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6. Teorie della subcultura

Le teorie criminologiche degli anni ’50 e ’60 si concentrarono soprattutto sulla delinquenza giovanile.

Inoltre, i lavori sui conflitti naturali della Scuola di Chicago andarono a formare il concetto di subcultura.

Mettendo insieme queste due tematiche, i criminologi tentarono di studiare soprattutto le subculture

delinquenziali e le bande giovanili tentando di unire gli studi della Scuola di Chicago e la teoria dell’anomia

di Merton (criminalità urbana, giovani di classi inferiore soprattutto maschi).

- Subcultura della delinquenza di Cohen - “Delinquent boys” (1955): tenta di studiare come prende avvio

una subcultura delinquenziale. Cohen riscontra che la delinquenza si verifica più spesso tra maschi delle

classi inferiori soprattutto all’interno delle bande giovanili. Le subculture giovanili si caratterizzano per

comportamenti di tipo non unitario, prevaricatorio e negativo; non trova nelle subculture una

motivazione razionale ad eccezione per la ricerca di uno status tra pari. Queste bande erano versatili,

edoniste e autonomiste. Tutti i giovani, secondo Cohen, vanno alla ricerca di uno status sociale, ma quelli

provenienti da classi inferiori non possono competere con quelli di classi superiori, perché non hanno

vantaggi. I problemi di status tra diverse classi emergono fin da bambini: infatti le scuole e le istituzioni

riflettono valori e fini delle classi medie e li usano per giudicare anche coloro che vengono da classi

inferiori che inevitabilmente riceveranno un giudizio negativo frustrazione da status + meccanismo di

reazione-formazione, che porta a una reazione ostile ai valori delle classi medie. In alcuni casi,

l’adattamento sarà rappresentato da una soluzione collettiva che rende necessario modificare i mezzi per

raggiungere lo status subcultura delinquenziale: abbandonano e rovesciano il sistema di valori delle

classi medie, andando a inserirsi in una banda in cui possono ottenere uno status; quindi la subcultura

delinquente è una soluzione in risposta alla frustrazione di status dei giovani maschi delle classi inferiori.

La soluzione delinquenziale, poi, si diffonde attraverso la trasmissione di valore da un giovane all’altro

sviluppando poi una subcultura delinquenziale permanente, che attribuisce uno status a un

comportamento negativo e non utilitarista.

Cohen formula anche una teoria sulla delinquenza femminile e una su quella per gli appartenenti alle

classi medie. Le donne sarebbero frustrate dal doppio standard sessuale a cui reagiscono assumendo

comportamenti devianti di natura sessuale; gli uomini delle classi medie, invece, provano l’impulso di

esprimere la loro mascolinità per reagire alla crescente responsabilità delle donne, così la reazione-

formazione porta alla subcultura delinquenziale maschile che esalta comportamenti tipicamente maschili.

- Teoria delle opportunità differenziali di Cloward e Ohlin: secondo Cloward non esiste solo un insieme di

mezzi legittimi (teoria dell’anomia), ma anche una struttura illegittima delle opportunità. Quindi esistono

due canali (strutture di opportunità) che non sono accessibili allo stesso modo da tutte le classi sociali:

nelle aree urbane abitate dalle classi inferiori le possibilità legittime sono limitate, così si ricorre a quelle

illegittime che sono anche esse ben strutturate e limitate nell’accesso, come nel caso della struttura

legittima. Ogni forma di subcultura delinquenziale dipende dal grado di integrazione tra fasce d’età e tra

gruppi legittimi o no presente nella comunità. Sia le strutture illegali che quelle legali condividono il fine di

raggiungere profitto, di appartenere all’organizzazione sociale e di partecipare al processo politico. 3 tipi

ideali di subculture di gang delinquenziali:

1. Subcultura delinquenziale, tipica di una comunità pienamente integrata, in cui le bande giovanili

funzionano da apprendistato alle attività criminali.

2. Subcultura conflittuale, tipica di una comunità disgregata: manca una struttura illegale ben organizzata

ed esercita un controllo comunitario debole sui giovani. Le bande che si sviluppano in queste

comunità manifestano comportamenti incontrollati. Quindi comunità disgregate creano anche bande

disgregate, riflettendo sulle relazioni dei giovani e relazioni precarie e instabili all’interno del quartiere.

3. Subcultura astensionista, sia in comunità integrate che disgregate ci possono essere dei giovani che

non hanno accesso a nessun canale di opportunità; questi individui così sviluppano un altro tipo di

subcultura le cui attività sono finalizzare all’assunzione di droghe e all’ottenimento di soldi per questo

fine. Sono i giovani che non sono riusciti a ottenere successo né in modo legale che illegale.

 Sono i modelli subculturali a determinare le forme di comportamento delinquente.

- Teoria incentrata sulle classi inferiori di Miller: secondo Miller i valori delle classi medie sono considerati

dalle bande delinquenti meno importanti di quanto dicessero Cohen e altri. Sottolinea soprattutto le

differenze tra le varie classi sul piano degli stili di vita. La società è strutturata in gruppi o classi sociali con

una propria subcultura; usa il termine preoccupazione focale, cioè dettagli o aspetti particolari che

richiedono attenzione e cura costante all’interno della subcultura. Ogni subcultura si struttura in modo

uguale, con valori e comportamenti tipici; quindi anche quelle criminali hanno caratteristiche generali

simili a quelle non criminali. Miller cerca di distinguere alcuni elementi essenziali caratteristici di ognuna

subcultura, descrivendo un insieme di preoccupazioni focali che sono alla base delle motivazioni e delle

ragioni di molte forme di comportamento criminale delle classi inferiori. Molti atti criminali derivano dai

tentativi di adeguarsi agli standard della loro classe di appartenenza, e non tanto da violazioni dagli

standard della classe media. Generalmente, nelle classi inferiori gli incentivi a intraprendere un

comportamento criminale sono più forti che nelle altre classi, e quelli per evitarlo più deboli. Inoltre, le

bande giovanili svolgerebbero alcune funzioni vicarie all’assenza di una figura paterna presente in molta

parte delle famiglie delle classi inferiori.

- La subcultura della violenza di Wolfgang e Ferracuti: l’idea di subcultura della violenza risulta dalla

combinazione di diverse teorie: cultura del conflitto, teoria dell’associazione differenziale, teoria

dell’apprendimento, ecc.. malgrado i valori dei membri di una subcultura siano diversi da quelli

dominante, non necessariamente essi sono opposti o in conflitto col resto della società. Coloro che fanno

parte di una subcultura della violenza apprendono la propensione a praticarla e condividono un

atteggiamento favorevole ai metodi violenti.

Sviluppi e implicazioni politiche: le teorie delle subculture si basano essenzialmente sul legame esistente tra

classi inferiori e criminalità. Ma questi dati furono criticati con l’arrivo del nuovo approccio metodologico

dell’autodenuncia, che mostrano come la relazione tra classe e criminalità in realtà è debole. Modifiche

apportate alle teorie delle subculture (Matza): critica la concezione di Cohen che i valori di classi inferiori e

medie siano all’opposto; non è necessaria l’opposizione, ma una serie di razionalizzazioni o neutralizzazioni

che faccia aggirare i valori convenzionali non sempre si seguono i valori dominanti, ma talvolta i valori

sotterranei all’interno della cultura generale, non necessariamente in conflitto con quelli dominanti ma solo

alternativi. Altre teorie derivate dalle subculture: quasi-gruppi, ipotesi della meridionalità, densità della

popolazione

Queste teorie hanno avuto importanti implicazioni politiche: dato che secondo queste teorie la delinquenza

deriva dalla struttura della società, i politici fecero grandi sforzi per tentare di risanare la società dalle

fondamenta, tentando di applicare i concetti principali della teoria dell’opportunità- il progetto sub

culturale più famoso degli anni ’60 fu il Mobilization for Youth Project e furono avviati progetti educativi

scolastici.

7. Teoria dell’etichettamento (teoria procedurale, classica; conflittuale)

la

Anni ’60, svolta teoria nel campo della criminologia teoria dell’etichettamento si sviluppa a partire

dalle teorie precedenti ma guarda alla criminalità con un’ottica diversa, focalizzandosi sui vari modi in cui la

società reagisce ad essa, non tanto sulla devianza individuale (scuola della reazione sociale). I teorici

dell’etichettamento pongono in discussione la convinzione che faceva coincidere la natura dei criminali con

le loro azioni e mettono in evidenza il problema del significato di un’etichetta e l’effetto che ha sulla

persona etichettata.

Si fa risalire l’origine della teoria a un libro di Tannenbaum del 1938; la “drammatizzazione del male” deriva

dall’adattarsi di un individuo a un gruppo particolare, quindi la criminalità scaturisce dal conflitto tra un

gruppo e la società nel suo insieme in cui vi sono due definizioni opposte di comportamento conforme.

Secondo Tannembaum ogni volta che una persona viene sorpresa a commettere un atto deviante, gli viene

data un’”etichetta” che ne modifica l’autoimmagine e anche quello che gli altri pensano di lui l’affissione

delle etichette è il reale motivo della devianza.

Becker sostiene che l’esistenza della devianza dipende dai punti di vista di chi osserva perché i membri dei

vari gruppi hanno concezioni differenti di ciò che è giusto e conforme anche a seconda della situazione.

Inoltre per essere considerata tale deve essere scoperta da qualche gruppo che non ritiene conforme un

dato comportamento. Una persona può essere etichettata come criminale senza che lo sia realmente

perché agisce in maniera non conforme al gruppo che ha imposto le leggi. La sua definizione di devianza

non parte dal soggetto, ma da coloro che mettono in atto una reazione. Inoltre, venivano messe in

discussione le statistiche ufficiali come fonte per l’incidenza della criminalità.

- Come e perché gli individui vengono etichettati, ovvero la causa dell’etichettamento: i gruppi sociali

creano la devianza stabilendo delle regole la cui violazione costituisce un atto deviante e applicandolo a

particolari persone etichettate la devianza non consiste nella qualità dell’atto ma è conseguenza

dell’applicazione delle regole e sanzioni. La devianza è creata dalla reazione sociale: non è necessario che

il comportamento esista, ma che coloro che reagiscono credano che esista. Becker riscontra 4 tipi di

devianza:

1. Ingiustamente accusato: sia atti non commessi, che atti conformi contro i quali vi è una reazione come

se fossero devianti.

2. Deviante puro: percezione e realtà coincidono.

3. Conforme: segue le regole.

4. Segretamente deviante: atti devianti ma che non vengono portati alla conoscenza.

- Gli effetti dell’etichettamento sul comportamento deviante: in quest’ottica l’etichetta diventa un agente

causale che spiega il comportamento deviante. L’etichetta attrae l’attenzione di chi etichetta e a sua volta

la rafforza; la persona interiorizza l’etichetta arrivando a autodefinirsi deviante. Questi due processi

portano a un’espansione della devianza dando avvio a una carriera deviante. Reazione susseguente: gli

individui etichettati diventano più visibili, si ha maggior consapevolezza della loro esistenza; quindi si

rende più probabile la scoperta di atti criminali messi in atto da persone etichettate da parte delle agenzie

di controllo. Dato che l’etichetta sin dall’inizio ha più probabilità a venire data agli individui di classi

inferiori, si rinforza la loro immagine di devianti. Inoltre, una volta etichettati, questi individui avranno

meno mezzi legali, già prima esigui, per avere successo e di conseguenza useranno sempre più quelli

illegali effetti criminogeni dell’etichetta di deviante.

Lemert - devianza secondaria: oltre alla reazione della società, l’etichettamento può avere ripercussioni su

ciò che l’individuo pensa di se stesso. La persona etichettata, se non ha un’immagine di sé ben definita,

può accettare quella che offerta dagli altri, modificando la propria identità. Da questa situazione può

accadere che il deviante entri a far parte di una subcultura che produce altra devianza l’etichettamento

crea la devianza secondaria.

- Status egemone (Huges e Becker): caratteristiche principali di ogni individuo contrapposto agli status

ausiliari, cioè caratteristiche rilevanti ma secondarie. La devianza è uno status egemone, che tende a

globalizzare il giudizio che si può dare a quella persona.

- Interpretazione retrospettiva: le identità possono essere ricostruite per adattarsi alle etichette. Dato che

“criminale” è uno status egemone la gente pensa che non è possibile che la persona non lo fosse prima

del crimine che ha commesso; quindi i fatti precedenti vengono reinterpretati alla luce dell’etichetta.

Sviluppi e implicazioni: le idee sviluppate dalla teoria dell’etichettamento sono diventate parte integrante

della criminologia, seppur con aggiunte e chiarificazioni. Vd.Schur, 3 gruppi soggetti della reazione della

devianza: l’altro significativo, le agenzie di controllo, la società in senso lato. Sono anche state mosse

diverse critiche a questa teoria: no riscontri empirici, eccessiva semplificazione.. Ma questa teoria ha ben

messo in luce quali sono gli effetti della categorizzazione, che viene applicata, più o meno consciamente, a

vari livelli.

Da questa teoria si sono ispirati nuovi tipi di politiche e nuove sperimentazioni, soprattutto per quanto

riguarda i reati minorili: diversion (evitare le etichette per evitarne gli effetti negativi, rinunciando a azioni

giudiziarie nei loro confronti), equità processuale, depenalizzazione e deistituzionalizzazione per i malati di

mente.

8. Teoria del conflitto (teoria per lo più classica, strutturale e macroteorica)

Le teorie criminologiche del conflitto nascono insieme a quelle dell’etichettamento (anni ‘60/’70); si basano

sull’assunto fondamentale che sia la conflittualità più che il consenso a caratterizzare la società. Dunque,

sotto questa categoria di teorie si possono far convergere più approcci: teorie pluraliste (in ogni società

esistono gruppi diversi che lottano per tutelare i loro interessi) e le teorie del conflitto di classe (nella

società vi sono due classi o gruppi sociali che tentano di conquistare la posizione dominante uno sull’altro).

Il focus è l’uso del potere per creare e mantenere l’immagine del consenso; si concentrano (come le teorie

dell’etichettamento) sulla genesi e l’applicazione delle norme, non tanto sul comportamento individuale

(Vd. teoria del consenso).

Versione conservatrice del conflitto: i conflitti insorgono tra gruppi che tentano di esercitare il controllo su

eventi o situazioni particolari. Vd. questioni sociali: vari gruppi combattono per stabilire chi deterrà il

potere in un determinato ambito; lo scontro sociale nasce da aspetti problematici nella vita quotidiana a

seguito di pressioni da parte di un gruppo particolare; ogni gruppo che ha interesse in merito tenderà a

orientare l’esito a proprio favore. Il grado di influenza dipende dalle risorse a disposizione potere =

risorse. Le classi più alte hanno più risorse e quindi più potere nell’influenzare le decisioni: per questo

motivo i valori fondanti della società (es. leggi) sono espressione dei valori della classe media. La legge è di

per sé una risorsa e può essere usata dal gruppo “vincitore” a suo beneficio; chi applica la legge perpetua

inevitabilmente i valori espressi dalla norma mantenendo gli equilibri dei poteri costituiti. Inoltre, chi ha

valori opposti è più facilmente oggetto dell’attenzione dei rappresentanti della legge (Vd. teoria

dell’etichettamento). La legge incarna i valori di quelli che la creano, dunque criminalizza i

comportamenti degli individui non appartenenti al gruppo dei dominanti; il gruppo dominante tenderà a

usare questa risorsa per difendere i propri interessi e per non criminalizzare i suoi membri.

- Vold: la società è strutturata in gruppi in competizione tra loro. Il conflitto nasce quando diversi interessi

si sovrappongono; più è forte il conflitto più si consolidano i legami all’interno del gruppo. Il processo di

legislazione penale riflette i conflitti più profondi tra gruppi. L’incapacità dei gruppi di minoranza a influire

sulle leggi porta alla loro criminalizzazione.

- Turk: l’ordine sociale è come il prodotto del tentativo del gruppo dominante di controllare la società;

questo si attua trasfondendo i valori nelle leggi. Quanto è maggiore il potere del gruppo dominante, tanto

più alta è la criminalizzazione degli altri; se le classi inferiori sono organizzate vi è maggior conflittualità e

tassi di criminalità più alti.

- Quinney: teoria della realtà sociale della criminalità; nella sua formulazione risente sia dell’approccio di

Vold che dell’interazionismo simbolico (ostiene che la realtà è ciò che si pensa essere tale). Il crimine è per

lui il prodotto della reazione sociale e soprattutto di quella dei detentori del potere politico, che

definiscono le condotte criminali, creando le norme e includendovi i comportamenti per loro non

desiderabili. In questo modo, la natura politica delle norme penali discrimina gli strati subalterni. Quindi il

comportamento penale, e anche quello legale, sono socialmente costruiti, cioè derivano dalla classe che

ha il potere e fa le leggi.

Prospettiva radicale della teoria del conflitto: le posizioni radicali sono varie; una prima versione è fornita

da Chambliss che si interessò al processo di formazione delle leggi e alla loro applicazione partendo

dall’analisi del vagabondaggio. Il dominio di classe avviene in due modi: creando leggi penali che si

incentrano sui comportamenti delle classi inferiori e quindi criminalizzandole e diffondendo il mito della

legge come strumento al servizio degli interessi di tutti, Chambliss aveva dato il via ad una svolta

nettamente marxista.

La maggior parte delle versioni radicali della teoria si rifà agli scritti di Marx, anche se spaziano su più

prospettive diverse. Marx attribuiva le cause del conflitto sociale alla scarsità di risorse e alla disuguaglianza

nella loro distribuzione; il conflitto nasce tra chi deteneva il potere e chi ne era privo (cioè tra classe operaia

e borghesia per il controllo dei mezzi di produzione, cioè della proprietà privata). I criminologi marxisti

individuarono tre connessioni tra lotta di classe e criminalità:

1. La legge è uno strumento in mano alla classe dominante: le definizioni di crimine all’interno delle norme

penali riflettono gli interessi del gruppo dominante e difendono il loro controllo sui mezzi.

2. La criminalità è il prodotto della lotto di classe: se l’obiettivo è la ricchezza e la proprietà privata, la

classe operaia userà comportamenti criminali perché priva di altri mezzi.

3. Si può spiegare la criminalità attraverso la relazione con i mezzi di produzione.

Anche la criminologia usa concetti derivati dal marxismo, come:

- Classe sociale, come elemento costitutivo del capitalismo.

- Economia politica, nel senso di struttura economica, che, creando diseguaglianza economica crea di

conseguenza diseguaglianza sociale che a sua volta influisce sulle relazioni individuali; l’ineguaglianza fa

crescere la criminalità indebolendo i legami sociali.

- Disgregazione familiare, prodotta dalla diseguaglianza: situazioni negative in ambito lavorativo si

ripercuotono su famiglie disgregate e ambienti non desiderabili per i bambini.

- Condizioni economiche: es. la disoccupazione è associata al crimine,

- Plusvalore.

Realismo di sinistra: forma di criminologia radicale, anni ’80 con Young e Dekeseredy. Tentano di tradurre

le idee radicali in una politica sociale realista; l’obiettivo è quello di fornire ai politici una prospettiva di

utilizzo pratico basato sull’analisi scientifica della criminalità. Questa prospettiva si discosta dal marxismo,

ritenendo che la criminalità non è il prodotto del sistema capitalista, ma è comune in tutti i tipi di società.

Non attribuiscono le cause della criminalità alla disoccupazione e alla povertà, ma offrono una visione più

complessa ed elaborano quattro variabili esplicative della criminalità: vittima, reo, stato, comunità.

La criminologia anarchia è un’altra prospettiva radicale ancora diversa dal marxismo. I criminologi di

stampo anarchico considerano le autorità come agenti del dominio, che servono gli interessi di un gruppo a

spese degli altri. Tentano di demitologizzare i concetti che stanno dietro il sistema penale e all’ordine

legale, e al loro posto preferiscono un nucleo di idee e ragionamenti.

Sviluppi e implicazioni politiche: le teorie del conflitto seguono generalmente due strade di sviluppo. Uno è

lo studio dei differenziali di potere tra gruppi e processi discriminatori: alcune ricerche hanno trovato dati

empirici su discriminazioni per razza, genere, classe, ecc.. mentre altre non hanno trovato alcun

discriminazione sistematica. Un altro sviluppo è quello della trascendenza delle idee dominanti sul

controllo sociale.

Le teorie del conflitto hanno contribuito a suscitare un maggior interesse verso il sistema penale; le

proposte di cambiamento politico si orientavano verso una ristrutturazione della società secondo un

modello socialista. Inoltre vi furono programmi di giustizia sociale ispirati a queste teorie: riforme in campo

penale (penalizzazione dei reati economici, promozioni di misure alternative al carcere..), progetti per

ridurre il sovraffollamento dei carceri, strategie di controllo della criminalità.. inoltre venne incoraggiata

una ridefinizione della criminalità che includesse anche i danni subiti dalla comunità, come i reati dei

colletti bianchi.

9. Teoria del controllo sociale (teorie positiviste in quanto cercano di spiegare il comportamento;

procedurali; del consenso)

In seguito alla teoria dell’etichettamento e alle prospettive radicali dei teorici del conflitto, i criminologi

conservatori furono attratti dalla teoria del controllo, che sta a indicare tutti gli approcci analitici che

affrontano il controllo del comportamento umano. Queste teorie si basano sulla concezione della natura

umana che assume la devianza come un dato naturale: quindi non indagano perché una persona diventa

criminale, ma perché le persone tendono a seguire le regole. Tentano quindi di spiegare i fattori che

impediscono alle persone di diventare criminali e tentano di individuare i fattori sociali che possono

spiegare come gli individui vengano inibiti dal commettere azioni criminali. Possono essere definite teorie

della socializzazione: il processo di socializzazione è la forma di controllo più importante in quanto

mediante questa viene insegnato il modo “giusto” di fare le cose. Quindi è normale l’importanza che queste

teorie danno all’educazione primaria che è appunto finalizzata alla socializzazione per permettere

all’individuo di ricoprire un ruolo nella società. Postulano l’esistenza all’interno della società di un’insieme

di valori/convenzioni e di istituzioni sociali che rafforzano i legami sociali. Quando le istituzioni si

indeboliscono, si disgregano anche i legami tra individuo e ordine sociale e si favorisce l’insorgere della

criminalità.

Durkheim: teorizza che all’interno di ogni società c’è un certo numero di deviante, quindi la devianza

sarebbe un fattore “normale”. La criminalità quindi svolgerebbe una funzione specifica all’interno della

società, cioè contribuisce a mantenere l’ordine sociale: in quanto i confini tra atti consentiti e disapprovati

sono vaghi è la reazione sociale al comportamento deviante che aiuta le persone a stabilire cosa non

devono fare. In pratica, il comportamento è controllato dalla reazione sociale. Inoltre, egli mette l’anomia

in relazione con l’esistenza del controllo. Una società normale (non anomica) si distingue per il buon

funzionamento delle relazioni sociali e la chiara esplicitazione delle norme. Quando non vi sono più questi

fattori, la società diventa anomica e il controllo si deteriora e conduce alla criminalità.

Dopo Durkheim il concetto del controllo sociale si è modificato e si sono inseriti concetti di personalità e

socializzazione. Reiss combinò questi concetti con il lavoro della Scuola di Chicago, secondo la sua

prospettiva, la devianza è il prodotto di: mancato sviluppo dell’autocontrollo + allentarsi dell’autocontrollo

+ assenza o conflitto con quelle regole sociali introiettate mediante l’influenza di gruppi sociali significativi

(scuola, famiglia..).

Un approccio ancora diverso è quello della teoria del contenimento di Reckless: spiega la delinquenza

come interazione tra la forma di controllo interna e quella esterna. Il contenimento interno è pensato come

una delle componenti del Sé, che include autocontrollo, autostima, tolleranza alla frustrazione,

responsabilità.. Ognuno ha una concezione di sé che si forma sin da giovani; la qualità di questa concezione

fa da ammortizzatore alle influenze esterne. Il contenimento esterno è costituito dall’ambiente sociale,

come la famiglia, la scuola, attività sociali, senso di appartenenza..

Matza: in un suo primo lavoro aveva teorizzato che i delinquenti sono legati al sistema di valori dominanti e

che chi diventa delinquente diventa “libero” di esserlo attraverso l’uso di tecniche di neutralizzazione, cioè

strategie che permettono di sospendere temporaneamente la fedeltà del futuro criminale al sistema di

valori a cui aderisce (negazione della responsabilità, del danno, della vittima, condanna di chi condanna,

richiamo a lealtà più alte).

In seguito, Matza formula il concetto di legame con l’ordine morale, cioè il legame esistente tra gli individui

e i valori sociali dominanti. La criminologia dovrebbe riuscire a spiegare come questo legame si rafforzi o si

indebolisca. Una volta messa in atto la neutralizzazione, gli atti criminali sono più accessibili, ma l’individuo

può ancora scegliere se commettere il crimine o rientrare nella conformità.

Più recente, è la teoria del controllo sociale di Hirschi in cui delinea più chiaramente il concetto di legame

sociale. Non divide gli individui come conformi o devianti, ma ritiene che ogni comportamento rifletta gradi

diversi di moralità (Vd. Durkheim). Secondo lui, il potere delle norme interiorizzate, la coscienza e il

desiderio di approvazione incoraggiano i comportamenti convenzionali. Ogni persona decide se

intraprendere comportamenti devianti o meno (Vd. Matza) e spiega questa scelta in base all’indebolimento

o alla rottura dei legami sociali. Gli individui sono egoisti e cercano di ottenere sempre i massimi benefici

per loro. La società deve limitare questo comportamento, ma quando i limiti si indeboliscono, il

comportamento egoista e deviante si manifesta maggiormente. Sul tema della disgregazione del controllo

sociale si avvicina al lavoro della Scuola di Chicago, ma Hirschi si oppone alla concezione relativista del

comportamento deviante. Distingue quattro elementi che influenzano i legami tra gli individui e la società:

1. Attaccamento: inibisce la devianza ed è alla base della conformità.

2. Coinvolgimento: grado di attività, tempo e energia a disposizione per il comportamento, che sia

conforme o meno. La partecipazione alla vita associativa accresce il livello di conformità.

3. Impegno: investimento dell’individuo nella società conforme; chi ha investiti nella società avrebbe molto

da perdere con un comportamento deviante.

4. Convinzione: riconoscimento della validità delle regole sociali vigenti.

Teoria generale della criminalità di Gottfredson e Hirschi = teoria dell’autocontrollo: elementi chiave sono

le propensioni latenti e le condizioni in cui la propensione si traduce in crimine. Ridefiniscono il concetto di

reato per poterlo estendere a varie forme di crimine: atti di forza o frode intrapresi nel perseguimento di

uno scopo individuale. Secondo questi autori, il crimine è un problema di basso autocontrollo (tema

derivato dalle teorie del controllo sociale): idea per cui le persone sono diversamente vulnerabili rispetto

alla tentazione del momento, cioè la capacità di limitarsi di ognuno. Una ridotta capacità di controllarsi

Gli

aumenta la probabilità che un individuo commetta un reato. individui che hanno certi tratti

(impulsività, insensibilità, egocentrismo, intelligenza inferiore alla media) hanno un autocontrollo più

ridotto soprattutto quando si tratta di considerare le conseguenze. Questi tratti vengono assunti in età

precoce; è quindi il modo di educare i bambini a che influenza il formarsi di propensioni al crimine. I tratti

criminali fanno parte della natura umana, e se non vi è adeguata socializzazione il bambino avrà più

probabilità di diventare un criminale.

Sviluppi e implicazioni politiche: secondo le verifiche effettuate, la teoria del conflitto si presta bene a

spiegare i reati minori ed è confermata la correlazione tra attaccamento e criminalità (anche se l’effetto

causale è dubbio). Può spiegare l’abbandono spontaneo della delinquenza, soprattutto per quanto riguarda

i reati commessi in adolescenza e il legame con l’impegno sociale. Inoltre la combinazione tra propensione

ed eventi apre la strada a molte ricerche attuali che considerano le differenze individuali psicologiche e

biologiche in relazione all’ambiente sociale come possibile spiegazione del crimine.

Le teorie del controllo suggeriscono di mettere in atto programmi politici di buon senso per controllare la

criminalità; programmi volti a promuovere il coinvolgimento sono i programmi scolastici, ricreativi,

associazioni e in generale programmi di socializzazione per i bambini.


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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vers.13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Ceretti Adolfo.

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