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La pedagogia speciale e l'educatore professionale in prospettiva inclusiva

Cap 1 – Pedagogia speciale verso la cura educativa

Il concetto di disabilità ha una nascita abbastanza recente ed identifica alcune specifiche categorie di soggetti ed una serie di questioni più o meno complesse e problematiche riferite alla qualità della vita dei “diversi”, ai loro diritti, all'inclusione scolastica e sociale e alle politiche esistenti.

Nell'incontro con soggetti con “bisogni educativi speciali” è necessario agire con spirito di servizio, nell'ottica dell'aver cura e dell'aiuto perché il volto espressivo del diverso, come afferma E. Levinas, “chiede e ordina” ascolto, umana comprensione e sostegno ma soprattutto, funzionali risposte culturali, sociali, etiche ecc., a concreti bisogni educativi speciali e non, emergenti dalla situazione di disabilità o di emarginazione.

Si tratta di un lavoro complesso dove assume fondamentale importanza la previsione-progettazione dell'avvenire dell'altro, delle sue dimensioni di potenziale sviluppo e risorse, allo scopo di aiutarlo sempre e comunque a ridefinire il suo progetto di vita futura. Solo in tale ottica è possibile abbattere ogni logica di “trattamento specialistico emarginante”.

Pedagogia speciale intesa come scienza della relazione di cura educativa e di aiuto di tutti e di ciascun soggetto. Il processo dell'inclusione della persona con deficit è definibile come costante e dialettica costruzione progettuale. A. Canevaro con il suo modello di identità plurale, esplicita l'obiettivo principale della nostra disciplina, l'integrazione inclusiva delle diversità.

La relazione con l'altro riguarda esistenzialmente ogni essere umano ed è alla base del principio di reciprocità che consente di evitare il rischio di cadere in atteggiamenti di paternalismo ed assistenzialismo, espressioni di involuti fenomeni di segregazione-emarginazione, finalizzati alla forzata normalizzazione delle diversità. Il concetto di reciprocità esige un essere per l'altro e per gli altri, che implica disponibilità, donazione, spirito di servizio e forte senso di responsabilità educativa.

La condizione del nostro essere noi stessi è avere l'altro in noi. Idea di individualità totale: io sono un individuo, ma totale. Nella mia individualità c'è questa comunità di assolutamente distinti che si riguardano essenzialmente. E se mi riconosco come individualità totale, non posso non riconoscere come essenziale a me il volto dell'altro.

La pedagogia speciale non cambia l'oggetto di ricerca rispetto alla pedagogia dal momento che si sviluppa come pedagogia sociale, mantiene come focus del suo studio il rapporto educativo, ma specifica il tipo di popolazione che nell'evento educativo è attore, studiandone i problemi relativi all'educazione e considerando metodi specifici per rispondere in modo speciale ai bisogni educativi speciali di soggetti presentanti menomazioni, deficit o condizioni di salute che li possono portare a disabilità se i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive l'individuo non sono adeguatamente monitorati.

La pedagogia sociale parte dall'identificazione del deficit (inteso come danno organico, irreversibile e da accettare), analizza il suo territorio d'indagine, le problematiche relative a soggetti con bisogni educativi speciali, allo scopo di prendersene cura e di ricercare funzionali strategie d'intervento progettuali, capaci di “ridurre l'handicap” e le situazioni ostacolanti l'effettiva partecipazione di tutti alla vita comunitaria.

ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) è uno strumento di classificazione di natura multidisciplinare, che racchiude una pluralità di saperi, conoscenze ed approcci interpretativi sulla realtà umana, che propone un innovativo modo di “leggere” i concetti di salute, di disabilità e una diversa concezione della vita e del mondo.

L'interesse maggiore dell'ICF è rivolto al funzionamento, a capire come funziona un individuo. E non è tanto il funzionamento statico e decontestualizzato, quanto il funzionamento in proiezione e progettazione dinamica. Non quindi quello che oggi sa fare un individuo, ma quello che potrà fare introducendo nella propria vita dei cambiamenti.

La priorità finale della pedagogia sociale si focalizza nella “riduzione dell'handicap”, ovvero nella socializzazione del deficit e nella valorizzazione del potenziale educativo dipendenti dalla capacità dei micro e macro sistemi sociali di rispondere concretamente e significativamente alle esigenze partecipative del soggetto con deficit. L'intentio della disciplina mira a riconoscere in ogni persona la possibilità di esistere, di evolversi, di legittimarsi come identità storico-sociale, in modo critico, nonostante la “scomoda” presenza del deficit.

M. Nussbaum afferma che nonostante la presenza più o meno limitante e scomoda del deficit e delle conseguenti disabilità, alla persona diversamente abile è necessario garantire gli stessi diritti di cittadinanza attiva e l'uguaglianza delle opportunità educativo-formative delle persone normo-abili, promuovendo logiche plurali e reticolari di aiuti e di cure educative che prevedano la possibilità di ri-progettare l'esistenza futura di tutti e di ciascun soggetto.

La progettazione esistenziale in questa prospettiva rappresenta, per la persona “diversa”, un attimo responsabile, l'opportunità di costruire l'esistenza partecipando attivamente alla elaborazione di obiettivi e percorsi d'apprendimento che si snodano nel campo del possibile, al massimo livello di estrinsecazione delle personali potenzialità.

Al soggetto disabile i professionisti della cura e dell'aiuto “chiedono” di interagire e di ri-attivare relazioni ed interazioni reciproche e costanti, di riappropriarsi d'un ruolo e di specifiche funzioni e competenze, di regolare la propria attività mentale e affettivo-relazionale, utilizzando e progettando una rete di mediazioni e di negoziazioni condivise, rimettendo in gioco se stesso, intenzioni, valori, credenze, stili di vita, contatti sociali e culturali. Vi è continuamente il rischio che il soggetto si identifichi totalmente nel suo deficit, che l'identificazione totale con il deficit comporti la categorizzazione, la perdita cioè di identità originale e l'assunzione di un'identità di categoria.

Ogni soggetto diversamente abile non va privato di una sua storia degna di essere ascoltata, raccontata, ri-costruita, ri-scritta. All'interno dell'ICF la persona diversamente abile viene riconosciuta, compresa e legittimata come insieme di storie da vivere e da promuovere al di là delle compromissioni avute, ovvero intesa nella sua condizione squisitamente umana, nei potenziali educativi, nelle risorse possedute e nel diritto di riprogettazione dell'esistenza nella relazione di aiuto con l'altro.

La disabilità prima di essere una questione economica, sociale, assistenziale è un aspetto, una situazione che appartiene alla condizione umana e la riguarda direttamente. Non si tratta di intervenire su un malato, ma di liberare le energie progettuali di un individuo in situazione di handicap, consentendogli di costruire la propria storia, al di là e oltre ogni danno.

L'inclusione non corrisponde, né coincide, col tradizionale concetto di integrazione: nell'integrazione lo sguardo è rivolto ad individuare funzionali processi di razionalizzazione e di adattamento per accogliere le diversità dei disabili e dei soggetti con “bisogni educativi speciali” nei prioritari contesti formativi, mentre l'inclusione ha come riferimento l'insieme delle abilità differenti attraverso le quali gli alunni si propongono ai loro insegnanti, innescando così richieste legittime di cambiamento nei confronti dell'organizzazione, della didattica e delle relazioni. Ciò non significa che il problema del successo formativo non è limitato solo ad alcune categorie, come quelle dei disabili e di altre categorie a rischio di disapprendimento, ma coinvolge tutti.

L'inclusione allarga i confini, potenzia le opportunità e le risorse, rende protagonista ogni essere umano nella sua costante azione di realizzazione di sé e dei suoi fondamentali bisogni, desideri, speranze, potenzialità. Si tratta di garantire l'eguaglianza delle opportunità attraverso lo sviluppo ed il mantenimento delle capacità, proprio partendo da esse, ovvero dalle facoltà di agire, di pensare, di sentire e di scegliere autonomamente della persona, indipendentemente dalla natura delle difficoltà possedute.

Prima di “specializzare” la natura dei suoi interventi, di trovare risposte speciali a problemi speciali, la nostra disciplina deve fondare il suo statuto epistemologico sulle categorie, pedagogicamente intese, della cura educativa, dell'aiuto, del sostegno, dell'umana comprensione delle nuove avanguardie educative ed esigenze formative.

Cap 2 – La cura educativa

La pedagogia speciale va intesa come pedagogia del “prendersi cura di”. L'obiettivo dell'integrazione-inclusione delle diversità, raggiungibile mediante una scientificamente rigorosa prassi di “riduzione dell'handicap” e di valorizzazione delle differenze, orientata la pedagogia speciale verso lo studio delle modalità di presa in carico, di cura e di aiuto delle persone con “bisogni educativi speciali”.

Non è possibile affrontare il problema dell'aiuto senza approfondire il tema dell'altro, del diverso, a cui si rivolge costantemente la nostra relazione di aiuto: se non fosse diverso, se non fosse altro, non potremmo realizzare la relazione di aiuto che riteniamo a volte anche doverosa.

È opportuno educare alla “resilienza” per recuperare/ritrovare una forma originale dopo il destabilizzante incontro che la persona diversamente abile subisce con la menomazione psico-fisica, per ri-generare la propria esistenza.

La riduzione dell'handicap richiede sempre e comunque l'adozione dell'ottica del cambiamento, una trasformazione evolutiva, sia del soggetto con deficit, che dei contesti istituzionali, al fine di individuare nuove condizioni di vita. Il progetto di “normalizzazione” si lega intimamente al raggiungimento dell'obiettivo dell'inclusione scolastica e sociale della persona con deficit, a condizione che includa i necessari momenti di differenziazione educativo-didattica, se prendiamo in esame i processi d'insegnamento-apprendimento e degli stili di vita sociali e culturale del soggetto diversamente abile nel versante extrascolastico.

Si tratta di aiutare l'altro, nell'attenta opera di ri-definizione del suo progetto esistenziale, di accompagnarlo affinché gradualmente possa riappropriarsi della cura di sé nel mondo, dopo aver ritrovato fiducia nelle personali potenzialità e risorse. La cura educativa va intesa come atto di umana comprensione capace di aiutare la persona con deficit a ridare senso e significato alla personale esperienza, a ricordarsi di sé, dell'unicità della sua storia, per accettarsi e convivere con la propria “specialità”.

Tale approccio permette al disabile di divenire sempre più presente a se stesso e agli altri: non sconfigge certamente il deficit, ma aiuta chi ha un deficit a dargli un significato, ad organizzarsi per realizzare una rinnovata qualità della vita, ricreando strategie alternative che restringano il meno possibile la libertà d'espressione dell'individuo, rivendicando il senso ed il valore dell'esserci nel mondo.

“La cura è costitutiva dell'Esserci, vale a dire dell'essere dell'uomo nel mondo, e si realizza secondo un orientamento plurimo: è riferita a se stessi, in quanto la cura di sé è preliminare e nello stesso tempo componente di quella rivolta agli altri; è poi cura del mondo intesa come rivolta alle componenti spirituali/immateriali dell'esistenza, sia alla sua materialità e contestualizzazione. Tra questi elementi un rilievo cruciale riveste l'educazione che assume il compito di dare forma ai soggetti umani”

Emerge la capacità ermeneutica dell'educatore, di una persona capace di interpretare correttamente i linguaggi altrui e le sofferenze nascoste di un soggetto che chiede aiuto anche se non lo comunica verbalmente, che si impone con la sua vita e richiede una partecipazione attiva e competente.

Bisogna distinguere la cura autentica da quella inautentica: prendersi cura dell'altro in modo autentico significa avvalorarlo nell'identico compito della cura liberandolo nella sua essenza di persona che progetta il proprio destino nel mondo non potendo in alcun modo dipendere da altri. La cura non è esclusivo possesso di chi “aiuta”, ma è modo d'essere dell'uomo, di ogni uomo, in ogni condizione di vita.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kristina.vitiello di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Palmieri Cristina.
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