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Demografia - Alessandra Rosina, Alessandra De Rose

Capitolo 1: Cos'è la demografia?

Definizione di demografia

La demografia si occupa di uomini e donne che, nell’interazione reciproca, formano una popolazione su un territorio in grado di darsi continuità nel tempo, consentita dai processi di produzione che assicurano che la storia umana continui con le generazioni successive. Nell’accezione demografica, la popolazione è costituita dagli esseri umani nel loro sistema di relazioni, culturalmente e geograficamente determinate.

Oggetto di studio della demografia è la popolazione umana con le sue caratteristiche strutturali e le sue dinamiche spazio-temporali. Una popolazione aumenta quanto più produce nascite e riceve flussi migratori, mentre diminuisce se prevalgono i decessi e le fuoriuscite per emigrazione. Il complesso di tali componenti dinamiche e strutturali e delle loro interrelazioni costituisce il sistema demografico.

Nascite, decessi e spostamenti migratori sono eventi che si producono all'interno delle storie di vita delle singole persone: per questo la demografia si occupa anche di analizzare i comportamenti e le scelte di vita che avvengono nelle biografie individuali.

Transizioni nella demografia

La demografia rivolge attenzione anche al fenomeno delle transizioni che caratterizzano le biografie individuali. La mortalità, per esempio, corrisponde al passaggio limite, quello che porta all'uscita dalla condizione di vivente e membro della popolazione, ma ci sono altri eventi di transizione come il distacco dalla famiglia di origine, lo scioglimento di un’unione coniugale, ecc.

Evoluzione storica della demografia

Il termine demografia appare per la prima volta nel 1855, sebbene l’origine della disciplina sia più antica. Data da ricordare è l’uscita del “Saggio sul principio della popolazione” nel 1798 di Malthus. Tuttavia, già nei testi di Botero viene espressa l’idea dell’evoluzione della popolazione condizionata da due forze:

  • La virtus generativa (il potere riproduttivo).
  • La virtus nutritiva (la disponibilità di mezzi di sussistenza).

Tra le due forze, la prima eccedeva sulla seconda.

Fonti e metodi della demografia

Molto più antiche sono invece le fonti demografiche; per lungo tempo la demografia ha avuto come principale interesse la descrizione delle caratteristiche e delle dinamiche della popolazione umana. I dati provenivano quasi esclusivamente dal censimento della popolazione e da fonti amministrative: quelli sullo stock (o stato) della popolazione forniti da censimento e anagrafe comunale, e quelli sulle componenti della dinamica (fonti di flusso o movimento) ottenuti dalle registrazioni di nascite, morti e matrimoni. I demografi si limitavano in larga parte ad analizzare questo tipo di informazioni quantitative.

Formal demography e population studies

L’approccio descritto conosce il suo maggiore sviluppo nei primi decenni del dopoguerra e costituisce la base della cosiddetta formal demography. I modelli di crescita della popolazione, le misure di cadenza e intensità finale della fecondità, le funzioni biometriche della tavola di mortalità e la piramide dell’età richiedono elaborazioni effettuabili a livello macro. L’apparato tecnico alla base della formal demography prende avvio nel 1662 dal prototipo di tavola di mortalità di John Graunt.

Nel corso degli anni Settanta si apre una nuova fase che arricchisce gli strumenti sia metodologici sia concettuali della disciplina. Un passo importante è rappresentato dal progetto della World Fidelity Survey, costituito da una serie di indagini trasversali condotte in modo armonizzato in molti paesi tra il 1974 e il 1982, con l’obiettivo di ricostruire la storia coniugale, nonché riproduttiva, formativa e professionale dei singoli individui.

Un punto di svolta è rappresentato dall’articolo “Regression models and life-tables” pubblicato nel 1972 da David Cox, il quale combinando la logica delle tavole di mortalità con quella del suo modello statistico di regressione apre lo sviluppo dei modelli di analisi della sopravvivenza e più in generale dell’analisi esplicativa dinamica dei comportamenti individuali.

Approccio microeconomico e corso di vita

Sempre attorno agli anni Settanta l’approccio microeconomico di Gary Becker viene applicato ai comportamenti demografici, come la scelta di sposarsi e avere figli. Con Becker, l’approccio esplicativo dei life events, basato sulla scelta razionale degli individui, s’impone progressivamente come il modello teorico di riferimento. A partire da quel periodo la demografia non è più solo formal demography, ma diventa sempre più population studies, ossia estende il proprio campo di interesse allo studio dei comportamenti individuali.

In questo approccio incentrato sul concetto di corso di vita, si assume che gli eventi biografici non siano indipendenti tra loro, ma vadano intesi come tappe di un percorso di vita con una sua coerenza interna.

Interazioni sociali e dimensioni della demografia

Le persone non sono elementi indipendenti le cui decisioni sono determinate esclusivamente da caratteristiche, preferenze e valutazioni costi e benefici, anzi può essere spesso l’azione di fattori esterni a indirizzare in una certa direzione i comportamenti dei singoli (es. una guerra, un cataclisma naturale, un periodo di crisi economica, il contesto territoriale in cui si vive, ecc.).

I comportamenti e le scelte che producono gli eventi che caratterizzano i percorsi biografici possono essere considerati come l’esito finale di un processo individuale. Su tale processo agiscono:

  • Nella dimensione micro, le preferenze individuali, gli stili di vita, i bisogni e le esigenze private;
  • Nella dimensione macro, il contesto storico, sociale e territoriale nel quale si è vissuti e si vive.

Possiamo inoltre individuare una dimensione “meso” rappresentata dai social network, che comprende l’insieme delle interazioni con gli altri attori sociali.

Sebbene lo studio della popolazione si sia progressivamente spostato sul life events, la formal demography continua a costituire la base della disciplina, così come alcuni temi chiave della demografia restano fortemente ancorati alle analisi su dati aggregati.

Il tempo nella demografia

Il tempo è un elemento imprescindibile dei processi dinamici e quindi della demografia: ogni vita individuale si innesta nella storia a una data precisa, quella di nascita, e continua il suo percorso legando intrinsecamente il proprio svolgimento a quello di individui già presenti nella popolazione.

Il tempo ha due dimensioni:

  • Quella che descrive il trascorrere della vita del singolo individuo (età);
  • Quella che descrive il trascorrere della storia.

Ogni evento di natura demografica (es. nascita, matrimonio, morte) può essere collocato a una data storica esatta che corrisponde anche a una precisa età dell’individuo che lo ha vissuto. Graficamente, la vita di un individuo può essere rappresentata da una linea continua che attraversa un piano costituito dall’intersezione di due rette, che rappresentano le due dimensioni (individuale e storica) del tempo. Ciò è alla base del diagramma di Lexis.

Un’altra dimensione temporale è la generazione. Alla base del concetto di generazione sta l’affinità di collocazione dei suoi appartenenti, ossia l’essere cresciuti condividendo alla medesima età gli influssi degli eventi storici e del clima sociale della propria epoca, avendo davanti le sfide comuni del proprio tempo. Studiare il cambiamento sociale con una prospettiva generazionale è ancora più importante in epoche storiche di forte accelerazione, come quella attuale. La lettura delle trasformazioni demografiche può avvenire adottando una prospettiva sia trasversale (osserva i fenomeni demografici alla luce della congiuntura storica), sia longitudinale (guarda ai cambiamenti seguendo le vicende individuali all’interno delle generazioni e nel confronto tra generazioni diverse).

Capitolo 2: Un mondo in continuo mutamento

Cambiamento della popolazione

La popolazione cambia e si rinnova in modo incessante, ma tende a farlo in modo lento e graduale. A parte eventi eccezionali che possono portare a una improvvisa crescita della mortalità, i tempi di cambiamento della demografia sono medio-lunghi. Gli elementi costitutivi della popolazione (gli individui) sono dotati di due principali caratteristiche:

  • Durata limitata di vita.
  • Facoltà di produrre nuovi individui.

È un sistema, quello demografico, che evolve autorigenerandosi e come tale potrebbe proseguire all’infinito; tuttavia, questo ciclo può anche interrompersi: è evidente che se le uscite (per decesso) dovessero risultare sistematicamente superiori alle entrate (per nascita) il numero di persone sulla Terra via via si ridurrebbe fino alle estreme conseguenze di un'estinzione (non esiste alcun vincolo nel sistema demografico che protegga da questa eventualità). Chiedersi perché la popolazione mondiale continui a crescere così tanto o perché l’invecchiamento della popolazione italiana sia così rapido e intenso, rimanda alla necessità di collegare le dinamiche in corso alle sottostanti forze di medio lungo periodo.

Evoluzione storica della popolazione mondiale

La popolazione mondiale ha impiegato un periodo lungo quanto tutta la storia dell’umanità, dalle origini fino ai primi anni dell’800, per arrivare al traguardo del miliardo di abitanti. Poi, in meno di due secoli, è passata da 1 a 6 miliardi (traguardo raggiunto nel 1999), mentre per aggiungere un ulteriore miliardo sono bastati 13 anni. Come spiegare questa accelerazione dell’espansione della nostra specie sulla Terra?

La storia della popolazione umana è caratterizzata da due grandi discontinuità che hanno cambiato il modo di vivere: la prima coincide con la rivoluzione agricola del Neolitico, l’altra si è prodotta con la rivoluzione industriale. Con il Neolitico, l’uomo diventa stanziale, inizia a coltivare la terra e ad allevare gli animali. Nascono le prime civiltà e aumenta la popolazione, tanto da portare il numero di abitanti del pianeta da 5 milioni a 250 milioni (una crescita soprattutto dovuta all’aumento della fertilità derivante dalla stanzialità).

I primi 13mila anni di storia della civiltà umana sono stati caratterizzati da un’economia di sussistenza, strettamente dipendente dalle risorse della Terra. In questo periodo, contraddistinto dall’alto tasso di mortalità, la fecondità era di tipo naturale, ossia il comportamento riproduttivo delle coppie non era soggetto a un controllo, bensì nascevano tanti figli quanti ne venivano. Non si sceglieva di diventare genitori, ma era nell’ordine naturale delle cose.

La condizione tipica dell’Europa pre-industriale può essere rappresentata da un’età femminile al matrimonio attorno ai 23-24 anni, con un intervallo tra le nascite di circa tre anni e un’età all’arrivo dell’ultimo figlio i 40 anni o poco più. Il numero di nati vivi risultava pari a 5 o 6, ma nonostante l’elevata natalità la popolazione non cresceva molto in quanto i rischi di morte erano molto alti. Basti pensare che su 5 o 6 figli in media che nascevano, soltanto 2 o 3 arrivavano alla stessa età dei genitori.

L’elevata mortalità era inasprita da ricorrenti epidemie e da eventi catastrofici; anche nei contesti di vita più favorevoli la durata media di vita difficilmente superava i 35 anni. Il sistema demografico di antico regime è stato definito disordinato e insufficiente:

  • Disordinato, perché era elevata la probabilità che i figli morissero prima dei genitori.
  • Inefficiente perché una generazione di genitori doveva produrre una quantità di figli pari a oltre il doppio della propria consistenza numerica per farne arrivare in età adulta una quantità non inferiore alla propria.

Transizione demografica

Il processo di passaggio dal vecchio regime, caratterizzato da alti livelli di natalità e mortalità, a quello contemporaneo, viene chiamato transizione demografica. Questo processo viene scomposto in due parti:

  • Transizione sanitaria, che riguarda l’abbattimento dei rischi di morte.
  • Transizione riproduttiva, che riguarda il ridimensionamento della prolificità di coppia.

La transizione riproduttiva prende avvio in Francia: qui il numero medio di figli per donna si trova sotto i 4 già a inizio Ottocento. Nel resto dei paesi occidentali il processo inizia negli ultimi decenni del secolo. Nel 1870 il livello di fecondità era ancora attorno ai 5 figli per donna in quasi tutta Europa. Già però nel 1910 sono molti i paesi scesi sotto i 3,5 figli. In Italia la transizione riproduttiva inizia in modo meno prepotente; vi sono differenze marcate all’interno del paese, e in Liguria e Piemonte il numero medio di figli per donna scende sotto i 4 già a cavallo del nuovo secolo.

Rivoluzione industriale e cambiamenti demografici

La rivoluzione scientifica e tecnologica pongono le basi per una sempre maggiore fiducia nelle possibilità che ha l’uomo di conoscere la realtà che gli sta attorno e di migliorare le proprie condizioni. L’elevata mortalità non viene vista più semplicemente come l’esito del corso ineluttabile della natura. La prima fase di riduzione della mortalità infantile avviene grazie a un cambiamento nell’atteggiamento: ci si rende conto che semplici comportamenti di protezione e cura della prole possono aumentare le possibilità di sopravvivenza dei figli. Si diffonde l’idea che anche il concepimento possa essere regolato da accorgimenti e precauzioni. Di conseguenza, in molte regioni italiane la fecondità scende sotto i due figli per donna ancor prima della diffusione dei contraccettivi moderni.

L’industrializzazione favorisce l’affermarsi del modello della famiglia borghese, nel quale a una ridotta numerosità della prole corrisponde un maggior investimento sulla qualità della stessa. Infatti, i figli da un lato rappresentano un costo, ma dall’altro le nuove possibilità date dall’industrializzazione inducono i genitori a investire di più nell’istruzione e nell’ascesa sociale dei membri della famiglia.

Crescita demografica in Europa

L’aumento quantitativo della popolazione è un aspetto saliente della transizione demografica. L’Europa ha sperimentato una crescita importante della popolazione dall’800 ad oggi, cui devono essere aggiunti i cospicui flussi migratori in uscita, ossia famiglie che cercano fortuna oltreoceano. La fase di accentuata crescita della popolazione coincide con lo sviluppo di mezzi di comunicazione e trasporto moderni che consentono lo spostamento di massa prima impensabili.

La crescita demografica del continente è stata nel corso dell’800 in valore assoluto superiore al numero di persone che avevano popolato la Terra in gran parte della sua storia passata. La transizione demografica nei paesi occidentali sembra concludersi verso la metà del XX secolo. Nel frattempo, il vecchio continente diventa teatro di due guerre mondiali, e superate le perturbazioni belliche l’Europa riprende il suo cammino verso la ricerca di un equilibrio. La transizione appare finalmente compiuta e la rivoluzione industriale sembra aver portato condizioni di vita decisamente migliorate per larga parte della popolazione.

Nell’Europa degli anni ’50 il numero medio di figli per donna era poco superiore ai due e la durata di vita superava i 65 anni. Ciò voleva dire che nascevano in media tanti bambini quanti erano i genitori, con una leggera eccedenza dei primi, e la probabilità che un figlio arrivasse alla stessa età dei genitori era pari quasi ad 1.

Nuove fasi di cambiamento

L’equilibrio raggiunto era però effimero per tre motivi:

  • La durata di vita, invece di stabilizzarsi poco sopra i 65 anni, continua ad aumentare oltre ogni ottimistica ipotesi; tutt’ora non c’è evidenza empirica di un’età limite oltre la quale la speranza di vita non possa spingersi.
  • Negli ultimi decenni la fecondità, anziché stabilizzarsi attorno ai due figli per donna, soprattutto nel mondo occidentale, tende a scendere al di sotto di questa soglia. La conseguenza è che la popolazione diminuisce e invecchia progressivamente; in realtà una situazione di equilibrio sarebbe raggiungibile anche a fronte di una fecondità bassa, se l’immigrazione fosse capace di compensare i deficit demografici e strutturali dell’Occidente.
  • A partire dagli anni ’60 cominciano a manifestarsi i segni di una nuova fase di cambiamenti, che investono la vita domestica, le relazioni di genere e intergenerazionali e i modi di fare famiglia.

Capitolo 3: Giovani e transizione alla vita adulta

Caratteristiche distintive della popolazione

I caratteri distintivi delle unità che formano una popolazione sono il sesso e l’età. Oltre alla distinzione tra uomo e donna, ogni società è suddivisa ad un primo livello tra adulti, i quali sono i soggetti titolati a operare scelte autonome e responsabili, e bambini, i quali dipendono e ricevono protezione da altre persone.

Gli adulti con il tempo invecchiano e escono progressivamente di scena, per lasciare il posto ai bambini che entrano progressivamente nello stato adulto, sostituendo i loro genitori. Questa evoluzione corrisponde al ricambio generazionale ed è alla base della dinamica demografica, nonché del mutamento sociale (infatti ogni generazione ha una concezione diversa della propria parte nel mondo). Nella società pre-moderna il passaggio dalla vita da bambini a quella adulta era sancito da un rito di passaggio: si trattava di prove spesso cruenti che simboleggiavano il passaggio da una situazione protetta ad una in cui si era esposti ad ogni rischio.

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Scienze economiche e statistiche SECS-S/04 Demografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giadapepe97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof De rose Alessandra.
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