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Durkheim: il padre della sociologia scientifica

Durkheim è il padre della sociologia scientifica. È proprio Durkheim a definire la sociologia come disciplina scientifica a sé, staccata dalla psicologia e dalla filosofia. Durkheim criticò aspramente il precursore Comte accusandolo di aver creato una filosofia dell’uomo e di non essersi speso per porre le basi della branca scientifica della sociologia, finendo in una filosofia teorica e non in uno studio scientifico della realtà sociale. Dalla psicologia prende le distanze attraverso il dibattito con lo psicologo Tarde, il quale pensava che i valori, le norme e il consenso che tiene unità una società si trasmettessero da individuo a individuo attraverso relazioni imitative mentre secondo Durkheim questa teoria era del tutto astratta e la sociologia dovesse basarsi su una ricerca empirica e sullo studio dei fatti sociali. Durkheim, infatti, proveniente dal positivismo, non è interessato alla definizione di sociologia ma s’interessa principalmente all’oggetto di studio di questa nuova scienza, ossia i fatti sociali.

Opere fondamentali di Durkheim

Durkheim scrive quattro opere fondamentali che sono:

  • La divisione del lavoro sociale (1893)
  • Le regole del metodo sociologico (1895)
  • Il suicidio (1897)
  • Le forme elementari della vita religiosa (1912)

Le regole del metodo sociologico

Nel suo secondo libro Le regole del metodo sociologico, del 1895, Durkheim pone le basi metodologiche della ricerca sociologica e presenta due caratteristiche fondamentali da cui deriva il suo approccio macrosociologico, ossia il primato della società sull’individuo e l’importanza fondamentale della definizione dell’oggetto di studio, proveniente dalla corrente positivista, secondo cui le ricerche devono essere mirate a un determinato oggetto, riducendo il campo di studio per un miglior studio empirico. L’oggetto di studio per Durkheim sono proprio i fatti sociali:

I fatti sociali sono tutti i modi di pensare, sentire e agire; esteriori, generali, ossia che caratterizzano tutta la società e non un individuo solo; e coercitivi rispetto all’individuo come può essere il linguaggio. I fatti sociali sono irriducibili all’individuo e vanno studiati come “cose”, come oggetto di studio, e possono essere spiegati solo attraverso fatti sociali antecedenti. Durkheim distingue due tipi di fatti sociali che ci aiutano a comprendere il loro significato.

  • Fatti sociali materiali: ossia gli stili artistici e architettonici, i codici giuridici e le forme tecnologiche,
  • Fatti sociali immateriali: ossia l’insieme di norme e di valori di una società e che caratterizza tutti gli individui e possono essere costituiti dalla moda, dal credo religioso, dal sistema politico.

Esempi di fatti sociali immateriali sono la moralità, la coscienza collettiva, le rappresentazioni collettive e le correnti sociali. Per Durkheim anche la moralità era un fatto sociale e andava studiato empiricamente e fosse fortemente legata alla società. Durkheim dà una grande importanza alla moralità in quanto concepiva una forte moralità sociale come sinonimo di un grande legame sociale che permetteva la libertà dell’individuo, infatti secondo il sociologo se la moralità sociale avesse perso la sua forza allora l’interesse collettivo si sarebbe ridotto alla somma di interessi collettivi e quindi alla schiavitù del di “di più”.

Tipi di società e solidarietà

La divisione del lavoro sociale è la prima grande opera di Durkheim e della sociologia scientifica. Nella sua opera Durkheim vuole rispondere a una domanda fondamentale: cosa tiene unita e coesa la società? Per Durkheim ciò che permette la cooperazione e la coesione sociale è la solidarietà, che viene distinta in due tipi ed è caratteristica di due tipi di società differenti.

Secondo Durkheim la solidarietà può essere meccanica o organica ed entrambe sono caratterizzate dall’autorità morale, ossia dalla coscienza collettiva, che deriva dalla socializzazione primaria e dalla socializzazione secondaria attraverso le quali l’individuo interiorizza le norme del gruppo, della società.

  • Solidarietà meccanica è tipica delle società semplici, caratterizzate da una divisione del lavoro bassissima e dove le persone svolgono fondamentalmente la stessa funzione. Questo tipo di società è caratterizzata da una forte coscienza collettiva, quindi hanno dei forti valori e delle forti norme condivise e in questo tipo di società vige il diritto repressivo o punitivo in quanto ogni offesa rivolta a un individuo viene vista come un’offesa all’intera comunità e le punizioni tendono ad essere più severe.
  • Solidarietà organica è invece tipica delle società complesse, ossia caratterizzate da una forte specializzazione del lavoro portata dalla densità dinamica, ossia dall’aumento di popolazione e della conseguente competitività a causa della scarsità delle risorse, che permette agli individui una coesione sociale basata sulla cooperazione piuttosto che per il conflitto per le risorse. La coesione sociale nelle società complesse non è data più da una forte coscienza collettiva ma dal bisogno del lavoro e della cooperazione altrui nel soddisfacimento dei propri bisogni. L’autorità morale è quindi caratterizzata da più interessi diversi e ne deriva un tipo di diritto restitutivo, ossia che esige che coloro che sono colpevoli facciano ammenda dei propri crimini e che non vengano puniti severamente in quanto l’offesa che recano a un individuo non viene percepita come un’offesa all’intera comunità.

Per Durkheim è fondamentale il concetto di patologico, dove per patologico Durkheim intende tutto ciò che si distacca da ciò che si trova normalmente nelle società. Per Durkheim la devianza assume un ruolo positivo all’interno della società in quanto delinea la coscienza collettiva e non ha quindi funzione patologica. La specializzazione e la divisione del lavoro sociale possono assumere funzione patologica quando non è coordinata o è caratterizzata dall’anomia, ossia dall’assenza di norme e quindi volta a interessi egoistici.

Il suicidio

Nella sua opera Il suicidio, del 1987, Durkheim vuole spiegare il fenomeno del suicidio non come inteso fino a quel tempo come fenomeno psicologico e individuale ma come fenomeno sociale che caratterizza la società. Inoltre, rappresenta la possibilità per Durkheim di dimostrare la potenza della nuova scienza sociologica. Nella scrittura dell’opera fondamentali sono i concetti che si trovano ne Le regole del metodo sociologico del 1895, ossia l’importanza della definizione dell’oggetto di studio, con la descrizione del fenomeno del suicidio con cui introduce l’opera; la possibilità di spiegare i fatti sociali solo attraverso altri fatti sociali antecedenti e il primato della società sull’individuo, in quanto il suicidio non è visto come fenomeno individuale, causato da fattori psicologici, ma causato da fattori sociali in grado di spiegare perché in un determinato gruppo o società ci sia una più alta percentuale di suicidi.

Per Durkheim, secondo la teoria dell’Homo duplex, l’uomo è un organismo biologico guidato da istinti individualistici e interessi egoistici ma anche da imperativi morali che svolgono il ruolo di poliziotto interno e sono rappresentanti dalla coscienza collettiva interiorizzata attraverso la socializzazione; e l’individuo soffre per questa condizione di lotta interna. Per Durkheim ciò che porta al suicidio nei diversi tipi di società, infatti, sono due fatti sociali in particolare:

  • Integrazione: ossia il livello di attaccamento alla società
  • Regolazione: il grado di costrizione all’interno della società

Quando una di queste due è troppo alta o troppo bassa si manifestano all’interno della società quattro tipi diversi di suicidio, di cui due a causa della variazione d’integrazione e due a causa della variazione della regolazione, poiché la lotta interna tra gli istinti egoistici e gli imperativi morali dell’Homo duplex non è più stabile.

  • Suicidio egoistico: quando il livello d’integrazione nella società è troppo basso le persone sono spinte al suicidio egoistico in quanto per Durkheim l’uomo non può fondare sé stesso in sé stesso, ossia ha bisogno della società per regolarsi e disciplinarsi e si abbandona a concezioni fatalistiche e di disillusione. Questo tipo di suicidio era tipico nei tempi passati degli intellettuali.
  • Suicidio altruistico: quando il livello d’integrazione nella società è troppo alto, tipico delle società chiuse e ad alto controllo sociale, l’individuo non è più anche sé stesso ma è un tutt’uno con il gruppo e compie il suicidio per un bene superiore ponendosi come eroe della comunità.
  • Suicidio anomico: quando il livello di regolazione è troppo basso l’individuo va incontro a una situazione di anomia, ossia assenza di norme. L’assenza di norme causa un innalzamento degli interessi egoistici e individualistici e l’individuo diventa un agitato puro, ossia agitato dalle proprie passioni di cui diventa schiavo e incosciente dei propri limiti. Questo tipo di suicidio è tipico dei grandi cambiamenti economici, positivi o negativi che siano.
  • Suicidio fatalista: quando la regolazione è troppo alta l’individuo è spinto al suicidio ed è tipico degli schiavi o delle dittature.

Di rilievo è l’importanza che dà alla religione come fatto sociale che spinge o ha funzione profilattica per il suicidio. In base ai dati rilevati da Durkheim gli stati a religione protestante presentano più suicidi in quanto il culto è un culto individuale che isola il credente dalla comunità, lasciando il credente da solo davanti a Dio e senza una rete sociale d’appoggio mentre la religione cattolica, caratterizzata da una struttura gerarchica e da riti comunitari integra il credente, evitando che l’individuo si trovi solo di fronte alle proprie crisi esistenziali. Durkheim sosteneva che gli ebrei si suicidassero ancora di meno perché oltre alle caratteristiche del cattolicesimo erano accomunati da un forte senso di comunità a causa delle persecuzioni che li hanno visti vittime nel tempo.

Le forme elementari della vita religiosa

Nella sua ultima opera Durkheim passa a rassegna e prende come oggetto di studio la religione per dimostrare come anche essa sia un fatto sociale, il ruolo che svolge la religione e come anche essa fosse generata dalla società, dimostrando che la “società è Dio”, marcando il primato della società sull’individuo. Per farlo Durkheim studia la religione totemica della tribù australiana degli Arunta. Sceglie questa forma religiosa semplice e premoderna, relativa a una società semplice e premoderna, in quanto in questo tipo di società la religione è omnicomprensiva, ossia riflette per intero la coscienza collettiva della società da cui ne derivano le strutture sociali, al contrario delle società moderne in cui la religione è una delle tante rappresentazioni collettive a causa del processo di secolarizzazione, che fa venire sempre meno la differenza tra sacro e profano. Per Durkheim la vita del clan è distinta in due fasi: la prima caratterizzata dall’atomismo, dove il clan è diviso in piccoli gruppi e la vita è monotona e la seconda fase dall’aggregazione sociale, ossia dei riti intorno al fuoco che possono durare anche per giorni dove si genera quel fenomeno che Durkheim definisce come effervescenza collettiva, ossia quel fenomeno di euforia causata dall’aggregazione di più persone insieme in cui la razionalità individuale scompare e gli individui si abbandonano alle passioni del gruppo fino a controllarle nel tempo in riti e danze, facendo nascere così l’idea di religione. Il totemismo non è altro che la rappresentazione collettiva degli oggetti, degli animali e delle piante che circondavano il luogo di ritrovo in cui è avvenuta l’effervescenza collettiva, concependo quegli oggetti come sacri in quanto responsabili del fenomeno e non realizzando che è la stessa società a causarlo. Durkheim, attraverso questo studio, definisce che la religione non è altro che la venerazione dell’uomo e della società in quanto generata da esso.

Weber: un individualista metodologico

Weber è considerato uno dei più grandi sociologi mai esistiti. Weber è un individualista metodologico e considera la società come il risultato dell’aggregazione delle azioni individuali e delle loro interazioni. Il pensiero weberiano è in netto contrasto con quello marxista ma l’intento di Weber è quello di completare la teoria marxista. Egli considerava che credere nel materialismo storico fosse una debolezza della mente in quanto la società e il suo sviluppo non può essere determinato solo da fattori economici.

Weber, nella sua teoria, è profondamente influenzato da Nietzsche e dalla teoria della morte di Dio come metafora della morte delle certezze e delle verità metafisiche. Nietzsche sosteneva che la vita in sé non ha senso e la presa di coscienza di questa situazione ci porta a vivere nel nichilismo. L’oltre-uomo che si erge su questa condizione crea la sua vita da sé e si fa creatore di sé stesso. Secondo questa visione la realtà è caos indefinito, compresa la realtà storica, e per comprenderla non basta l’osservazione empirica ma un filtro teorico, un filtro concettuale. La realtà sociale assume oggettività solo dal punto di vista dello scienziato, del sociologo, che applica un filtro e studia la realtà attraverso delle classificazioni. È tramite questa concezione che Weber sviluppa il suo approccio metodologico alle scienze sociali. L’oggettività esiste solo all’interno di filtri di comprensione condivisi, quindi solo nell’intersoggettività.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessandro_Maria_Brenci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof Orsini Alessandro.
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