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Comunicazione, poteri e cittadini

Introduzione

La comunicazione pubblica è diventata nel '900 per metà propaganda (anche violenta) e per metà partecipazione. È ancora in corso il passaggio da verticalità a orizzontalità, da monito a dialogo, da one way a forme co-decisionali. Da ciò si evince la debolezza delle pubbliche amministrazioni, che non possono contare solo su norme, decreti e trovate tecnologiche, ma hanno bisogno di formazione.

Non si è ancora sviluppata la capacità di riassumere tutti gli aspetti che caratterizzano la comunicazione: tecnologia (attenta ai mezzi), economia (ai risultati), sociologia (alle modalità), filosofia e antropologia (alle ragioni). L’unica separazione netta è tra comunicazione d’impresa (sollecitata da molte risorse e quindi formazione specializzata) e pubblica (destinata più a servire che a vendere). Ciò è dovuto alla diffidenza del sistema politico, che riduce l’innovazione organizzativa a vantaggi di visibilità politica per chi la introduce.

Occorre invece usarla per spiegare le leggi, in quanto allo Stato interessa raccontare i vincoli e al cittadino cogliere le opportunità. I servizi vanno quindi resi accessibili e fruibili, ascoltando i bisogni del popolo e adattando a loro l’offerta. Sono infatti le alleanze tra società civilmente attiva e i rari sistemi pubblici efficienti a creare culture di cambiamento.

La propaganda si è spesso basata sull’uso eccessivo della propria verità e sull’offuscamento di fatti, a vantaggio del profitto politico e sulla base dell’ignoranza dei cittadini, plagiati e psicologicamente asserviti.

La reazione alla privazione di libertà e all’imporsi di giustizie da parte dei movimenti civili e associativi ha reso possibile costituire servizi e strutture destinate a migliorare l’istruzione, combattere le malattie, depotenziare il razzismo, regolare la cultura sociale verso la disabilità, presidiare il valore dell’ambiente e affermare le ragioni della parità. La rivendicazione sociale e l’adattamento di linguaggi e prassi amministrative hanno permesso di trovare punti di incontro sostenibili tra bisogni generalizzati e dinamiche produttive ed economiche.

Il fattore P

La comunicazione accompagna le relazioni affettive, commerciali e di potere, veicolando conoscenze, approfondendo identità e generando immagine, ma anche distorcendo verità, manipolando tradizioni e costruendo false credenze. Essa ha confidato su una sempre decrescente passività dell’opinione pubblica. L’obiettivo civile delle scienze della comunicazione consiste nell’affinare criteri di indagine per interpretare tali cambiamenti.

La comunicazione pubblica, nella storia, si è spesso limitata alla forza di impatto di forme simboliche e relazioni pre-verbali (es.: bandiere alzate al termine delle invasioni), esercitando una cultura di potere che non prevedeva spiegazioni dei propri atti. Essa non si attua solo con la violenza, come dimostra l’età moderna, che ha visto inventare forme di subliminalità anche mediate dall’arte (es.: l’affresco Effetti del Buon Governo di Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena).

La gestione oligarchica del potere ha usato tre forme di comunicazione pre-moderne: unidirezionalità, arbitrarietà e opacità. Si pensi all’araldo, che in Grecia aveva funzioni militari, a Roma agiva in uffici religiosi e pubblici e nel Medioevo era presente nelle corti e dai feudatari, per annunciare, gestire e commentare gli eventi popolari, conoscendo la simbologia di potere e armi. Nel 1800, gli araldi divennero infatti consiglieri giuridici operanti anche nel campo del cerimoniale, responsabili di far conoscere le norme. Oggi tali figure sono sostituite da raccomandate, bacheche e siti.

Le forme dittatoriali del '900 hanno visto nascere l’accezione negativa di propaganda, prima considerata un presidio comunicativo di massa teso a organizzare il consenso su idee e comportamento elettorale. Attribuendo a tale funzione una missione cruciale per il destino del potere, il potere renderà la propaganda volta a generare riconoscibilità e fedeltà sulle forme del potere organizzato. I responsabili erano personalità con impianto culturale e strumenti per comprendere lo scenario complessivo, le problematiche di adattamento e il percorso strategico da intraprendere. Lo stratega fascista della comunicazione fu lo stesso Mussolini, supportato da Pavolini nell’opera di censura.

La propaganda al servizio delle democrazie è invece spesso considerata contropropaganda. Nelle recenti democrazie, si è cercato infatti di basare i sistemi di governo verso la tecnocrazia, cioè verso presidi decisionali controllati da saperi tecnici che sappiano gestire la complessità tecnico-scientifica delle decisioni da assumere.

Il funzionamento dei meccanismi della democrazia partecipativa dipende inoltre da funzioni comunicative come: informazioni agli elettori, accesso alle fonti, sondaggistica, che hanno via via modificato l’impianto giuridico. La democrazia partecipativa, nelle parole di Giovanni Moro, è il coinvolgimento delle organizzazioni dei cittadini, riconoscendo il carattere essenziale e non accidentale dell’attivismo organizzato. In Italia mancano tuttavia metodo e regolamentazione; coinvolgere i cittadini crea infatti aspettative, che se deluse generano perdita di credibilità. Al contrario, nel 2013 la Guardia di Finanza ha smascherato leggi che concedevano fondi pubblici per iniziative di pubblica utilità poi usati a scopi privatistici. L’amministrazione condivisa necessita quindi di fiducia ma anche capacità di controllo. La disillusione del popolo ha infatti generato la crisi delle istituzioni democratiche mondiali, testimoniata dal sempre minore afflusso alle elezioni.

Istituzioni, imprese e cittadini

La conquista del potere avviene con mezzi concreti (armi o denaro) e un uso strategico della risorsa immateriale della parola, spesso volta a denigrare l’avversario, magnificare sé stessi, fare promesse in caso di vittoria e ricondurre i partiti al leader per semplificare visibilità e riconoscibilità, ma anche per creare alleanze. La regia comunicativa svolge inoltre un ruolo primario in ordine al problema della conservazione del potere, per fronteggiare l’opposizione, impegnata a sminuire i risultati. L’astensione dimostra che la realtà del vissuto supera la capacità di creare speranza attraverso la comunicazione elettorale. Il grosso della spesa in ricerca durante le elezioni va nel marketing di posizionamento e non nell’analisi di scenario.

Castells, in Comunicazione e potere, definisce infatti il potere come la capacità relazionale che permette a un attore sociale di influenzare le decisioni di altri, grazie al ruolo giocato dal mito nel target scelto. Espressione e accoglienza dei bisogni, rivendicazione e tutela dei diritti e confronto su regole e modalità condivise per il loro cambiamento sono parti di processi comunicativi.

  • Economia, per la valenza sui principi di organizzazione e sul rendimento;
  • Diritto, in quanto regole e procedure sono pre-condizioni dell’agire pubblico;
  • Scienze politiche, che spiegano l’approccio alla progettazione di politiche pubbliche;
  • Filosofia, che ricostruire il passaggio da astratto a concreto e come il pensiero vi crea coerenza;
  • Statistica e tecnologia, che sorregge ogni ambito di analisi trasversale sull’efficacia dei processi;
  • Storia, in quanto non è possibile fissare regole senza considerare il contesto di tradizioni presenti;
  • Sociologia, poiché l’individuazione e la profilazione dei soggetti nell’agire comunicativo richiede l’analisi su bisogni individuali e comportamenti collettivi.

I ranking internazionali un tempo articolati sul PIL, oggi ricercano parametri più complessi e qualitativi, che misurino habitat cognitivi globali che travolgano regole formative e linguistiche. L’approccio formativo agli operatori che fanno da ponte tra istituzioni e cittadini sono tipicamente chiusi, anche a causa di un sapere scientifico assente nelle classi dirigenti, che non hanno quindi gli strumenti di comprensione necessari al riconoscimento di un vero potere. La cooperazione intergenerazionale, al contrario, può combinare competenze educative e comunicative.

Il capitalismo vanta la forza dell’ingegno produttivo e legittima il premio a capaci e meritevoli, mentre il collettivismo sostiene la parità dei punti di partenza tra cittadini. Entrambi, tuttavia, vedono al centro la battaglia tra corruzione e trasparenza, accentuata da crisi economica e occupazionale, eccesso fiscale, accesso a servizi e strutture regolato dal favoritismo. I cardini stessi della comunicazione pubblica, che dovrebbe spiegare leggi e accompagnare cittadini nell’accesso, sono messi in discussione o ridicolizzati. Da metà anni ’90, infatti, sono stati avviati sportelli o...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione pubblica e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Sobrero Rossella.
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