolutive “preconfenzionate”: di fronte alle nuove fragilità occorrono risposte

flessibili e non standardizzate.

Possiamo individuare due rischi particolari legati alle professioni di aiuto:

1) il rischio di privilegiare la ricerca del professionismo a quella della professionalità. Si tratta di

concetti diversi:

● professionalità = complesso di qualità (quali la competenza, l’impegno costante, la

scrupolosità, ecc.) che distinguono il professionista dal dilettante;

● professionalismo = esercizio di un’attività come professione, quindi in modo continuativo,

esclusivo e retribuito.

2) il rischio di ancorare le professioni di aiuto alle logiche dell’emergenza e del bisogno del

momento, con la conseguenza che l’educatore professionale finisce per svolgere funzioni educative

provvisorie e non invece una professione stabilmente strutturata. Sebbene sia inevitabile che le

professioni di aiuto abbiano a che fare con situazioni eccezionali, occorre trasformare questa

caratteristica in occasione per creare una rete più stabile di aiuti e cure.

In generale, l’educatore professionale si deve collocare all’interno di un progetto educativo che

tende al miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva.

Qualsiasi sia il contesto in cui egli si trova effettivamente ad operare e le situazioni che egli deve

affrontare, esse riguardano in ogni caso il confine tra salute e malattia, tra devianza e convergenza, tra

educazione e istruzione, ecc.

Sergio Tramma, collegandosi alla definizione di figura “liquida” di Bauman, riflette sulla debolezza

strutturale dell’educatore e la connota come tratto essenziale e salutare e come punto di forza

1

perché legata alla essenziale e costante apertura alle possibilità e ai significati e alla costante

messa in discussione delle proprie finalità ed obiettivi.

Capitolo primo ­ Pedagogia speciale verso la cura educativa

Sebbene la particolare condizione biologico­sociale ed esistenziale delle persone con deficit ed in

situazione di handicap sia sempre esistita, il concetto di disabilità ha un’origine abbastanza recente.

Storicamente sono individuabili differenti modalità di collocazione e di interpretazione delle esigenze

formative dei diversamente abili.

La crescente interazione tra le iniziative socio­pedagogiche, gli interventi legislativi e la riflessione teorica

ha contribuito a delineare un autonomo statuto epistemologico della Pedagogia speciale centrato

sullo studio dei disabili e delle persone con “bisogni educativi speciali” e sulla progettazione di

interventi volti all’inclusione e alla diffusione di un’antropologia del dialogo, della cura e della reciprocità.

L’obiettivo principale della pedagogia speciale è l’integrazione/inclusione delle diversità,

connesso al modello dell’identità plurale elaborato da Canevaro.

Canevaro definisce l’identità plurale come una composizione di elementi, flessibile, aperta ad

accoglierne di nuovi e a trasformare quelli presenti.

La pedagogia speciale è una scienza autonoma che studia i metodi più adeguati per rispondere ai

bisogni educativi speciali di soggetti affetti da menomazioni, deficit o problemi di salute che possono

produrre situazioni di disabilità.

L’approccio tipico della pedagogia speciale consiste nell’individuare il problema, nell’interpretarlo

prospettando modalità d’aiuto in grado di promuovere integralmente la personalità del soggetto in

situazione di handicap.

La pedagogia speciale come pedagogia dell’integrazione delle diversità

Per approfondire gli obiettivi perseguiti dalla pedagogia speciale è necessario delineare alcune

differenze di significato relativamente a concetti di uso frequente:

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1) differenza e diversità.

Possiamo correttamente affermare che siamo tutti differenti, perché la differenza è paragonabile ad

una sfumatura di colore rispetto all’uniformità. La differenza accomuna rispetto alla dimensione

dell’uguale appartenenza a qualcosa.

Non è vero, invece, che siamo tutti diversi. La diversità non accomuna ma destabilizza, infatti

riguarda condizioni di malattia, limitazione, disagio, alterazioni anatomiche o funzionali. Essa fa

sorgere la necessità di attenzioni educative particolari.

2) integrazione e inclusione

Rispetto all’integrazione, l’accento viene posto sui processi di adattamento necessari affinché i

soggetti con “bisogni educativi speciali” possano essere accolti nei contesti formativi

esistenti.

L’inclusione fa riferimento invece all’insieme delle abilità differenti che caratterizzano questi soggetti e

alle loro legittime domande di cambiamento nei confronti dell’organizzazione, della didattica e

delle relazioni dei contesti formativi esistenti.

Ragionare in termini di inclusione significa attivarsi per potenziare le opportunità e le risorse di ogni

essere umano. Si tratta di garantire l’uguaglianza delle opportunità attraverso lo sviluppo e il

mantenimento delle facoltà di agire, pensare, scegliere in modo autonomo, facoltà che sono proprie di

ogni persona indipendentemente dalle sue difficoltà.

I cambiamenti terminologici spesso segnalano un cambiamento di prospettiva e una diversa

politica educativa.

Quindi la storia delle persone disabili è accompagnata dalla storia dei termini usati per raccontarla.

Ad esempio, le parole deficit, handicap, disabilità sottolineano ciò che manca o non funziona

normalmente nel soggetto e rischiano di far coincidere la persona con il suo deficit.

Il termine diversabilità è più in linea con le recenti prospettive inclusive perché tende a concentrare lo

sguardo sulle potenzialità del soggetto, visto globalmente come portatore di limiti e di risorse da

valorizzare. 3

Il concetto di diversabilità è stato recentemente ridefinito dall’ICF (International Classification of

Functioninig, Disability and Haelth, promossa ed approvata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale

della Sanità).

L’ICF è uno strumento di classificazione multidisciplinare che serve per rilevare la

compromissioni manifestate dalla persona per quanto riguarda lo svolgimento di determinate

attività e la partecipazione alla vita sociale.

Sulla base di quanto finora osservato, possiamo precisare meglio le caratteristiche della Pedagogia

speciale.

E’ significativo che la Pedagogia speciale sia anche definita Pedagogia dell’integrazione delle

diversità.

La sua finalità prioritaria è quella di riconoscere in ogni persona la possibilità di esistere e di

legittimarsi come identità storico­sociale, nonostante la presenza di un deficit.

Capitolo secondo ­ La cura educativa

La Pedagogia speciale studia le modalità di presa in carico, di cura e di aiuto delle persone con

“bisogni educativi speciali”.

Concretamente significa ricercare ed attivare strategie di aiuto che permettano alla persona di

riorganizzare in positivo la propria vita migliorandone la qualità.

Il soggetto diversamente abile deve far ricorso alle proprie capacità di resilienza (resilienza = termine

che indica la capacità di un materiale di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi. In psicologia, il

termine resilienza indica la capacità di far fronte in modo positivo agli eventi traumatici).

Educare alla resilienza significa aiutare il soggetto a recuperare/ritrovare un nuovo equilibrio, a

immaginare e progettare uno spazio e un tempo futuri, dopo l’incontro destabilizzante con la

menomazione psico­fisica.

La Pedagogia speciale deve essere intesa come pedagogia del “prendersi cura di”.

La cura che caratterizza la relazione d’aiuto alle persone diversamente abili, deve essere volta ad offrire

loro occasioni di riscatto esistenziale.

In generale, possiamo osservare l’inscindibilità del legame tra cura ed educazione/formazione umana.

4

La cura è costitutiva del nostro stesso Esserci e F. Williams osserva che la cura di sé e degli altri è

un valore che riguarda ogni uomo, perché tutti, pur in modi diversi, siamo sia donatori che

beneficiari di cure.

Fondamentale è il richiamo ai concetti di cura autentica e inautentica elaborati da Martin

Heidegger.

In particolare è fondamentale riflettere sugli aspetti negativi dell’aver cura dell’altro, riassumibili nelle

forme di dominio sull’altro, del sostituirsi a lui e al suo libero esercizio di responsabilità.

Nei confronti della persona diversamente abile, la cura si connota per tre dimensioni:

1) il curare come azione specifica volta al contenimento della malattia o menomazione, svolta

attraverso interventi medico­farmacologico­riabilitativi o attraverso l’uso di protesi;

2) il prendersi cura come presenza che si fa carico delle difficoltà dell’altro;

3) l’aver cura come assunzione di responsabilità verso l’altro.

L’azione di cura, in generale, deve basarsi sull’identificazione e sulla comprensione dei bisogni dell’altro,

deve essere rispettosa della dignità umana e volta alla valorizzazione delle risorse presenti anche nei

soggetti che si trovano in situazioni particolarmente complesse.

La capacità di vedere un essere umano non come una cosa, ma come una persona, non si acquisisce

automaticamente: l’educatore deve ricevere un’educazione che affini la sua capacità di immedesimarsi

nell’altro, pur nella consapevolezza che non potrà mai coglierne l’intero mondo.

Accanto al tradizionale paradigma di aiuto, tipico della pedagogia classica e della psicoterapia e

basato sullo schema: “un soggetto è da educare/curare, l’altro soggetto educa e cura”, si

affianca oggi il nuovo paradigma dello scambio che promuove la costruzione condivisa, non

scontata e frutto di negoziazione tra le parti aventi ruoli diversi, ma che interagiscono in

determinati contesti.

Infatti la parola “cura” è a doppia direzione, in quanto comporta sempre un dare e un ricevere.

Il processo di riconoscimento della persona disabile parte dall’identificazione della situazione in cui il

soggetto vive e opera che richiede un sapere scientifico e tecnico, ma prosegue nell’ottica

dell’accoglienza e della reciprocità. 5

Tale ottica richiede che il sapere “forte” della clinica lasci spazio a un sapere “debole” volto alla

comprensione dell’umana singolarità che vive l’esperienza irripetibile della Cura educativa di sé nel

mondo.

Occorre abbandonare lo sterile dualismo tra “autonomia e indipendenza” da un lato e “disabilità e

dipendenza” dall’altro e collocarsi in una prospettiva che colga che la disabilità non è un dramma

individuale, ma una caratteristica tra le tante che connotano la dimensione umana con le sue

luci e le sue ombre, i suoi punti di forza e quelli di debolezza.

Lo scopo della Pedagogia speciale come scienza che si prende cura di… non è quello di risolvere il

problema particolare che si presenta nell’emergenza della situazione, ma consiste nell’aiutare la persona

a potenziarsi affinché possa affrontare la difficile situazione in cui si trova, recuperando fiducia e un

modo diverso di essere significativamente nel mondo.

Capitolo terzo ­ La relazione d’aiuto

La riflessione sulle caratteristiche della relazione di aiuto è importante anche in considerazione delle

caratteristiche della società contemporanea che si presenta come società complessa, caratterizzata da

legami sempre più liquidi e da crescenti difficoltà comunicative.

Si tratta di una società in cui cresce la dimensione della fragilità, che in sé non deve essere

considerata né come forza né come debolezza, ma piuttosto come esigenza di vivere in un rapporto

di interdipendenza con gli altri costruendo una rete di legami.

In questo contesto occorre superare una cura e una relazione di aiuto basate su interventi generici,

spontaneistici, non professionali e passare ad una relazione di aiuto che sia una relazione di

empowerment (relazione volta ad aumentare la fiducia in se stessi) e nella quale vi sia una crescita di

tutte le persone coinvolte.

La questione della formazione dei professionisti dell’aiuto è particolarmente delicata perché richiede

la capacità di passare da un rapporto asimmetrico (in cui le parti hanno diversi potere, dignità e

ruolo) ad un rapporto simmetrico che prevede immediatezza della comunicazione e apertura.

La relazione di aiuto implica sempre e comunque un arricchimento reciproco.

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E’ utile riprendere una precedente osservazione: la professionalità dell’educatore non deve

confondersi con il professionismo. La professionalità nella relazione di aiuto comporta provare il

gusto della comprensione profonda e vivere l’aiuto come un impegno che percorre tutta l’esistenza.

L’educatore è professionalmente pronto ad aiutare l’altro quando riconosce il soggetto di cui si occupa

come persona che rappresenta una possibilità da liberare e non un soggetto che si trova in una

situazione di dipendenza da confermare.

L’educatore deve però evitare l’errore di confondersi con il soggetto in modo paralizzante ed

infecondo.

L’aiuto deve diventare un accompagnamento competente in grado di modellarsi sulle diverse

necessità, assumendo toni, metodi, tempi e spazi diversificati e personalizzati.

La competenza pedagogica propria della relazione di aiuto presuppone la compresenza di tre

dimensioni:

1) dimensione fisica e materiale rappresentata dal lavoro pratico relativo alle azioni concrete di aiuto

alla persona;

2) dimensione organizzativa relativa alla progettazione sequenziale degli interventi a favore della

persona in difficoltà;

3) dimensione emotivo­simbolica riferita alla gestione delle emozioni e alla costruzione di significati. Si

deve evitare di limitarsi a sentimenti protezionistici per promuovere invece la dimensione metabletica

(= dimensione di cambiamento che investe l’intera personalità del soggetto e che comporta

trasformazioni sul piano emotivo, cognitivo e relazionale).

Nel promuovere l’inclusione delle diversità è fondamentale che l’educatore svolga funzioni di

counseling.

Counseling (o consulenza) = strategia di aiuto in cui l’operatore svolge la delicata funzione di aiutare

la persona a definire essa stessa il problema e ad imparare a gestirlo, assumendo in prima persona le

responsabilità delle proprie scelte.

L’educatore nella relazione di aiuto si configura come mentore entropatico.

Essere mentore significa essere un po’ antimaestro, cioè essere una figura dai contorni sfuggenti,

ma di forte impatto emotivo ed esperenziale. 7

L’entropatia, studiata da Husserl, non significa solo il riconoscimento dell’alterità attraverso

l’assegnazione di una soggettività ad un corpo estraneo ma simile al proprio, ma anche la disponibilità a

compiere lo sforzo di comprendere l’altro attraverso il decentramento e il coinvolgimento personale.

Nietzche afferma che gli educatori dovrebbero favorire in ogni persona la scoperta del proprio senso

originario, attraverso un’azione di cura liberatoria, democratica, autenticamente emancipativa.

La cura educativa dovrebbe accompagnare la persona lungo l’arco della sua intera esistenza

(lifelong), assumendo tempi, modalità, sfumature e intensità diverse a seconda delle circostanze.

Capitolo quarto ­ L’educatore professionale: identità, ruolo e formazione

Nell’attuale contesto socio­culturale, il processo formativo si realizza sempre più frequentemente in

tempi e spazi non prescrittivi né legittimati, ma in ambiti poco formalizzati e formalizzanti.

Cresce quindi la domanda e il bisogno di figure professionali da affiancare alla figura tradizionale di

educatore rappresentata dai docenti delle scuole di ogni ordine e grado.

Per riflettere sull’identità e sulla formazione dell’educatore professionale partiamo dall’individuazione

delle tre principali direzioni degli interventi educativi speciali e non che sono:

1) la promozione ­ Rientrano in questo ambito le attività volte al miglioramento della qualità della

situazione esistenziale delle persone, cioè quelle attività volte a promuovere un maggior

benessere individuale e collettivo.

In particolare, l’educatore che agisce nei confronti dei soggetti con bisogni educativi speciali svolge

attività di promozione progettando azioni finalizzate al potenziamento delle capacità resilienti individuali e

collettive di fronte a problemi di varia natura e a fenomeni di emarginazione o isolamento.

2) la prevenzione ­ Si tratta delle attività rivolte ai soggetti potenziali portatori di disagio, a

rischio di emarginazione e devianza oppure con diritti di cittadinanza parziale o incompleta.

L’educatore che agisce nei confronti di soggetti con bisogni educativi speciali svolge funzioni preventive

attraverso azioni di accompagnamento competente. La prevenzione è un processo complesso che ha

lo scopo di contrastare i processi di emarginazione e disadattamento e di migliorare l’ambiente

socio­culturale in modo che vengano opportunamente stimolate le capacità progettuali e decisionali dei

soggetti. 8

3) la rieducazione­riabilitazione ­ Si tratta di azioni volte a ripristinare condizioni il più possibile

“normali” di benessere della persona.

In riferimento agli interventi a favore delle persone con bisogni educativi speciali occorre evitare di

pensare alla riabilitazione come ad un ambito affidato prevalentemente alla medicina.

Tutti gli interventi educativi hanno a che fare con i concetti di benessere e di salute che pertanto

devono essere precisati.

Secondo le più recenti teorie, la salute della persona ha una valenza ecosistemica nel senso che essa

è basata su una molteplicità di dimensioni individuali e sociali tra loro interdipendenti.

La salute deriva dalla capacità della persona di adattarsi e di integrarsi nelle situazioni più

disparate.

La salute non è l’assenza di disturbi, ma piuttosto la capacità di vivere con i propri disturbi.

Il benessere invece:

1) è una condizione assolutamente dinamica che non può essere raggiunta una volta per tutte;

2) ha un limite di sviluppo e di estensione, cioé non è qualcosa di infinito che si può espandere

continuamente;

3) è il principale motore del cambiamento che provoca e regola le azioni e le reazioni dei diversi

soggetti del panorama sociale.

Nell’agire educativo, sia esso preventivo, promozionale o riabilitativo, il benessere deve essere

ricercato:

1) fornendo a tutti, opportunità e risorse per ottenere il massimo potenziale di salute;

2) mediando tra i diversi interessi sociali, quindi svolgendo un’azione coordinata con i governi, i sistemi

socio­sanitari, le realtà economiche, le organizzazioni di volontariato, i mezzi di comunicazione di massa,

ecc.;

3) promuovendo prassi educative che favoriscano la progettazione e la realizzazione di una rete di aiuti e

di sostegni individuali e sociali.

Per definire le competenze e l’iter formativo dell’educatore professionale, occorre ricordare la

polivalenza e la poliedricità di questa figura. 9


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Riassunto delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione della facoltà di Scienze della formazione, il cui libro consigliato dalla professoressa è La Pedagogia speciale e l'educatore professionale in prospettiva inclusiva di Gaspari. Il libro descrive l'ambito di studio della Pedagogia speciale. Tratta della genesi storica del termine disabilità. Descrive le competenze e le abilità dell'educatore professionale. Considera le problematiche relative all'identità, al ruolo e alla formazione dell'educatore professionale. Presenta una riflessione sulla cura educativa e e sull'accompagnamento competente in particolare per l'educatore che opera con i soggetti diversamente abili o portatori di bisogni educativi speciali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Palmieri Cristina.

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