Orientalismo: l’antropologia e il problema della rappresentazione dell’altro
Edward Said nasce a Gerusalemme nel 1935 in una famiglia dell’alta borghesia cristiana (protestante). Trascorre la sua infanzia tra Gerusalemme e il Cairo, dove il padre ha la sua attività lavorativa e dove la famiglia si trasferisce definitivamente nel 1947. Negli anni '50 il padre lo manda a completare gli studi negli Stati Uniti, dove studia letteratura nelle università di Princeton e Harvard. Diventa professore di Letteratura comparata alla Columbia University di New York. Nel 1978 pubblica Orientalism. Western conceptions of the Orient. Come egli stesso afferma nel suo libro “Sempre nel posto sbagliato”, la sua vita viene continuamente influenzata dal suo essere halfy (nato e cresciuto in due colonie del medio oriente e studiare in un paese completamente diverso; questo tema viene ripreso anche dalle studiose antropologhe successive). Edward decide di occuparsi di Orientalismo a causa della sua consapevolezza di essere “orientale”.
Introduzione a “Orientalismo” (approfondimento)
Per gli americani il concetto di Oriente suscita in genere associazioni con l’Estremo Oriente come la Cina e il Giappone. Diversamente da ciò che accade per gli americani, gli europei e in particolar modo i francesi e gli inglesi (in minor misura anche tedeschi, russi, spagnoli, portoghesi, italiani e svizzeri) hanno una lunga tradizione orientalista: vale a dire il modo di mettersi in relazione con l’Oriente.
L’Oriente non è solo adiacente all’Europa ma è anche la sede delle più antiche, ricche ed estese colonie europee. L’oriente rappresenta per l’Europa il simbolo del Diverso, ed è stato il modo in cui l’occidente per contrapposizione ha definito l’immagine, l’idea e la personalità dell’Europa.
Il concetto di “Orientalismo” promulgato dall’Europa ha una storia antichissima e venne continuamente sorretto da un lessico specifico, dalle immagini, dagli insegnamenti. In confronto le conoscenze statunitensi possono apparire superficiali, anche se a causa dei conflitti con il Giappone e la Corea gli americani hanno cominciato ad intraprendere alcuni studi sull’Oriente.
- L’accezione più comune del termine “orientalismo” (o “orientalistica”; nel periodo più recente si preferisce utilizzare “studi orientali” o “areas studies” in parte per la loro maggiore specificità e in parte perché meno legate all’atteggiamento di superiorità dell’imperialismo europeo del 19 e 20 secolo. Anche se cambiano il nome, il significato non cambia: l’orientalismo sopravvive in ambito accademico) è di pura natura accademica: rappresenta l’insieme delle discipline che studiano i costumi, la letteratura, e la storia dei popoli orientali. “Orientalista” è colui che pratica queste discipline.
- In un'accezione più ampia del termine “orientalismo” si riferisce ad uno stile di pensiero (dell’uomo europeo) fondato su una distinzione sia ontologica sia epistemologica tra “Oriente” ed “Occidente”. Rappresenta le idee che l’uomo europeo si era fatto sull’Oriente, spesso queste idee non coincidevano con la realtà ma erano sorrette dalla antica convinzione dell’uomo bianco di essere superiore agli altri. In virtù di questa distinzione molti scrittori, poeti, amministratori coloniali hanno adottato la contrapposizione tra “Oriente” ed “Occidente”.
- L’interazione tra orientalismo accademico (1) ed extraccademico (2) non è mai mancata; nell’1800 queste due accezioni del termine si mischiano ulteriormente, le informazioni accademiche sull’oriente vengono adattate e modificate (fino a renderle fittizie) per giustificare il colonialismo europeo in Oriente. Si cerca di far apparire l’uomo europeo come superiore per giustificare le invasioni coloniali.
La cultura europea ha saputo creare l’Oriente in campo politico, sociologico, militare, politico, ideologico… A causa dell’orientalismo l’Oriente non è oggetto di teorie liberamente concepiti (=ancora oggi è il luogo degli stereotipi allora concepiti). Sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ossia prima dell’apogeo dell’influenza politica degli Stati Uniti, parlare di orientalismo significava soprattutto parlare di un’impresa culturale britannica e francese. In quel periodo l’egemonia di questi due stati comprendeva l’intera India e tutti i luoghi biblici ed era basata sul commercio delle spezie e su una lunga tradizione coloniale. Gli “esperti”, gli studiosi universitari dei due stati egemoni in questo periodo si impegnano a raccogliere informazioni (anche se molto spesso pregiudizi come il dispotismo, crudeltà, sessualità orientali) sugli stati in questione adattandole più o meno all’uso occidentale.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’egemonia passa agli Stati Uniti insieme a molte nozioni e atteggiamenti nei confronti dell’Oriente coltivati in precedenza da Francia e Gran Bretagna. Da questa mole di informazioni tramandate è scaturita l’enorme mole di testi “orientalisti”.
L’Oriente non è un’entità naturale data così come non lo è l’Occidente, “l’Oriente” e “l’Occidente” sono il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell’uomo. Tuttavia ciò non significa che l’Oriente sia essenzialmente solo un’idea o una costruzione culturale priva di corrispettivo materiale, ma come accade anche in Occidente, in Oriente vi sono popolazioni con storia e costumi che non dipendono da ciò che viene detto in Occidente.
Il concetto di Oriente come lo intendevano gli europei non è nato con il puro gusto di immaginazione; il rapporto tra Oriente e Occidente è nato come una questione politica, di dominio e di egemonia. È stato possibile orientalizzare l’oriente in quanto spesso i colonizzatori si trovavano in una condizione privilegiata: sesso maschile, in una condizione agiata (come accadde a Flaubert che incontra la cortigiana egiziana, la sua condizione di superiorità non solo gli “permette” di possederla ma anche di descriverla come una tipica donna orientale che non parla mai di sé, non esprime le proprie emozioni, la propria sensibilità o la propria storia. La struttura di miti e bugie su cui si basa l’Orientalismo non si dissolverebbe come la nebbia spazzata dal vento ma ha una struttura solida ed è la massima espressione del dominio euroamericano.
Le origini della categoria del medio oriente
L’espressione “Medio Oriente” compare in un testo scritto agli inizi del ‘900 (nella lingua parlata era già diffuso nella metà dell’800, indicava una zona che stava a metà tra l’Oriente e l’Occidente). Questa espressione nacque da uno storico militare americano a scopo espansionistico e comprendeva il territorio al di sopra del Golfo Persico, compreso tra l’altipiano anatolico e quello iranico (zona occupata dagli Ottomani). Le grandi potenze del tempo come Gran Bretagna, Russia e Germania si spartirono questo territorio. A partire dal secondo dopoguerra la regione rimane al centro degli interessi europei e statunitensi per diversi motivi: le risorse petrolifere, la questione israelo/palestinese, i progetti di costruire una nazione panaraba (movimento politico che mira a riunire in un organismo federativo tutti i popoli arabi).
L’attività di denominazione di un determinato luogo ha sottolineato un sentimento di superiorità degli europei. Inoltre l’attività di dominazione viene spesso accompagnata da un’imposizione della propria visione del mondo.
La denominazione del M.O tuttavia non è stato un esercizio esclusivo dell’Europa: già nell’8 secolo con l’espansione araba nelle terre del Nordafrica si diede un nome a questi luoghi. I geografi chiamarono questa regione Maghreb (il luogo dove tramonta il sole). Maghreb è stato anche utilizzato per indicare la regione dell’impero coloniale francese in Nordafrica (Marocco, Algeria, Tunisia).
La traduzione araba del Medio Oriente (al sharq al awsat) è documentata a partire dagli anni 50 del ‘900. Esiste inoltre un quotidiano internazionale in lingua araba così denominato e fondato a Londra nel 1978.
Sul versante scientifico le diverse tradizioni nazionali e disciplinari hanno portato spesso a chiamare in modi diversi le medesime zone territoriali come ad esempio “Vicino Oriente”. Le discipline come l’archeologia classica e la storica antica tendevano a denominare quei luoghi come Vicino Oriente; nella storia contemporanea e anche in alcune scienze politiche e sociali come l’antropologia si utilizza il nome di Medio Oriente.
Il “Medio Oriente” non è un luogo geografico in quanto non vi sono contorni netti a racchiudere una determinata zona, bensì è un’etichetta geopolitica. L’antropologia del Medio Oriente nasce verso la metà del ‘900 nelle università americane a causa delle riorganizzazioni delle scienze sociali e della nascita di area studies (si cerca di studiare un determinato territorio in ogni ambito disciplinare come l’economia, la sociologia, l’antropologia culturale).
La nascita dell’antropologia culturale del Medio Oriente è stata anche influenzata dal concetto di area culturale (=aree geografiche distinte che hanno dei tratti in comune: lingua, tradizioni, riti…). Il Medio Oriente era considerata un’area culturale e fu un aspetto importante per l’antropologia statunitense. In questo periodo (dagli anni 50 del ‘900) gli studi antropologici si intensificano, tuttavia già negli anni ‘20 e ‘30 alcuni studiosi isolati se ne erano occupati tra cui Robert Montagne dei Berberi del Marocco, Edmund Leach di curdi iracheni, Hilma Granqvist della Palestina.
Il Medio Oriente degli antropologi si estende su un’area più vasta e le ragioni di questo fatto sono storico-religiose e culturali: esse rappresentano l’area conquistata dagli imperi islamici (Umayyade, Abbaside e Ottomano); inoltre alcune pratiche culturali e sociali ricorrono in tutta l’area pur nella specificità delle singole tradizioni locali.
Dopo gli attentati delle Torri Gemelle (2001), nella cornice della guerra contro il terrorismo islamico gli Stati Uniti (e le altre potenze occidentali) rivedono la loro definizione e rimodellano le loro politiche alla luce della nuova categoria di Grande Medio Oriente. Confini di quest’ultima coincidono con quelli del Medio Oriente nella definizione antropologica, ma le ragioni della circonscrizione sono altre: George W. Bush pensava all’insieme degli «stati canaglia» dove poteva annidarsi il terrorismo islamico, e quindi stabiliva M.O. = islam (anche se questo non è corretto in quanto si possono trovare diverse religioni in questi territori).
Molto spesso il M.O fu visto come un mosaico di popoli e culture nettamente circoscritto ma per diversi fattori questo aspetto non è corretto:
- I popoli e i gruppi etnici non sono statici.
- I confini della regione sono regolarmente attraversati da individui, beni e idee.
- La presenza di migranti nel territorio.
L’antropologia del Medio Oriente nasce “tardivamente” considerando il fatto che questa disciplina aveva una storia già consistente alle spalle. Una delle ragioni dell’esitazione di fronte alle società di quest’area è legata alla sua complessità. Fino a quel momento infatti l’antropologia studia le società semplici (o primitive) come alcune società della Somalia, dell’Africa e dell’Oceania. Inoltre l’altra ragione del ritardo è dipesa dalla necessità del confronto con altre discipline che avevano una lunga tradizione di studi su quell’area (la filologia, la linguistica, la storia, la filosofia…). Tuttavia, mentre queste discipline si sono occupate della tradizione “colta” (“grande tradizione”) che si trovava quasi sempre nei testi scritti, l’antropologia si occupa più della “piccola tradizione” ossia quella trasmessa oralmente e legata alla vita quotidiana delle comunità.
Il medio oriente e la società beduina
L’esordio dell’antropologia nel Medio Oriente riguardò lo studio delle società beduine di piccole dimensioni. L’antropologia cercò di trascurare i contesti urbani per la loro estrema complessità. L’antropologia politica in particolare si occupò della società senza stato basata sui gruppi di discendenza, sulle tribù e sui lignaggi (tutti gli aspetti appartenenti alle tribù beduine). I beduini sono i pastori nomadi, allevatori di cammelli, pecore e capre che abitano nelle aree desertiche del M.O.
La pastorizia nomade è una forma di sussistenza efficace e rappresenta un adattamento all’ambiente, tuttavia bisogna tenere in considerazione l’importanza delle relazioni con le comunità agricole e i centri urbani dove avvengono spesso degli scambi di merci che i beduini non sono in grado di procurarsi, ma anche alla rotazione dei campi per far pascolare il bestiame. Nel periodo postcoloniale i gruppi di beduini, considerati arretrati in quanto nomadi, sono stati coinvolti in piani di sedentarizzazione e di integrazione nelle società industriali come agricoltura, trasporti, commercio e anche il turismo.
Il sistema politico delle tribù beduine è basato su un modello lignatico segmentario organizzato sulla discendenza patrilineare, l’appartenenza al gruppo viene trasmessa dal padre al figlio. [Manca una parte da vedere sul libro] Sono preferiti i matrimoni tra cugini incrociati: figli di due fratelli.
Il medio oriente e il lavoro delle antropologhe negli anni '70-'80
Negli anni '70 l’antropologia femminista denunciava l’andocentrismo (nel nostro caso la tendenza inconsapevole a prendere in considerazione opinioni esclusivamente maschili, non considerando quelle femminili) che aveva caratterizzato la produzione dell’antropologia culturale fino a quel momento. Gli interlocutori principali degli antropologi nei diversi contesti, e in modo particolare in Medio Oriente, sono stati gli uomini come ad esempio i leader tribali e gli anziani, ritenuti i soggetti più informati sulla struttura e il funzionamento della società. Le donne erano ritenute lontane dall’ambito politico, confinate nei loro mondi domestici.
Le antropologhe che hanno esposto queste teorie spesso sono delle halfies (mezze): figlie di coppie miste come accadde nel caso di Abu-Lughod; oppure sono studiose originarie di paesi meridionali che hanno studiato nelle università americane ad esempio Suad Joseph. Le due antropologhe, e in generale le antropologhe donne, sostengono:
- L’importanza di entrambi i punti di vista sulla società per poter comprendere al meglio il funzionamento della stessa.
- L’importanza dei due punti di vista per non subire le influenze legate al proprio genere, l’etnografo non è un osservatore neutro.
Queste antropologhe si sono impegnate a smontare lo stereotipo orientalista delle donne sottomesse e passive, vittime dell’oppressione islamica. Esse si sono concentrate in primis sulle relazioni della vita quotidiana, con lo scopo preciso tuttavia di mettere in discussione il fatto che la sfera di influenza femminile fosse circoscritta all’ambito domestico. Le studiose ritengono che i mondi degli uomini e delle donne si siano separati nella vita quotidiana, ma il mondo delle donne è anche politico:
- Esse si occupano della circolazione delle informazioni tra gruppi patrilineari diversi.
- Sono le prime protagoniste negli accordi matrimoniali; esercitano quindi un controllo sociale.
Abu-Lughod pubblica “I sentimenti velati” che è il prodotto della sua indagine etnografica svolta alla fine degli anni '70 e all’inizio degli anni '80 sulla tribù di Awlad ‘Ali del deserto occidentale egiziano. In questo libro è concentrata a cogliere il punto di vista di questa tribù, ma soprattutto il suo intento è quello di cogliere il modo di pensare e di venire a patti delle donne in una società che gli mette in una posizione di subordinazione. Scopre che è importante il legame di sangue, quindi l’appartenenza a un gruppo di discendenza patrilineare, a cui è legato anche un codice morale che deve essere rispettato sia dagli uomini sia dalle donne (anche se in maniera diversa da queste ultime). Nonostante la discendenza patrilineare sancisca l’uguaglianza di tutti gli uomini appartenenti alla tribù, di fatto vi sono delle gerarchie dovute alla capacità di adempiere o meno il codice morale.
Il codice d’onore più importante di questa tribù è lo sharaf = onore maschile, generosità, ospitalità, lealtà, sincerità ma soprattutto l’indipendenza (sia economica ma soprattutto quella legata alle passioni, all’amore per le cose materiali; all’indipendenza dagli istinti naturali).
Ed è proprio in virtù di questo codice morale che vi è la principale differenza tra gli uomini e le donne (e i bambini): gli uomini sono ritenuti gli unici in grado di adempiere a pieno a questo codice morale poiché gli unici in grado di possedere la completa indipendenza; le donne, al contrario, sono per definizione dipendenti da qualcuno e in primis sono dipendenti dai processi biologici (il ciclo mestruale, la gravidanza); questa perenne dipendenza rende le donne moralmente inferiori. Le donne (ma anche i giovani) che occupano una posizione di dipendenza, possono rivendicare l’onore portando il rispetto a coloro che sono.
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Riassunto esame di Antropologia del Medio Oriente, prof. Sacchi, libro consigliato Musulmane Rivelate - Ruba Salih
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