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Riassunto esame Diritto penitenziario, prof. Scomparin, libro consigliato Compendio Diritto penitenziario

Riassunto per l'esame di Diritto penitenziario, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Compendio del Diritto Penitenziario di autori vari, in cui sono trattati tali argomenti: Fonti e relativi articoli, l'ergastolo, rapporto tra legge penitenziaria... Vedi di più

Esame di Diritto penitenziario docente Prof. L. Scomparin

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il provvedimento amministrativo è emanato, previo parere del Consiglio di

disciplina, integrato da due esperti (art. 80 c. 4) dall’Amministrazione

penitenziaria.

Art. 80 - Personale dell'amministrazione degli istituti di prevenzione e di

pena

1. Presso gli istituti di prevenzione e di pena per adulti, oltre al personale previsto

dalle leggi vigenti, operano gli educatori per adulti e gli assistenti sociali dipendenti

dai centri di servizio sociale previsti dall' articolo 72.

2. La amministrazione penitenziaria può avvalersi, per lo svolgimento delle attività

di osservazione e di trattamento, di personale incaricato giornaliero, entro limiti

numerici da concordare annualmente, con il ministero del tesoro.

3. Al personale incaricato giornaliero é attribuito lo stesso trattamento ragguagliato

a giornata previsto per il corrispondente personale incaricato.

4. Per lo svolgimento delle attività di osservazione e di trattamento,

l'amministrazione penitenziaria può avvalersi di professionisti esperti in psicologia,

servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica, corrispondendo ad essi

onorari proporzionati alle singole prestazioni effettuate.

5. Il servizio infermieristico degli istituti penitenziari, previsti dall'Art. 59,é

assicurato mediante operai specializzati con la qualifica di infermieri

6. A tal fine la dotazione organica degli operai dell'amministrazione degli istituti di

prevenzione e di pena, di cui al decreto del presidente della repubblica 31 marzo

1971,n.275 ,emanato a norma dell' articolo 17 della legge 28 ottobre 1970,n.775 ,é

incrementata di 800 unità riservate alla suddetta categoria. Tali unità sono attribuite

nella misura di 640 agli operai specializzati e di 160 ai capi operai.

7 Le modalità relative all'assunzione di detto personale saranno stabilite dal

regolamento di esecuzione.

Il parere è obbligatorio ma non vincolante.

Se si tratta di imputato, è emanato dall’autorità procedente.

Un problema si pone in relazione alla necessità di integrare il consiglio da

due esperti ex art. 80 nei casi in cui si trovi ad operare un solo esperto.

L’ipotesi, in concreto, è tutt’altro che infrequente soprattutto negli istituti

di modeste dimensioni.

E’ da ritenere che l’Amministrazione Penitenziaria possa disporre

l’intervento di un esperto operante in un istituto contiguo oppure possa

designare un esperto per il singolo caso perché si tratti di professionista

iscritto nell’elenco.

Tale regime può essere adottato per un periodo non superiore ai 6 mesi,

prorogabile anche più volte in misura non superiore a 3 mesi: questo è il

procedimento ordinario.

Il c.4 prevede il procedimento d’urgenza secondo cui l’Amministrazione

Penitenziaria può disporre la sorveglianza particolare prima dei pareri

prescritti, che comunque devono essere acquisiti entro 10 giorni dalla data

del provvedimento.

Scaduto il termine l’Amministrazione Penitenziaria, acquisiti i pareri,

decide ogni 10 giorni. Se decorre tale termine senza che sia presa una

decisione il provvedimento decade.

Cosa succede se il Consiglio di Disciplina non da il parere entro il termine?

La dottrina ritiene che il provvedimento sia comunque valido cioè il

termine sarebbe ordinario.

Il provvedimento deve essere motivato cioè deve tener conto dei presupposti

previsti dell’art. 14 bis. L’ultimo comma prevede che tutti i provvedimenti

devono essere comunicati immediatamente al magistrato di sorveglianza.

Nell’art. 14 quater sono previsti i contenuti dal regime di sorveglianza

particolare.

Art. 14-quater - Contenuti del regime di sorveglianza particolare

Il regime di sorveglianza particolare comporta le restrizioni strettamente necessarie

per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, all'esercizio dei diritti dei detenuti

e degli internati e alle regole di trattamento previste dall'ordinamento penitenziario.

Per quanto concerne la corrispondenza dei detenuti, si applicano le disposizioni

dell'articolo 18-ter.

Le restrizioni di cui ai commi precedenti sono motivatamente stabilite nel

provvedimento che dispone il regime di sorveglianza particolare.

In ogni caso le restrizioni non possono riguardare: l'igiene e le esigenze della salute;

il vitto; il vestiario ed il corredo; il possesso, l'acquisto e la ricezione di generi ed

oggetti permessi dal regolamento interno, nei limiti in cui ciò non comporta pericolo

per la sicurezza; la lettura di libri e periodici; le pratiche di culto; l'uso di apparecchi

radio del tipo consentito; la permanenza all'aperto per almeno due ore al giorno

salvo quanto disposto dall'articolo 10; i colloqui con i difensori, nonché quelli con il

coniuge, il convivente, i figli, i genitori, i fratelli.

Se il regime di sorveglianza particolare non é attuabile nell'istituto ove il detenuto o

l'internato si trova, la amministrazione penitenziaria può disporre, con

provvedimento motivato, il trasferimento in altro istituto idoneo, con il minimo

pregiudizio possibile per la difesa e per i familiari, dandone immediato avviso al

magistrato di sorveglianza. Questi riferisce al ministro in ordine ad eventuali casi di

infondatezza dei motivi posti a base del trasferimento.

Il legislatore ha cercato di limitare tale regime.

Le restrizioni a cui è sottoposto devono essere strettamente necessarie per il

mantenimento dell’ordine/sicurezza e non può riguardare:

- igiene, esigenze della salute

- vitto, vestiario

- possesso/acquisto di oggetti permessi dal regolamento interno

- lettura di libri/periodici

- pratica del culto

- permanenza all’aperto

- colloqui con difensori e parenti

L’amministrazione penitenziario può adottare il visto di controllo sulla

corrispondenza (epistolare/telegrafica) previa autorizzazione dell’Autorità.

Le misure con cui il condannato può opporsi al regime di sorveglianza

particolare sono:

- art. 14 bis c. 6

Controllo generico esercitato dal magistrato di sorveglianza, in particolare

che non siano lesi i diritti del soggetto (art. 69).

- art. 14 ter

Provvedimento per reclamo secondo cui contro il provvedimento il soggetto

può presentare reclamo al Tribunale di Sorveglianza entro 10 giorni, il

provvedimento non è sospeso, cioè la presentazione del reclamo non ha

effetto sospensivo.

Il procedimento si svolge in camera di consiglio con la presenza del PM e

del difensore.

L’interessato e l’Amministrazione Penitenziaria possono presentare

memorie (abrogato). Per quanto non diversamente disposto si applicano le

disposizioni del capo II bis del titolo II.

Il legislatore che ha realizzato nel 1988 il nuovo codice di procedura penale

ha voluto riportare all’unità l’esecuzione penale, disciplinandola con gli art.

666-678 e quindi anche il procedimento di sorveglianza.

L’art. 236 c. 2 delle disposizioni attuative del codice di procedura penale ha

lasciato in vita i procedimenti che non fanno parte del capo II bis del titolo

II della

L. 354/1975.

Come interpretare il c. 4?

Ci sono due ipotesi:

- si ritiene ancora in vita il capo II bis

- si intende come per quanto non decisamente previsto si applicano le

disposizioni del procedimento di sorveglianza

Si deve riflettere anche sulle poche garanzie attribuite al soggetto

- il termine è molto breve

- l’interessato non è previsto nell’art- 14 ter, assenza totale di una garanzia

del contraddittorio.

L’atto con cui il Tribunale decide è un’ORDINANZA che può essere:

- inammissibile

- di accoglimento

- di rigetto

Il provvedimento è riccorribile in Cassazione.

E’ importante la sentenza n. 53/1993 che ha dichiarato incostituzionale

l’art. 14 ter nella parte in cui non consente l’applicazione degli art. 666-678

codice procedura penale nel procedimento di reclamo che esclude dal

computo della detenzione il periodo trascorso in permesso premio.

SCHEMA:

RECLAMO EX ART. 14 TER

C. 1 → L’INTERESSATO PUO’ PROPORRE RECLAMO AL

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA ENTRO 10 GG

DALLA COMUNICAZIONE DEL PROVVEDIMENTO

DEFINITIVO

C. 2 → IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA ENTRO 10 GG

DALLA RICEZIONE DEL RECLAMO, IN CAMERA DI

CONSIGLIO

C. 3 → PARTECIPANO AL PROCEDIMENTO PM E DIFENSORE

TALE PROCEDIMENTO E’ UTILIZZATO PER:

- SORVEGLIANZA PARTICOLARE

- REGIME DISCIPLINARE

- REGIME LAVORATIVO

(VEDI ART. 69 C. 6)

2. per la PERICOLOSITA’ SOCIALE si fa riferimento all’art. 4 bis (che

rende difficile concedere misure extramurali a soggetti pericolosi) e 41 bis

(sottoposizione al carcere duro).

L’art.4 bis nasce nel 1992 col D.L. 306/1992 (convertito in Legge

359/1992) dopo gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino.

Prima della nascita di tale articolo, per i reati per i reati riguardanti quella

condotta, il magistrato di sorveglianza valutava se era il caso di concedere o

meno le misure extramurali (permessi, lavoro all’esterno e misure

alternative).

l’art. 4 bis prevede due fasce di reato:

- delitti di fascia A = sono i più gravi ed implicano l’appartenenza alla

criminalità organizzata (vedi estorsione, associazione mafiosa)

- delitti di fascia B = es. omicidio

Per la concessione di misure extramurali:

1. si procede a seconda che il delitto sia di fascia A o di fascia B:

- se si tratta di reati di fascia A, il condannato deve collaborare con la

giustizia a norma dell’art 58 ter dell’ordinamento penitenziario.

- se si tratta di reati di fascia B, si ha un beneficio se non vi sono

collegamenti con la criminalità organizzata.

2. in base all’art. 30 ter

- se non appartieni al 4 bis è sufficiente aver scontato 1/4 della pena:

- se invece rientri nei reati riconducibili al 4 bis, bisogna aver espiato

almeno la metà della pena per ottenere benefici e vale sia per i condannati

di fascia A che per i condannati di fascia B

3. in base all’art. 58 ter

I limiti della pena previsti dagli art. 21/30 ter c.4 e 50 c. 2 non si applicano

a coloro che hanno aiutato la Polizia nella cattura dei soggetti colpevoli

(vedi collaborazione con la giustizia).

- per i condannati di fascia A = cade la preclusione e si accede a benefici e

in base all’art. 58 ter in caso di collaborazione vengono meno gli

inasprimenti di pena degli art. 21/30 ter c. 4 e 50 c. 2.

- per condannati di fascia B = se si dimostra di non aver contatti con la

criminalità, anche senza collaborare con la giustizia posso avere benefici,

ma con tempi diversi rispetto ad un soggetto che collabora.

Art. 58-ter L. 354/1975 - Persone che collaborano con la giustizia

I limiti di pena previsti dalle disposizioni del comma 1 dell'art. 21, del comma 4

dell'art. 30-ter e del comma 2 dell'art. 50, concernenti le persone condannate per

taluno dei delitti indicati nel comma 1 dell'art. 4-bis, non si applicano a coloro che,

anche dopo la condanna, si sono adoperati per evitare che l'attività delittuosa sia

portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l'autorità di

polizia o l'autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione

dei fatti e per l'individuazione o la cattura degli autori dei reati.

Le condotte indicate nel comma 1 sono accertate dal tribunale di sorveglianza,

assunte le necessarie informazioni e sentito il pubblico ministero presso il giudice

competente per i reati in ordine ai quali è stata prestata la collaborazione

.".

Art. 4-bis L. 354/1975 - Divieto di concessione dei benefici e accertamento

della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti.

Fermo quanto stabilito dall'art. 13-ter del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8,

convertito, con modificazioni, nella legge 15 marzo 1991, n. 82, l'assegnazione al

lavoro all'esterno, i permessi premio, e le misure alternative alla detenzione

previste dal capo VI della legge 26 luglio 1975, n. 354, fatta eccezione per la

liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per delitti

commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416-bis del codice penale

ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo

nonché per i delitti di cui agli articoli 416-bis e 630 del codice penale, 291-quater del

testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973,

n. 43 e all'art. 74, decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309,

solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborano con la giustizia a norma

dell'art. 58-ter. Quando si tratta di detenuti o internati per uno dei predetti delitti, ai

quali sia stata applicata una delle circostanze attenuanti previste dagli articoli 62,

numero 6), anche qualora il risarcimento del danno sia avvenuto dopo la sentenza di

condanna, o 114 del codice penale, ovvero la disposizione dell'art. 116, secondo

comma, dello stesso codice, i benefici suddetti possono essere concessi anche se la

collaborazione che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante purché siano stati

acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l'attualità dei collegamenti con

la criminalità organizzata. Quando si tratta di detenuti o internati per delitti

commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordinamento costituzionale

ovvero di detenuti o internati per i delitti di cui agli articoli 575, 628, terzo comma,

629, secondo comma del codice penale, 291-ter del testo unico approvato con

decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, 416 realizzato allo

scopo di commettere delitti previsti dal libro II, titolo XII, capo III, sezione I e dagli

articoli 609-bis, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies del codice penale nonché

dall'art. 12, commi 3, 3-bis e 3-ter del testo unico di cui al decreto legislativo 25

luglio 1998, n. 286 e all'art. 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi

dell'art. 80, comma 2, del predetto testo unico approvato con decreto del Presidente

della Repubblica n. 309 del 1990, i benefici suddetti possono essere concessi solo se

non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la

criminalità organizzata o eversiva.

Ai fini della concessione dei benefici di cui al comma 1, il magistrato di sorveglianza

o il tribunale di sorveglianza decide acquisite dettagliate informazioni per il tramite

del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione

al luogo di detenzione del condannato. In ogni caso il giudice decide trascorsi trenta

giorni dalla richiesta delle informazioni. Al suddetto comitato provinciale può essere

chiamato a partecipare il direttore dell'istituto penitenziario in cui il condannato è

detenuto.

bis. Ai fini della concessione dei benefici di cui al comma 1, quarto periodo, il

magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza decide acquisite dettagliate

informazioni dal questore. In ogni caso il giudice decide trascorsi trenta giorni dalla

richiesta delle informazioni.

Quando il comitato ritiene che sussistano particolari esigenze di sicurezza ovvero che

i collegamenti potrebbero essere mantenuti con organizzazioni operanti in ambiti non

locali o extranazionali, ne dà comunicazione al giudice e il termine di cui al comma

2 è prorogato di ulteriori trenta giorni al fine di acquisire elementi ed informazioni

da parte dei competenti organi centrali.

bis. L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative

alla detenzione previste dal capo VI, non possono essere concessi ai detenuti ed

internati per delitti dolosi quando il Procuratore nazionale antimafia o il procuratore

distrettuale comunica, d'iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per

l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione o

internamento, l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata. In tal caso si

prescinde dalle procedure previste dai commi 2 e 3.

Art. 41-bis L. 354/1975 - Situazioni di emergenza

In casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il ministro di

grazia e giustizia ha facoltà di sospendere nell'istituto interessato o in parte di esso

l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La

sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l'ordine e la

sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del fine suddetto.

Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, anche a richiesta del

Ministro dell'interno, il Ministro della giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in

tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al

primo periodo del comma 1 dell'articolo 4-bis, in relazione ai quali vi siano elementi

tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un'associazione criminale,

terroristica o eversiva, l'applicazione delle regole di trattamento e degli istituti

previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze

di ordine e di sicurezza. La sospensione comporta le restrizioni necessarie per il

soddisfacimento delle predette esigenze e per impedire i collegamenti con

l'associazione di cui al periodo precedente.

bis. I provvedimenti emessi ai sensi del comma 2 sono adottati con decreto

motivato del Ministro della giustizia, sentito l'ufficio del pubblico ministero che

procede alle indagini preliminari ovvero quello presso il giudice che procede ed

acquisita ogni altra necessaria informazione presso la Direzione nazionale antimafia

e gli organi di polizia centrali e quelli specializzati nell'azione di contrasto alla

criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nell'ambito delle rispettive

competenze. I provvedimenti medesimi hanno durata non inferiore ad un anno e non

superiore a due e sono prorogabili nelle stesse forme per periodi successivi, ciascuno

pari ad un anno, purchè non risulti che la capacità del detenuto o dell'internato di

mantenere contatti con associazioni criminali, terroristiche o eversive sia venuta

meno.

ter. Se anche prima della scadenza risultano venute meno le condizioni che hanno

determinato l'adozione o la proroga del provvedimento di cui al comma 2, il Ministro

della giustizia procede, anche d'ufficio, alla revoca con decreto motivato. Il

provvedimento che non accoglie l'istanza presentata dal detenuto, dall'internato o

dal difensore è reclamabile ai sensi dei commi 2-quinquies e 2-sexies. In caso di

mancata adozione del provvedimento a seguito di istanza del detenuto, dell'internato

o del difensore, la stessa si intende non accolta decorsi trenta giorni dalla sua

presentazione.

quater. La sospensione delle regole di trattamento e degli istituti di cui al comma 2

può comportare:

l'adozione di misure di elevata sicurezza interna ed esterna, con riguardo

principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di

appartenenza o di attuale riferimento, contrasti con elementi di organizzazioni

contrapposte, interazione con altri detenuti o internati appartenenti alla medesima

organizzazione ovvero ad altre ad essa alleate;

la determinazione dei colloqui in un numero non inferiore a uno e non superiore a

due al mese da svolgersi ad intervalli di tempo regolari ed in locali attrezzati in

modo da impedire il passaggio di oggetti. Sono vietati i colloqui con persone diverse

dai familiari e conviventi, salvo casi eccezionali determinati volta per volta dal

direttore dell'istituto ovvero, per gli imputati fino alla pronuncia della sentenza di

primo grado, dall'autorità giudiziaria competente ai sensi di quanto stabilito nel

secondo comma dell'articolo 11. I colloqui possono essere sottoposti a controllo

auditivo ed a registrazione, previa motivata autorizzazione dell'autorità giudiziaria

competente ai sensi del medesimo secondo comma dell'articolo 11; può essere

autorizzato, con provvedimento motivato del direttore dell'istituto ovvero, per gli

imputati fino alla pronuncia della sentenza di primo grado, dall'autorità giudiziaria

competente ai sensi di quanto stabilito nel secondo comma dell'articolo 11, e solo

dopo i primi sei mesi di applicazione, un colloquio telefonico mensile con i familiari

e conviventi della durata massima di dieci minuti sottoposto, comunque, a

registrazione. Le disposizioni della presente lettera non si applicano ai colloqui con i

difensori;

la limitazione delle somme, dei beni e degli oggetti che possono essere ricevuti

dall'esterno;

l'esclusione dalle rappresentanze dei detenuti e degli internati;

la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, salvo quella con i membri

del Parlamento o con autorità europee o nazionali aventi competenza in materia di

giustizia;

la limitazione della permanenza all'aperto, che non può svolgersi in gruppi superiori

a cinque persone, ad una durata non superiore a quattro ore al giorno fermo

restando il limite minimo di cui al primo comma dell'articolo 10.

quinquies. Il detenuto o l'internato nei confronti del quale è stata disposta o

confermata l'applicazione del regime di cui al comma 2, ovvero il difensore, possono

proporre reclamo avverso il provvedimento applicativo. Il reclamo è presentato nel

termine di dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento e su di esso è

competente a decidere il tribunale di sorveglianza che ha giurisdizione sull'istituto al

quale il detenuto o l'internato è assegnato. Il reclamo non sospende l'esecuzione. Il

successivo trasferimento del detenuto o dell'internato non modifica la competenza

territoriale a decidere.

sexies. Il tribunale, entro dieci giorni dal ricevimento del reclamo di cui al comma 2-

quinquies, decide in camera di consiglio, nelle forme previste dagli articoli 666 e 678

del codice di procedura penale, sulla sussistenza dei presupposti per l'adozione del

provvedimento e sulla congruità del contenuto dello stesso rispetto alle esigenze di

cui al comma 2. Il procuratore generale presso la corte d'appello il detenuto,

l'internato o il difensore possono proporre, entro dieci giorni dalla sua

comunicazione, ricorso per cassazione avverso l'ordinanza del tribunale per

violazione di legge. Il ricorso non sospende l'esecuzione del provvedimento e va

trasmesso senza ritardo alla Corte di cassazione. Qualora il reclamo sia stato accolto

con la revoca della misura, il Ministro della giustizia, ove intenda disporre un nuovo

provvedimento ai sensi del comma 2, deve, tenendo conto della decisione del

tribunale di sorveglianza, evidenziare elementi nuovi o non valutati in sede di

reclamo. Con le medesime modalità il Ministro deve procedere, ove il reclamo sia

stato accolto parzialmente, per la parte accolta.

Il REGIME DEL “CARCERE DURO” è disciplinato dall’art. 41 bis

della legge penitenziaria, che al c. 1 prevede che, in casi di rivolta o di altre

gravi situazioni di emergenza, il Ministro della Giustizia ha la facoltà di

sospendere, nell’istituto interessato, l’applicazione delle normali regole di

trattamento.

La sospensione deve essere motivata e deve avere la durata strettamente

necessaria al conseguimento del fine.

E’ applicabile quindi in due casi:

- casi di rivolta

- gravi situazioni di emergenza

La legge 279/2002 ha introdotto la formulazione dell’art. 41 bis: la

sospensione delle regole di trattamento era già stata introdotta dal legislatore

nel 2002. il legislatore del 2002 ha modificato un comma e ne ha aggiunti

altri, introducendo il regime del carcere duro:

- può essere applicato dal Ministro della Giustizia, anche su richiesta del

Ministro dell’interno

- quando sono stati commessi i delitti di cui all’art. 4 bis, c. 1 e quando si

ritiene che sussistano collegamenti con associazioni di tipo:

- criminale

- terroristica

- eversiva

Sono destinatari del provvedimento:

- condannati

- internati

Il c. 2 bis dell’art. 4 bis è importante perché stabilisce due aspetti:

- il regime può essere applicato con decreto motivato del Ministro della

Giustizia, sentito il Pubblico Ministero e acquisita ogni altra informazione

della Direzione Nazionale Antimafia.

- i provvedimenti hanno durata non inferiore ad un anno e non superiore a

due anni e sono prorogabili nelle stesse forme e per periodi successivi,

ciascuna pari ad un anno, purchè non risulti che la capacità del soggetto a

mantenere contatti con le associazioni criminali sia venuta meno.

Il parere del PM è necessario per gli internati soggetti a custodia cautelare.

Per quanto concerne la proroga, il comma dice “purchè non risulti che la

capacità del soggetto di mantenere contatti con associazioni criminose sia

venuta meno”.

Come è motivata la richiesta di proroga?

Una volta era motivata “per relationem”, ora la proroga può essere concessa

se c’è l’attualità nei collegamenti.

C’è un’inversione dell’onere della prova?

La giurisprudenza e la dottrina dicono che si possono individuare dei

segnali in relazione ai collegamenti: prestigio della persona, rispetto della

famiglia del condannato…

Sulla questione è intervenuta la Corte Costituzionale: secondo alcuni la

presenza del “purchè” della norma si desume che dovrebbe essere il soggetto

a provare che i collegamenti non ci sono, la giurisprudenza invece ha detto

che l’inversione non c’è e che quindi è la stessa Amministrazione

penitenziaria a dover provare l’attualità del collegamento.

Il c. 2 ter stabilisce che, se prima della scadenza risultano venute meno le

condizioni che hanno determinato l’adozione o la proroga del

provvedimento, esso può essere revocato anticipatamente.

Se trascorrono 30 giorni dalla richiesta del soggetto/difensore essa si intende

non accolta (silenzio-rifiuto).

Il provvedimento che non accoglie l’istanza è reclamabile e la dottrina

ritiene reclamabile anche il primo provvedimento applicativo della misura.

Il c. 2 quater indica il contenuto del regime del carcere duro:

- lettera a) = adozione delle misure di elevata sicurezza interna/esterna

(norma contenitore).

- lettera b) = colloqui non meno di uno ma non più di due al mese, divieto

di colloquio con persone diverse dai familiari.

- lettera c) = limitazione delle somme di denaro, dei beni e degli oggetti che

possono essere ricevuti dall’esterno .

- lettera d) = esclusione delle rappresentanze dei detenuti/internati.

- lettera e) = sottoposizione a visto di censura della corrispondenza.

- lettera f) = limitazione della permanenza all’aperto.

Il c. 2 quinques e 2 sexies riguardano la possibilità di proporre reclamo

verso il provvedimento applicativo alla misura e viene indicato il modo in

cui il Tribunale di Sorveglianza deve intervenire e cioè con il procedimento

di sorveglianza previsto dagli art. 677 e 678 c.p.p. in base a:

- sussistenza dei presupposti (legittimità)

- congruità del contenuto (merito)

Il reclamo non sospende l’esecuzione della pena; è anche previsto il ricorso

per Cassazione per violazione di legge.

SCHEMA ART. 41 BIS:

DESTINATARI DELL’ART. 41 BIS = sono i soggetti sottoposti al carcere

duro per delitti riconducibili all’art. 4 bis c. 1 quindi per condannati di

fascia A.

AUTORITA’ CHE DISPONE IL 41 BIS = occorre un decreto del

Ministro della Giustizia.

PROVVEDIMENTI = durata non inferiore ad 1 anno e massimo 2

Le proroghe del 41 bis sono pari ad un anno

CONSEGUENZE = vedi c. 2 quater

- Lettera b) = colloqui min 1/max 2 al mese in

luoghi che impediscono il passaggio di oggetti

- sottoposti anche a controllo uditivo

- dopo i primi 6 mesi può essere concesso

colloquio telefonico sottoposto a controlli come la registrazione

- Lettera c) = limitazione di beni ricevuti

- Lettera d) rappresentanze

Le rappresentanze operano in 3 settori:

controllo del vitto (art. 9 c. 6)

attività ricreative e sportive (art. 27)

biblioteca (art. 12) – solo gestione servizio

biblioteca ma non scelgono i libri

Come nominare tali rappresentanze?

Ciò avviene attraverso un sorteggio per evitare

pressioni sui carcerati.

- Lettera f) = nel cortile non possono stare i gruppi

maggiori di 5 e non più di 4 ore

RECLAMI = si può fare reclamo entro 10 giorni dalla notifica del deserto

e il Tribunale di Sorveglianza decide su quel reclamo;

l’interessato e il PM possono proporre ricorso per

Cassazione

SCHEMA:

RECLAMO CONTRO IL PROVVEDIMENTO EX ART. 41 BIS

- C. 2 QUINQUES = DETENUTO/INTERNATO PROPONGONO IL

RECLAMO ENTRO 10 GG DALLA COMUNICAZIONE DEL

PROVVEDIMENTO ↓

COMPETENZA DEL TRIBUNALE DI

SORVEGLIANZA ↓

ESECUZIONE NON SOSPESA

- C. 2 SEXIES = IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DECIDE IN

CAMERA DI CONSIGLIO ENTRO 10 GIORNI

SECONDO LA PROCEDURA DEGLI ARTT.

677- 678 C.P.P. SULLA SUSSISTENZA DEI

PRESUPPOSTI E LA CONGRUITA’ DEL

CONTENUTO (LEGITTIMITA’ E MERITO)

IL PROCURATORE PRESSO LA CORTE

D’APPELLO, IL DETENUTO, L’INTERNATO O IL

DIFENSORE POSSONO PROPORRE, ENTRO 10 GIORNI

DALLA SUA COMUNICAZIONE, RICORSO PER

CASSAZIONE AVVERSO L’ORDINANZA DEL TRIBUNALE,

PER VIOLAZIONE DI LEGGE ↓

ESECUZIONE NON SOSPESA

SCHEMA SUL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE

PERICOLOSITA’ PENITENZIARIA PERICOLOSITA’

SOCIALE

Viene contrastata attraverso due REGIMI: Viene contrastata dagli

1. REGIME DISCIPLINARE (ART.38 L.P.) ART. 4 BIS E 41

BIS

Esso è regolato da due principi: (CARCERE DURO)

a) p. di legalità sostanziale

b) p. di legalità processuale

2. REGIME DI SORVEGLIANZA

PARTICOLARE

(ART. 14 BIS, TER E QUATER)

MISURE ALTERNATIVE

Esse guardano alla rieducazione ed incidono positivamente sul problema

del sovraffollamento delle carceri.

La regolamentazione delle misure alternative è diventata più permissiva

dalla legge del 1975 alla legge Simeone del 1998.

Tra le caratteristiche delle misure alternative abbiamo:

- consentire l’espiazione di una misura detentiva parzialmente o totalmente

fuori dal carcere

- le persone non sono libere ma sono sottoposte ad una prescrizione che

limita la libertà personale

Es. per il caso Sofri è stata applicata la sospensione della pena ex art. 147

c.p. e non è sottoposto a misure restrittive della libertà personale (cioè non è

computata, in caso di revoca, ai fini dell’espiazione); è stato applicato anche

l’art. 684 c.p.p. secondo cui a colui è stata sospesa la pena è libero di

cittadino, è un provvedimento urgente.

- il soggetto è affiancato da un operatore sociale che lo aiuta a reinserirsi nel

contesto sociale.

Esse sono disciplinate dagli artt. 47 e 55 della legge penitenziaria.

Tra queste norme è inserito l’art. 54 che non è una misura alternativa = la

liberazione anticipata.

Art. 47 = affidamento in prova

Art. 47 ter = detenzione domiciliare

Art. 48-51 = semilibertà

Art. 54 = liberazione anticipata

C’è la possibilità di chiedere una misura alternativa stando dentro il carcere

o rimanendo al di fuori dello stesso.

Il libro X del codice di procedura penale concerne l’esecuzione della pena e

l’art. 656, rubricato “esecuzione delle pene detentive” è stato recentemente

modificato dalla ex Cirielli.

- Dalla riforma del 1975 fino alla legge Gozzini, il condannato può

accedere alle misure alternative, solo entrando prima in carcere.

L’ordine di esenzione viene emesso dal PM, il quale sottrae dalla pena

l’eventuale periodo già trascorso in carcere e agli arresti domiciliari, a titolo

di misura cautelare.

Normalmente, dopo aver redatto l’ordine di esecuzione, lo trasmette alle

forze di Polizia che eseguono accompagnando il soggetto in carcere .

Quindi dal momento del giudicato della sentenza al momento dell’emissione

dell’ordine di esecuzione da parte del giudice possono trascorrere anche 15

giorni.

Se un soggetto chiede una misura alternativa dal carcere, durante il periodo

in cui la Magistratura di Sorveglianza decide in merito, egli è costretto a

rimanere in carcere.

La richiesta deve essere trasmessa al Palazzo di Giustizia, ed essere decisa in

udienza.

La stessa udienza deve essere istruita e quindi il periodo da trascorrere in

carcere è lungo.

Quando un soggetto deve espiare una pena, relativamente breve. Si trova a

dover trascorrere la maggior parte in carcere e solo una piccola parte viene

scontata attraverso una misura alternativa.

- Dalla legge Gozzini alla legge Simeone la situazione di è evoluta.

La legge Gozzini prevede la possibilità di chiedere una misura alternativa

anche se al di fuori del carcere. Se un condannato vuole chiedere una

misura alternativa fuori dal carcere, deve attivarsi in questo intervallo cioè

tra il passaggio in giudicato della sentenza e l’emissione dell’ordine di

esecuzione, cioè in pratica deve intervenire prima di quest’ultimo,

rivolgendosi al PM. Vi è anche inchiesta di sospensione dell’ordine. Si

attende poi, la decisione del Tribunale di Sorveglianza e a seconda della

decisione il PM emetterà o meno l’ordine di esecuzione.

Rispetto al periodo precedente vi è una rigidità. Il limite in questo sistema è

dato dal fatto che viene “premiato” il soggetto che ha un difensore di

fiducia e cioè che ha una buona situazione economica.

Se il condannato rimane solo, non saprà come muoversi, non essendo un

esperto di giurisprudenza. Non è un sistema democratico.

- Con la legge Simeone viene introdotto il nuovo art. 656 c.p.p.

Il PM redige l’ordine di esecuzione se la pena è superiore a 3 anni e lo

trasmette alle forze della Polizia per farlo eseguire.

Se la pena non è superiore a 3 anni, l’ufficio del PM emette l’ordine ma

sospende automaticamente la sua esecuzione.

Dopo tale operazione fa notificare al condannato un avviso dicendogli che

ha 30 giorni di tempo (è un termine perentorio) per indirizzare al PM la

richiesta in misura alternativa. Se la richiesta viene fatta, il PM trasmette

tutti gli altri al Tribunale di Sorveglianza competente per territorio, il quale

deve emettere una decisione entro 45 giorni (è un termine ordinario).

Si presentano 2 ipotesi:

- il Tribunale rigetta la richiesta e il PM revoca la sospensione dell’ordine

di esecuzione

- il Tribunale concede una misura alternativa e il condannato esegue una

misura alternativa

Ci sono 3 eccezioni:

- art. 656 c.p.p

- legge Cirielli

Art. 656 c.p.p. - Esecuzione delle pene detentive

1. Quando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il

pubblico ministero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è

detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell'ordine è consegnata all'interessato.

2. Se il condannato è già detenuto, l'ordine di esecuzione è comunicato al Ministro di

grazia e giustizia e notificato all'interessato.

3. L'ordine di esecuzione contiene le generalità della persona nei cui confronti deve

essere eseguito e quant'altro valga a identificarla, l'imputazione, il dispositivo del

provvedimento e le disposizioni necessarie all'esecuzione. L'ordine è notificato al

difensore del condannato.

4. L'ordine che dispone la carcerazione è eseguito secondo le modalità previste

dall'articolo 277.

5. Se la pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non è

superiore a tre anni o sei anni nei casi in cui agli articoli 90 e 94 del testo unico

approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e

successive modificazioni, il pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e

9, ne sospende l'esecuzione. L'ordine di esecuzione e il decreto di sospensione sono

notificati al condannato e al difensore nominato per la fase dell'esecuzione o, in

difetto, al difensore che lo ha assistito nella fase del giudizio, con l'avviso che entro

trenta giorni può essere presentata istanza, corredata dalle indicazioni e dalla

documentazione necessaria, volta ad ottenere la concessione di una delle misure

alternative alla detenzione di cui agli articoli 47, 47 ter e 50, comma 1, della L. 26

luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e di cui all'articolo 94 del testo unico

approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e

successive modificazioni, ovvero la sospensione dell'esecuzione della pena di cui

all'articolo 90 dello stesso testo unico. L'avviso informa altresì che, ove non sia

presentata l'istanza o la stessa sia inammissibile ai sensi degli articoli 90 e

seguenti del citato testo unico, l'esecuzione della pena avrà corso immediato (2)

6. L'istanza deve essere presentata dal condannato o dal difensore di cui al comma

5 ovvero allo scopo nominato al pubblico ministero, il quale la trasmette,

unitamente alla documentazione, al tribunale di sorveglianza competente in

relazione al luogo in cui ha sede l'ufficio del pubblico ministero. Il tribunale di

sorveglianza decide entro 45 giorni dal ricevimento dell'istanza. Se l'istanza non è

corredata dalla documentazione utile, questa, salvi i casi di inammissibilità (3)

può essere depositata nella cancelleria del tribunale di sorveglianza fino a cinque

giorni prima dell'udienza fissata a norma dell'art. 666, comma 3. Resta salva, in

ogni caso, la facoltà del tribunale di sorveglianza di procedere anche d'ufficio alla

richiesta di documenti o di informazioni, o all'assunzione di prove a norma

dell'articolo 666, comma 5. Il Tribunale di sorveglianza decide entro quarantacinque

giorni dal ricevimento dell'istanza

7. La sospensione dell'esecuzione per la stessa condanna non può essere disposta più

di una volta,anche se il condannato ripropone nuova istanza sia in ordine a diversa

misura alternativa, sia in ordine alla medesima, diversamente motivata, sia in

ordine alla sospensione dell'esecuzione della pena di cui all'articolo 90 del testo

unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309,

e successive modificazioni.

8. Salva la disposizione del comma 8 bis, qualora l'istanza non sia tempestivamente

presentata, o il tribunale di sorveglianza la dichiari inammissibile o la respinga, il

pubblico ministero revoca immediatamente il decreto di sospensione dell'esecuzione.

Il pubblico ministero provvede analogamente quando l'istanza presentata è

inammissibile ai sensi degli articoli 90 e seguenti del testo unico di cui al

decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive

modificazioni, nonché, nelle more della decisione del tribunale di

sorveglianza, quando il programma di recupero di cui all'articolo 94 del

medesimo testo unico non risulta iniziato entro cinque giorni dalla data di

presentazione della relativa istanza o risulta interrotto. A tal fine il pubblico

ministero, nel trasmettere l'istanza al tribunale di sorveglianza, dispone gli

opportuni accertamenti (4)

8 bis. Quando è provato o appare probabile che il condannato non abbia avuto

effettiva conoscenza dell'avviso di cui al comma 5, il pubblico ministero può

assumere, anche presso il difensore, le opportune informazioni, all'esito delle quali

può disporre la rinnovazione della notifica.

9. La sospensione dell'esecuzione di cui al comma 5 non può essere

disposta:

a) nei confronti dei condannati per i delitti di cui all'articolo 4-bis della legge

26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni fatta eccezione per coloro

che si trovano agli arresti domiciliari disposti ai sensi dell'articolo 89 del

testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990,

n. 309, e successive modificazioni (5);

b) nei confronti di coloro che, per il fatto oggetto della condanna da

eseguire, si trovano in stato di custodia cautelare in carcere nel momento in

cui la sentenza diviene definitiva;

c) nei confronti dei condannati ai quali sia stata applicata la recidiva prevista

dall'articolo 99, quarto comma, del codice penale (1)

10. Nella situazione considerata dal comma 5, se il condannato si trova agli arresti

domiciliari per il fatto oggetto della condanna da eseguire, il pubblico ministero

sospende l'esecuzione dell'ordine di carcerazione e trasmette gli atti senza ritardi al

tribunale di sorveglianza perché provveda alla eventuale applicazione di una delle

misure alternative di cui al comma 5. Fino alla decisione del tribunale di

sorveglianza, il condannato permane nello stato detentivo nel quale si trova e il

tempo corrispondente è considerato come pena espiata a tutti gli effetti. Agli

adempimenti previsti dall'articolo 47 ter della legge 26 luglio 1975, n. 354, e

successive modificazioni, provvede in ogni caso il magistrato di sorveglianza.(1)

(1) comma così sostituito dall'art. 9, comma 1, L. 5 dicembre 2005 n. 251 in G.U.

n. 285 del 7.12.05. Il testo precedente era:"9. La sospensione dell'esecuzione di cui

al comma 5 non può essere disposta: a) nei confronti dei condannati per i delitti di

cui all'articolo 4 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354,e successive modificazioni; b)

nei confronti di coloro che, per il fatto oggetto della condanna da eseguire, si

trovano in stato di custodia cautelare in carcere nel momento in cui la sentenza

diviene definitiva.".

(2) comma così modificato dall'art. 4 undevicies comma 1 lett.a) DL 30.12.05 n.

272 (G.U. 30.12.2005 n.303) convertito con modificazioni dalla L.21.02.06 n.49

(G.U. 27.02.2006 n.48). Il testo precedente era: [5. Se la pena detentiva, anche se

costituente residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni ovvero a quattro

anni nei casi in cui agli articoli 90 e 94 del testo unico approvato con decreto del

Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, il

pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e 9, ne sospende

l'esecuzione. L'ordine di esecuzione e il decreto di sospensione sono notificati al

condannato e al difensore nominato per la fase dell'esecuzione o, in difetto, al

difensore che lo ha assistito nella fase del giudizio, con l'avviso che entro trenta

giorni può essere presentata istanza, corredata dalle indicazioni e dalla

documentazione necessaria, volta ad ottenere la concessione di una delle misure

alternative alla detenzione di cui agli articoli 47, 47 ter e 50, comma 1, della L. 26

luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e di cui all'articolo 94 del testo unico

approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e

successive modificazioni, ovvero la sospensione dell'esecuzione della pena di cui

all'articolo 90 dello stesso testo unico. L'avviso informa altresì che, ove non sia

presentata l'istanza nonché la certificazione da allegare ai sensi degli articoli 91,

comma 2, e 94, comma 1, del testo unico approvato con decreto del Presidente

della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, l'esecuzione della pena avrà corso

immediato ]

(3) parole sostituite dall'art.4 undevicies comma 1 lett.b) DL 30.12.05 n.272 (G.U.

30.12.2005 n.303) convertito con modificazioni dalla L.21.02.06 n.49 (G.U.

27.02.2006 n.48). Il testo precedente era: [prescritta o necessaria, questa]

(4) periodi aggiunti dall'art.4 undevicies comma 1 lett.c) DL 30.12.05 n.272 (G.U.

30.12.2005 n.303) convertito con modificazioni dalla L.21.02.06 n.49 (G.U.

27.02.2006 n.48)

(5) parole aggiunte dall'art. 4 undevicies comma 1 lett.d) DL 30.12.05 n.272

(G.U. 30.12.2005 n.303) convertito con modificazioni dalla L.21.02.06 n.49 (G.U.

27.02.2006 n.48)

La sospensione non può essere concessa :

- nei confronti dei condannati per i delitti ex art. 4 bis L. 354/1975

- nei confronti dei soggetti che si trovavano in stato di custodia cautelare in

carcere nel momento in cui la sentenza diventa definitiva

- nei confronti dei condannati a cui è stata applicata la recidiva prevista

dall’art. 99 c. 4 c.p.

C’è ancora un comma dell’art. 656 del c.p. da analizzare, il c. 10: si occupa

di chi sta a metà strada tra chi è in carcere e chi in libertà cioè il soggetto

che, durante il processo, si trova agli arresti domiciliari, cioè è sottoposto a

misura cautelare.

Quando la sentenza passa in giudicato il soggetto può rimanere nello stato di

detenzione domiciliare, cioè rimanere nello stesso posto ma in veste

giuridica diversa, cioè prima come imputato poi come condannato, oppure

l’autorità giuridica può decidere di concedergli un’altra misura alternativa o

che la pena debba essere scontata in carcere.

SCHEMA:

MISURE ALTERNATIVE

- PERMETTONO DI ESPIARE LA PENA IN FORME DIVERSE

DALLA DETENZIOE ANCHE SE IL CONDANNATO CONTINUA AD

AVERE DELLE LIMITAZIONI ALLA LIBERTA’ PERSONALE.

- POSSONO ESSERE CONCESSE E REVOCATE ALLO STESSO

MODO

- LA MISURA ALTERNATIVA MODIFICA UNA PENA DETENTIVA

CHE E’ GIA’ STATA IRROGATA ED INTERVIENE IN FASE

ESECUTIVA DELLA PENA.

- CERTEZZA ED EFFETTIVITA’ SONO I PRINCIPI CARDINE:

L’EFFETTIVITA’ SI HA NEL MOMENTO IN CUI SI ESEGUE LA

PENA CHE E’ STATA PRONUNCIATA E NON VI SONO

S OS T I T UZ I ONI DI E S S A A BRE VE DI S T ANZ A DAL L A

PRONUNCIA.

LIBERAZIONE ANTICIPATA (ART. 54 L.P.)

La liberazione anticipata è disciplinata dall’art. 54 della legge penitenziaria,

e consiste nel fatto che, se il condannato tiene in carcere un comportamento

appropriato, vengono concesse delle riduzioni di pena in ragione di 45

giorni per ogni semestre di pena detentiva scontata.

E’ una CAUSA ESTINTIVA PARZIALE DELLA PENA.

Il temine più corretto sarebbe “riduzione della pena” perché non

presupporrebbe l’uscita del soggetto dal carcere, sarebbe un effetto solo

eventuale.

Le ragioni alla base di tale istituto sono due:

è un modo per mantenere la tranquillità nel carcere, infatti si riduce di tre

mesi (è un istituto importante per la pace carceraria); la ex Cirielli voleva

ridimensionare l’accesso a tale misura di cui al c. 4 dell’art 99 c.p., ma tale

ridimensionamento non vi è stato.

sul piano criminologico, tale istituto diminuisce l’impegno dell’interessato

può essere visto come un incentivo a rimanere sulla buona strada.

PRESUPPOSTO

L’art. 54 parla di partecipazione all’opera di rieducazione da parte del

condannato.

Si concede in base ad una valutazione positiva del carcere secondo cui il

condannato non ha subito sanzioni disciplinari.

Si sono fronteggiate due teorie che riguardano il modo di computare i

semestri:

→ teoria della valutazione globale/unitaria

→ teoria della valutazione atomistica/frazionata

Quest’ultima teoria funzionava automaticamente, ma deve esserci una

richiesta dell’interessato e in questo caso farlo ogni semestre o raggruppare

due o più semestri; il raggruppamento di più semestri è maggiormente

diffuso perché se il soggetto facesse la richiesta ogni semestre

costringerebbe la magistratura di sorveglianza ad adottare più

provvedimenti.

Art. 54 L. 354/1975 - Liberazione anticipata

Al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione é

concessa, quale riconoscimento di tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace reinserimento

nella società, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena

scontata. A tal fine é valutato anche il periodo trascorso in stato di custodia cautelare o di

detenzione domiciliare.

Queste due teorie sono state contrapposte per dieci anni e oggi prevale la

teoria atomistica anche se con un correttivo infatti si possono fare delle

considerazioni, ad esempio se nel semestre negativo è stato commesso un

reato grave, non si potrà dire che c’è stata opera di collaborazione neanche

negli altri semestri. Non è detto però che nei semestri successivi

mantenendo un comportamento consono non si possano ottenere sconti.

L’ultima parte del c. 1 sta a significare che se ho trascorso 7 mesi sotto

custodia cautelare, al momento della condanna a 6 anni, dovrò scontare solo

5 anni e 5 mesi e dopo due anni è come se avessi scontato 2 anni e 7 mesi di

cui posso chiedere lo sconto di 45 giorni.

Questo vale solo nella stessa vicenda processuale.

La concessione del beneficio é comunicata all'ufficio del pubblico ministero presso la corte

d'appello o il tribunale che ha emesso il provvedimento di esecuzione o al pretore se tale

provvedimento é stato da lui emesso.

La condanna per delitto non colposo commesso nel corso dell'esecuzione successivamente alla

concessione del beneficio ne comporta la revoca.

Agli effetti del computo della misura di pena che occorre avere espiato per essere ammessi ai

benefici dei permessi premio, della semilibertà e della liberazione condizionale, la parte di pena

detratta ai sensi del comma primo si considera come scontata. La presente disposizione si

applica anche ai condannati all'ergastolo.

Il c. 4 dell’art 54 non è una vera e propria misura alternativa ma è una

causa estintiva parziale della penale somiglia all’indulto anche se questo è a

cascata e non personale.

DECISIONE

Fino a poco tempo fa la competenza in materia di liberazione anticipata

spettava al Tribunale di Sorveglianza.

Con la riforma del 2002 di carattere processuale si è optato per un sistemare

diverso: ora la concessione di tale misura spetta al Magistrato di

Sorveglianza, mentre per l’eventuale revoca, la competenza è del Tribunale

di Sorveglianza.

Esempio 1:

il condannato chiede 3 semestri di riduzione di pena con:

- semestre A senza ombre

- semestre B sanzione disciplinare

- semestre C senza ombre

→ secondo la prima teoria è necessario guardare l’entità dell’infrazione

commessa con i semestri senza ombre e poi si decide per concedere o negare

il beneficio (no = 0 gg/ sì = 145 gg).

In questo caso sarebbe meglio richiedere il beneficio semestre per semestre,

ma il Magistrato di Sorveglianza non è obbligata a dare una risposta

immediata (cioè se il soggetto deve scontare 20 anni allora il Tribunale ha

tempo) e comunque il Tribunale può revocare il provvedimento.

→ secondo la seconda teoria, invece, il giudice concede 90 giorni per il

primo e il terzo semestre e non la concede per il secondo semestre.

E’ prevalente la seconda teoria con un correttivo:

se il dato negativo è pesante, i comportamento viene valutato negativamente

e quindi non si tiene conto del comportamento positivo degli altri semestri.

Esempio:

il condannato richiede 4 semestri e nel terzo viene trovato un coltello a lama

lunga nella sua cella (è un’infrazione grave).

Può usufruire della liberazione anticipata il condannato.

Sono necessarie due precisazioni:

- se il soggetto è stato in carcere come imputato e subisce una condanna,

può chiedere la liberazione anticipata anche per i semestri che ha trascorso

in carcere come imputato: può essere utilizzato il pregresso.

- al fine della concessione della liberazione anticipata valutato anche il

periodo trascorso in stato di custodia cautelare o di detenzione domiciliare

(da non confondere con gli arresti domiciliari che valgono solo per

l’imputato e sono ricompresi nella custodia cautelare, mentre la detenzione

domiciliare vale solo per il condannato).

Tale disposizione lascia un po’ perplessi perché nel caso di detenzione

domiciliare non si può sapere se l’interessato si comporta bene in questo

periodo, e inoltre chi sconta la pena in casa propria ha già un beneficio e

perciò è alquanto discriminatorio perché se la potrebbero permettere solo i

colletti bianchi (che si possono permettere di non lavorare).

Esempio 2:

Se il condannato non è recidivo, è necessario aver scontato 1/4 di pena per

il permesso premio.

Tizio è condannato a 20 anni e ottiene la liberazione anticipata per 4 mesi

(cioè 180 giorni = 6 mesi) = 20 anni – 6 mesi = 19 anni e 6 mesi.

Se posso andare in permesso dopo 5 anni, avendo ottenuto 6 mesi di

liberazione anticipata, potrà andare in permesso dopo 4 anni e 6 mesi.

Il soggetto condannato all’ergastolo non può avvalersi del primo effetto

favorevole della liberazione anticipata.

Esempio 3:

Il condannato chiede al Magistrato di sorveglianza di concedergli una

riduzione della pena ad esempio perché lui ha già scontato 18 mesi di

carcere.

Secondo la teoria atomistica/frazionata il semestre viene considerato una

unità quindi in questo caso gli vengono concessi 90 giorni perché solo due

semestri risultano positivi.

Secondo la teoria della valutazione globale e unitaria si considerano i vari

semestri tutto in uno e se gli elementi negativi sono marginali, non se ne

tiene conto perché sono un qualcosa di marginale rispetto al comportamento

generale e quindi saranno concessi 135 giorni.

REVOCA (art. 54 c. 3)

Art. 54 L. 354/1975 - Liberazione anticipata

3. La condanna per delitto non colposo commesso nel corso dell'esecuzione

successivamente alla concessione del beneficio ne comporta la revoca.

Occorre una condanna irrevocabile per delitto doloso o preterintenzionale e

non colposo (non basta la condanna in primo grado, serve la condanna

definitiva).

Il delitto può essere commesso nel corso dell’esecuzione: finchè è in corso

la pena non significa che il soggetto debba essere all’interno del carcere, ad

esempio in permesso premio.

Si è discusso sull’illegittimità dell’art. 54 in relazione all’art. 3 della

Costituzione perché se un soggetto è condannato a 3 mesi non può usufruire

della liberazione anticipata; la Corte ha dichiarata infondata la questione,

stabilendo che, per capire se un soggetto partecipa all’opera di rieducazione,

devono trascorrere almeno sei mesi.

(la revoca è automatica solo quando il comportamento è incompatibile e

non solo doloso; l’incompatibilità sta nel contrasto tra concessione del

premio e comportamento).

COMPETENZE: L’organo che procede alla revoca è il Tribunale di

Sorveglianza e interessato, difensore e PM possono proporre reclamo,

secondo quanto disposto dall’art. 69 bis, al Tribunale di Sorveglianza

(ricorso per Cassazione).

Art. 69-bis l. 354/1975 - Procedimento in materia di liberazione anticipata

Sull'istanza di concessione della liberazione anticipata, il magistrato di sorveglianza

provvede con ordinanza, adottata in camera di consiglio senza la presenza delle

parti, che è comunicata o notificata senza ritardo ai soggetti indicati nell'articolo 127

del codice di procedura penale.

Il magistrato di sorveglianza decide non prima di quindici giorni dalla richiesta del

parere al pubblico ministero e anche in assenza di esso.

Avverso l'ordinanza di cui al comma 1 il difensore, l'interessato e il pubblico

ministero possono, entro dieci giorni dalla comunicazione o notificazione, proporre

reclamo al tribunale di sorveglianza competente per territorio.

Il tribunale di sorveglianza decide ai sensi dell'articolo 678 del codice di procedura

penale. Si applicano le disposizioni del quinto e del sesto comma dell'articolo 30-bis.

Il tribunale di sorveglianza, ove nel corso dei procedimenti previsti dall'articolo 70,

comma 1, sia stata presentata istanza per la concessione della liberazione

anticipata, può trasmetterla al magistrato di sorveglianza

Si tratta di un articolo introdotto con la legge 267/2002.

Prima la liberazione anticipata era equiparata alle altre misure di alternative

e quindi concessa e revocata dal Tribunale di Sorveglianza.

Oggi per motivi di economia processuale, nel 2002, viene trasferita la

competenza al Magistrato di Sorveglianza che decide “de plano” (senza

procedimento).

Dopo aver deciso con ordinanza, l’interessato e il PM possono proporre

reclamo al Tribunale di Sorveglianza entro 10 giorni.(vedi art 70 per cui il

Tribunale di Sorveglianza è competente per la revoca o la cessazione della

liberazione anticipata).

Prima della sentenza n. 186/1995 della Corte Costituzionale, l’organo che

revocava la liberazione anticipata funzionava come un notaio cioè una volta

intervenuta la sentenza di condanna il Tribunale doveva revocare la

liberazione anticipata precedentemente concessa.

Sarà il Tribunale che di volta in volta valuterà in concreto il fatto per cui è

intervenuta la sentenza di condanna.

SCHEMA:

LIBERAZIONE ANTICIPATA

- E’ disciplinata dall’art. 54 della legge penitenziaria

- E’ una causa estintiva parziale della pena

- Consiste in un premio di 45 giorni ogni 6 mesi

- FINALITA’:

per il condannato rappresenta un premio e un incentivo a comportarsi

correttamente

per l’istituzione carceraria risulta utile perché “fa stare buoni” i

condannati

- E’ concessa dal Magistrato di sorveglianza

AFFIDAMENTO IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE (ART. 47

L.P.)

Art. 47 L. 354/1975 - Affidamento in prova al servizio sociale

bis. All'affidato in prova al servizio sociale che abbia dato prova nel periodo di

affidamento di un suo concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti

rivelatori del positivo evolversi della sua personalità, può essere concessa la

detrazione di pena di cui all'art. 54. Si applicano gli articoli 69, comma 8, e 69-bis

nonchè l'art. 54, comma 3.

AFFIDAMENTO IN PROVA RIEDUCATIVO (ART.47 L. 354/1975)

AFFIDAMENTO IN PROVA TERAPEUTICO (T.U. n. 309/1990,

ART. 94)

a) l’affidamento in prova al servizio sociale nasce negli U.S.A. dove

prende il nome di “ PROBATION” = “MESSA ALLA PROVA” (e il

probation officer è simile all’assistente sociale).

Questo istituto si dice sia noto nella città di Boston agli inizi dell’800. (una

leggenda??)

Si dice che un calzolaio di nome John Augustus avesse il laboratorio vicino

alla Corte Penale di Boston e che nel tempo libero andasse ad ascoltare le

udienze.

Egli arrivò ad affermare che i giovani delinquenti portati davanti alla Corte

per fatti lievi e condannati a pena detentiva, vi sarebbero tornati più volte

con un crescendo di reati. Egli sosteneva che finire in prigione

corrispondesse all’inizio di una carriera criminale e perciò propose alla

Corte di affidargli un ragazzo che avrebbe seguito personalmente per un

periodo prestabilito e in base alla relazione che lui avrebbe poi presentato

alla Corte, il giudice avrebbe o meno pronunciato la sentenza. Egli in effetti

è stato il primo di coloro che oggi vengono definiti assistenti sociali.

Nel processo minorile la messa alla prova è disciplinata dall’art. 28 del DPR

448/1988. La pena detentiva per i minori è utilizzata come “estrema ratio” .

Il giudice che sia convinto della colpevolezza del soggetto, può sospendere

il processo e affidarlo in prova, dopo un certo periodo di tempo fa tornare

davanti a sé il minore e col parere dell’assistente, decide il da farsi.

In merito si è sviluppata la teoria dell’ETICHETTAMENTO secondo cui la

condanna penale per il minore è una sorta di “etichettamento”e quindi è

importante interrompere la vicenda punitiva prima che intervenga la

condanna.

Il meccanismo di probation si può applicare sia in fase detentiva che in fase

processuale. (ex art. 28 DPR 448/1988).

Negli USA c’è un ulteriore meccanismo, la DIVERSION: in questo caso il

PM a cui è comunicata la notizia di reato, può convocare la persona per

proporgli l’affidamento in prova (per reati meno gravi, non l’omicidio); in

questo caso l’affidamento si instaura ancor prima dell’azione penale.

Nel nostro ordinamento questo tipo di misura non può essere applicato

perché vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, mentre negli

USA vige quello della discrezionalità della pena.

Per poter applicare tale misura occorrono due requisiti:

- REQUISITO OGGETTIVO:

si può concedere quando la pena da espiare non supera i 3 anni.

L’art. 14 bis L. 356/1992 ha stabilito che la pena inflitta deve intendersi

come pena in concreto da espiare.

L’art. 656 c.p.p. c.5 ha stabilito che se la pena non supera i 3 anni, si può

ammettere l’affidamento in prova.

- REQUISITO SOGGETTIVO:

è riconducibile all’art. 47 c.2 per cui l’affidamento in prova può essere

concesso dal Tribunale di Sorveglianza in caso di non recidiva.

Durata

L’affidamento in prova ha la stessa durata della pena da espiare.

Durante l’affidamento, in quale status si trova il condannato?

Egli viene dimesso dal carcere se vi era già entrato, mentre se ha utilizzato

l’art. 656 c.p.p. no.

Egli è affiancato da un assistente sociale che ha la funzione di controllo e di

aiuto a superare le difficoltà; l’assistente sociale riferisce periodicamente

alla Magistratura di Sorveglianza sul comportamento del soggetto.

Esiti

Se ha esito positivo (c.12) si estingue la pena ed ogni altro effetto penale,

ma la condanna rimane sul certificato penale.

Se ha esito negativo (c. 11) è revocato qualora il comportamento del

soggetto sia incompatibile con la prosecuzione della prova.

Se il soggetto viola per una sola volta la legge e la prescrizione, non è

possibile revocare tale misura.

Esempio:

Tizio deve scontare un anno di reclusione e il Tribunale concede

l’affidamento in prova che va bene per sei mesi; poi lo trovano insieme ad

altri complici a forzare la serracinesca di un negozio; in questo caso il

comportamento è incompatibile e non ci sarà revoca.

Quanta pena deve espiare il soggetto a cui è revocato l’affidamento in

prova?

La Corte Costituzionale è intervenuta tre volte e ha posto delle distinzioni

tra:

- REVOCA INCOLPEVOLE = se passa in giudicato una sentenza relativa

ad un fatto commesso prima dell’affidamento in prova che determina

l’aumento del requisito dei 3 anni; la Corte ha detto che il periodo

dell’affidamento gli vale come pena espiata.

- REVOCA COLPEVOLE = secondo la Corte, il Tribunale di Sorveglianza

deve stabilire, caso per caso, quanto tempo di pena sottrarre in relazione al

periodo in affidamento basandosi su 3 parametri:

- durata dell’affidamento

- prescrizione da osservare durante l’affidamento

- comportamento del soggetto

Miscelando i tre parametri, il Tribunale di Sorveglianza, se revoca,

stabilisce quanto vale in termine di pena il periodo trascorso in affidamento.

L’ultimo comma dell’art. 47 L.P. è stato introdotto dalla L. 277/2002 e

stabilisce che in caso di affidamento che ha dato prova di un recupero

sociale, può essere concessa la detrazione prevista dall’art. 54 cioè la

liberazione anticipata.

La legge 251/2005 ex Cirielli ha introdotto un comma aggiuntivo all’art.

58 quater, il c. 7 bis: affidamento in prova, detenzione domiciliare e

semilibertà non possono essere concessi più di una volta al condannato al

quale è stata applicata la recidiva prevista dall’art. 99 c. 4. (reiterata).

Ciò significa che ai recidivi può essere concesso:

- permesso premio (vedi ex Cirielli)

- liberazione anticipata

b) art. 94 T.U. 309/90

Testo unico sulla droga

Art. 94.

Affidamento in prova in casi particolari

1. Se la pena detentiva deve essere eseguita nei confronti di persona

tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma di recupero o

che ad esso intenda sottoporsi, l'interessato puo' chiedere in ogni momento di essere

affidato in prova al servizio sociale per proseguire o intraprendere l'attivita'

terapeutica sulla base di un programma da lui concordato con una azienda unita'

sanitaria locale o con una struttura privata autorizzata ai sensi dell'articolo 116.

L'affidamento in prova in casi particolari puo' essere concesso solo quando deve

essere espiata una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non

superiore a sei anni od a quattro anni se relativa a titolo esecutivo comprendente

reato di cui all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive

modificazioni. Alla domanda e' allegata, a pena di inammissibilita', certificazione

rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata accreditata

per l'attivita' di diagnosi prevista dal comma 2, lettera d), dell'articolo 116

attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcooldipendenza, la procedura con la

quale e' stato accertato l'uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o

alcoliche, l'andamento del programma concordato eventualmente in corso e la sua

idoneita', ai fini del recupero del condannato. Affinche' il trattamento sia eseguito a

carico del Servizio sanitario nazionale, la struttura interessata deve essere in

possesso dell'accreditamento istituzionale di cui all'articolo 8-quater del decreto

legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni, ed aver stipulato

(1)

gli accordi contrattuali di cui all'articolo 8-quinquies del citato decreto legislativo.

2. Se l'ordine di carcerazione e' stato eseguito, la domanda e' presentata al

magistrato di sorveglianza il quale, se l'istanza e' ammissibile, se sono offerte

concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l'accoglimento della

domanda ed al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di

detenzione, qualora non vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza del

pericolo di fuga, puo' disporre l'applicazione provvisoria della misura alternativa. Si

applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui al comma 4. Sino alla

decisione del tribunale di sorveglianza il magistrato di sorveglianza e' competente

all'adozione degli ulteriori provvedimenti di cui alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e

(1)

successive modificazioni.

3. Ai fini della decisione, il tribunale di sorveglianza puo' anche acquisire copia degli

atti del procedimento e disporre gli opportuni accertamenti in ordine al programma

terapeutico concordato; deve altresi' accertare che lo stato di tossicodipendenza o

alcooldipendenza o l'esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al

conseguimento del beneficio. Si applicano le disposizioni di cui all'articolo 92, commi

(2)

1 e 3.

4. Il tribunale accoglie l'istanza se ritiene che il programma di recupero, anche

attraverso le altre prescrizioni di cui al all'articolo 47, comma 5, della legge 26 luglio

1975, n. 354, contribuisce al recupero del condannato ed assicura la prevenzione del

pericolo che egli commetta altri reati. Se il tribunale di sorveglianza dispone

l'affidamento, tra le prescrizioni impartite devono essere comprese quelle che

determinano le modalita' di esecuzione del programma. Sono altresi' stabilite le

prescrizioni e le forme di controllo per accertare che il tossicodipendente o

l'alcooldipendente inizi immediatamente o prosegua il programma di recupero.

L'esecuzione della pena si considera iniziata dalla data del verbale di affidamento,

tuttavia qualora il programma terapeutico al momento della decisione risulti gia'

positivamente in corso, il tribunale, tenuto conto della durata delle limitazioni alle

quali l'interessato si e' spontaneamente sottoposto e del suo comportamento, puo'

(1)

determinare una diversa, piu' favorevole data di decorrenza dell'esecuzione.

5. L'affidamento in prova al servizio sociale non puo' essere disposto, ai sensi del

presente articolo, piu' di due volte.

6. Si applica, per quanto non diversamente stabilito, la disciplina prevista dalla

legge 26 luglio 1975, n. 354, come modificata dalla legge 10 giugno 1986, n. 663.

6-bis. Qualora nel corso dell'affidamento disposto ai sensi del presente articolo

l'interessato abbia positivamente terminato la parte terapeutica del programma, il

magistrato di sorveglianza, previa rideterminazione delle prescrizioni, puo' disporne

la prosecuzione ai fini del reinserimento sociale anche qualora la pena residua superi

quella prevista per l'affidamento ordinario di cui all'articolo 47 della legge 26 luglio

(1)

1975, n. 354.

6-ter. Il responsabile della struttura presso cui si svolge il programma terapeutico di

recupero e socio-riabilitativo e' tenuto a segnalare all'autorita' giudiziaria le

violazioni commesse dalla persona sottoposta al programma. Qualora tali violazioni

integrino un reato, in caso di omissione, l'autorita' giudiziaria ne da' comunicazione

alle autorita' competenti per la sospensione o revoca dell'autorizzazione di cui

all'articolo 116 e dell'accreditamento di cui all'articolo 117, ferma restando

l'adozione di misure idonee a tutelare i soggetti in trattamento presso la struttura.

1)

(

(1) Comma così modificato dal HYPERLINK "http://www.altalex.com/index.php?

idnot=10216" Decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge, con

modificazioni, dalla HYPERLINK "http://www.altalex.com/index.php?idnot=33598"

Legge 21 febbraio 2006, n. 49.

(2) Parole così modificate dal HYPERLINK "http://www.altalex.com/index.php?

idnot=10216" Decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, convertito in legge, con

modificazioni, dalla HYPERLINK "http://www.altalex.com/index.php?idnot=33598"

Legge 21 febbraio 2006, n. 49

La tossicodipendenza determina la commissione di reati per l’acquisto delle

sostanze stupefacenti, mentre non si può dire la stessa cosa per

l’alcooldipedenza visto che l’alcool si trova ad un prezzo accessibile a tutti.

L’art. 47 bis era stato introdotto proprio per tali problematiche ed era

rubricato “Affidamento in prova in casi particolari” ma ora è stato abrogato.

La relativa disciplina è contenuta nel T.U. 309/1990.

La caratteristica principale sta nel fatto che tale tipo di affidamento riguarda

un soggetto che, quando passa in giudicato una sentenza, è

tossicodipendente. Quindi ad esempio un soggetto che al momento della

commissione del fatto non è tossicodipendente e durante il processo

comincia ad assumere droghe al momento della sentenza è giudicato

tossicodipendente.

L’ordinamento presuppone una certificazione: al momento in cui viene

richiesta la misura alternativa, è necessario allegare l’attestazione di una

struttura sanitaria pubblica che dichiari lo stato di tossicodipendenza del

soggetto.

È necessaria inoltre un’altra certificazione dell’unità sanitaria, la quale deve

dichiarare che il programma al quale il soggetto si sottopone è idoneo al

recupero dell’individuo. Quindi è necessaria una doppia certificazione.

Se la pena non è superiore a 4 anni e il soggetto ottiene la duplice

certificazione, può richiedere di evitare il carcere e uscire dallo stesso.

Ci sono due tipi di programmi:

- RESIDENZIALE = è il programma di un soggetto che viene ospitato da

una comunità terapeutica e vi rimane osservando le regole della comunità.

- NON RESIDENZIALE = è progettato da una struttura sanitaria pubblica

e consiste in una serie di misure che il soggetto deve rispettare.

Esempio:

ripetuti esami delle urine

colloqui di sostegno psicologico con psicologi del SERT

Il nucleo delle prescrizioni è quello diretto a superare lo stato di

tossicodipendenza.

La condizione per concedere le misure all’origine, nel 1985 era che il

soggetto avesse già iniziato un programma di recupero.

In seguito la misura di sicurezza è stata ampliata e può essere concessa

anche a chi intende sottoporsi ad un programma di recupero.

Da ciò nascono due dibattiti:

- secondo una parte della dottrina, la misura ha poco senso perchè il

tossicodipendente, anche se non ha intenzione di smettere di fare uso di

droghe, sotto la minaccia del carcere decide di sottoporsi a tale misura; la

buona riuscita dipende anche dall’adesione del soggetto; se l’iniziativa

parte da lui è più credibile rispetto ad un soggetto che vi è costretto.

- l’altra parte della dottrina è più favorevole.

Una norma importante è l’art. 94 ultimo comma che contiene un RINVIO

alla

L. 354/1975 e quindi si applica l’art. 47 in materia di affidamento in prova

ordinario, in particolare per quanto concerne la revoca e l’esito positivo.

Il condannato tossicodipendente deve presentarsi con la certificazione e se il

Tribunale non è d’accordo, mentre l’unità sanitaria è d’accordo, il giudice

ha l’ultima parola in merito quindi non è vincolato al parere del terapeuta

(il Tribunale però deve motivare adeguatamente la propria decisione).

Ci sono tossicodipendenti che non reagiscono ai programmi come

l’assunzione di metadone. In questo caso si decide per una somministrazione

continua.

L’ultimo comma dell’art 94 dice che l’affidamento in prova non può essere

concesso per più di due volte.

Se è stata applicata la recidiva, (ex art. 99 c.p.) si può usufruire

dell’affidamento in prova se non si superano i 3 anni e può essere concesso

una sola volta.

SCHEMA dell’AFFIDAMENTO

CI SONO DUE TIPI DI AFFIDAMENTO:

1. RIEDUCATIVO (ART. 47 L.P.) ↔ affidamento generico

Prende il nome di PROBATION (nasce negli USA)

Il giudice può sospendere il processo e affidare in prova il soggetto; in caso

di esito positivo non si ha il processo, altrimenti si apre la fase processuale

con relativa sentenza ↓

Concesso una sola volta ai recidivi (due volte agli altri) e solo per pene non

superiori a tre anni ↓

La condanna rimane sul certificato penale

L’affidamento ha la stessa durata della pena che era stata stabilita

- PROBATION/MESSA ALLA PROVA = CON ESSA VIENE

SOSPESA LA PENA.

ESSA PUO’ INTERVENIRE IN DIVERSI MOMENTI DELLA

VICENDA PENALE; DURANTE QUESTO PERIODO SI METTE IL

SOGGETTO ALLA PROVA AFFIDANDOLO AD UNA PERSONA IN

GRADO DI CONTROLLARLO E AIUTARLO.

(nell’800 in Italia si ha la probation per i minori)

SE L’ESITO SARA’ POSITIVO NON SI AVRA’ IL PROCESSO, IN

CASO DI ESITO NEGATIVO IL PROCESSO CONTINUERA’ E SI

ARRIVERA’ ALLA CONDANNA.

LA DIFFERENZA TRA L’ORDINAMENTO AMERICANO E QUELLO

ITALIANO STA NEL FATTO CHE NEGLI USA NON ESISTE

L’OBBLIGO DI AZIONE PENALE.

SE IL PM AMERICANO VIENE A CONOSCENZA DI UN REATO

LIEVE CONVOCA IL SOGGETTO COLPEVOLE E DA DELLE

DI S P OS I Z I ONI DA S E GUI RE AF F I ANCANDOL O AD UN

PROBATION OFFICER E SE IL SOGGETTO SI COMPORTA BENE,

IL PM NON ESERCITERA’ ALCUNA AZIONE ALTRIMENTI DARA’

AVVIO ALL’AZIONE PENALE (SIA PER ADULTI CHE PER

MINORI).

IN ITALIA L’AFFIDAMENTO SI PUO’ CONCEDERE SOLO AI

DETENUTI CONDANNATI AD UNA PENA NON SUPERIORE AI 3

ANNI (vedi art. 47 c. 1).

Art. 47 L. 354/1975 - Affidamento in prova al servizio sociale

Se la pena detentiva inflitta non supera tre anni, il condannato può essere

affidato al servizio sociale fuori dell'istituto per un periodo uguale a quello della

pena da scontare.

Il provvedimento è adottato sulla base dei risultati della osservazione della

personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto, nei casi in cui si

può ritenere che il provvedimento stesso, anche attraverso le prescrizioni di cui al

comma 5, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo

che egli commetta altri reati.

L'affidamento in prova al servizio sociale può essere disposto senza procedere

all'osservazione in istituto quando il condannato, dopo la commissione del reato, ha

serbato comportamento tale da consentire il giudizio di cui al comma 2.

Se l'istanza di affidamento in prova al servizio sociale è proposta dopo che ha avuto

inizio l'esecuzione della pena, il magistrato di sorveglianza competente in relazione

al luogo dell'esecuzione, cui l'istanza deve essere rivolta, può sospendere

l'esecuzione della pena e ordinare la liberazione del condannato, quando sono offerte

concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l'ammissione

all'affidamento in prova e al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato

di detenzione e non vi sia pericolo di fuga. La sospensione dell'esecuzione della pena

opera sino alla decisione del tribunale di sorveglianza, cui il magistrato di

sorveglianza trasmette immediatamente gli atti, e che decide entro quarantacinque

giorni. Se l'istanza non è accolta, riprende l'esecuzione della pena, e non può essere

accordata altra sospensione, quale che sia l'istanza successivamente proposta.

All'atto dell'affidamento è redatto verbale in cui sono dettate le prescrizioni che il

soggetto dovrà seguire in ordine ai suoi rapporti con il servizio sociale, alla dimora,

alla libertà di locomozione, al divieto di frequentare determinati locali ed al lavoro.

Con lo stesso provvedimento può essere disposto che durante tutto o parte del

periodo di affidamento in prova il condannato non soggiorni in uno o più comuni, o

soggiorni in un comune determinato; in particolare sono stabilite prescrizioni che

impediscano al soggetto di svolgere attività o di avere rapporti personali che

possono portare al compimento di altri reati.

Nel verbale deve anche stabilirsi che l'affidato si adoperi in quanto possibile in

favore della vittima del suo reato ed adempia puntualmente agli obblighi di

assistenza familiare.

Nel corso dell'affidamento le prescrizioni possono essere modificate dal magistrato di

sorveglianza.

Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto e lo aiuta a superare le difficoltà

di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e

con gli altri suoi ambienti di vita.

Il servizio sociale riferisce periodicamente al magistrato di sorveglianza sul

comportamento del soggetto.

L'affidamento è revocato qualora il comportamento del soggetto, contrario alla legge

o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova.

L'esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale.

bis. All'affidato in prova al servizio sociale che abbia dato prova nel periodo di

affidamento di un suo concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti

rivelatori del positivo evolversi della sua personalità, può essere concessa la

detrazione di pena di cui all'art. 54. Si applicano gli articoli 69, comma 8, e 69-bis

nonchè l'art. 54, comma 3.

IN QUALE MOMENTO PUO’ ESSERE CONCESSA?

In una prima fase che va dal 1975 al 1986, il soggetto doveva entrare in

carcere, essere osservato e successivamente poteva chiedere la misura

alternativa (infatti le misure alternative erano concesse solo ai soggetti

ristretti in carcere).

In una seconda fase, che si apre con la legge Gozzini del 1986, si punta

sull’iniziativa del diretto interessato e il PM dovrà attendere che il

Tribunale di Sorveglianza dia una risposta: se positiva si applica la misura

di sicurezza, in caso negativo si emetterà l’ordine di esecuzione).

Il periodo in cui l’interessato può intervenire, è quello che intercorre tra

l’emanazione della sentenza e l’emanazione dell’ordine di esecuzione; tale

periodo non è prestabilito.

Un'altra fase invece si apre con la Legge Simeone n. 165.

2. TERAPEUTICO (ART. 94 T.U. 309/1990) ↔ affidamento specifico

Riguarda un soggetto che, dopo la sentenza di condanna, risulta

tossicodipendente anche se prima non lo era (necessita di certificazione di

tossicodipendenza da parte delle strutture pubbliche)

Concesso una sola volta ai recidivi (due agli altri)

SEMILIBERTA’ (ART. 48-51)

Art. 48 L. 354/1975 - Regime di semilibertà

1. Il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all'internato di

trascorrere parte del giorno fuori dell'istituto per partecipare ad attività lavorative,

istruttive o comunque utili al reinserimento sociale.

2. I condannati e gli internati ammessi al regime di semilibertà sono assegnati in

appositi istituti o apposite sezioni autonome di istituti ordinari e indossano abiti

civili.

(Abrogato il terzo comma)

Art. 49L. 354/1975 - Ammissione obbligatoria al regime di semilibertà

(Abrogato)

Art. 50 L. 354/1975 - Ammissione alla semilibertà

Possono essere espiate in regime di semilibertà la pena dell'arresto e la pena della

reclusione non superiore a sei mesi, se il condannato non è affidato in prova al

servizio sociale.

Fuori dai casi previsti dal comma 1, il condannato può essere ammesso al regime di

semilibertà soltanto dopo l'espiazione di almeno metà della pena ovvero, se si tratta

di condannato per taluno dei delitti indicati dal comma 1 dell'Art. 4-bis, di almeno

due terzi di essa. L'internato può esservi ammesso in ogni tempo. Tuttavia, nei casi

previsti dall'Art. 47, se mancano i presupposti per l'affidamento in prova al servizio

sociale, il condannato per un reato diverso da quelli indicati nel comma 1 dell'Art. 4-

bis può essere ammesso al regime di semilibertà anche prima dell'espiazione di

metà della pena.

Per il computo della durata delle pene non si tiene conto della pena pecuniaria

inflitta congiuntamente a quella detentiva.

L'ammissione al regime di semilibertà é disposta in relazione ai progressi compiuti

nel corso del trattamento, quando vi sono le condizioni per un graduale

reinserimento del soggetto nella società.

Il condannato all'ergastolo può essere ammesso al regime di semilibertà dopo avere

espiato almeno venti anni di pena.

Nei casi previsti dal comma 1, se il condannato ha dimostrato la propria volontà di

reinserimento nella vita sociale, la semilibertà può essere altresì disposta

successivamente all'inizio dell'esecuzione della pena. Si applica l'Art. 47, comma 4,

in quanto applicabile.

Art. 50-bis 354/1975 - Concessione della semilibertà ai recidivi

La semilibertà può essere concessa ai detenuti, ai quali sia stata applicata la

recidiva prevista dall'articolo 99, quarto comma, del codice penale, soltanto dopo

l'espiazione dei due terzi della pena ovvero, se si tratta di un condannato per taluno

dei delitti indicati nel comma 1 dell'articolo 4-bis della presente legge, di almeno tre

quarti di essa».

Art. 51 L. 354/1975 - Sospensione e revoca del regime di semilibertà

1. Il provvedimento di semilibertà può essere in ogni tempo revocato quando il

soggetto non si appalesi idoneo al trattamento.

2. Il condannato, ammesso al regime di semilibertà, che rimane assente dall'istituto

senza giustificato motivo, per non più di dodici ore, é punito in via disciplinare e può

essere proposto per la revoca della concessione.

3. Se l'assenza si protrae per un tempo maggiore, il condannato é punibile a norma

del primo comma dell' articolo 385 del codice penale ed é applicabile la disposizione

dell'ultimo capoverso dello stesso articolo.

4. La denuncia per il delitto di cui al precedente comma importa la sospensione del

beneficio e la condanna ne importa la revoca.

5. All'internato ammesso al regime di semilibertà che rimane assente dall'istituto

senza giustificato motivo, per oltre tre ore, si applicano le disposizioni dell'ultimo

comma dell' articolo 53 .

Art. 51-bis L. 354/1975 - Sopravvenienza di nuovi titoli di privazione della

libertà

Quando durante l'attuazione dell'affidamento in prova al servizio sociale o della

detenzione domiciliare o della detenzione domiciliare speciale o del regime di

semilibertà sopravviene un titolo di esecuzione di altra pena detentiva, il direttore

dello istituto penitenziario o il direttore del centro di servizio sociale informa

immediatamente il magistrato di sorveglianza. Se questi, tenuto conto del cumulo

delle pene, rileva che permangono le condizioni di cui al comma primo dello articolo

47 o ai commi 1 e 1-bis dell'articolo 47-ter o ai commi 1 e 2 dell'articolo 47-

quinquies o ai primi tre commi dell'articolo 50, dispone con decreto la prosecuzione

provvisoria della misura in corso; in caso contrario dispone la sospensione della

misura stessa. Il magistrato di sorveglianza trasmette quindi gli atti al tribunale di

sorveglianza che deve decidere nel termine di venti giorni la prosecuzione o la

cessazione della misura.

Art. 51-ter L. 354/1975 - Sospensione cautelativa delle misure alternative

Se l'affidato in prova al servizio sociale o l'ammesso al regime di semilibertà o di

detenzione domiciliare o di detenzione domiciliare speciale pone in essere

comportamenti tali da determinare la revoca della misura, il magistrato di

sorveglianza nella cui giurisdizione essa é in corso ne dispone con decreto motivato

la provvisoria sospensione, ordinando l'accompagnamento del trasgressore in

istituto. Trasmette quindi immediatamente gli atti al tribunale di sorveglianza per le

decisioni di competenza. Il provvedimento di sospensione del magistrato di

sorveglianza cessa di avere efficacia se la decisione del tribunale di sorveglianza non

interviene entro trenta giorni dalla ricezione degli atti.

La semilibertà è prevista dagli art. 48 e 51 della legge penitenziaria (l’art.

49 è stato abrogato).

Tale misura consiste nel trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto per

partecipare ad attività utili al reinserimento sociale.

La semilibertà è concessa a:

- condannato

- internato (è l’unica misura alternativa concessa all’internato)

Essa si avvicina alla semidetenzione della L.689/1981.

La semilibertà è una misura alternativa ed è in linea con lo scopo della L.

354/1975 cioè la rieducazione ed infatti il soggetto partecipa ad attività

lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale.

La semidentenzione è irrogata dal giudice dell’esecuzione e obbliga il

soggetto a trascorrere in carcere almeno 10 ore al giorno; è in linea con

l’aspetto sanzionatorio.

L’art. 49, ormai abrogato, riguardava i casi di semilibertà obbligatoria nel

caso di pene detentive derivate da pene pecuniarie insolute: è

intervenuta in materia la

L. 689/1981 che si è occupata delle pene pecuniarie insolute convertendole

in libertà vigilata.

L’art, 50 prevede varie ipotesi di semilibertà che richiedono determinati

requisiti temporali:

c. 1 = la pena dell’arresto e della reclusione non superiore a 6 mesi (il

requisito dei sei mesi riguarda solo la reclusione; per i destinatari del c. 1

non c’è un requisito temporale e la semilibertà può essere concessa

dall’inizio – vedi art. 656 c.p.p. c. 5).

c. 2, secondo periodo = l’internato può essere ammesso in ogni tempo;

anche in questo caso la semilibertà può essere concessa dall’inizio; è l’unica

misura alternativa applicabile alle persone soggette a misura di sicurezza

detentiva.

c. 2, ultimo periodo = il condannato per un reato diverso da quelli previsti

all’art. 4 bis, c. 1 può essere ammesso al regime della semilibertà anche

prima dell’espiazione di metà della pena.

c. 5 = il condannato all’ergastolo può essere ammesso al regime di

semilibertà dopo aver espiato almeno 20 anni di pena.

Art. 58 quater, c. 4 = i condannati per i delitti di cui all’art. 289 bis e 630

c.p. non sono ammessi ad alcuno dei benefici indicati nel c. 1 dell’art. 4 bis

se non abbiano espiato:

- 2/3 di pena

- 26 anni se ergastolo

Il c. 4 dell’art. 50 prevede che la semilibertà sia disposta quando vi siano le

condizioni per un graduale reinserimento del soggetto nella società; la

buona condotta, in questo caso è un elemento necessario ma non sufficiente.

L’art. 51 concerne la REVOCA:

- IPOTESI SPECIFICA = è prevista dal c. 2 riguarda il condannato che

rimane assente dall’istituto per meno di 12 ore; egli verrà punito in via

disciplinare e può essere proposta la revoca; nel caso in cui la sua assenza

duri più di 12 ore, c’è la denuncia alla Procura per il reato di evasione.

- IPOTESI GENERICA = è prevista dal c. 1 il quale stabilisce che il

provvedimento può essere revocato se il soggetto non è idoneo al

trattamento.

Il periodo trascorso in semilibertà si considera trascorso in carcere .

L’art. 50 bis introdotto dalla L. 251/2005 dispone un aumento del periodo

di pena che si deve aver espiato per ottenere la semilibertà, se si è recidivi si

applica l’art. 99 c.p.:

- 2/3 per reati diversi dall’art. 4 bis

- 3/4 per i reati ex art. 4 bis

Nel caso di semilibero che lavora, è stabilito che la retribuzione sia versata

direttamente dal datore di lavoro alla direzione del carcere.

Se il soggetto viene a trovarsi senza lavoro cosa succede?

Viene revocata la misura alternativa, ma è meglio chiamarla cessazione

della misura come prevede l’art. 70 c. 1

In merito, bisogna ricordare che il c. 3 dell’art. 58 quater prevede una

preclusione di 3 anni; in caso di revoca, in relazione alle misure alternative,

nel caso di condannato che ha cessato la semilibertà, tale preclusione non è

prevista (è una revoca incolpevole).

Succede molto spesso che i condannati trovino lavori interinali, cosa

succede agli extracomunitari che a volte vengono retribuiti “in nero”?

Nel concedere la semilibertà il Tribunale deve tener conto del fatto che il

lavoro è legittimo cioè garantisce tutte le tutele previste dall’ordinamento.

DETENZIONE DOMICILIARE (ART. 47 e segg.)

Art. 47-ter L. 354/1975 - Detenzione domiciliare

01. La pena della reclusione per qualunque reato, ad eccezione di quelli previsti dal

libro II titolo XII, capo III, sezione I, e dagli articoli 609-bis, 609-quater e 609-

octies del codice penale, dall'art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale e

dall'art. 4-bis della presente legge, può essere espiata nella propria abitazione o in

altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona

che, al momento dell'inizio dell'esecuzione della pena, o dopo l'inizio della stessa,

abbia compiuto i settanta anni di età purché non sia stato dichiarato delinquente

abituale, professionale o per tendenza né sia stato mai condannato con l'aggravante

di cui all'art. 99 del codice penale.

La pena della reclusione non superiore a quattro anni, anche se costituente parte

residua di maggior pena, nonché la pena dell'arresto, possono essere espiate nella

propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura,

assistenza o accoglienza, quando trattasi di:

donna incinta o madre di prole di età inferiore ad anni dieci con lei convivente;

padre, esercente la potestà, di prole di età inferiore ad anni dieci con lui convivente,

quando la madre sia deceduta o altrimenti assolutamente impossibilitata a dare

assistenza alla prole;

persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti

con i presidi sanitari territoriali;

persona di età superiore a sessanta anni, se inabile anche parzialmente;

persona minore di anni ventuno per comprovate esigenze di salute, di studio, di

lavoro e di famiglia.

1. Al condannato, al quale sia stata applicata la recidiva prevista dall'art. 99, quarto

comma, del codice penale, può essere concessa la detenzione domiciliare se la pena

detentiva inflitta, anche se costituente parte residua di maggior pena, non supera tre

anni.

bis. La detenzione domiciliare può essere applicata per l'espiazione della pena

detentiva inflitta in misura non superiore a due anni, anche se costituente parte

residua di maggior pena, indipendentemente dalle condizioni di cui al comma 1

quando non ricorrono i presupposti per l'affidamento in prova al servizio sociale e

sempre che tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato commetta

altri reati. La presente disposizione non si applica ai condannati per i reati di cui

all'art. 4-bis e a quelli cui sia stata applicata la recidiva prevista dall'art. 99, quarto

comma, del codice penale.

ter. Quando potrebbe essere disposto il rinvio obbligatorio o facoltativo della

esecuzione della pena ai sensi degli articoli 146 e 147 del codice penale, il tribunale

di sorveglianza, anche se la pena supera il limite di cui al comma 1, può disporre la

applicazione della detenzione domiciliare, stabilendo un termine di durata di tale

applicazione, termine che può essere prorogato. L'esecuzione della pena prosegue

durante la esecuzione della detenzione domiciliare.

quater. Se l'istanza di applicazione della detenzione domiciliare é proposta dopo che

ha avuto inizio l'esecuzione della pena, il magistrato di sorveglianza cui la domanda

deve essere rivolta può disporre l'applicazione provvisoria della misura, quando

ricorrono i requisiti di cui ai commi 1 e 1-bis. Si applicano, in quanto compatibili, le

disposizioni di cui all'art. 47, comma 4.

Abrogato

Abrogato

Il tribunale di sorveglianza, nel disporre la detenzione domiciliare, ne fissa le

modalità secondo quanto stabilito dall'art. 284 del codice di procedura penale.

Determina e impartisce altresì le disposizioni per gli interventi del servizio sociale.

Tali prescrizioni e disposizioni possono essere modificate dal magistrato di

sorveglianza competente per il luogo in cui si svolge la detenzione domiciliare.

bis. Nel disporre la detenzione domiciliare il tribunale di sorveglianza, quando ne

abbia accertato la disponibilità da parte delle autorità preposte al controllo, può

prevedere modalità di verifica per l'osservanza delle prescrizioni imposte anche

mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici. Si applicano le disposizioni di cui

all'art. 275-bis del codice di procedura penale.

Il condannato nei confronti del quale é disposta la detenzione domiciliare non é

sottoposto al regime penitenziario previsto dalla presente legge e dal relativo

regolamento di esecuzione. Nessun onere grava sull'amministrazione penitenziaria

per il mantenimento, la cura e l'assistenza medica del condannato che trovasi in

detenzione domiciliare.

La detenzione domiciliare é revocata se il comportamento del soggetto, contrario

alla legge o alle prescrizioni dettate, appare incompatibile con la prosecuzione delle

misure.

Deve essere inoltre revocata quando vengono a cessare le condizioni previste nei

commi 1 e 1-bis.

Il condannato che, essendo in stato di detenzione nella propria abitazione o in un

altro dei luoghi indicati nel comma 1, se ne allontana, é punito ai sensi dell'art. 385

del codice penale. Si applica la disposizione dell'ultimo comma dello stesso articolo.

La denuncia per il delitto di cui al comma 8 importa la sospensione del beneficio e la

condanna ne importa la revoca.

bis. Se la misura di cui al comma 1-bis é revocata ai sensi dei commi precedenti la

pena residua non può essere sostituita con altra misura.».

Art. 47-quater L. 354/1975 - Misure alternative alla detenzione nei confronti

dei soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria

Le misure previste dagli articoli 47 e 47-ter possono essere applicate, anche oltre i

limiti di pena ivi previsti, su istanza dell'interessato o del suo difensore, nei

confronti di coloro che sono affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza

immunitaria accertate ai sensi dell'articolo 286-bis, comma 2, del codice di

procedura penale e che hanno in corso o intendono intraprendere un programma di

cura e assistenza presso le unità operative di malattie infettive ospedaliere ed

universitarie o altre unità operative prevalentemente impegnate secondo i piani

regionali nell'assistenza ai casi di AIDS.

L'istanza di cui al comma 1 deve essere corredata da certificazione del servizio

sanitario pubblico competente o del servizio sanitario penitenziario, che attesti la

sussistenza delle condizioni di salute ivi indicate e la concreta attuabilità del

programma di cura e assistenza, in corso o da effettuare, presso le unità operative

di malattie infettive ospedaliere ed universitarie o altre unità operative

prevalentemente impegnate secondo i piani regionali nell'assistenza ai casi di AIDS.

Le prescrizioni da impartire per l'esecuzione della misura alternativa devono

contenere anche quelle relative alle modalità di esecuzione del programma.

In caso di applicazione della misura della detenzione domiciliare, i centri di servizio

sociale per adulti svolgono l'attività di sostegno e controllo circa l'attuazione del

programma.

Nei casi previsti dal comma 1, il giudice può non applicare la misura alternativa

qualora l'interessato abbia già fruito di analoga misura e questa sia stata revocata

da meno di un anno.

Il giudice può revocare la misura alternativa disposta ai sensi del comma 1 qualora il

soggetto risulti imputato o sia stato sottoposto a misura cautelare per uno dei delitti

previsti dall'articolo 380 del codice di procedura penale, relativamente a fatti

commessi successivamente alla concessione del beneficio.

Il giudice, quando non applica o quando revoca la misura alternativa per uno dei

motivi di cui ai commi 5 e 6, ordina che il soggetto sia detenuto presso un istituto

carcerario dotato di reparto attrezzato per la cura e l'assistenza necessarie.

Per quanto non diversamente stabilito dal presente articolo si applicano le

disposizioni dell'articolo 47-ter.

Ai fini del presente articolo non si applica il divieto di concessione dei benefici

previsto dall'articolo 4-bis, fermi restando gli accertamenti previsti dai commi 2, 2-

bis e 3 dello stesso articolo.

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle persone internate.

Art. 47-quinquies L. 354/1975 - Detenzione domiciliare speciale

Quando non ricorrono le condizioni di cui all'articolo 47-ter, le condannate madri di

prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di

commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza

con i figli, possono essere ammesse ad espiare la pena nella propria abitazione, o in

altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo di cura, assistenza o accoglienza, al

fine di provvedere alla cura e alla assistenza dei figli, dopo l'espiazione di almeno un

terzo della pena ovvero dopo l'espiazione di almeno quindici anni nel caso di

condanna all'ergastolo.

Per la condannata nei cui confronti è disposta la detenzione domiciliare speciale,

nessun onere grava sull'amministrazione penitenziaria per il mantenimento, la cura e

l'assistenza medica della condannata che si trovi in detenzione domiciliare speciale.

Il tribunale di sorveglianza, nel disporre la detenzione domiciliare speciale, fissa le

modalità di attuazione, secondo quanto stabilito dall'articolo 284, comma 2, del

codice di procedura penale, precisa il periodo di tempo che la persona può

trascorrere all'esterno del proprio domicilio, detta le prescrizioni relative agli

interventi del servizio sociale. Tali prescrizioni e disposizioni possono essere

modificate dal magistrato di sorveglianza competente per il luogo in cui si svolge la

misura. Si applica l'articolo 284, comma 4, del codice di procedura penale.

All'atto della scarcerazione è redatto verbale in cui sono dettate le prescrizioni che il

soggetto deve seguire nei rapporti con il servizio sociale.

Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto e lo aiuta a superare le difficoltà

di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e

con gli altri suoi ambienti di vita; riferisce periodicamente al magistrato di

sorveglianza sul comportamento del soggetto.

La detenzione domiciliare speciale è revocata se il comportamento del soggetto,

contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appare incompatibile con la

prosecuzione della misura.

La detenzione domiciliare speciale può essere concessa, alle stesse condizioni

previste per la madre, anche al padre detenuto, se la madre è deceduta o

impossibilitata e non vi è modo di affidare la prole ad altri che al padre.

Al compimento del decimo anno di età del figlio, su domanda del soggetto già

ammesso alla detenzione domiciliare speciale, il tribunale di sorveglianza può:

disporre la proroga del beneficio, se ricorrono i requisiti per l'applicazione della

semilibertà di cui all'articolo 50, commi 2, 3 e 5;

disporre l'ammissione all'assistenza all'esterno dei figli minori di cui all'articolo 21-

bis, tenuto conto del comportamento dell'interessato nel corso della misura, desunto

dalle relazioni redatte dal servizio sociale, ai sensi del comma 5, nonché della durata

della misura e dell'entità della pena residua.

Art. 47-sexies L. 354/1975 - Allontanamento dal domicilio senza giustificato

motivo


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto penitenziario, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Compendio del Diritto Penitenziario di autori vari, in cui sono trattati tali argomenti: Fonti e relativi articoli, l'ergastolo, rapporto tra legge penitenziaria e regolamento di esecuzione, Legge Gozzini, Amministrazione penitenziaria, ispettori, direttori, Corpo di Polizia, internati, detenuti, condannati.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penitenziario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Scomparin Laura Maria.

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