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dipendono dalle specificità culturali, strutturali e istituzionali nei vari contesti. Possiamo distinguere

diverse situazioni:

Alternativa al matrimonio= è il caso di chi rifiuta il matrimonio per motivi ideologici.

- Preludio al matrimonio= è il caso di chi considera il vincolo coniugale come la condizione

- migliore per costruire una famiglia, ma non esclude la convivenza in una prima fase.

Periodi di prova= chi avvia la convivenza per valutare se l’unione funziona.

- Alternativa al vivere da soli= è il caso di chi non è interessato a formare una famiglia, ma

- ritiene la convivenza una sorta di accettazione sociale.

Non praticabilità al matrimonio= chi convive ma non può sposarsi.

-

La crescita del fenomeno della convivenza è provato dall’aumento delle nascite extra nuziali, salite

a oltre 1 su 4 alla fine del 2010. Le coppie di fatto presentano un maggior rischio di sciogliersi

rispetto a quelle con vincolo coniugale.

SEPARAZIONI E DIVORZI.

Il passaggio da una società nella quale la volontà individuale pesava in modo limitato sull’accesso

al matrimonio, a una nella quale è la scelta personale che determina la formazione e la durata

dell’unione, è senz’altro uno dei cambiamenti epocali di maggiore impatto. L’incidenza delle rotture

coniugali ha evidenziato un andamento crescente lungo tutto il ‘900 con un’accelerazione a partire

dagli anni’60. In Italia, il divorzio è stato introdotto nel 1970 e ciò ha portato ad un’impennata degli

stessi negli anni successivi. Si osserva che:

L’Italia risulta uno dei paesi sviluppati con durata media più alta dei matrimoni che esitano

- in divorzio.

Una percentuale rilevante di coppie italiane separate che non sanno se divorziare o

- ricomporsi.

FAMIGLIE RICOSTITUITE E NUCLEI MONOGENITORI.

All’aumento dell’instabilità delle unioni, corrisponde anche un aumento di persone che vivono da

sole. Sempre più patner provengono da situazioni coniugali precedenti. Si possono verificare due

situazioni:

La coppia ricostituita può essere sposata o solo convivere.

- Entrambi i patner possono avere un fallimento coniugale alle spalle o solo uno dei due.

- Possono esserci o meno figli di unioni precedenti.

- La coppia può avere o meno figli propri.

-

Una tipologia in forte ascesa è quella delle famiglie con un solo genitore come conseguenza di una

separazione o della maggiore autonomia della donna. Le famiglie mono genitore sono però più

vulnerabili.

COPPIE MISTE.

Le coppie miste sono formate da persone eterogenee per nazionalità. Ci sono diversi fattori

sottostanti da considerare:

Aumento dell’immigrazione straniera.

- Aumento della mobilità verso altri paesi.

- Aumento all’apertura al confronto multietnico e multiculturale.

- Nuovo ruolo della donna.

-

L’ISTAT definisce misto il matrimonio in cui uno dei due sposi è di cittadinanza straniera e l’altro è

italiano. L’unione coniugale tra un italiano e una cubana è considerata mista; quella tra un egiziano

e una cubana NO. La diffusione delle coppie miste è sintomo di una maggiore integrazione degli

immigrati, per i quali il matrimonio (con un patner italiano) può rappresentare una via di accesso

privilegiata alla cittadinanza italiana. Il matrimonio implica un maggiore riconoscimento sociale al

quale corrispondono diritti e doveri.

La propensione a scegliere un coniuge straniero è 4 volte maggiore per i maschi italiani rispetto alle

donne. Nelle coppie miste l’uomo italiano è generalmente più anziano e la donna straniera è più

giovane; il viceversa vale per le donne.

CAPITOLO 5. – FARE FIGLI.

La permanenza nel tempo della popolazione è assicurata dal susseguirsi delle generazioni attraverso

i processi di riproduzione. Affinché avvenga il “rimpiazzo” completo, ogni individuo che ne fa

parte dovrebbe mettere al mondo almeno un figlio. Naturalmente si tratta di un valore ideale: non

tutti gli individui hanno figli perché o non ne vogliono o non possono averne. Alcuni bambini non

vivono abbastanza a lungo per generare altri bambini. Gli individui che hanno figli, possono avere

comportamenti molto differenti in termini di intensità (quanti figli avere) e di cadenza (quando

averli), sulla base di scelte individuali, sociali e culturali.

LE MISURE DELLA FECONDITÁ: Intensità e cadenza.

La demografia si occupa prevalentemente di studiare la fecondità perché rappresenta il risultato

finale del processo riproduttivo. L’indicatore principale per misurare la discendenza finale di una

generazione è il tasso di fecondità totale (tFt) che indica il numero medio di figli messo al mondo da

ciascuna donna. Le donne per contribuire all’aumento della popolazione dovrebbero mettere al

mondo almeno due figli ma in realtà, a causa dell’elevata mortalità infantile (soprattutto nei paesi

sottosviluppati), ne servirebbero un po’ di più. Un indicatore analogo al Tft atto a misurare il livello

medio della fecondità in un dato periodo storico (generalmente un anno) è il tasso di fecondità del

momento (Tftm). Tecnicamente, questo tasso esprime il numero medio di figli per donna,

appartenente a una data generazione nel corso della sua vita riproduttiva (Es: il numero medio di

figli prodotti da ciascuna donna del 1987 è 2).

Caratteristiche del Tasso di fecondità del momento (Tftm):

1. Tende a essere più basso rispetto al Tft, quando le generazioni più giovani decidono di avere

figli più tardi (posticipazione).

2. Tende a essere più alto del Tft, quando è in atto un processo di anticipazione della nascita

dei figli.

GLI ANDAMENTI RECENTI IN ITALIA E NEL RESTO DEL MONDO.

In Italia, a partire dal secondo dopo guerra, vi è stato un crollo della fecondità. Il minimo storico è

stato raggiunto nel 1995 con un numero medio per donna pari a 1.19 –> si è trattato di uno dei

livelli più bassi del mondo. Da allora, la fecondità è lievemente risalita. L’ISTAT ci aiuta a capire i

motivi di questa lenta ripresa:

1. Il contributo delle nascite dai cittadini stranieri;

2. Il contributo delle 40enni. Oltre l’8% dei nati nel 2012 ha madre con oltre 40 anni di età.

3. Il contributo delle nascite da coppie di fatto (132 mila). Un nato su 4 nasce all’interno di una

coppia non sposata.

TEORIE ESPLICATIVE DEL DECLINO DELLA FECONDITÁ.

L’aumento repentino delle nascite verificatosi a partire dagli anni ’50, prima negli USA e poi in

tutta Europa, in un periodo di forte crescita economica, è stato un fenomeno inatteso e inspiegabile

dalla demografia. La fecondità realizzata deriva dall’incontro fra offerta e domanda di figli: l’offerta

indica la capacità di generare figli; la domanda dipende dal numero di figli desiderato.

La domanda di figli si riduce per l’aumento della sopravvivenza infantile che consente di avere lo

stesso numero di adulti con una fecondità minore. Un secondo elemento è la riduzione del valore

economico dei figli, i quali sono considerati una ricchezza per le famiglie e una fonte di

sostentamento per la vecchiaia. Nei primi anni di età, però, i figli sono un costo.

Vi è un legame fra lo status della donna in termini di fecondità con il sistema di genere, cioè:

Il complesso della stratificazione di genere= il sistema di disuguaglianze fra membri maschi

- e femmine di una società.

I ruoli di genere= riguarda la divisione del lavoro tra uomini e donne, all’interno della

- famiglia, in termini di tempo dedicato alla cura domestica e i figli.

CAPITOLO 6- VIVERE BENE E A LUNGO.

Tutti dobbiamo morire: questa certezza nasce con noi e ci accompagna per tutta la vita.

Prima dell’innesco della transizione demografica, la storia dell’umanità è stata

sostanzialmente dominata dalla demografia naturale ovvero da una lunga fase in cui gli

esseri umani sono stati impotenti di fronte ai cataclismi. Con la transizione demografica,

l’uomo diviene concretamente consapevole dei propri mezzi e delle possibilità di tenere

sotto controllo i fattori che mettono a rischio la sopravvivenza; inizia la lunga lotta contro la

mortalità.

Con la transizione sanitaria, l’uomo si è reso conto di poter tenere sotto controllo le

malattie infettive, grazie alle proprie conoscenze mediche e scientifiche.

MISURARE LA LUNGHEZZA DELLA VITA.

La demografia non risponde alla domanda sulla lunghezza biologica della vita. La

disciplina fornisce una misura del tempo mediamente trascorso in una vita dagli individui di

una certa generazione. Per stabilire quanto resta da vivere agli individui che hanno

raggiunto una certa età, bisogna costruire la tavola di mortalità: uno strumento tecnico-

analitico. L’indicatore di sintesi più importante della tavola di mortalità è la speranza di vita

alla nascita. Facciamo alcune considerazioni:

La speranza di vita può anche definirsi come numero medio di anni vissuti, ovvero

- la permanenza media in vita.

La scommessa individuale sulla lunghezza della propria vita dipende dalla

- performance collettiva in termini di capacità di sopravvivenza.

Per sapere quanto tempo si vive, occorre aspettare il decesso di tutti gli individui

- appartenenti a una certa generazione.

LE DIFFERENZE PER ETÁ E PER GENERE - Moriremo tutti centenari?

Demograficamente, ciascun individuo “pesa” nella popolazione per il tempo che vi

permane. Tanto più è elevata l’età del decesso, tanto più lungo sarà stato il tempo di

permanenza e tanto maggiori saranno le opportunità di contribuire allo sviluppo della

popolazione. Il momento della nascita e i mesi successivi, sono estremamente delicati per

il bambino; esso è esposto a rischi di morte legati alle basse difese immunitarie e ai

problemi del parto. Superato il primo scoglio, i rischi di morte sono relativamente bassi per

tutte le età giovanili e adulte, per poi ricominciare a crescere con l’avanzare dell’età. Una

prima criticità è la mortalità dei tardo adolescenti a causa, soprattutto, di incidenti- traumi o

malattie (HIV). Una seconda criticità emerge in corrispondenza delle fasce in età

lavorativa, quando gli individui sono esposti ai rischi di morte a causa delle attività svolte.

Nella fase più avanzata del ciclo di vita, ossia l’età di pensionamento che inizia a 65 anni, i

rischi di morte crescono a causa dell’effetto età: con l’avanzare d’età, le difese biologiche

si abbassano e il rischio di morte è più alto.

Per ogni fascia d’età ci sono rischi di morte diversi:

in età infantile il rischio di morte è legato alle basse difese immunitarie;

- durante l’adolescenza sono frequenti i decessi per incidente e malattia infettive;

- in età lavorativa i rischi sono legati all’attività lavorativa;

- in età avanzata (over 65) i rischi di morte crescono a causa dell’effetto età.

-

VIVERE IN BUONA SALUTE.

L’aumento della sopravvivenza è sempre legato ai progressi medico-farmacologici e al

miglioramento della situazione sanitaria. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità,

la salute è “lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non semplicemente

l’assenza di malattie (Esempio: se ho fame non sono in salute).

La probabilità di avere un cattivo stato di salute aumenta con l’età, ma non solo. Un’analisi

delle differenze di salute fra tipologie diverse di individui mostra il permanere di importanti

differenze socio-economiche. Prima di tutto, le persone meno istruite e con peggiori

condizioni di vita hanno una vita più breve rispetto a chi non lo è. Un altro aspetto rilevante

sono le persone che ti circondano, esse possono influenzarti a livello psichico e morale.

Secondo l’organizzazione mondiale della sanità, la salute è “lo stato di completo

benessere fisico, psichico e sociale” e non semplicemente l’assenza di malattie. La

probabilità di avere un cattivo stato di salute aumenta con l’età e dipende sia dalla propria

condizione socio-economica sia dalla qualità delle persone che ci circondano.

NON TUTTI UGUALI DI FRONTE ALLA MORTE.

Le persone più istruite e più ricche hanno una durata media di vita più lunga. Ad esempio,

un imprenditore ha speranza di vita all’incirca di 81,2 anni; un operaio ha speranza di vita

fino a 78,6 anni, 2,6 in meno. Nel sud d’Italia la speranza di vita è stata, fino a poco tempo

fa, la più alta del paese grazie alle condizioni di vita favorevoli (clima, alimentazioni,

abitudini ecc..). Negli ultimi decenni, tuttavia, questa situazione si è ribaltata: al nord la

speranza di vita è 80,1 anni per gli uomini e di 85 anni per le donne.

CAPITOLO 7- STRUTTURA PER ETÁ E INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE.

Quanti siamo e come ci differenziamo.

I censimenti sono migliorati nel tempo, ma le prime versioni permisero di definire sesso,

età e data di nascita della popolazione. Molti aspetti della vita sociale e pubblica sono

strettamente connessi all’età; si pensi alla frequenza delle scuole, l’entrata nel mercato del

lavoro, il pensionamento e il diritto di voto oppure alle esenzioni o riduzioni su alcuni

servizi sociali.

Tutti i processi demografici tendono a essere strettamente dipendenti dall’età. Mortalità,

fecondità e scelte di mobilità sul territorio presentano intensità diverse nelle fasi di vita. In

età anziana, per esempio: il rischio di morte è elevato, quello di migrazione è basso, nulla

è invece la probabilità femminile di avere un figlio.

Interdipendenze tra dinamica e struttura.

La prima interdipendenza riguarda il legame tra dinamiche generazionali e struttura attuale

di una popolazione. Il numero di persone alle varie età è la conseguenza dei

comportamenti demografici delle generazioni, ovvero della loro storia passata dalla nascita

fino ad oggi. Il numero di chi oggi ha 20 anni è la conseguenza di quante sono state le

nascite circa 20 anni fa e quanti di questi nati sono sopravvissuti fino ai vent’anni di età

dalla nascita.

Natalità e processo di sopravvivenza delle generazioni plasmano la struttura per età della

popolazione.

Se le generazioni che via a via si susseguono mantengono comportamenti omogenei in

termini di nascite e rischi di morte subiti, la popolazione si trova via via composta da

individui diversi, ma la composizione per età rimane la stessa. La formalizzazione di

questo concetto è contenuta nella teoria della popolazione stabile. Se invece le nascite

aumentano nel tempo, la popolazione tende a ringiovanire perché il peso delle nuove

generazioni cresce rispetto a quelle più vecchie.

La conformazione tipica della popolazione è quella di una piramide con una base larga,

perché in passato si facevano molto figli, ma con una struttura via via più snella

all’aumentare dell’età a causa della mortalità. Oggi, rispetto al passato, la popolazione è

invecchiata perché si sono ridotte le nascite ed è aumentata la longevità delle persone.

Secondo a teoria della popolazione stabile, se le nascite aumentano allora la popolazione

ringiovanisce perché si riduce il peso degli anziani sui giovani. In passato la

conformazione tipica della popolazione era una piramide con base larga (si facevano molti

figli) e una struttura via via più snella all’aumentare dell’età a causa della mortalità. Oggi la

tipica struttura per età è un rombo, perché le nascite sono ridotte e aumenta la longevità

delle persone.

Longevità e invecchiamento.

Per longevità s’intende che la vita dei singoli individui tende a diventare sempre più lunga

(si diventa vecchi sempre più tardi). A differenza del singolo individuo, la popolazione può

invece sia invecchiare sia ringiovanire. L’invecchiamento della popolazione può avvenire in

2 modi:

Invecchiamento dal basso : il peso degli anziani sui giovani cresce a causa della

- bassa fecondità;

Invecchiamento dall’alto: aumenta il numero di anziani come conseguenza del fatto

- che si vive di più.

Il fatto che la popolazione invecchi non implica necessariamente che si viva più a lungo

ma che le vecchie generazioni hanno una consistenza numerica maggiore rispetto a

quelle più giovani. L’invecchiamento della popolazione è un problema che va

adeguatamente gestito. L’impatto più grave si ha infatti sul sistema economico: le nuove

generazioni che via via entrano in età adulta subentrano alle più anziane nelle attività

produttive. Tutto questo tende a deprimere crescita economica e benessere sociale se non

si interviene esplicitamente con un processo compensatorio che incentivi le persone a

rimanere economicamente e socialmente attive più a lungo e che incentivi il ricambio

generazionale nel tempo. Più in generale, una popolazione con meno persone in età

riproduttiva tende a produrre meno nascite e quindi a ridurre il contingente delle

generazioni future, accentuando di conseguenza l’invecchiamento.

L’invecchiamento della popolazione ha gravi effetti sul sistema economico perché le nuove

generazioni sono numericamente inferiori a quelle anziane. Di conseguenza, salta il

sistema previdenziale e la crescita economica si deprime. Per risolvere il problema i

governi devono intervenire sul ricambio generazionale, incentivando la natalità e le

persone a rimanere economicamente e socialmente più attive nel tempo. Inoltre, un

contributo fondamentale alla crescita demografica è l’immigrazione.

Le tre “i” dell’invecchiamento

L’invecchiamento è un processo che presenta 3 segni distintivi:

INEDITO: nuovo nella storia dell’umanità perché vi è un eccesso di over 60 sugli

- under 15.

INCISIVO: il processo di invecchiamento è destinato ad agire in modo marcato in

- tutti i paesi del mondo, classi sociali, ogni dimensione della vita umana.

IRREVERSIBILE: la crescita del numero degli anziani nelle società moderne è

- diretta conseguenza del fatto che le persone vivono progressivamente più a lungo e

fanno meno figli rispetto al passato. Questo processo è destinato a diventare

strutturale e permanente nel futuro.

CASO ITALIANO: se la popolazione fosse aumentata dagli anni 50 in poi nel suo

complesso con la stessa intensità di crescita della componente anziana, oggi avremmo un

paese di 150 Mil di abitanti anziché circa 60.

Invecchiamento ed immigrazione.

I flussi in entrata dall’estero hanno fino adesso fermato il declino della popolazione

italiana. Probabilmente l’unica strada per contenere in modo efficace l’invecchiamento, è

quella di contemperare le 2 politiche:

Favorire la ripresa della fecondità ed ammettere un certo numero di immigrati ogni

- anno;

Agendo sulla dimensione qualitativa elevando la possibilità di essere attivi a lungo

- nell’età anziana, aiutando le nuove generazioni ad avere più peso nella società.

Una forza lavoro sempre più grigia.

Quanto più è accentuata la riduzione delle nascite tanto più in prospettiva si riduce la

popolazione in età attiva. La conseguenza è un amento dell’indice di dipendenza della

popolazione anziana. Ogni essere umano consuma per tutto il suo corso di vita ma

produce solo per una sua parte limitata. Durante l’infanzia e l’età anziana dipendiamo da

risorse fornite da altri o accumulate in altre fasi della vita. La fase centrale, quella

produttiva, è l’asse portante per sostenere tutto il resto, che va dai 15 ai 64 anni di età. La

crescente popolazione che vive tale fase di vita dipende nel suo sostentamento da quello

che producono le età precedenti. L’invecchiamento attivo indica il processo che consente

di far corrispondere all’aumento quantitativo della longevità anche una migliore qualità di

vita ed una più duratura e soddisfacente partecipazione nella società e nel mercato del

lavoro. La questione non è tanto chiedersi fino a quanti anni in più far lavorare le persone,

ma quella di fornire strumenti culturali ed operativi che favoriscano la possibilità di

rimanere attivi il più lungo possibile. L’importante è avere in mente che non esiste un’età

per mettersi da parte. Negli ultimi anni l’attenzione del sistema produttivo si è rivolta al age

managment il quale è inteso come l’insieme coerente di risposte che le aziende e le

organizzazioni possono dare per migliorare il contributo professionale dei singoli a tutti le

età ed in particolare a quelle più mature. Alcuni esempi possono essere:

programmi di formazione che consentano di tenersi continuamente aggiornati; carichi di

lavoro più calibrabili in base alle capacità di ognuno; incentivi a ricollocarsi sperimentando

altre soluzioni di lavoro. L’idea di fondo è considerare l’invecchiamento non come un

problema, ma come l’evoluzione della persona nelle varie fasi della vita, ciascuna delle

quali ha caratteristiche da valorizzare e presenta potenziali rischi da gestire.

L’age management è una nuova disciplina che interessa aziende e organizzazioni le quali

possono dare un contributo professionale alle persone in età avanzata. Esempi:

programmi di formazione per tenersi aggiornati, carichi di lavoro più calibrati in base alle

capacità dei soggetti, sperimentare nuove forme di impiego in base ai propri interessi e

passioni. L’invecchiamento non è un problema ma un’evoluzione della persona che deve

essere valorizzata.

DOMANDA

L’age management è una nuova disciplina che si occupa di ridefinire i ruoli e le

responsabilità professionali dei dipendenti in età avanzata. A tale scopo, le organizzazioni

creano programmi di formazione continua e sperimentano nuove forme di impiego in base

agli interessi dei lavoratori. L’invecchiamento non è un problema ma un’evoluzione della

persona che deve essere valorizzata.

A quale età si diventa anziani?

Per convenzione gli indicatori internazionali fissano l’età anziana a 60 – 65 per i paesi più

sviluppati. È infatti comune dopo tale età non avere più il peso degli impegni di lavoro e

delle responsabilità verso figli minorenni che caratterizzano la fase piena dell’età adulta.

L’uscita dalla fase adulta è considerata un processo che si realizza progressivamente

lungo una parte sempre più irrilevante del corso di vita. Il pensionamento è una tappa

chiave all’interno di tale processo, ma sempre meno corrisponde ad una discontinuità

netta tra un prima ed un dopo. Il pensionamento tende a diventare sempre più una soglia

flessibile che può essere anticipata o posticipata all’interno di una finestra sempre più

ampia a causa dell’allungamento della durata media di vita. Il miglioramento delle

condizioni di vita ha permesso l’affermarsi di una fase adulta avanzata che individua i

soggetti maschili e femminili tra i 55 e i 64 anni. Comunemente viene utilizzato il termine

SENIOR per indicare chi si trova al di sotto di 70/75 anni perché in questa fascia, le attività

cognitive iniziano a decadere sensibilmente. Solo dopo gli 85 anni la condizione di anziano

diviene prevalente. L’età post adulta è in grande trasformazione dal punto di vista

qualitativo e quantitativo. La fase propriamente anziana si va spostando sempre più in

avanti preceduta da una fase di uscita flessibile dall’età adulta e seguita da uno stadio

caratterizzato dalla non piena autosufficienza.

il pensionamento è una tappa importante nel passare dall’età adulta a quella anziana. Per

convenzione l’età anziana inizia fra i 60-65 anni nei paesi più sviluppati; tuttavia, il

pensionamento tende a diventare sempre più una soglia flessibile a causa della longevità.

Solo dopo gli 85 anni si entra veramente nella condizione di anziano perché vengono

meno le attività cognitive e non si è più autosufficienti.

La parte più vulnerabile dell’invecchiamento.

L’invecchiamento presenta 2 facce: quella positiva legata alla longevità, quella negativa

legata alla condizione di passività e fragilità. La crescita della componente dei grandi

anziani fa lievitare soprattutto la spesa sanitaria per: le indennità di accompagnamento e

gli interventi socio assistenziali erogati a livello locale a disabili e anziani, la domanda di

cura all’interno della famiglia e la spesa sanitaria in senso stretto. Riguardo all’Italia, gli

over 80 erano poco più di mezzo milione nel 51’ al censimento del 2011 risultavano pari a

3,5 mil e sono destinati a salire fino oltre gli 8 mil entro la metà di questo secolo. Un

aspetto critico che sta assumendo sempre più importanza in Europa è quella della

solitudine della popolazione anziana. Molti di essi che vivono da soli si trovano in una

situazione di difficoltà di risorse anche a causa della loro disabilità che drena risorse

consistenti. La solidarietà intergenerazionale ha costituito una grande risorsa per il nostro

paese, ma la disponibilità dei membri della rete familiare ha dei vincoli che riguardano sia

le trasformazioni demografiche sia i cambiamenti relativi al mercato del lavoro. Inoltre la

carenza di adeguate politiche, soprattutto sul versante dei servizi, rischia di creare un

sovraccarico sulle famiglie, in particolare sulle donne. L’Italia è il paese con la % più

elevata di donne che intorno ai 50 anni dichiarano di essere fuori dal mercato del lavoro

per occuparsi di attività di cura all’interno della rete familiare; l’invecchiamento diventa

quindi una trappola. Per rendere il sistema sostenibile in termini di spesa e crescita,

bisogna aumentare il numero degli occupati, in risposta all’aumento del vertice della

piramide degli inattivi; questo significa mobilitare la forza lavoro femminile.

Negli ultimi anni, la popolazione anziana è composta da individui soli. Molti di essi si

trovano in una situazione di difficoltà a causa del costo delle cure. La carenza di adeguate

politiche, soprattutto servizi, rischia di creare un sovraccarico sulle famiglie degli anziani;

molte donne all’età di 50 anni decidono di lasciare il lavoro per occuparsi della cure dei

parenti anziani. Se lo Stato non interviene, questo è un problema destinato ad aumentare

vista la soglia di invecchiamento della popolazione (dal ’51 al 2011 gli anziani sono passati

da 0,5 mln a più di 3,5).

CAPITOLO 8- MIGRAZIONI INTERNAZIONALI.

Gran parte del successo adattivo delle popolazioni umane è legato alla capacità di

spostarsi sul territorio; infatti, la storia è stata molto influenzata dai movimenti migratori. Il

percorso è stato lento ma inesorabile, tanto che oggi risulta abitata la stragrande

maggioranza delle terre. L’elevata capacità di adattamento della nostra specie ha reso lo

spostamento una delle principali strategie per superare i vincoli ambientali. Il passaggio

alle società agricole ha provocato una progressiva sedentarizzazione delle comunità, ma

contemporaneamente ha creato le condizioni per la nascita delle migrazioni come le

intendiamo oggi. Ogni lo Stato è sovrano coi suoi cittadini e confini; chi li oltrepassa

compie una migrazione internazionale. A partire dal 1500, prende avvio il fenomeno che

più degli altri ha cambiato il destino del pianeta: la migrazione transoceanica, dall’Europa

al nuovo mondo. Il numero dei colonizzatori ebbe un impatto riproduttivo enorme,

determinando la diffusione a livello globale la diffusione delle lingue, delle religioni e delle

istituzioni europee. Parallelamente a livello Europeo cresce la mobilità a medio-corto

raggio, dalle campagne alle città, grazie alla diffusione di innovazioni tecnologiche volte a

facilitare i trasporti (animali da traino e navigazione). La meccanizzazione e l’introduzione

di capitali accrescono la produttività del lavoro agricolo e riducono il fabbisogno di

manodopera. Questi fattori creano in Europa un’eccedenza di forza lavoro e, allo stesso

tempo, oltre oceano si ha un’elevata disponibilità di terra e capitali.

N.B: la possibilità di poter trasferire quote di popolazione permette alle popolazioni

europee di alleggerire la pressione demografica evitando lo squilibrio tra popolazione e

risorse. L’andamento dei flussi in uscita corre parallelamente all’aumento della

popolazione. La grande ondata migratoria inizia a rallentare quando, nei paesi di

destinazione, diminuisce la domanda di manodopera mentre in Europa nascono sbocchi

alternativi. La frenata dei flussi migratori è connessa alle politiche di migrazione. Nei luoghi

di partenza erano stati allentati vincoli e restrizioni all’espatrio; nei luoghi di arrivo erano

state adottate politiche volte a favorire l’immigrazione e l’insediamento. Il clima cambia

negli anni che seguono la prima guerra mondiale. Sono adottate misure restrittive

(National Origin Act) con l’obiettivo di porre restrizioni all’ingresso di persone provenienti

da paesi non anglosassoni. Solo nel secondo dopo guerra si assiste ad una consistente

ripresa dei flussi internazionali. In ambito europeo si assiste, a partire dagli anni ’60, ad un

cambiamento epocale del ruolo dei paesi mediterranei che si trasformano da esportatori a

importatori di manodopera straniera.

A partire dagli anni ’60, l’Europa è stata interessata da un forte incremento

dell’immigrazione; questo fenomeno era anomalo dato che il vecchio continente era

sempre stato un luogo di emigrazione.

LA MOBILITÁ INTERNAZIONALE OGGI.

Gli ultimi decenni sono definiti come l’era delle migrazioni. Il processo di trasformazione

dell’economia mondiale ha una forte influenza sui fattori attrattivi e non nel quadro delle

migrazioni. Il numero di migranti nel mondo cresce a ritmo sostenuto continuamente. La

migrazione è una diretta conseguenza della globalizzazione economica. Quest’ultima ha

aumentato il divario tra paesi ricchi e poveri, con la conseguenza di spingere sempre più

persone ad emigrare al fine di migliorare la condizione economica. Gli USA hanno il saldo

migratorio più elevato, a seguire la Russia. I principali esportatori di MOD nei primi del

‘2000 sono stati India e Cina.

La globalizzazione economica e i conflitti sono le due principali cause della migrazione. La

prima ha aumentato il divario tra paesi ricchi e poveri ed ha incentivato le persone a partire

per migliorare le proprie condizioni di vita; la seconda è legata allo spirito di

sopravvivenza.

LE FACCE DELLA MIGRAZIONE.

Le emigrazioni sono difficili da misurare a causa delle innumerevoli forme di mobilità

geografica. L’approccio tradizionale di concentra sull’atto amministrativo che comporta un

cambiamento di residenza. Sono tralasciate forme di mobilità come il pendolarismo per il

lavoro, i viaggi e le vacanze. Concentrarsi sui cambi di residenza ha il grande vantaggio di

poter disporre di una grande mole di dai nei registri con finalità come: i registri di

popolazione e i permessi di soggiorno. Il limite di questo approccio focalizza l’attenzione

su chi produce un atto amministrativo.

Esistono tre tipologie di migranti:

1. Legali= coloro i quali oltrepassano le frontiere in possesso di un permesso.

2. Illegali= coloro che non sono in possesso di permesso (clandestini).

3. Irregolari= coloro che hanno perduto i requisiti necessari per la permanenza

(permesso non rinnovato).

L’ONU considera come migranti coloro i quali sperimentano una permanenza in un paese

estero per almeno un anno. Essa riconosce come rifugiati o richiedenti asilo coloro che si

trovano al di fuori del loro paese di residenza e sono impossibilitati o non disposti e

tornare, in quanto soggetti a persecuzione. È in crescita il fenomeno delle HIGHY

SKILLED MIGRATION= migranti con alto livello di istruzione.

PERCHÉ LE PERSONE EMIGRANO?

Occorre sfatare un luogo comune che vede l’assenza di un adeguato sviluppo economico

come causa di emigrazione. Possiamo dire che l’avvio di un certo livello di sviluppo di

mercati è condizione necessaria per l’inizio di una fase di emigrazione. La scelta

migratoria dipende dal confronto tra i fattori di spinta e quelli di attrazione dell’altro: la

migrazione si realizza se i benefici attesi sono percepiti come superiori ai costi previsti per

la migrazione. Tra i benefici troviamo la possibilità di avere un lavoro più redditizio, il

miglioramento delle condizioni di vita per se e la propria famiglia; tra i costi, invece,

troviamo: il prezzo emotivo nel lasciare la propria casa, il costo economico dello

spostamento e dell’insediamento. Non tutti gli individui hanno la stessa propensione a

spostarsi. La selettività è dovuta in primo luogo dal fatto che il processo di mobilità si

sviluppa quasi sempre nella fase giovane-adulta, ossia la fase più elevata di domanda e

desiderio di informazioni. I migranti sono selezionati in base all’età, le condizioni di salute

e il genere. A realizzare una migrazione è un individuo con motivazioni personali e

capacità di adattamento superiori alla media.

TEORIE SULL’AVVIO DEL PROCESSO MIGRATORIO.

1) APPROCCIO ECONOMICO NEOCLASSICO: la migrazione è causata dallo

squilibrio, a livello geografico, tra domanda e offerta di lavoro. Quindi, risultano

determinanti le differenze fra i due paesi in termini di salario e di ammontare di

forza lavoro disponibile. Conta dunque il differenziale in termini di remunerazione e

le opportunità percepite di poter sfruttare il proprio capitale umano. Viene messo in

discussione il fatto che la migrazione è solo una scelta individuale, in quanto molto

intenso è il fenomeno delle rimesse, cioè movimenti finanziari compiuti dagli

emigrati verso la propria famiglia.

2) NUOVA ECONOMIA DELLE MIGRAZIONI: la migrazione è una scelta realizzata

all’interno di una strategia famigliare. La mobilità diventa un modo per diversificare

le fonti di reddito familiare. Questo concetto prende il nome di trans nazionalismo. I

componenti di una famiglia si trasferiscono strategicamente in altri paesi per

costituire nuove fonti finanziarie.

3) TEORIA DEL MERCATO DEL LAVORO DUALE: si basa sull’idea che nei paesi

sviluppati il mercato del lavoro è diviso in due settori:

Primario= costituito da persone istruite con buoni salari.

- Secondario= caratterizzato da condizioni lavorative basse.

-

Un mercato del lavoro di questo tipo ha come effetto quello di creare una domanda

strutturale di lavoratori immigrati dato che il settore secondario risulta poco attraente dai

lavoratori locali.

4) TEORIA DEL SISTEMA MONDO: questa teoria interpreta le migrazioni come

risultato dello sviluppo capitalistico. Il mercato si sarebbe sviluppato in un insieme di


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Esame: Demografia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

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