Insegnare la pragmatica in italiano L2
Premessa
Per saper usare una lingua efficacemente e in modo adeguato alle diverse situazioni, è necessario apprendere anche la componente pragmatica, cioè sviluppare la capacità di mettere in relazione le parole che usiamo con il contesto in cui ci troviamo nel momento in cui le usiamo. Coerentemente con questa visione, nell'insegnamento dell’italiano come L2 prevalgono gli approcci didattici di tipo comunicativo, secondo la prospettiva indicata da quello che è attualmente il principale documento di riferimento per tutto ciò che concerne la didattica delle lingue, almeno in Europa: il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue.
Il quadro teorico
Enunciati come azioni
Apprendere la grammatica e il lessico della L2 non è sufficiente per saperla usare efficacemente e in modo adeguato alle diverse situazioni.
Esempi:
- Immaginiamo diversi tipi di protesta per la musica ad alto volume: Non è un po’ altina? La musica è troppo alta.
- La possibilità di un malinteso, presentando come una domanda informativa quello che invece dovrebbe essere un invito: Vai al cinema stasera? Vieni al cinema stasera?
Gli esempi si riferiscono a due tra numerosi fenomeni che rientrano nel campo dell'interesse della pragmatica: la realizzazione degli atti linguistici e la deissi spaziale. Nel guardare la lingua secondo una prospettiva pragmatica, è possibile adottare due angolature opposte e complementari: osservando come il contesto agisce sulla lingua o come, viceversa, la parola influenza il contesto.
In questa prospettiva rientra la cosiddetta teoria degli atti linguistici. È consuetudine riferirsi con tale espressione al filone di pensiero che si occupa di come i parlanti utilizzano la parola per compiere atti. Questo filone affonda le sue radici nella filosofia del linguaggio, e in particolare nella ricerca sull'agire linguistico avviata dal filosofo John Austin, il quale riflette sul rapporto tra gli enunciati descrittivi (ad essi possono essere assegnate condizioni di verità o falsità) e quelli non descrittivi (valutabili solo in termini di buona riuscita).
La dicotomia tra le due categorie di enunciati viene poi superata dallo stesso Austin, e dai filosofi che dopo di lui hanno ripreso e continuano il suo lavoro, in favore di una teoria complessiva degli atti linguistici: tutti gli enunciati, oltre ad avere un significato, hanno una specifica forza illocutiva, e cioè "fanno" qualcosa. Inoltre, uno stesso enunciato può compiere azioni diverse in contesti diversi, cioè può avere forze illocutive diverse a seconda della situazione comunicativa in cui viene prodotto.
Sebbene in ogni lingua esistano espressioni convenzionalmente associate ad alcune azioni, come "mi spiace" per l’azione di scusarsi in italiano, non sempre esiste una corrispondenza diretta e univoca tra la forma dell’enunciato e la sua funzione.
Grice (1975) chiama implicature le proposizioni che, in determinati contesti, intendono comunicare qualcosa di diverso da quello che dicono. In genere i partecipanti non mostrano particolari difficoltà nel risalire alla corrispondente intenzione comunicativa, il che è dovuto, secondo Grice, al fatto che la conversazione umana, intesa come comportamento finalizzato, è guidata da un presupposto razionale, definito come "principio di cooperazione".
Tale principio prevede che si dia il proprio contributo alla conversazione nel modo richiesto, al momento opportuno, dallo scopo o dalla direzione dello scambio comunicativo in cui si è impegnati. In genere, le violazioni vengono intenzionalmente sfruttate al fine di ottenere effetti comunicativi particolari, e spesso rispondono alle ragioni di cortesia.
Dalla filosofia alla linguistica applicata
A partire dagli anni ’80, la teoria degli atti linguistici è stata variamente applicata a studi di carattere empirico, realizzati con materiale raccolto in reali scambi comunicativi, invece che con esempi fittizi. Si tratta di ricerche sull’uso della lingua che, pur non occupandosi di teoria degli atti linguistici, pongono al centro dei loro interessi la nozione di atto linguistico, inquadrata in una generale consapevolezza del parlare come agire.
Rivestono un ruolo di particolare rilievo in questo filone di ricerca gli studi che confrontano la realizzazione degli stessi atti linguistici o, più in generale, dei fenomeni pragmatici del linguaggio in lingue e culture diverse (pragmatica interculturale), nonché quelli dedicati all’apprendimento e all’insegnamento di tali fenomeni nelle L2 (pragmatica interlinguistica, o delle interlingue).
Menzioniamo qui alcuni dei numerosi studi di carattere empirico appartenenti alla prima categoria (rimandando al capitolo 2 le ricerche di pragmatica interlinguistica):
La lingua che risulta più ampiamente investigata dal punto di vista della pragmatica interculturale è l’inglese – nelle varietà britannica, americana e australiana – posto a confronto con diverse lingue. Il confronto può riguardare talvolta anche coppie di lingue diverse dall’inglese, oppure un numero maggiore di lingue. Vi sono poi studi che si concentrano invece su un particolare ambito linguistico o culturale.
Benchè non direttamente interessati a questioni di teoria, questi lavori di carattere settoriale, che si misurano con dati concreti e specifici, producono un’importante retroazione, in termini di suggerimenti e nuovi spunti di analisi, sul dibattito teorico, contribuendo a parziali riformulazioni della teoria tradizionale.
Il legame profondo tra atti linguistici e contesto s’intreccia con un altro aspetto dell’agire linguistico trascurato negli sviluppi filosofici della teoria, ossia la pluralità – o polisemia – illocutiva dell’atto, ovvero la possibilità, per uno stesso enunciato, di comunicare contemporaneamente più forze illocutive, spesso organizzate in modo gerarchico.
Tale riconoscimento suggerisce che la forza di un enunciato possa essere in qualche modo frutto di negoziazione tra i partecipanti allo scambio comunicativo, mentre la concezione atomistica della teoria “classica” tende a ignorare il ruolo dell’interlocutore nella produzione degli atti linguistici.
La teoria classica degli atti linguistici può pertanto offrire solo una spiegazione parziale del valore comunicativo di un enunciato in un contesto.
Tra le questioni d’interesse teorico sollevate dalla ricerca empirica sugli atti linguistici rientra anche l’attenzione ai problemi di delimitazione dell’atto. L’utilizzo dei dati reali pone infatti il problema dell’individuazione dei confini tra le unità minime costituite dagli atti in cui si cerca di segmentare il flusso del discorso.
Viene introdotta la nozione di macro-atto: diversi atti linguistici dotati singolarmente di forze illocutive differenti possono essere compresi e interpretati correttamente solo tenendo conto della presenza di un’entità più ampia, il macro-atto appunto, sottostante allo scambio e garante della sua coerenza pragmatica.
Analogo a questo concetto è quello di speech act set, adottato da diversi studiosi per riferirsi a un’unità di analisi costituita da più atti linguistici che, pur avendo singolarmente diverse forze illocutive, sono utilizzati in combinazione per veicolare nel complesso una determinata forza. Simile è anche la nozione di atto comunicativo adottata da Trosborg, per la sua analisi acquisizionale.
Infine, l’applicazione del concetto di atto linguistico a dati empirici ha portato a riflettere su un aspetto che non veniva preso in considerazione nel modello classico della teoria degli atti linguistici: quello della variazione d’intensità, detta anche modificazione, della forza illocutiva.
Si è infatti notato che gli atti linguistici possono contenere, oltre agli indicatori della forza illocutiva, anche degli indicatori di intensità (modificatori) che segnalano la volontà del parlante di modificare l’intensità della forza illocutiva dell’atto nel senso dell’attenuazione o dell’accrescimento.
La competenza pragmatica dei parlanti nativi garantisce generalmente la possibilità di giocare in modo estremamente sofisticato con gli strumenti di modificazione della forza illocutiva sia nella produzione sia nella comprensione degli enunciati.
Le ragioni della cortesia
Sembra opportuno ritenere che la ragione del frequente ricorso alla “sofisticazione” degli atti linguistici risieda nel perseguimento di un obiettivo diverso dalla chiarezza e sentito come prioritario ad essa. Tale obiettivo può essere individuato nel rispetto delle norme della cortesia.
La teorizzazione più completa e sistematica sull’uso degli strumenti linguistici in relazione ai fenomeni della cortesia è quella proposta da Brown e Levinson (1987). Ampliando e rielaborando alcuni concetti-chiave presenti nelle ricerche sociologiche di Goffman (1971) sull’interazione verbale, i due autori descrivono la cortesia come un continuo lavoro di tutela della faccia, propria e altrui, da parte di tutti i membri di una comunità di parlanti.
Brown e Levinson sostengono che ogni individuo possiede una “faccia”, ossia un’immagine di sé pubblica, emotiva e sociale, che si divide tra due impulsi principali, tra loro opposti:
- La volontà di essere apprezzati e di sentirsi parte di una collettività (faccia positiva).
- La volontà di conservare autonomia e libertà d’azione, di difendere cioè il proprio “territorio” (faccia negativa).
Entrambi gli aspetti della faccia di entrambi gli interlocutori possono essere messi in pericolo quando si agisce con le parole. In genere, gli individui cooperano, e presuppongono l’altrui collaborazione, per la reciproca tutela della faccia, nella consapevolezza che il mantenimento della propria dipende anche dall’attenzione nei confronti di quella dell’altro, e viceversa. Più grave è il rischio per la faccia, maggiore è la tendenza a privilegiare la scarsa trasparenza dell’intento comunicativo e a modificare l’intensità della forza illocutiva dell’atto prodotto.
I fattori che determinano l’entità del rischio sono, oltre al tipo di atto, la relazione con l’interlocutore e la situazione comunicativa: in una parola, il contesto.
Strumenti per osservare l’agire linguistico
Abbiamo visto che nell’indagine sull’agire linguistico ciò che soprattutto differenzia l’approccio linguistico rispetto a quello filosofico è il ricorso all’analisi di dati empirici. L’attenzione alle tecniche con cui effettuare la raccolta dei dati è motivata anche dal fatto che, nell’indagine sulla lingua come azione ancora più che in altri settori della ricerca applicata in linguistica, la scelta degli strumenti da adottare per questa fase del lavoro risulta particolarmente delicata e difficoltosa, giacché il contesto in cui vengono prodotti i campioni di parlato da analizzare riveste un ruolo cruciale.
I metodi di raccolta dei dati più frequentemente adottati dai ricercatori in questo settore possono essere collocati su un ideale continuum che va da un massimo di spontaneità della produzione a un massimo di possibilità di controllo delle variabili. Molti studiosi concordano sul fatto che il modo migliore per investigare fenomeni pragmatici sia utilizzare dati raccolti mediante l’osservazione e la partecipazione in un’ampia varietà di situazioni di parlato spontaneo.
Tuttavia è anche ampiamente riconosciuto che raccogliere dati sugli atti linguistici in contesti naturalistici pone diversi ostacoli al ricercatore. Basti pensare alla difficoltà di raccogliere un’adeguata quantità di materiale in cui emerga il fenomeno da indagare e, a maggior ragione, di compiere ricerche di tipo statistico, nonché all’impossibilità di controllare variabili sociolinguistiche di registrazione intacchi la presunta naturalità dei comportamenti linguistici.
Ecco perché, in alternativa, si fa spesso ricorso a dati elicitati mediante compiti di simulazione, tra i quali possiamo collocare i task alternativi, il role play e il Discourse Completion Task (DCT).
- I task alternativi sono compiti comunicativi nei quali si richiede ai partecipanti di conversare su un argomento o di collaborare per il raggiungimento di un obiettivo extralinguistico (conversazioni semi-spontanee).
- I role play sono simulazioni di scambi comunicativi in cui due o più interlocutori assumono certi ruoli definiti in base a condizioni sperimentali predeterminate. Essi possono essere chiusi o aperti:
- Chiusi – il parlante reagisce a uno stimolo senza ricevere risposta dall’interlocutore.
- Aperti – l’interlocutore partecipa alla conversazione, che si conclude solo quando le due parti raggiungono quella che essi tengono sia la conclusione dello scambio.
- In entrambi i casi la simulazione non nasce da reali obiettivi per i partecipanti ma dagli scopi del ricercatore e non ha conseguenze sulla relazione tra i parlanti, né, più in generale, sulla loro vita reale (ciò costituisce probabilmente il limite più serio).
Il Discourse Completion Task (DCT) consente ai ricercatori sia di controllare diverse variabili sia di raccogliere grandi quantità di dati in un arco temporale relativamente breve, ottenendo materiale facilmente analizzabile anche con strumenti statistici. Il DCT rappresenta lo strumento più frequentemente usato nella ricerca empirica sugli atti linguistici.
Il DCT consiste in una serie di brevi dialoghi scritti nei quali manca un turno di parola: gli informanti sono invitati a scrivere il turno mancante o a scegliere la più adatta tra le opzioni fornite per il completamento (in questo caso si parla di DCT a scelta multipla, o Multiple Choice Discourse Completion Task, MCDT). Sono state proposte molte varianti del DCT. Qualsiasi sia la sua forma, il DCT può fornire al ricercatore indicazioni solo sul sapere pragmatico off-line degli informanti, cioè su quello che essi pensano che direbbero piuttosto che su come effettivamente usano la loro capacità di realizzare atti linguistici.
Accanto a questi sistemi di elicitazione per raccogliere campioni di produzioni linguistiche più o meno spontanee, vengono utilizzati anche strumenti d’indagine orientati alla stimolazione di commenti e valutazioni su esempi dati, come per es. i giudizi di appropriatezza. Spesso somministrati in forma di scale di valutazione, questi test vengono utilizzati soprattutto per indagare la percezione delle scelte pragmaticamente poco appropriate e, più in generale, per analizzare la competenza ricettiva più che quella produttiva.
Ricordi e riflessioni sulle esperienze di uso della lingua vengono invece raccolti mediante diari, interviste, questionari retrospettivi e protocolli di verbalizzazione. Con questi strumenti, utilizzati soprattutto nelle ricerche di taglio etnografico, il ricercatore può conoscere l’interpretazione che i soggetti stessi danno delle proprie scelte pragma-linguistiche e socio-pragmatiche, o dei materiali utilizzati come stimolo per un determinato compito.
Lo sviluppo delle competenze pragmatiche
Competenze pragmatiche e L2
La competenza pragmatica (= la capacità di operare delle scelte in relazione al contesto comunicativo in cui ci si trova) presuppone da un lato la conoscenza delle norme sociali che regolano l’agire linguistico in una determinata cultura (componente socio-pragmatica), dall’altro la conoscenza delle forme linguistiche associate alle molteplici manifestazioni dell’agire linguistico in quella stessa cultura (componente pragma-linguistica; sulla distinzione tra socio-pragmatica e pragma-linguistica). Naturalmente si tratta di una distinzione astrattamente teorica, giacché le due componenti risultano inscindibili nella realtà concreta dell’uso linguistico.
L’ambito di studi che si occupa della competenza pragmatica degli apprendenti L2 è noto come pragmatica interlinguistica o pragmatica delle interlingue, a seconda di come si preferisce tradurre l’espressione (interlanguage pragmatics, ILP). Si possono distinguere 3 filoni principali di studi, in base alla prospettiva di osservazione che viene adottata:
- Il filone che si occupa di come gli apprendenti comprendono e producono l’agire linguistico nella lingua-obiettivo, generalmente in confronto, e anche in interazione, con i parlanti nativi.
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