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Introduzione

Una stella particolare, quella a 6 punte, è stata scelta dal popolo ebraico come simbolo della propria religione. La stella di David veniva utilizzata nel periodo della Shoah come segno di riconoscimento per la popolazione ebraica, di solito attaccata sul petto all’altezza del cuore, di modo che anche nei luoghi dove l’identità umana veniva annullata potevano essere riconosciuti (campi di concentramento). Identifichiamo così i bambini-stella, che hanno dovuto nascondere la loro luce (= identità) per non essere scoperti dai cacciatori di stelle, che hanno fatto buio nel loro cielo, lasciandoli in una condizione di solitudine che avrebbe potuto spegnere la loro luce, mentre oggi li vediamo brillare nel cielo, un brillare che alcuni autori hanno definito “resilienza”.

Con questa ricerca pedagogica vogliamo indagare come l’orrore si sia trasformato in un processo evolutivo positivo, in un successo. La Shoah quindi può anche insegnarci come si “costruisce” un essere umano, come una vita possa riprendersi nonostante le sofferenze. Nel nostro indagare spostiamo l’attenzione dal Male al Bene, osservando che “grazie” alla Shoah l’umanità ha trovato modo di ricominciare. Questa volta indagheremo il fenomeno della Shoah da un punto di vista pedagogico, concentrandoci non solo sul “durante” ma anche sul prima e sul dopo, vedendo come questi bambini sono stati aiutati a crescere proprio attraverso le ferite (Cyrulnik, 2005).

Ci chiediamo “chi ha salvato questi bambini?”, “come sono cresciuti?”, “sono diventati genitori, nonni?”, i ventuno bambini presi in esame sono infatti oggi persone anziane, questa è l’ultima possibilità che abbiamo di ascoltare le loro storie e di sapere come il loro trauma è stato assorbito, trasformato o rielaborato.

Capitolo 1: La resilienza (cosa ne sappiamo oggi)

Il termine “resilienza” viene dal latino RESILIO, che vuol dire tornare indietro, rimbalzare. Esso è un termine usato nella fisica ed è la capacità di un corpo di resistere a un urto assorbendo energia cinetica senza rompersi. Così per le persone, che pur vivendo una situazione difficile, che sembra condurre verso un finale triste, è riuscita a vivere una vita felice nonostante i colpi che ha ricevuto.

Teoria intergenerazionale dell’abuso all’infanzia

Per molto tempo è stata studiata la teoria intergenerazionale dell’abuso all’infanzia, che sosteneva che l’adulto che oggi maltratta è stato a sua volta maltrattato. Questa teoria è stata per molto tempo molto accreditata, il problema è che gli studi fatti per far fronte ai traumi, venivano fatti solamente su quelle persone che hanno manifestato disturbi psicologici o hanno chiesto un sostegno terapeutico, di conseguenza è normale che il concetto di resilienza si manifestasse solamente in casi rari, proprio perché i soggetti resilienti non venivano analizzati da nessuno. Queste persone sono rimaste “sconosciute” agli studiosi, poiché non richiedendo mai aiuto non rientrano nella popolazione clinica. Si tratta di quelle persone che nonostante abbiano ricevuto maltrattamenti durante l’infanzia, adesso hanno compreso l’accaduto, sono stati sicuramente aiutati e hanno trovato le forze per bloccare quel circolo vizioso.

Le definizioni

La definizione generale di resilienza è: la capacità di vivere e svilupparsi positivamente in modo socialmente accettabile nonostante/tramite l’aver vissuto alcune forme di stress o di avversità che di solito implicano il rischio di un esito negativo. Cyrulnik direbbe “tramite”, in quanto sostiene che le ferite ci fanno diventare più umani e costruttivi.

  • Sono state date tantissime altre definizioni di resilienza, possiamo dedurre che resilienza non vuol dire negare i problemi, ma partire proprio dalle difficoltà per promuovere una prospettiva di speranza.
  • Coloro che sviluppano resilienza non sono e non diventeranno invulnerabili, ma sono vulnerabili come gli altri, ma in più sono stati feriti e lo saranno per tutta la vita, ma diventeranno umani grazie a questa ferita.

Ci sono due elementi principali quindi che ci permettono di parlare di resilienza:

  • Il primo è aver vissuto una situazione traumatica che rappresenta un rischio per lo sviluppo futuro.
  • Il secondo è invece il “doing ok” ovvero mostrare un esito di vita che abbia un buon livello di stabilità e un benessere emotivo, lavorativo, familiare.

Si faccia attenzione quindi a non confondere la resilienza con la semplice capacità di far fronte ai problemi che incontriamo nella vita, esso è un processo che per tutto il corso della vita si costruisce grazie all’incrocio di alcuni fattori.

Intorno al trauma

In genere le persone che hanno subito dei traumi causati da esperienze sconvolgenti provano un disagio psicologico, dove nella maggior parte delle persone questi sintomi migliorano dopo i primi mesi. Non è così per il PTSD, ovvero il disturbo post traumatico da stress. Esso causa l’incapacità di accettare l’esperienza traumatica, i soggetti affetti da PTSD rimangono imprigionati nel ricordo del passato orribile che hanno vissuto e non riescono a concentrarsi sul presente. I sintomi vengono a seguito di un grave evento che ci ha toccato non solo in prima persona, ma che può aver investito anche persone care a noi, essi includono il continuo rivivere l’evento traumatico (ricordi, sogni, flashback), l’evitare gli stimoli associati all’evento traumatico (evitare pensieri, sentimenti, conversazioni) e l’aumento di alcuni fattori come insonnia o ipervigilanza.

Le proposte per curare questo disturbo sono varie, ma gli esperti concordano sul fatto che il sostegno sociale svolga un ruolo importante, ovvero quando la persona sa di appartenere a un gruppo e di poter contare su di essi, l’importanza aumenta quando il gruppo è formato da persone che hanno vissuto esperienze simili.

Ci sono comunque degli elementi che devono essere tenuti in considerazione rispetto alla capacità di reagire al dramma come ad esempio l’intensità e il tempo di durata dell’evento, la presenza o la mancanza di una rete di sostegno (famiglia o comunità di appartenenza), provare fiducia in se stessi e negli altri… etc…

Inversione di prospettiva

Walsh, psicologa statunitense, si occupa di resilienza in ambito familiare, e come base alla propria analisi propone di fare caso che nessuna famiglia è problem-free. Partendo da questo concetto l’autrice sfata i due miti della famiglia “normale”, ovvero quello che considera la famiglia “sana” come una famiglia senza problemi, e quello che considera la famiglia tradizionale come unico modello di famiglia sana.

Per quanto riguarda il primo mito siamo stati abituati dalla nostra società a collocare tutte le situazioni problematiche nella “non normalità”, quando non è per niente vero in quanto tutte le famiglie possono passare delle situazioni difficili, come una malattia, un lutto, un incidente. Dunque la famiglia “normale” non è quella senza problemi e difficoltà, ma quella che riconosce che avere problemi rientra nella normalità.

Il secondo mito riguarda il fatto che la famiglia tradizionale viene considerata “sana”, invece i fatti provano che un bambino può crescere bene anche in una famiglia mononucleare, binucleare, monoparentale, omoparentale, affidataria o adottiva. Non è importante quindi né il contenuto (l’avere problemi o meno) né la forma (tipo di famiglia) ma il fatto che si creano dei contesti funzionali, dei punti di riferimento che permettano il benessere del bambino.

Nel linguaggio comune si parla spesso di normalità o non-normalità delle persone o delle famiglie, si possono correggere questi termini usando l’aggettivo funzionale, quando una famiglia, vivendo nella propria normalità, si rende conto dei problemi e li affronta con dei processi di cambiamento, si definisce invece disfunzionale la situazione in cui una famiglia vive la sua normalità fatta di problemi senza attuare nessuna strategia utile per avviare un cambiamento.

I fattori protettivi

Ci sono alcuni concetti che appartengono alla terminologia di resilienza:

  • Le risorse, che comprendono sia gli aspetti materiali (casa, finanze) sia gli aspetti individuali (capacità cognitive, salute psicofisica dei membri della famiglia).
  • Fattori protettivi, che appartengono alla sfera delle relazioni.
  • Processi protettivi, che decidono la modalità con la quale i fattori protettivi devono essere utilizzati.
  • I fattori di rischio, ovvero le situazioni avverse che possono recare difficoltà o danni fisici o psicologici alla persona, che di solito predicono esiti negativi.

Alcuni autori distinguono anche i fattori distali e i fattori prossimali, i primi come la povertà, la scarsa istruzione, le poche relazioni che influiscono e creano lo sfondo in cui si inseriranno altri fattori, sono dei fattori che rendono le famiglie più vulnerabili. I secondi invece sono quelli che influiscono direttamente sulla quotidianità, coinvolgendo emozioni, pensieri e comportamenti. Questi vengono suddivisi in fattori di stress e fattori protettivi, perché possono sia aumentare il rischio e aumentare gli effetti negativi oppure ridurre le conseguenze negative. I fattori di rischio quindi non vengono visti più come una minaccia, ma sono quei fattori che vanno a definire la situazione, che possono condurre sì a esiti dannosi ma anche a inaspettati avvii di percorsi resilienti.

Una tripartizione

I fattori di rischio e quelli protettivi possono manifestarsi nell’individuo (disturbi neuro-biologici, abilità cognitive) nella famiglia (alcolismo) e nella comunità (quartiere pericoloso). Ciò ha permesso di raggrupparli in tre categorie di fattori, ovvero individuali, familiari e sociali.

  • Individuali: buone capacità intellettive, buone capacità sociali, empatia, autostima, autoconsapevolezza, ottimismo, senso dell’umorismo, capacità di coping (capacità a fronteggiare i problemi).
  • Familiari: struttura educativa adeguata, regole chiare e appropriate, clima familiare affettuoso, credo e valori famigliare, attaccamento genitore-figlio sicuro.
  • Ambientali: presenza di una ricca rete sociali di pari, presenza di un adulto significativo fuori dalla famiglia con il quale si stabilisce una relazione di sostegno (insegnante, educatore, animatore), aiuto ai genitori attraverso delle istituzioni (scuola, parrocchia), buone relazioni informali, ambiente scolastico adeguato, successo scolastico.

Resilienza e teoria bioecologica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner)

Bronfenbrenner elaborò una teoria chiamata teoria bioecologica, che studia l’adattamento progressivo di un essere umano e le proprietà mutevoli dell’ambiente in cui vive. Per esempio se vogliamo analizzare una diade (madre-figlio) è necessario analizzare le influenze, negative o positive, che terze persone (padre, nonni, fratelli) possono avere nel rapportarsi con la diade.

Bronfenbrenner arrivò quindi a confermare questo modello PPCT (processo-persona-contesto-tempo) nel quale si mette in evidenza che le capacità di crescita di un bambino dipendono da una complessa rete di strutture. Nel modello bioecologico abbiamo la suddivisione in:

  • Microsistema: famiglia, scuola, compagni.
  • Mesosistema: legami tra i diversi elementi del microsistema.
  • Esosistema: sistemi sociali che influiscono sul bambino direttamente o indirettamente (media, servizi medici o sociali, quartiere).
  • Macrosistema: attitudini, credenze, pratiche condivise dalla cultura del bambino e dalla sua famiglia.

Tutto ciò si sviluppa durante un tempo, ovvero il periodo di sviluppo del bambino, gli eventi storici e i cambiamenti sociali e culturali (crono sistema).

Resilienza e teoria dell’attaccamento

Un contributo importante per la riflessione sulla resilienza ce lo da Bowlby con la teoria dell’attaccamento. La qualità dell’attaccamento ha un impatto molto importante sulla persona. Anche recenti scoperte nel campo delle neuroscienze dimostrano che è proprio questo rapporto intimo, affettuoso e individuale che costituisce l’input essenziale per lo sviluppo dell’essere umano. L’attaccamento è:

  • L’interazione precoce del bambino con gli altri, soprattutto con i familiari e con le persone che lo accudiscono, con i quali crea dei modelli che avranno una profonda influenza su ciò che diventerà.
  • Le neuroscienze spiegano che relazioni sicure, stabili durante i primi mesi e anni di vita sono fondamentali per tutte le tappe dello sviluppo.

L’identificazione dei periodi sensibili, ovvero uno stadio che può essere forte o debole, a seconda del tipo e della qualità dell’interazione con i familiari.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bianca-giacalone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Consorzio Università Rovigo - Uniro o del prof Milani Paola.
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