Politiche e riforme della scuola in Italia (Corbi e Sarracino)
Capitolo I: La scuola nei maggiori stati preunitari (1830-1859)
I. Il gran ducato di Toscana, il Lombardo-Veneto, il Regno di Sardegna e lo Stato Pontificio
L’istruzione pubblica era divisa in due grandi aree: nel Regno di Sardegna, nel Lombardo-Veneto e nel Gran Ducato di Toscana, durante la prima metà dell’800, erano presenti diverse spinte rinnovatrici, ideate sia da istituzioni private, da gruppi di cittadini o dallo Stato. Mentre, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie vi era una sorta di ostilità nei confronti dell’istruzione e per ogni forma di ammodernamento del sistema scolastico.
Dopo la soppressione, nel 1817, della Scuola Normale di Pisa, la quale era adibita alla formazione di insegnanti, essa nel 1847 fu riaperta, e da quel momento il suo prestigio andò via via crescendo. L’atteggiamento di Ferdinando III e del suo successore Leopoldo II (Gran Ducato di Toscana) era di indifferenza e paternalismo, che se non giovò di certo alla scuola pubblica, lasciò campo libero alle iniziative private.
Inoltre il governo toscano mostrò sempre particolare fermezza nell’opporsi al clero, che veniva sempre tenuto in condizione di subordinazione, cosa che non accadeva nelle regioni dell’Italia meridionale. In questi anni un punto di riferimento era diventata l’Antologia, diretta da Giovan Pietro Vieusseux, intorno al quale si riunirono altre personalità importanti, che vedevano l’educazione come fattore decisivo del risveglio nazionale e del progresso civile. Non a caso la Toscana fu la regione italiana che, dopo le prime esperienze lombarde di Ferrante Aporti, dette il maggiore impulso all’istituzione degli asili infantili. Nel 1833 ne fu aperto uno a Pisa, poi a Livorno, Prato, Firenze e Siena.
Molti altri furono aperti in Lombardia e Piemonte, ma solo tre asili erano sorti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. Molto interessante fu la fusione che si realizzò in Toscana, tra le società che promuovevano gli asili infantili e quelle di mutuo insegnamento. Poiché le scuole di mutuo insegnamento erano diventate il completamento degli asili, si tentò di coordinare i programmi delle due istituzioni, anche per dare l’opportunità agli allievi di continuare gli studi anche oltre il limite dei sei anni, prima di immettersi nel mondo del lavoro.
Le scuole di mutuo insegnamento, che venivano chiamate anche scuole lancasteriane (dal nome di Joseph Lancaster, che sul finire del 700 elaborò questo metodo profondamente diverso da quello tradizionale) avevano trovato un ambiente particolarmente favorevole nel Granducato di Toscana, dove chi stava al potere non interponeva nessun ostacolo di fronte l’istruzione, a differenza dello Stato Pontificio e del Regno di Napoli che invece cercavano di soffocarne la diffusione.
Nel 1834 nella tenuta del marchese Cosimo Ridolfi vi fu la nascita di un’azienda modello e di un istituto dedicato alla formazione dei contadini e dei proprietari. La Lombardia è, nel 1846, la regione in Italia con il numero di asili maggiore, questo sicuramente agevolato dal fatto che il primo asilo era stato fondato da Ferrante Aporti proprio in provincia di Mantova, dove si pensava che fosse corretto avere una società più giusta, che fosse in grado di offrire una guida ed essere d’aiuto alla parte di popolazione più debole.
L’obiettivo principale era quello di migliorare le condizioni di vita dell’infanzia disagiata, favorendo l’inserimento di queste persone nella società, proprio grazie la formazione morale e l’insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto. Al primo asilo fondato da Aporti ne seguirono altri, ad esempio in Liguria, in Veneto, in Piemonte, e solo due casi eccezionali di asili, uno a Napoli e uno all’Aquila.
La distribuzione non omogenea degli asili in Italia, ovvero la loro diffusione solamente nel Nord italiano e non al Sud, era una testimonianza sia dell’attenzione con cui i governi guardavano ai problemi dell’infanzia e all’istruzione, sia del fatto che c’erano alcune regioni caratterizzate dall’immobilismo agrario e altre, invece, interessate a ridurre povertà e analfabetismo, anche per fini di sviluppo economico e sociale.
Nel Regno Sabaudo (Piemonte) il principio dell’istruzione elementare obbligatoria non trovò mai attuazione, inoltre l’istruzione media rimase nelle mani del clero, sia perché sottoposta al rigido controllo dell’arcivescovo di Torino, sia perché la maggior parte degli insegnanti erano sacerdoti. Dal 1844, però, ebbe inizio un processo di riforme che va a toccare la vita universitaria e culturale della capitale.
Grazie alla Legge Boncompagni viene istituita presso l’Università di Torino una Scuola di Metodo per la formazione dei maestri elementari. Quest’iniziativa fu realizzata da Ferrante Aporti, la quale suscitò un grande interesse, ma anche reazioni violente. Il clero si oppose fortemente, sia perché pensava che la diffusione di tali scuole avrebbe portato alla diffusione di concezioni pedagogiche pericolose, sia perché sarebbe stato sottratto alla Chiesa l’insegnamento elementare.
La legge Boncompagni confermava questi timori cattolici, ammettendo che l’idea era proprio quella di togliere la gestione della scuola dalle mani del clero e metterla nelle mani dello Stato. La gestione dell’istruzione sarebbe stata seguita dal Ministero di Stato, che avrebbe nominato per ogni capoluogo di provincia un Provveditore agli Studi.
Per quanto riguarda Roma, Leone XII, tentò di porre ordine anche in campo scolastico, accompagnando la bolla del 28 Agosto 1824 (Quod divina sapientia) con una “constitutio de recta ordinazione studiorum in dictione ecclesiastica”, che provvide ad istituire la Congregazione degli Studi, organo di competenza dell’attività della pubblica istruzione. Le iniziative promosse da Leone XII, a parte un piccolo incremento delle scuole elementari a Roma, non riuscirono a migliorare le condizioni disastrose dell’istruzione nello Stato Pontificio: nel 1869 le scuole pubbliche a Roma erano solo 20, comprese quelle pie, nel 1870 l’intera popolazione scolastica romana era di 7941 alunni.
In realtà, però, non sarebbe corretto vedere il primato della religione e della chiesa cattolica come unica causa della poca diffusione dell’istruzione. Il problema era che la religione non veniva vista come uno strumento per migliorare le condizioni di vita del popolo, ma solo come una causa di disordine sociale. Ad esempio, Ferrante Aporti, proponeva il cristianesimo come un evento educativo, l’insegnamento della religione utile per esprimere l’amore verso il creatore.
2. Il Regno delle Due Sicilie
Ferdinando I cercò di non abolire del tutto il sistema scolastico che era stato costruito da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat durante il decennio francese. Nel 1830, Ferdinando II, denunciò le piaghe profonde che affliggevano il paese, dichiarando la sua volontà a migliorare lo stato delle finanze e dell’amministrazione della giustizia. I provvedimenti che prese riguardarono un alleggerimento del carico fiscale e un contenimento della spesa pubblica. Da questo inizio ne derivò l’idea che il regno di Ferdinando II fu complessivamente positivo e animato da intenzioni innovatrici e riformatrici.
In questo periodo nel Regno delle due Sicilie c’era una nuova apertura verso le idee letterarie, scientifiche e filosofiche del tempo. Determinante fu anche la presenza di un sacco di riviste, giornali, di salotti, circoli e scuole private. Praticamente l’interesse per l’istruzione, che prima di quel momento era interessato solamente a pochi, inizia a essere più intenso, anche grazie a pubblicazioni su pagine di giornali dove si faceva nota l’attenzione con cui si guardava alla scuola e all’educazione dei giovani.
Il quadro della situazione, però, muta del tutto nel momento in cui si sposta l’occhio sullo stato in cui si trovava l’istruzione pubblica primaria nell’ultimo trentennio del regno borbonico, cioè qualcosa lasciato totalmente nelle mani del clero retrivo (che rimane indietro). Il governo costituzionale del 1848 (periodo positivo) fu solo una breve parentesi, infatti la commissione provvisoria di Pubblica Istruzione, che aveva il compito di fornire un progetto di riforme per l’insegnamento pubblico, fu sciolta e venne istituito un Consiglio generale di Pubblica Istruzione, formato da docenti universitari fedeli al sovrano e da membri della Reale società Borbonica.
Quindi, il controllo definitivo della scuola tornava ad essere affidato ai vescovi, che venivano chiamati “ispettori dei collegi, dei licei e degli istituti”, sia per l’ambito religioso, morale, scientifico e disciplinare. Per quanto riguarda la scuola privata a Napoli, questa ebbe una gran fortuna e una gloriosa tradizione, elogiata anche da Girolamo Nisio. Egli fece notare lo stretto rapporto che c’era tra le esigenze delle famiglie civili e le scuola private, caratterizzate da una grande varietà di metodi didattici, delle materie d’insegnamento e dell’organizzazione scolastica.
Per Nisio un grande vantaggio delle scuole napoletane era che l’istruzione primaria non era un corso separato di studi, ma andava a integrarsi con quello medio, in base agli studi che l’alunno avrebbe dovuto affrontare o al lavoro a cui era destinato. Le scuole private napoletane erano frequentate maggiormente dai figli dei proprietari terrieri, ma anche da una parte non trascurabile di persone formata da figli degli imprenditori e dei mercanti, di artigiani e professionisti, che non erano indifferenti ai problemi dell’istruzione, anzi, erano interessati al fatto che i loro figli conseguissero un grado di istruzione tale da entrare nei negozi o nei commerci o per continuare la carriera degli studi.
Molto famoso e frequentato fu l’Istituto medico cerusico farmaceutico e anche gli studi di giurisprudenza ebbero un grande seguito. Tra le scuole letterarie viene ricordata quella di Basilio Puoti, il quale assieme ad alcuni suoi allievi diede un contributo decisivo al formarsi del clima che caratterizzò l’ambiente culturale napoletano tra il 1830 e il 1848. Se l’istruzione privata napoletana è stata caratterizzata da alcune scuole superiori di tipo universitario (es. Puoti), in realtà la grande maggioranza delle scuole private si dedicava all’insegnamento primario e medio.
Infatti nella capitale del regno, tra gli anni venti e trenta, sorsero centinaia di scuole private, e il numero di richieste di autorizzazione di apertura di nuove scuole andò via via sempre crescendo, tanto che venne proposto di sospendere la concessione di altre licenze e addirittura di chiudere tutte le scuole private esistenti. Nel 1831, solo a Napoli, c’erano più di 800 scuole private. Inoltre dobbiamo considerare il fatto che molte scuole funzionavano senza alcuna autorizzazione e senza aver fatto alcun controllo e che nel 1839 circa 900 maestri del regno non avevano pagata neanche la tassa annuale.
Nel campo dell’istruzione la fine dell’esperimento costituzionale del 1848 di Ferdinando II non segnò una svolta reazionaria, ma portò degli effetti negativi sullo stato già precario dell’istruzione pubblica. Né è un esempio il decreto dell’11 gennaio 1831 col quale si stabiliva che nei comuni minori l’insegnamento primario poteva essere affidato ai preti, che ricevevano un piccolo compenso, e che in caso di difficoltà economica si sospendessero dal bilancio le spese che servivano per l’istruzione femminile.
Provvedimenti di questi tipo non portavano di certo a un progresso, ma a una determinazione pesante del ristagno economico e sociale del Mezzogiorno. Vi era la mancanza di ogni tipo di iniziativa a favorire la formazione della figura del moderno insegnante laico, cosa che invece era stata tentata da Gioacchino Murat, quando nel 1812 aveva istituito il Pensionato Normale, cioè una scuola per maestri che fu soppressa nel 1815 con il ritorno dei Borbone, appunto.
Tutto questo derivava da una scelta politica ostile alla diffusione dell’istruzione o che, al massimo, era disposta a considerarla come un mezzo per ribadire nei sudditi il primato della religione e del trono. Le speranze di rinnovamento che erano state promosse all’inizio del regno di Ferdinando II non fecero cambiare la realtà di questo quadro complessivo. Il sovrano aveva una sorta di antipatia per i “pennaruli”, nome usato per identificare gli scrittori e gli uomini di cultura in genere, egli non riconosceva loro alcun ruolo. L’unico compito dell’istruzione, secondo il potere, era quello di indottrinare le persone all’obbedienza e alla fedeltà al potere, e questo compito veniva affidato ai preti.
Nell’ultimo ventennio del Regno l’unico compito che aveva la scuola pubblica era quello di fare da freno alla diffusione nel popolo di inquietudini e idee politicamente pericolose.
Capitolo II: La scuola casatiana e quella positivista (1859-1901)
La legge Casati: l’impalcatura del sistema scolastico italiano
Nel 1850 il Piemonte era ancora in guerra al fianco dei francesi di Napoleone III, quando venne approvata la prima legge riguardante il sistema scuola e la promozione dell’Istruzione. Gabrio Casati scrive: “Questa sarà capace di rispondere alle necessità urgenti del Paese” in quanto è una legge che mette in ordine e sistema la debolezza della legislazione sardo-piemontese. In seguito, dopo Casati, bisognerà aspettare la riforma Gentile del 1923, dopo oltre 60 anni di distanza, per avere un’altra legge organica e riformista.
La legge Casati, così indicata dal nome del responsabile del Ministero della Pubblica Istruzione, Gabrio Casati, venne promulgata da Vittorio Emanuele II di Savoia il 13 novembre 1859. Essa costituisce l’atto di nascita del sistema scolastico italiano e ne rappresenta anche l’impalcatura fondamentale; infatti, ancora oggi, nonostante le recenti trasformazioni della scuola, il sistema scolastico ha una struttura di partenza. Il motore della politica scolastica casatiana è il Ministro, che ha il compito di governare l’insegnamento pubblico in tutti i suoi rami e promuoverne l’incremento.
La legge Casati, infatti, prevedere l’organizzazione di un sistema scolastico centralistico-burocatrico di tipo piramidale con a capo il Ministro, attorniato da un’organizzazione gerarchica, rigida e autoritaria. Vi è il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione (21 membri di nomina regia), gli Ispettori generali (3 in tutto, uno per gli studi superiori, uno per gli studi classici, uno per gli studi tecnici, primari e per le scuole normali), un Provveditore agli studi in ogni provincia, il Consiglio Provinciale che ha il compito di accertarsi che le leggi siano osservate e i regolamenti nelle scuole.
L’ordinamento degli studi previsti dalla legge riguarda l’istruzione superiore impartita nelle università, l’istruzione secondaria (classica, tecnica, normale), l’istruzione elementare, gratuita ed articolata in due gradi, inferiore e superiore, della durata di due anni ciascuno. All’istruzione elementare sono dedicati dall’articoli 315 al 378, divisi per le seguenti materie: Oggetto dell’insegnamento, Idoneità elezione e doveri dei Maestri, Stipendi, sussidi, pensioni, Delle scuole private, Delle scuole normali, Disposizioni finali.
Come si è accennato prima, la legge si occupa poco dell’istruzione elementare, sia per il numero degli articoli che per il loro contenuto. All’istruzione elementare viene data un’importanza sia politica che sociale inferiore rispetto a quella che avrebbe meritato, basterebbe considerare solo il dato dell’analfabetismo. Il Paese aveva bisogno di una scuola severa, anche per arrivare all’unità di quest’ultimo.
Con la legge Casati viene confermata l’intenzione di privilegiare gli studi classici e, comunque, di istruzione superiore e viene ribadita l’importanza di educare quei gruppi elitari che avrebbero dovuto garantire la continuità degli obiettivi economici, politici e sociali delle classi al potere.
Relazioni sullo stato dell’insegnamento pubblico
Nel 1864 ci fu un’inchiesta che aveva come obiettivo una prima verifica dei risultati dell’applicazione della legge Casati in tutto il territorio nazionale, soprattutto a livello di istruzione popolare. Dal 1864 risulta aumentato rispetto il 1861 il numero delle scuole, dei maestri e degli alunni, ma rimane comunque ampia l’evasione e l’assenteismo scolastico, provocati dalle condizioni di miseria delle classi popolari e dal fenomeno del lavoro infantile. Le cause principali erano i lavori nelle campagne o il bisogno di badare alle cure domestiche.
D’altra parte, ancora oggi, questa situazione rimane attuale, basti pensare all’incapacità di alcuni comuni di sostenere in modo corretto e decoroso le spese di manutenzione degli edifici scolastici. Un altro difetto della legge riguarda i contenuti, rimasti ancora troppo poveri e incompleti per garantire un bagaglio culturale alla maggior parte degli allievi che appartenevano ai ceti più svantaggiati. Inoltre, oltre la disorganizzazione dei comuni nel gestire l’istruzione, capiamo che due anni di istruzione elementare di grado inferiore fossero insufficienti per fornire adeguate competenze linguistiche e logico-cognitive, anche perché molto spesso gli alunni non avevano né capacità strumentali né di socializzazione.
L’interesse generale, comunque, non era tanto la maturazione culturale dei giovani, quanto piuttosto una loro rudimentale alfabetizzazione di base che li aiutasse a lavorare meglio e produrre di più. Non importava tanto l’emancipazione culturale, ma bastava una semplice “infarinatura”, insufficiente e superficiale.
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