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Riassunto esame di pedagogia sociale, prof.ssa Milani, libro consigliato Sotto un cielo di stelle, Milani, Ius Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di pedagogia sociale basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Paola Milani: Sotto un cielo di stelle, Milani, Ius. In questo esame ho ottenuto una valutazione di 27/30! buono studio!

Esame di Pedagogia sociale docente Prof. P. Milani

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Intorno al trauma

In genere le persone che hanno subito dei traumi causati da esperienze sconvolgenti

provano un disagio psicologico, dove nella maggior parte delle persone questi

sintomi migliorano dopo i primi mesi. Non è così per il PTSD, ovvero il disturbo post

traumatico da stress. Esso causa l’incapacità di accettare l’esperienza traumatica, i

soggetti affetti da PTSD rimangono imprigionati nel ricordo del passato orribile che

hanno vissuto e non riescono a concentrarsi sul presente. I sintomi vengono a

seguito di un grave evento che ci ha toccato non solo in prima persona, ma che può

aver investito anche persone care a noi, essi includono il continuo rivivere l’evento

traumatico (ricordi, sogni, flashback), l’evitare gli stimoli associati all’evento

traumatico (evitare pensieri, sentimenti, conversazioni) e l’aumento di alcuni fattori

come insonnia o ipervigilanza. Le proposte per curare questo disturbo sono varie,

ma gli esperti concordano sul fatto che il sostegno sociale svolga un ruolo

importante, ovvero quando la persona sa di appartenere a un gruppo e di poter

contare su di essi, l’importanza aumenta quando il gruppo è formato da persone che

hanno vissuto esperienze simili. Ci sono comunque degli elementi che devono

essere tenuti in considerazione rispetto alla capacità di REAGIRE al dramma come ad

esempio l’intensità e il tempo di durata dell’evento, la presenza o la mancanza di

una rete di sostegno (famiglia o comunità di appartenenza), provare fiducia in se

stessi e negli altri… etc…

Inversione di prospettivà

Walsh, psicologa statunitense, si occupa di resilienza in ambito familiare, e come

base alla propria analisi propone di fare caso che nessuna famiglia è PROBLEM-FREE.

Partendo da questo concetto l’autrice sfata i due miti della famiglia “normale”,

ovvero quello che considera la famiglia “sana” come una famiglia senza problemi, e

quello che considera la famiglia tradizionale come unico modello di famiglia sana.

Per quanto riguarda il primo mito siamo stati abituati dalla nostra società a collocare

tutte le situazioni problematiche nella “non normalità”, quando non è per niente

vero in quanto tutte le famiglie possono passare delle situazioni difficili, come una

malattia, un lutto, un incidente. Dunque la famiglia “normale” non è quella senza

problemi e difficoltà, ma quella che riconosce che avere problemi rientra nella

normalità. Il secondo mito riguarda il fatto che la famiglia tradizionale viene

considerata “sana”, invece i fatti provano che un bambino può crescere bene anche

in una famiglia mononucleare, binucleare, monoparentale, omoparentale,

affidataria o adottiva . Non è importante quindi né il contenuto (l’avere problemi o

meno) né la forma (tipo di famiglia) ma il fatto che si creano dei contesti funzionali,

dei punti di riferimento che permettano il benessere del bambino. Nel linguaggio

comune si parla spesso di normalità o non-normalità delle persone o delle famiglie,

si possono correggere questi termini usando l’aggettivo FUNZIONALE, quando una

famiglia, vivendo nella propria normalità, si rende conto dei problemi e li affronta

con dei processi di cambiamento, si definisce invece DISFUNZIONALE la situazione in

cui una famiglia vive la sua normalità fatta di problemi senza attuare nessuna

strategia utile per avviare un cambiamento.

I fattori protettivi

Ci sono alcuni concetti che appartengono alla terminologia di resilienza :

- Le risorse, che comprendono sia gli aspetti materiali (casa, finanze) sia gli

aspetti individuali (capacità cognitive, salute psicofisica dei membri della

famiglia)

- FATTORI PROTETTIVI, che appartengono alla sfera delle relazioni

- PROCESSI PROTETTIVI, che decidono la modalità con la quale i fattori

protettivi devono essere utilizzati

- I FATTORI DI RISCHIO, ovvero le situazioni avverse che possono recare

difficoltà o danni fisici o psicologici alla persona, che di solito predicono esiti

negativi.

Alcuni autori distingono anche i fattori DISTALI e i fattori PROSSIMALI, i primi come

la povertà, la scarsa istruzione, le poche relazioni che influiscono e creano lo sfondo

in cui si inseriranno altri fattori, sono dei fattori che rendono le famiglie più

vulnerabili. I secondi invece sono quelli che influiscono direttamente sulla

quotidianità, coinvolgendo emozioni, pensieri e comportamenti. Questi vengono

suddivisi in FATTORI DI STRESS E FATTORI PROTETTIVI, perché possono sia

aumentare il rischio e aumentare gli effetti negativi oppure ridurre le conseguenze

negative. I fattori di rischio quindi non vengono visti più come una minaccia, ma

sono quei fattori che vanno a definire la situazione, che possono condurre si a esiti

dannosi ma anche a inaspettati avvii di percorsi resilienti.

Una tripartizione

I fattori di rischio e quelli protettivi possono manifestarsi nell’individuo (disturbi

neuro-biologici, abilità cognitive) nella famiglia (alcolismo) e nella comunità

(quartiere pericoloso). Ciò ha permesso di raggrupparli in tre categorie di fattori,

ovvero INDIVIDUALI, FAMILIARI e SOCIALI.

- INDIVIDUALI : buone capacità intellettive, buone capacità sociali, empatia,

autostima, autoconsapevolezza, ottimismo, senso dell’umorismo, capacità di

coping (capacità a fronteggiare i problemi).

- FAMILIARI : struttura educativa adeguata, regole chiare e appropriate, clima

familiare affettuoso, credo e valori familiare, attaccamento genitore-figlio

sicuro.

- AMBIENTALI : presenza di una ricca rete sociali di pari, presenza di un adulto

significativo fuori dalla famiglia con il quale si stabilisce una relazione di

sostegno (insegnante, educatore, animatore), aiuto ai genitori attraverso delle

istituzioni (scuola, parrocchia), buone relazioni informali, ambiente scolastico

adeguato, successo scolastico.

Resilienza e teoria bio ecologica dello sviluppo umano (Bronfenbrenner)

Bronfenbrenner elaborò una teoria chiamata teoria Bioecologica, che studia

l’adattamento progressivo di un essere umano e le proprietà mutevoli

dell’ambiente in cui vive. Per esempio se vogliamo analizzare una diade (madre-

figlio) è necessario analizzare le influenze, negative o positive, che terze persone

(padre, nonni, fratelli) possono avere nel rapportarsi con la diade.

Bronfenbrenner arrivò quindi a confermare questo modello PPCT (processo-

persona-contesto-tempo) nel quale si mette in evidenza che le capacità di

crescita di un bambino dipendono da una complessa rete di strutture. Nel

modello bioecologico abbiamo la suddivisione in :

1. Microsistema famiglia, scuola, compagni

2. Mesosistema legami tra i diversi elementi del microsistema

3. Esosistema sistemi sociali che influiscono sul bambino direttamente o

indirettamente (media, servizi medici o sociali, quartiere)

4. Macrosistema attitudini, credenze, pratiche condivise dalla cultura del

bambino e dalla sua famiglia

Tutto ciò si sviluppa durante un tempo, ovvero il periodo di sviluppo del

bambino, gli eventi storici e i cambiamenti sociali e culturali (crono sistema).

Resilienza e teoria dell’attaccamento

Un contributo importante per la riflessione sulla residenza ce lo da Bowlby con la

teoria dell’attaccamento. La qualità dell’attaccamento ha un impatto molto

importante sulla persona. Anche recenti scoperte nel campo delle neuroscienze

dimostrano che è proprio questo rapporto intimo, affettuoso e individuale che

costituisce l’input essenziale per lo sviluppo dell’essere umano. L’attaccamento è

:

- L’interazione precoce del bambino con gli altri, soprattutto con i familiari e

con le persone che lo accudiscono, con i quali crea dei modelli che avranno

una profonda influenza su ciò che diventerà. Le neuroscienze spiegano che

relazioni sicure, stabili durante i primi mesi e anni di vita sono fondamentali

per tutte le tappe dello sviluppo.

- L’identificazione dei periodi sensibili, ovvero uno stadio che può essere forte o

debole, a seconda del tipo e della qualità dell’interazione con le persone che

si prendono cura del bambino nei primi mesi e anni di vita.

Ma cosa dire di quelle persone che non hanno o che non hanno potuto

sperimentare un attaccamento sicuro? Ad esempio tutti i bambini che vivono in

una famiglia vulnerabile, dove i genitori hanno difficoltà a prendersi cura di loro,

o che i bambini che a causa del contesto a rischio in cui vivono vengono

allontanati dalle loro famiglie. Queste esperienze, oltre al trauma di vivere in un

contesto poco adeguato, aggiungono anche il trauma della separazione dai

genitori, dalla scuola e dagli amici.

Gli studi attuali distinguono due tipi di attaccamento, il primo, anche in ordine di

tempo DETERMINISTICO e il secondo FLESSIBILE. Nel primo (DETERMINISTICO)

collochiamo tutti gli studi che sostengono che il legame madre figlio sia l’unico

modello per la vita futura, che una volta istaurato continua a influenzare i

processi di una persona, il bambino con un attaccamento sicuro si sentirà capace,

attivo e pieno di risorse. Diversamente, i bambini che non avevano avuto un

attaccamento sicuro avranno maggiori difficoltà nella gestione dei problemi in

quanto i modelli che hanno appreso non saranno utili a iniziare un percorso di

resilienza.

Inizialmente gli studi sull’attaccamento hanno posto attenzione solo sul rapporto

madre-figlio, successivamente però è stato capito quanto questo sia

insufficiente. Si è iniziato a studiare anche la relazione col padre, arrivando alla

conclusione che l’attaccamento non deve essere considerato solo come un

legame tra due persone, ma come qualcosa di familiare, dove tutti danno il loro

contributo. In seguito ad altri studi si è notato che il legame che per esempio

un’educatrice istaurava col bambino era diverso da quello istaurato dalla madre,

quindi si smentisce che il legame con la madre sia l’unico possibile. Allora è stato

riformulato il modello deterministico, che adesso prende il nome di FLESSIBILE E

MULTIDETERMINATO, che prevede che il bambino può sviluppare più

attaccamenti (attaccamenti multipli) tutti diversi tra loro, per esempio un

bambino può sperimentare un attaccamento insicuro con la madre e sicuro con

l’educatrice, di modo che compensi il bisogno di sicurezza. Cyrulnik chiama

l’adulto significativo “tutore dello sviluppo” o “mano tesa”. In conclusione

possiamo dire che :

- La relazione materna è importante, ma non è l’unica via per sviluppare un

attaccamento sicuro

- Altri attaccamenti possono compensare l’attaccamento insicuro, per esempio,

con la madre

- Nell’insieme ecologico ci possono essere persone o azioni che possono dare

un sostegno ai genitori per sperimentare una base sicura

Dall’amore bambino all’amore adulto : il partner come tutore di resilienza

Cosa succede a questi bambini quando diventano grandi? I bambini che vivono in

situazioni familiari sicure entreranno nella stagione degli amori , per trovare un

compagno o una compagna. I bambini che invece hanno vissuto situazioni insicure,

con relazioni malsane e dannose, saranno capaci di intraprendere un percorso libero

o ripeteranno gli errori subiti? Cyrulnik afferma che nella vita di un individuo è

importantissimo fare esperienza dell’amore adulto, amare e lasciarsi amare. Egli

afferma che chi ha subito un trauma intraprende l’avventura amorosa con il suo

vissuto i suoi sogni e il suo senso di dare significato alle cose, il partner, conoscendo

la storia dell’altro, si crea delle aspettative rispetto al futuro, quindi spesso

dovranno rassicurarsi e lottare contro il mondo interiore dell’altro. Riguardo agli

incontri tra “anime ferite”, insieme possono accettarsi, ricevere, donare e

raccontare, così alcune coppie iniziano proprio il loro percorso di resilienza con

questa esperienza, e diventando genitori trovano assieme al partner la via per

interrompere i maltrattamenti e promuovere nei figli relazioni di sicurezza, fiducia e

speranza.

Racconto di sé e ricerca di senso : autobiografie ecologiche

Rielaborare la propria storia traumatica, darle un senso, raccontarla, diventa una

possibilità di uscire per ritrovare uno spazio attivo e riattribuire senso alla propria

esistenza. Attraverso la ricerca sta emergendo che la narrazione è essenziale, è una

modalità che serve per elaborare il trauma, tradurlo in parole, questo può essere

considerato un fattore protettivo trasversale. Si possono sfruttare come occasioni le

reti informali (famiglia, amici, parenti) e quelle informali (scuola, centri) per narrare

le proprie esperienze e cercare di dare un senso a ciò che è successo. Cyrulnik

sostiene che l’essere umano è caratterizzato dalla memoria semantica, ovvero la

memoria del racconto intimo che facciamo in solitudine, in quel momento ci

rendiamo prigionieri del nostro passato, ma dal momento in cui noi parliamo e

siamo consapevoli del nostro essere così perché è successo qualcosa, allora a quel

punto ridiventiamo un po’ padroni del nostro passato. Il trauma esiste nel reale e

persiste nella memoria, ma gli strumenti che possediamo, verbali, affettivi ci danno

il potere di prendere in mano la situazione e iniziare un percorso di resilienza.

Altri fattori protettivi

Analizzando la storia di altre persone possiamo notare altri fattori che vengono

definiti trasversali, come ad esempio la religione. Per i sopravvissuti alla shoah la

fede è stato un elemento fondamentale sia durante che dopo la cattiva esperienza,

il prigioniero del Lager infatti cerca di darsi forza con la preghiera, che veniva vista

come una richiesta d’aiuto e un modo per affrontare la giornata positivamente.

Dopo aver studiato la teoria dell’attaccamento o attaccamenti multipli, essa ha un

legame con il sentimento religioso, che si manifesta in due modalità :

- L’ipotesi della corrispondenza : i legami d’attaccamento creati

precedentemente si rifletteranno nel rapporto con Dio (sicuro, non sicuro,

evitante, di rabbia)

- L’ipotesi di compensazione : Il legame con Dio compensa il legame di

attaccamento non sicuro istaurato in precedenza, Dio visto come “mano

tesa”.

Un altro elemento significativo riguarda l’arte (musica, pittura, scultura) che può

diventare un canale attraverso il quale dare senso alla propria esistenza. Tantissimi

artisti famosi che hanno vissuto situazioni difficili hanno utilizzato l’arte come

strumento che ha permesso loro di farcela. Anche questo viene considerato un

fattore protettivo trasversale, in quanto abbiamo bisogno di qualcuno che ci

sostenga, ci incoraggi e che accetti e accolga le nostre opere.

Il concetto di generatività

Il termine generatività indica quel processo che ogni adulto è chiamato a percorrere

per evitare la stagnazione e il ripiegamento su se stesso. Tale concetto indica il

desiderio di fare qualcosa per le generazioni future, per lasciare una traccia di se per

permettere al potenziale che viene dopo di crescere. La generatività è un impegno a

promuovere le generazioni successive, creando dei prodotti che hanno come scopo

il loro benessere. La generatività può essere distinta in 10 proposizioni :

1. Preoccupazione e impegno per le generazioni future

2. È la sfida evolutiva degli anni dell’età adulta

3. Può scaturire da desideri sia altruistici che egoistici

4. È modellata dalla cultura

5. È una forza presente in modo diverso tra gli individui

6. Promuove il benessere psicologico

7. È espressa nelle storie che le persone costruiscono per dare senso alla loro

vita

8. Le differenze individuali nella generatività sono connesse alla qualità

d’educazione

9. Le differenze individuali nella generatività prevedono una serie di

coinvolgimenti sociali

10. Le storie di vita degli adulti altamente generativi affermano la potenza del

riscatto e del rinnovamento-ripresa umano.

Il concetto di generativià può essere considerato come una categoria di fattori

protettivi.

La resilienza come processo o percorso

I fattori protettivi che sono stati presentati non sono i requisiti che servono per

diventare resilienti, in questo caso si andrebbe contro tutto quello che è stato detto

e si andrebbe a considerare la resilienza come un processo meccanico. Se dunque

questi fattori non sono la garanzia che rende resiliente una persona, come

funzionano?

Dobbiamo posizionare i fattori protettivi in una piramide, dove ai vertici mettiamo i

fattori stessi (individuali, familiari, sociali). Il vertice più alto indica la RESILIENZA, che

è raggiungibile grazie a un processo di ascesa. Dunque la persona, che parte da un

punto della base, che rappresenta il trauma, a iniziare il percorso che compie nella

direzione che preferisce, che gli viene suggerita o la più opportuna.

CAPITOLO 2 LA RESILIENZA NELLE STORIE DEI SOPRAVVISSUTI ALLA SHOAH

Shoah e resilienza : nessi educativi

La parola OLOCAUSTO è stata utilizzata a partire dagli anni 50 del secolo scorso per

indicare il genocidio degli ebrei d’Europa. Questo termine in realtà si riferiva ai

sacrifici narrati nella Torah, durante i quali gli animali venivano uccisi e bruciati

sull’altare del tempio. A causa di questo significato il termine Olocausto viene

definito inappropriato, in quanto considerato offensivo. In alternativa è stata

utilizzata la parola SHOAH che vuol dire “distruzione, desolazione”. In italiano poi, i

due termini vengono utilizzati come sinonimi, noi utilizzeremo il termine SHOAH.

Shoah resilienza e bambini, alcuni studi in chiave educativa

Dopo la catastrofe della Shoah, molti studi si sono interessati agli aspetti traumatici

lasciati da questa esperienza. Inoltre sono stati anche indagati degli effetti “trans

generazionali” dell’esperienza della Shoah, su seconde e terze generazioni, infatti

sono stati creati dei centri specialistici per offrire un adeguato sostegno terapeutico

ai sopravvissuti e ai loro figli. In alcune famiglie, infatti, i genitori hanno

inconsapevolmente passato il proprio trauma di sopravvissuti ai loro figli, o per

mezzo di un totale silenzio, che ha negato ai genitori di raccontare ciò che avevano

vissuto, o al contrario con un racconto ossessivo, che ha impedito di focalizzarsi sul

presente. D’altra parte altri ricercatori si sono concentrati sulle persone che sono

riusciti a costruire una vita “sana”, e sono stati evidenziati dei fattori resilienti nei

sopravvissuti alla shoah : abilità cognitive, umorismo, consapevolezza e tolleranza

dei loro sentimenti negativi, senso di speranza. I bambini che sono stati vittime del

nazismo sono stati tantissimi, in quanto il progetto nazista riusciva meglio a colpire i

più indifesi, i bambini sopravvissuti furono solamente un 6-11% contro il 33% degli

adulti. Accanto a queste drammatiche situazioni ricordiamo le iniziative di quegli

adulti che hanno cercato di dare un senso di speranza ai bambini, che offrirono uno

spazio nella loro casa per nutrire ancora un sentimento di speranza. Coloro che

vengono chiamati “i Giusti”, che hanno rischiato la vita per salvare delle persone

ebree, senza nessun interesse personale ma solo grazie alla loro umanità. Altre

ricerche hanno portato a scoprire che esistono degli aspetti propri della cultura

ebraica che hanno contribuito alla capacità dei sopravvissuti di risorgere dal trauma,

queste prassi sono : 

- Prassi linguistiche l’uso di diminutivi affettivi, di parole di speranza e

umorismo. L’umorismo non è da intendere come un “ridere di sé”, ma al

contrario come capacità di sorridere e andare avanti nonostante le

circostanze della vita, quest’elemento è uno che più caratterizza la cultura

ebraica. 

- Prassi educative la valorizzazione della creatività e l’importanza dello

studio che viene posto come obbligo religioso d’alfabetizzazione.

- Prassi etiche regole morali che vengono interiorizzate, forte attaccamento

genitori-figli, questi aiutano l’integrazione della propria identità dopo il

trauma.

Inoltre sono stati identificati sei nuclei tematici, ciascuno dei quali ha evidenziato i

bisogni principali dei bambini e le risposte degli educatori, che li hanno aiutati a

diventare resilienti : 

- Fisiologici e di sicurezza la garanzia dei pasti, cure mediche, igiene, attività

fisica, rimboccare le coperte la sera, segni di benessere e sicurezza di fronte la

loro angoscia.

- Affettivi l’attaccamento a una figura parentale, il clima delle case offerte

dalle famiglie che si sono proposte ad accudirli, ovviamente diverse dalle

famiglie di origine, ma ugualmente capaci di tenerezza e ascolto.

- Cognitivi e artistici è stata data importanza all’educazione, istruzione e

formazione professionale dei più grandi affinchè diventassero autonomi, gli

educatori hanno trasmesso in loro la fiducia nel futuro e il desiderio di

cambiare il mondo.

- Etici e ideologici il trauma della guerra e della perdita dei genitori non si è

trasformato in delinquenza ma tutti sono diventati dei bravi cittadini.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bianca-giacalone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Consorzio Università Rovigo - Uniro o del prof Milani Paola.

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