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Riassunto esame di Diritto penitenziario, prof. Buzzelli, libro consigliato Manuale di diritto penitenziario

Riassunto di tutti provvedimenti del diritto penitenziario, analizzati e basati sul libro consigliato dal docente: "Manuale di diritto penitenziario", dell'università degli Studi di Milano Bicocca - Unimib, facoltà di Giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto penitenziario docente Prof. S. Buzzelli

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preliminari o presso il giudice procedente e acquisita ogni altra

necessaria informazione presso la Direzione nazionale antimafia

ed antiterrorismo, gli organi di polizia centrali e quelli

specializzati nell’azione di contrasto alla criminalità

organizzata. Il provvedimento ha una durata pari a 4 anni ed è

prorogabile nelle stesse forme ogni 2 anni successivi. La

proroga è disposta quando risulta che la capacità di mantenere

collegamenti con l’associazione criminale non è venuta

meno, tenuto conto anche del profilo criminale e della posizione

rivestita dal soggetto nell’associazione, della perdurante

operatività del sodalizio criminale e degli esiti del trattamento

penitenziario (il mero decorso del tempo non costituisce elemento

per escludere i collegamenti). Pertanto, presupposto del

provvedimento è una pericolosità cosiddetta “esterna”

all’istituto e la misura mira a spezzare i collegamenti tra il

detenuto e un’associazione criminale, terroristica o eversiva.

I provvedimenti, soprattutto quelli di proroga, devono essere

concretamente motivati in relazione alle specifiche esigenze che

ne costituiscono il presupposto, e nei limiti che lo rendono

indispensabile.

I detenuti sottoposti al regime devono essere ristretti all’interno di

istituti a loro esclusivamente dedicati. La sospensione delle normali

regole di trattamento prevede:

1. L’adozione di misure di elevata sicurezza interna ed

esterna, con riguardo principalmente alla necessità di

prevenire i contatti con l’organizzazione criminale di

appartenenza e l’interazione con altri detenuti appartenenti

alla medesima organizzazione ovvero ad altre ad esse

alleate.

2. La determinazione dei colloqui nel numero di 1 al

mese da svolgersi ad intervalli di tempo regolari ed in

locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di

oggetti. Sono vietati i colloqui con persone diverse dai

familiari e conviventi. I colloqui vengono sottoposti a

controllo auditivo ed a registrazione, previa motivata

autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Solo per coloro che

non effettuano colloqui può essere autorizzato, con

provvedimento motivato del direttore dell’istituto, un

colloquio telefonico mensile con i familiari e conviventi

della durata massima di 10 minuti sottoposto a

registrazione. Queste disposizioni non si applicano ai

colloqui con i difensori con i quali potrà effettuarsi,

fino ad un massimo di 3 volte a settimana, una

telefonata o un colloquio della stessa durata di quelli previsti

con i familiari.

3. La limitazione delle somme, dei beni e degli oggetti

che possono essere ricevuti dall’esterno.

4. L’esclusione dalle rappresentanze dei detenuti e degli

internati.

5. La sottoposizione a visto di censura della

corrispondenza, salvo le solite eccezioni (membri

parlamento, autorità europee o nazionali di giustizia).

6. La limitazione della permanenza all’aperto, che non

può svolgersi in gruppi superiori a 4 persone nel

massimo di 2 ore al giorno.

Il detenuto o l’internato (e il rispettivo difensore) nei

confronti del quale è stata disposta o prorogata la misura possono

proporre reclamo nel termine di 20 giorni dalla

comunicazione del provvedimento e su di esso è competente

il tribunale di sorveglianza di Roma. Il reclamo non ha effetto

sospensivo.

Il tribunale, entro 10 giorni dal ricevimento del reclamo,

decide in camera di consiglio osservando le regole del

procedimento tipico di sorveglianza.

All’udienza le funzioni del PM possono essere svolte da un

rappresentante dell’ufficio del procuratore della repubblica o del

procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Questi soggetti,

il procuratore generale presso la corte d’appello, il

detenuto, l’internato o il difensore possono proporre, entro

10 giorni dalla comunicazione, ricorso per cassazione

avverso l’ordinanza del tribunale per violazione di legge. Il

ricorso non sospende l’esecuzione.

Se il reclamo viene accolto, il ministro della giustizia, ove

intenda disporre un nuovo provvedimento, deve, tenendo conto

della decisione del tribunale di sorveglianza, evidenziare

elementi nuovi o non valutati in sede di reclamo.

 LE SANZIONI DISCIPLINARI (ARTT. 39 E 40): Le sanzioni

disciplinari conseguono alle infrazioni disciplinari commesse

dai detenuti e internati. Le infrazioni disciplinari possono dar luogo

solo alle seguenti sanzioni (in ordine progressivo di gravità):

1. Richiamo del direttore.

2. Ammonizione, rivolta dal direttore, alla presenza di

appartenenti al personale e di un gruppo di detenuti o

internati

3. Esclusione da attività ricreative e sportive per non più

di 10 giorni.

4. Isolamento durante la permanenza all’aria aperta per

non più di 10 giorni.

5. Esclusione dalle attività in comune per non più di 15

giorni.

La sanzione della esclusione dalle attività in comune non può

essere eseguita senza la certificazione scritta, rilasciata dal

sanitario, attestante che il soggetto può sopportarla.

Le ultime 3 sanzioni sono deliberate dal consiglio di disciplina

e contro il provvedimento che applica la sanzione disciplinare è

ammesso reclamo al magistrato di sorveglianza.

 L’ISOLAMENTO CONTINUO (ART. 33): L’isolamento continuo

comporta la separazione del condannato, dell’internato o della

persona sottoposta alle indagini dagli altri detenuti per ragioni

sanitarie, punitive, di cautela processuale. L’isolamento può anche

essere volontario.

Esso è perciò disposto in 4 casi:

1. Per ragioni sanitarie è disposto dal medico

penitenziario nei casi di malattia contagiosa

2. Consegue automaticamente alla sanzione disciplinare

della esclusione dalle attività in comune per non più di

15 giorni (disposta dal consiglio di disciplina)

3. Per evitare l’inquinamento della prova. In questo caso è

disposto dall’autorità giudiziaria come modalità d’esecuzione

della custodia cautelare e pertanto può essere disposto

dal PM, nei casi di arresto e di fermo, fino a quando

l’arrestato o il fermato non sia posto a disposizione

del giudice o dal giudice per le indagini preliminari

successivamente. Più blando è il cosiddetto “divieto di

incontro” che l’autorità giudiziaria o il direttore dell’istituto

può disporre per evitare che la persona sottoposta alle

indagini o l’imputato possa incontrarsi nell’istituto con

determinati detenuti

4. Il detenuto può chiedere di essere tenuto isolato e, se

le sue condizioni psichiche lo consentono e se vi è

disponibilità di una cella singola, deve essere accontentato.

Naturalmente l’isolamento non impedisce i colloqui del

detenuto con il difensore.

3) I PROVVEDIMENTI EXTRA ORDINEM

 I DIVIETI DI CONCESSIONE DI BENEFICI PENITENZIARI

(ART. 4-BIS): L’art 4-bis impone un divieto di concessione dei

benefici penitenziari (assegnazione al lavoro all’esterno,

permessi-premio, misure alternative alla detenzione) e

l’accertamento della pericolosità sociale dei detenuti

condannati o internati per taluni delitti. Si pensi che tali divieti

operano persino nei confronti del condannato minore d’età ed

anche nei confronti del condannato che si trovi agli arresti

domiciliari per il fatto oggetto della condanna.

I divieti sono superabili soltanto a determinate condizioni,

dando così luogo a 4 diverse categorie di reati:

1. La prima categoria riguarda i detenuti condannati per i delitti

commessi per finalità di terrorismo, di eversione dell’ordine

democratico mediante il compimento di atti di violenza,

associazione per delinquere di stampo mafioso, prostituzione

minorile, pornografia minorile, tratta di persone, acquisto di

schiavi, violenza sessuale di gruppo, sequestro di persona a

scopo di estorsione. Il divieto è superabile soltanto se tali

detenuti collaborano con la giustizia cioè quando, anche

dopo la condanna, si sono adoperati per evitare che

l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori

ovvero hanno aiutato l’autorità di polizia o giudiziaria

nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione

dei fatti. Perciò il diritto di silenzio garantito nel processo

penale di cognizione per questi delitti si tramuta, nella fase di

esecuzione della pena, in un onere di collaborazione.

2. La seconda categoria riguarda i detenuti condannati per gli

stessi delitti di cui sopra, ma i benefici possono essere

concessi purché siano acquisiti tali da escludere l’attualità

di collegamenti con la criminalità organizzata, altresì

nei casi in cui la limitata partecipazione al fatto

criminoso, accertata nella sentenza di condanna, rendono

comunque impossibile un’utile collaborazione con la

giustizia, nonché nei casi in cui, anche se la collaborazione

che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante, sia stata

applicata la circostanza attenuante dell’avvenuto

risarcimento del danno

3. La terza categoria opera nei confronti dei detenuti

condannati per i delitti di omicidio volontario, prostituzione e

pornografia minorile, rapina aggravata, estorsione aggravata,

associazione per delinquere, violenza sessuale di gruppo. In

questi casi i benefici possono essere concessi ai detenuti

purché non vi siano elementi tali da far ritenere la

sussistenza di collegamenti con la criminalità

organizzata.

4. La quarta categoria riguarda i condannati detenuti per reati

in materia sessuale e precisamente per i delitti di

prostituzione e pornografia minorile, violenza sessuale

aggravata, violenza sessuale di gruppo. In questi casi i

benefici possono essere concessi solo sulla base dei risultati

dell’osservazione scientifica della personalità condotta

collegialmente per almeno un anno anche con la

partecipazione degli esperti di psicologia, servizio sociale,

pedagogia, psichiatria e criminologia clinica. Ai fini della

concessione dei benefici ai detenuti per i delitti sessuali in

danno di minori, al magistrato o al tribunale di sorveglianza è

prescritto di valutare la positiva partecipazione del

detenuto al programma di riabilitazione (specifico per i

condannati per reati sessuali in danno di minori). Si tratta di

un eventuale ulteriore elemento di valutazione, che si

aggiunge all’osservazione collegiale per almeno un anno. Per

quest’ultimi delitti citati occorre, quindi, l’avvenuta

collaborazione con la giustizia o la sua impossibilità o

ininfluenza, e la valutazione dell’eventuale programma

psicologico di sostegno e recupero

Ai fini della concessione dei benefici, il magistrato o il tribunale di

sorveglianza decide acquisite dettagliate informazioni per il

tramite del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza

pubblica competente in relazione al luogo di detenzione. In

ogni caso il giudice decide trascorsi 30 giorni dalla richiesta di

informazioni. Ai fini della concessione dei benefici di cui al punto

3, il magistrato o il tribunale di sorveglianza decide acquisite

dettagliate informazioni dal questore. In ogni caso il giudice

decide trascorsi 30 giorni dalla richiesta di informazioni.

Quando il comitato ritiene che sussistano particolari esigenze di

sicurezza, né da comunicazione al giudice e il termine è

prorogato di ulteriori 30 giorni.

I benefici non possono essere concessi ai detenuti quando il

procuratore nazionale antimafia comunica, d’iniziativa o su

segnalazione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza

pubblica, l’attualità di collegamenti con la criminalità

organizzata.

Le condotte richieste sono accertate dal tribunale di sorveglianza,

assunte le necessarie informazioni e sentito il PM presso il

giudice competente per i reati in ordine ai quali è stata

prestata la collaborazione.

I condannati per delitti di sequestro di persona a scopo di

terrorismo, eversione o estorsione non sono ammessi ai

benefici (permessi premio, misura alternativa alla detenzione,

assegnazione al lavoro all’esterno) se non abbiano espiato almeno i

2/3 della pena o, nel caso dell’ergastolo, almeno 26 anni.

I suddetti benefici non possono essere concessi, o se già

concessi sono revocati, ai condannati per i delitti indicati nel 4 bis,

nei cui confronti si procede o è pronunciata condanna per un

delitto doloso punito con la pena della reclusione non

inferiore nel massimo a tre anni, quando sono stati

commessi in seguito ad evasione o durante la fruizione dei

suddetti benefici. Questo divieto di concessione opera per un

periodo di 5 anni dal momento in cui è ripresa l’esecuzione della

pena.

L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio,

l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare

e la semilibertà non possono essere concessi al condannato per il

delitto di evasione (divieto non operante nei confronti dei

detenuti minorenni). Lo stesso divieto si applica anche al

condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca

dell’affidamento in prova ordinario, della detenzione domiciliare o

della semilibertà.

La durata del divieto è di 3 anni da quando è stata posta in

essere la condotta di evasione o è stato emesso il

provvedimento di revoca della misura alternativa.

L’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare

e la semilibertà non possono essere più concessi più di una

volta al condannato al quale sia stata applicata la recidiva.

L’AFFIDAMENTO IN PROVA NEI CONFRONTI DEI TOSSICO E

 ALCOOL DIPENDENTI (ART. 94 D.P.R.): La misura rappresenta

uno strumento diretto a sottrarre il condannato alla droga o

all’alcool proponendogli l’attività di recupero come alternativa

all’espiazione della pena in carcere. L’affidamento in prova può

essere concesso solo quando deve essere espiata una pena

detentiva non superiore a 6 anni (4 anni se relativa ai

delitti di cui al art. 4 bis). Il condannato può avere già in

corso l’attività terapeutica, che quindi chiede di poter

proseguire oppure può anche solo intendere di

intraprenderla, sulla base di un programma da lui concordato con

una unità sanitaria.

Ovviamente i presupposti sono rigorosi perché occorre, a pena di

inammissibilità, una complessa certificazione rilasciata dalla

struttura sanitaria pubblica o privata che attesti lo stato di

tossicodipendenza, la procedura con la quale è stato

accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti o

alcoliche, l’andamento del programma concordato

eventualmente in corso e la sua idoneità ai fini del recupero

del reo. Il tribunale di sorveglianza deve inoltre valutare la

pericolosità del condannato, la sua attitudine ad intraprendere

positivamente un trattamento al fine del reinserimento sociale e la

necessità che il programma terapeutico sia in grado di

assicurare la prevenzione dei reati.

Se l’ordine di carcerazione non è stato ancora emesso o

eseguito, l’istanza è presentata al pubblico ministero il

quale deve sospendere l’emissione o l’esecuzione fino alla

decisione del tribunale di sorveglianza, al quale trasmette

immediatamente gli atti e che decide entro 45 giorni dalla

presentazione dell’istanza.

Se invece l’ordine di carcerazione è stato già eseguito, la

domanda è presentata al magistrato di sorveglianza il quale,

se l’istanza è ammissibile, se sono offerte concrete indicazioni in

ordine alla sussistenza dei presupposti per l’accoglimento

della domanda ed al grave pregiudizio derivante dalla

protrazione dello stato di detenzione, qualora non vi siano

elementi tali da far ritenere la sussistenza del pericolo di fuga,

può disporre l’applicazione provvisoria della misura.

Ai fini della decisione, il tribunale di sorveglianza può anche

acquisire copia degli atti del procedimento e disporre gli opportuni

accertamenti in ordine al programma terapeutico.

Il tribunale accoglie l’istanza se ritiene che il programma di

recupero contribuisce al recupero del condannato e

assicura la prevenzione del pericolo che egli commetta altri

reati.

Terminata positivamente la parte terapeutica del programma, il

magistrato di sorveglianza può disporre ai fini del

reinserimento sociale la prosecuzione nella forma

dell’affidamento ordinario (conversione dell’affidamento

terapeutico in quello ordinario). Al termine dell’esito di prova,

deve essere formulato un giudizio sull’esito positivo o negativo.

Anche tale affidamento è suscettibile di revoca, dovendo il

tribunale determinare la pena residua da espiare.

La competenza per la concessione è del tribunale di

sorveglianza e quella in ordine alla revoca appartiene al

tribunale di sorveglianza che ha deliberato la concessione

della misura alternativa.

Non è più vigente la disposizione che limitava a 2 volte l’accesso a

tale forma di affidamento.

LA SOSPENSIONE PER 5 ANNI DELL’ESECUZIONE DELLA

 PENA DETENTIVA NEI CONFRONTI DI TOSSICODIPENDENTI

(ART. 90 D.P.R): La misura della sospensione dell’esecuzione

della pena detentiva nei confronti dei tossicodipendenti tende

ad evitare il carcere a colui che è stato condannato per

reati commessi in relazione al proprio stato di

tossicodipendente. Occorre che il condannato si sia già

sottoposto con esito positivo ad un programma terapeutico

e socio-riabilitativo. La misura non può essere concessa più di

una volta.

La competenza è del tribunale di sorveglianza che può

sospendere l’esecuzione della pena detentiva per 5 anni

qualora, all’esito dell’acquisizione della relazione finale

dell’azienda sanitaria locale, si accerti che la persona si è

sottoposta con esito positivo ad un programma terapeutico

eseguito presso una struttura sanitaria pubblica. La

sospensione è ammessa solo quando deve essere espiata una

pena detentiva non superiore a 6 anni (4 anni per i delitti di

cui al art. 4 bis). La sospensione sospende pure le misure di

sicurezza nonché le pene accessoria e gli altri effetti penali

della condanna (non si estende alle obbligazioni civili).

All’istanza di sospensione deve essere allegata, a pena di

inammissibilità, una complessa certificazione rilasciata dalla

struttura sanitaria pubblica o privata che attesti lo stato di

tossicodipendenza, la procedura con la quale è stato

accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, il tipo di

programma terapeutico scelto, l’indicazione della struttura

ove il programma è stato eseguito, le modalità di

realizzazione e i risultati conseguiti.

Se l’ordine di carcerazione non è stato ancora emesso o eseguito,

l’istanza è presentata al pubblico ministero il quale deve

sospendere l’emissione o l’esecuzione fino alla decisione del

tribunale di sorveglianza, al quale trasmette immediatamente gli

atti e che decide entro 45 giorni dalla presentazione dell’istanza.

Se invece l’ordine di carcerazione è stato già eseguito, la domanda

è presentata al magistrato di sorveglianza il quale, se l’istanza è

ammissibile, se sono offerte concrete indicazioni in ordine alla

sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda ed al

grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di

detenzione, qualora non vi siano elementi tali da far ritenere la

sussistenza del pericolo di fuga, può disporre l’applicazione

provvisoria della misura.

L’estinzione della pena e di ogni altro effetto penale

consegue se il condannato, nei 5 anni successivi alla data di

presentazione dell’istanza, non commette un delitto non

colposo punito con la pena della reclusione. È invece

prescritta una revoca della sospensione se il condannato, nello

stesso termine di 5 anni, commette un delitto non colposo

punito con la pena della reclusione. Il tribunale di sorveglianza

che ha disposto la sospensione è competente a pronunciare sia

l’estinzione del reato e di ogni altro effetto penale, sia la revoca.

L’AFFIDAMENTO IN PROVA E LA DETENZIONE

 DOMICILIARE NEI CONFRONTI DI PERSONE AFFETTE DA

AIDS CONCLAMATA O DA GRAVE DEFICIENZA

IMMUNITARIA (ART. 47-QUATER): L’affidamento in prova e la

detenzione domiciliare possono essere concesse nei confronti di

coloro che sono affetti da AIDS conclamata o da grave

deficienza immunitaria, accuratamente accertate e che hanno in

corso o intendono intraprendere un programma di cura e

assistenza. La particolarità di queste misure è che esse possono

essere applicate anche oltre i limiti di pena previsti per gli altri

condannati. Inoltre non si applicano i divieti di concessione dei

benefici di cui al art. 4 bis.

L’istanza deve essere corredata da una duplice

certificazione del servizio sanitario pubblico competente o

del servizio sanitario penitenziario, che attesti la

sussistenza delle condizioni di salute indicate nella stessa

istanza e la concreta attuabilità del programma di cura.

Competente è il tribunale di sorveglianza, ma il magistrato

può disporre la provvisoria applicazione della misura. Il

giudice, quando non applica o quando revoca la misura, ordina che

il soggetto sia detenuto presso un istituto carcerario dotato di

reparto attrezzato per la cura e l’assistenza necessarie.

LA DETENZIONE DOMICILIARE SPECIALE (ART. 47-

 QUINQUIES): Un’altra misura alternativa consente alle

condannate madri di prole di età non superiore a 10 anni di

espiare la pena in detenzione domiciliare quando non

ricorrono le condizioni per la detenzione domiciliare

ordinaria, e sempre che, non sussista il concreto pericolo di

commissione di ulteriori delitti e vi sia la possibilità di

ripristinare la convivenza con i figli. La condannata madre può

esservi ammessa dopo l’espiazione di almeno un terzo della

pena o di almeno 15 anni nel caso di condanna

all’ergastolo. Tale periodo di tempo può essere trascorso

presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri

al fine di provvedere alla cura e all’assistenza dei figli, ad

esclusione dei condannati per delitti di cui all’art. 4 bis.

Tale detenzione domiciliare speciale comporta che la pena venga

espiata nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora

senza alcun onere sull’amministrazione penitenziaria. Può essere

concessa, alle stesse condizioni, anche al padre detenuto, se la

madre è deceduta o impossibilitata.

La competenza è del tribunale di sorveglianza, il quale,

quando dispone la misura, fissa le modalità di attuazione e

le varie prescrizioni. Il PM o la polizia giudiziaria possono

controllare in ogni momento l’osservanza delle prescrizioni

imposte al condannato. La misura è revocata quando il

comportamento del soggetto appare incompatibile con la

prosecuzione della misura.

Al compimento del decimo anno di età del figlio, su domanda

del soggetto già ammesso alla detenzione domiciliare speciale, il

tribunale di sorveglianza può:

1. disporre la proroga del beneficio se ha scontato almeno

1/2 della pena o 2/3 per i delitti dell’art. 4 bis

2. disporre l’ammissione all’assistenza all’esterno dei

figli minori, tenuto conto del comportamento

dell’interessato.

Nel caso in cui il condannato ammesso alla detenzione domiciliare

speciale rimanga assente dal proprio domicilio, senza

giustificato motivo, per non più di 12 ore, può essere proposto

per la revoca della misura. Se invece l’assenza si protrae

per un tempo maggiore il condannato risponde del delitto

di evasione, la cui condanna comporta la revoca del

beneficio.

L’ESECUZIONE PRESSO IL DOMICILIO DELLE PENE

 DETENTIVE NON SUPERIORI A 18 MESI: La pena detentiva

non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di

maggior pena, è eseguita pressa l’abitazione del condannato

o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza

denominato “domicilio”.

La detenzione presso il domicilio non è applicabile:

1. ai soggetti condannati per taluno dei delitti indicati

dall’art. 4 bis

2. ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza

3. ai detenuti sottoposti al regime di sorveglianza

particolare

4. quando la persona condannata è stata ammessa alle

misure alternative alla detenzione

5. quando vi è concreta possibilità che il condannato

possa darsi alla fuga ovvero sussistono specifiche e

motivate ragioni per ritenere che il condannato possa

commettere altri delitti ovvero quando non sussista

l’idoneità e l’effettività del domicilio, anche in funzione

dell’esigenze di tutela delle persone offese dal reato.

Il procedimento applicativo si muove su due schemi differenti a

seconda che l’eventuale destinatario sia libero o detenuto.

1. Condannato libero: quando debba essere eseguita una

sentenza di condanna a pena detentiva non superiore a 18

mesi, il PM sospende l’esecuzione dell’ordine di

carcerazione e trasmette gli atti immediatamente al

magistrato di sorveglianza perché decida se la pena

debba essere eseguita presso il domicilio. Il PM

agisce, pertanto, di iniziativa (può essere sollecitato

dall’interessato).

L’istanza del PM deve essere corredata dal verbale di

accertamento dell’idoneità del domicilio nonché della

documentazione inerente al programma di recupero

cui il condannato è sottoposto o intende sottoporvisi. Può

essere cura anche dell’interessato fornire tali

documenti, i quali tra l’altro non sono previsti a pena di

inammissibilità.

2. Condannato detenuto: se il condannato è detenuto, la

pena detentiva che non supera i 18 mesi, è eseguita

nell’abitazione. La presentazione dell’istanza sospende

l’esecuzione della pena prima della pronuncia sul

merito. La richiesta di applicazione della misura può

essere presentata non solo dal PM ma anche dalle

altre parti ovvero l’interessato e il suo difensore.

In ogni caso, la direzione dell’istituto penitenziario trasmette

al magistrato una relazione sulla condotta tenuta

durante la carcerazione. La relazione è corredata dal

verbale di accertamento dell’idoneità del domicilio

nonché della documentazione inerente al programma

di recupero cui il condannato è sottoposto o intende

sottoporvisi.

La decisione in ordine all’applicazione o meno dell’esecuzione

domiciliare è affidata al magistrato di sorveglianza, il quale

decide con ordinanza nelle forme del procedimento atipico

(de plano), in camera di consiglio senza la presenza delle

parti. L’unica deroga rispetto al consueto modello procedimentale

è costituita dal fatto che il magistrato decide non prima di 5

giorni dalla richiesta del parere al PM e anche in assenza di

esso.

La copia del provvedimento è trasmessa, senza ritardo, al PM per

gli interventi di sostegno e di controllo.

Nel caso di condannato tossico o alcool dipendente, sottoposto ad

un programma di recupero o che intende sottoporvisi, è consentita

l’esecuzione della pena presso una struttura sanitaria

pubblica.

Il condannato che, essendo in stato di detenzione nella

propria abitazione, se ne allontana è punito per il reato di

evasione. La condanna per il reato di evasione comporta la

revoca del beneficio.

Se la misura viene revocata, la pena residua non può essere

sostituita con altra misura.

I BENEFICI PENITENZIARI NEI CONFRONTI DEI

 COLLABORATORI DI GIUSTIZIA: si tratta di una disciplina

speciale riservata ai condannati per un delitto commesso per

finalità di terrorismo, di eversione dell’ordinamento costituzionale e

ai delitti contro la personalità individuale, i quali abbiano

prestato, anche dopo la condanna, una condotta di

collaborazione che consenta la concessione delle

circostanze attenuanti. Nei confronti di costoro la liberazione

condizionale, la concessione dei permessi premio e

l’ammissione alla misura della detenzione domiciliare

ordinaria sono disposte su proposta ovvero sentiti i

procuratori generali presso le corti di appello interessati o

il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo, i quali

devono fornire al tribunale o al magistrato di sorveglianza

competente ogni utile informazione sulle caratteristiche

della collaborazione prestata. Essi devono pure dare la

valutazione della condotta e della pericolosità sociale del

condannato, precisando se questi si è mai rifiutato di sottoporsi a

interrogatorio o a esame o ad altro atto di indagine nel corso dei

procedimenti penali, fornendo inoltre gli altri elementi

rilevanti ai fini dell’accertamento del ravvedimento anche

con riferimento alla attualità dei collegamenti con la

criminalità organizzata.

Acquisiti la proposta o il parere, il tribunale o il magistrato di

sorveglianza, avuto riguardo all’importanza della

collaborazione e sempre che sussista il ravvedimento e non

vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di

collegamenti con la criminalità organizzata, adotta il

provvedimento che ammette alla liberazione condizionale, alla

concessione dei permessi premio o alla misura della detenzione

domiciliare ordinaria.

Il provvedimento è specificatamente motivato nei casi in cui i

procuratori generali o il procuratore nazionale antimafia

hanno espresso parere sfavorevole.

Se la collaborazione prestata dopo la condanna riguarda fatti

diversi da quelli per i quali è intervenuta la condanna stessa, i

benefici possono essere concessi solo dopo l’emissione della

sentenza di primo grado concernente i fatti oggetto della

collaborazione.

La modifica o la revoca dei provvedimenti è disposta

d’ufficio ovvero su proposta o su parere dei procuratori

generali presso le corti di appello o il procuratore nazionale

antimafia ed antiterrorismo. Nei casi di urgenza, il magistrato di

sorveglianza può disporre con decreto motivato la sospensione

cautelativa dei provvedimenti. La sospensione cessa di avere

efficacia se il tribunale di sorveglianza non interviene entro 60

giorni dalla ricezione degli atti.

La competenza è attribuita al tribunale di sorveglianza di

Roma per i condannati, per le persone sottoposte a misure

di sicurezza è competente il magistrato di sorveglianza del

luogo in cui la persona ha eletto il domicilio, mentre per quelli

liberi a seguito del provvedimento di sospensione della pena è

attribuita al tribunale di sorveglianza competente in relazione

al luogo in cui ha sede l’ufficio del PM che ha sospeso

l’esecuzione.

L’ESPULSIONE DELLO STRANIERO DAL TERRITORIO DELLO

 STATO (ART. 235): Il giudice ordina l’espulsione dello

straniero quando esso sia condannato per un tempo

superiore a due anni.

Il decreto legislativo del 1998 prevede tre diversi tipi di espulsione.

1. Anzitutto è possibile una misura amministrativa. Tale

espulsione può essere disposta dal ministro dell’interno nei

confronti dello straniero anche non residente nel territorio

dello Stato oppure ordinata dal prefetto quando lo straniero

è entrato nel territorio dello Stato sottraendosi ai

controlli di frontiera o senza avere richiesto il

permesso di soggiorno nel termine prescritto o

quando il permesso di soggiorno è stato revocato o

annullato o è scaduto da più di 60 giorni. Le modifiche

introdotte disciplinano meglio l’espulsione amministrativa

eseguita dal questore con accompagnamento alla frontiera a

mezzo della forza pubblica e prevedono pure programmi di

rimpatrio assistito.

2. La seconda ipotesi di espulsione è una misura di sicurezza

non detentiva disposta dal giudice con la sentenza di

condanna per determinati delitti.

3. La terza ipotesi è una sanzione sostitutiva della

detenzione disposta dal giudice con la sentenza

ovvero alternativa alla detenzione stessa applicata dal

magistrato di sorveglianza. Di quest’ultima misura sono

dunque previste due ipotesi.

a) La prima attribuisce al giudice di cognizione, nel

pronunciare sentenza di condanna per un reato non

colposo, il potere discrezionale di irrogargli

l’espulsione dal territorio dello Stato italiano, per

un periodo non inferiore a 5 anni, quale sanzione

sostitutiva di quella detentiva contenuta nel

limite di due anni, sempre che non ricorrano le

condizioni per ordinare la sospensione

condizionale della pena.

b) Il secondo tipo di espulsione impone invece al

magistrato di sorveglianza di disporre

obbligatoriamente la sanzione detentiva

dell’espulsione dello straniero identificato e

detenuto, il quale debba scontare una pena

detentiva non superiore a due anni.

Allorquando sussistano i requisiti, all’atto di ingresso in

carcere di un cittadino straniero, la direzione

dell’istituto penitenziario richiede al questore del

luogo le informazioni sull’identità e nazionalità

dell’interessato. Salvo che il questore comunichi che

non è stato possibile procedere all’identificazione dello

straniero, la direzione dell’istituto penitenziario

trasmette gli atti utili per l’adozione del

provvedimento di espulsione al magistrato di

sorveglianza. La decisione è assunta dal

magistrato competente in relazione al luogo di

detenzione, il quale decide con decreto motivato

“senza formalità”. Il decreto è comunicato al PM,

allo straniero e al suo difensore, i quali nel

termine di 10 giorni possono proporre

opposizione al tribunale di sorveglianza. Il

tribunale decide nel termine di 20 giorni e

l’esecuzione del provvedimento rimane sospesa

fino alla decisione del tribunale. L’espulsione è

eseguita dal questore competente per il luogo di

detenzione dello straniero con l’accompagnamento alla

frontiera a mezzo della fora pubblica.

La pena è estinta alla scadenza del termine di 10

anni dall’esecuzione della espulsione, sempre che

lo straniero non sia illegittimamente rientrato nel

territorio dello Stato. In detta ipotesi, lo stato di

detenzione è ripristinato e riprende l’esecuzione della

pena.

L’espulsione, a titolo di sanzione alternativa o sostitutiva alla

detenzione, non si applica nei confronti di uno straniero

appartenente ad uno Stato in cui egli può essere oggetto di

persecuzioni per motivi di razza, di sesso, di lingua, di

cittadinanza, di religione, di opinioni politiche o possa rischiare di

essere rinviato presso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla

persecuzione.

4) I PROVVEDIMENTI DI INDULGENZA

L’AMNISTIA (ART. 151):

 L’amnistia è un provvedimento di

clemenza che può essere concesso dal Parlamento con

legge deliberata a maggioranza dei 2/3 dei componenti di

ciascuna camera, in ogni suo articolo e nella votazione

finale.

L’amnistia propria estingue il reato ma, nel corso dell’esecuzione

della pena, rileva l’amnistia impropria che fa cessare

l’esecuzione della condanna e le pene accessorie, anche se

permangono gli altri effetti penali (condanna valida per la

recidiva o dichiarazione di abitualità ecc.).

La concessione dell’amnistia può essere subordinata a

determinate condizioni o ad obblighi, previsti dalla legge di

concessione (amnistia condizionata) mentre non si applica

ai recidivi né ai delinquenti abituali, professionali o per

tendenza. L’amnistia e l’indulto condizionati hanno per effetto di

sospendere l’esecuzione della sentenza fino alla scadenza del

termine stabilito nel decreto di concessione. Si applicano

definitivamente se, alla scadenza del termine, si è dimostrato

l’adempimento delle condizioni e degli obblighi ai quali la

concessione del beneficio è subordinata.

Nel concorso di più reati, l’amnistia si applica ai singoli reati

per i quali è concessa.

Competente per l’applicazione dell’amnistia è il giudice

dell’esecuzione, il quale decide “senza formalità” con

procedura de plano, provvedendo con ordinanza

comunicata al PM e notificata all’interessato. Contro

l’ordinanza il PM, il difensore e l’interessato possono

proporre opposizione nel termine di 15 giorni dalla

comunicazione o notificazione dell’ordinanza, davanti allo stesso

giudice e in tali caso si procede con le forme del procedimento di

esecuzione.

L’INDULTO (ART. 174):

 L’indulto, come l’amnistia, è un

provvedimento di indulgenza a carattere generale, che può

essere concesso dal parlamento con legge deliberata a

maggioranza dei 2/3 dei componenti di ciascuna camera. Esso,

però, differisce dall’amnistia perché opera esclusivamente sulla

pena principale, che viene in tutto o in parte condonata

oppure commutata in altra specie di pena consentita dalla

legge e pertanto non estingue le pene accessorie (salvo che

la legge disponga altrimenti) e, a maggior ragione, lascia

sussistere gli altri effetti penali della condanna.

L’indulto si applica anche alle persone condannate all’estero e

trasferite in Italia per l’espiazione della pena.

L’indulto non può concorrere con la sospensione

condizionale della pena.

Anche per l’applicazione dell’indulto è competente per

l’applicazione dell’amnistia il giudice dell’esecuzione, il quale

decide “senza formalità” con procedura de plano. È ammissibile la

riproposizione, in sede esecutiva, della richiesta di applicazione

dell’indulto in precedenza rigettata.

Se la norma penale è abrogata, il giudice dell’esecuzione revoca la

sentenza di condanna dichiarando che il fatto non è previsto dalla

legge come reato.

LA GRAZIA (ART. 174):

 A differenza dell’amnistia o dell’indulto,

la grazia non è un provvedimento generale ma individuale,

essendo rivolto ad personam, concesso dal Presidente della

Repubblica e ne beneficia soltanto un determinato

condannato. La grazia condona la pena principale con o

senza determinate condizioni (grazia condizionata), in tutto

o in parte (grazia parziale) o sostituendola con altra meno

grave (grazia sostitutiva). Essa non si estende alle pene

accessorie e agli altri effetti penale della condanna, salvo

che sia disposto nel decreto presidenziale.

Presupposto della grazia è il passaggio in giudicato della

sentenza di condanna.

La grazia può essere concessa su domanda del condannato o di un

suo prossimo congiunto o del convivente o del difensore, su

proposta del presidente del consiglio di disciplina o anche, in

assenza di domanda, d’ufficio, cioè d’iniziativa del ministro della

giustizia o del presidente della Repubblica.

Essa, essendo considerata come atto di diritto pubblico,

prescinde dal consenso dell’interessato.

Il procedimento applicativo si muove su due schemi differenti.

1. La domanda di grazia è sottoscritta dal beneficiario

stesso o da un suo prossimo congiunto o dal convivente o

dal tutore ovvero da un avvocato ed è presentata al

ministro della giustizia

2. Se il condannato è detenuto o internato, la domanda

(sottoscritta dal presidente del consiglio di disciplina) può

essere presentata al magistrato di sorveglianza, il

quale acquisiti tutti gli elementi di giudizio utili e le

osservazioni del procuratore generale presso la corte

d’appello del distretto ove ha sede il giudice competente, la

trasmette al ministro con il proprio parere motivato.

Se il condannato non è detenuto o internato, la

domanda può essere presentata al predetto

procuratore generale, il quale, acquisite le opportune

informazioni, la trasmette al ministro con le proprie

motivazioni.

Si ritiene che anche il ministro possa compiere o far compiere

eventuali altri accertamenti, come pure l’interessato può

produrre documentazione a sostegno dell’istanza. Attualmente,

però, la decisione sulla grazia non è più riconducibile al potere di

indirizzo politico del governo, in quanto la Costituzione assegna al

ministro della giustizia soltanto il compito dell’istruzione

del provvedimento, quindi un ruolo servente rispetto al

Presidente della Repubblica, al termine della quale invia a

quest’ultimo una proposta.

Quando per effetto dell’indulto o della grazia non debba essere

eseguita, in tutto o in parte, la pena dell’ergastolo, il

condannato è sottoposto a libertà vigilata per un tempo

non inferiore a 3 anni.

Per l’applicazione della grazia è competente il giudice

dell’esecuzione, il quale procede “senza formalità” secondo la

procedura de plano.

Competente per la revoca della grazia (in caso di grazia

condizionata), come per l’indulto e l’amnistia, è lo stesso giudice

dell’esecuzione.

5) I PROVVEDIMENTI SOSPENSIVI

LA SOSPENSIONE DELL’ESECUZIONE DELLA PENA

 DETENTIVA (ART. 656): Quando deve essere eseguita una

sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico ministero

emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato

non è detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell’ordine

è consegnata all’interessato e al difensore. L’ordine che dispone la

carcerazione deve essere eseguito salvaguardando i diritti della

persona

Se il condannato è già detenuto, l’ordine di esecuzione è

comunicato al Ministro della giustizia e notificato

all’interessato e al difensore. L’ordine di esecuzione contiene le

generalità della persona nei cui confronti deve essere

eseguito e quant’altro valga ad identificarla, l’imputazione,

il dispositivo del provvedimento e le disposizioni necessarie

all’esecuzione.

Se la pena detentiva non è superiore a 3 anni, 4 anni nei casi

previsti dalla detenzione domiciliare o 6 anni nei casi di

affidamento in prova o sospensione dell’esecuzione per

tossicodipendenti, il PM sospende l’esecuzione. Il decreto di

sospensione deve essere emesso anche se il condannato è

irreperibile e deve essere iscritto nel casellario giudiziale. L’ordine

di esecuzione e il decreto di sospensione sono notificati al

condannato e al difensore nominato per la fase dell’esecuzione (o

in difetto al difensore del giudizio) con l’avviso che entro 30

giorni può essere presentata istanza, corredata dalle

indicazioni e dalla documentazione necessaria, al fine di ottenere

la concessione di una delle misure alternative alla

detenzione (affidamento in prova, detenzione domiciliare e

semilibertà. L’avviso informa altresì che, ove non sia presentata

istanza o la stessa sia inammissibile, l’esecuzione della pena

avrà corso immediato.

L’istanza deve essere presentata dal condannato personalmente o

dal suo difensore e la richiesta di misura alternativa alla detenzione

deve essere corredata, a pena di inammissibilità, dalla

dichiarazione o elezione di domicilio.

L’istanza si presenta al PM, il quale deve trasmetterla,

insieme alla documentazione richiesta, al tribunale di

sorveglianza competente rispetto al luogo in cui ha sede

l’ufficio del PM che ha emesso il decreto di sospensione.

Se l’istanza non è corredata dalla documentazione utile, questa può

essere depositata nella cancelleria del tribunale di sorveglianza fino

a 5 giorni prima dell’udienza, salva la facoltà del tribunale di

richiedere d’ufficio documenti e informazioni o assumere prove in

udienza nel rispetto del contraddittorio.

Il tribunale decide entro il termine ordinatorio di 45 giorni.

Qualora l’istanza non sia tempestivamente presentata o questa sia

dichiarata inammissibile o rigettata, il PM deve immediatamente

revocare il decreto di sospensione dell’esecuzione. Tuttavia,

quando è provato che il condannato non abbia avuto effettiva

conoscenza dell’avviso di sospensione dell’esecuzione, il PM può

assumere le opportune informazioni in seguito alle quali può

disporre la rinnovazione della notifica.

La sospensione non può essere disposta più di una volta

per la stessa condanna.

La sospensione non può nemmeno essere disposta nei

confronti dei condannati per i delitti di cui all’art. 4 bis

(fatta eccezione per coloro che si trovano agli arresti domiciliari) e

nei confronti di coloro che, per il fatto oggetto della condanna

da eseguire, si trovano in stato di custodia cautelare in

carcere nel momento in cui la sentenza diviene definitiva. Nei

confronti di un condannato collaboratore di giustizia bisogna


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fpigna94

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fpigna94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penitenziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Buzzelli Silvia.

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