Capitolo 20
Si può parlare di fattori predisponenti, caratteristiche individuali o condizioni ambientali la cui presenza si associa ad una maggiore probabilità di sviluppare una certa tipologia di personalità. Sono comunque teorizzazioni difficili da generalizzare perché ogni persona (oggetto di indagine) è unico e irripetibile nel suo genere.
Personalità e temperamento
Dobbiamo innanzitutto parlare allora di personalità: il temperamento riporta ad una dimensione genetica e biologica delle disposizioni comportamentali presenti fin dalla nascita. Carattere: particolarità derivanti da interazione tra le qualità, positive e negative, che il soggetto possiede sin dalla nascita e l’ambiente in cui cresce. Noi diciamo che l’assetto personologico è dinamico perché si forma e può modificarsi nel corso della vita e inoltre in un soggetto si possono innescare delle variabili di fattori predittori di rischio, come gli abusi.
Teorie psicologiche della personalità
Le varie teorie da un punto di vista psicologico hanno individuato l’esistenza di una molteplicità di fattori che concorrono nel processo di costruzione della personalità. Alcune teorie enfatizzano le forze genetiche, altre le forze ambientali asserendo che l’uomo è un essere sociale. Allora che parliamo di:
- Teorie disposizionali: si soffermano solo sui fattori interni all’organismo. Distinguono tratti e stati. I primi si riferiscono alle caratteristiche determinanti e costitutive della personalità, modi coerenti e stabili di adattamento all’ambiente, mentre i secondi sono condizioni da circostanziare interne o esterne, momentanee o transitorie.
- Altri modelli: propongono invece una sinergia tra la componente ambientale, la componente innata genetica e il suolo della soggettività, ossia della capacità umana di autodeterminarsi e di modellare il proprio stile di vita.
Quindi l’ambiente circostante è un fattore determinante nello svilupparsi di tratti e caratteristiche personologiche, il quale inoltre è connotato da una cultura: è l’insieme delle cognizioni intellettuali che contribuisce ad arricchire le competenze individuali e le capacità di giudizio divenendo elemento costitutivo e fondante della personalità.
Il ruolo della cultura
Lev S. Vygotskii definisce la cultura un sistema di mediazione di significati che vengono proposti dall’ambiente esterno agli individui nella forma di artefatti, cioè di oggetti culturali, prodotti di pensiero, prodotti di relazioni sociali o oggetti di uso quotidiano (quindi possono essere materiali o immateriali). Gli artefatti assumono un ruolo di mediazione per dotare di senso le modalità di interazione degli individui, i comportamenti messi in atto e norme di funzionamento. L’interiorizzazione di questi permette al soggetto di collocarsi all’interno dell’ambiente creandosi una propria identità culturale.
Linton dà importanza alle prime esperienze di vita che esercitano una forte influenza sullo sviluppo della personalità, e quindi esperienze analoghe, basate su una cultura analoga, implica lo sviluppo di personalità simili, ovvero personalità di base. Pensare alla cultura di un Paese presuppone il possedimento di conoscenze generali, cioè elementi che tutti devono padroneggiare, i così detti universali della cultura ossia idee, principi morali, norme condivise e artefatti particolari di competenza esclusiva. Ma, secondo Linton, la cultura offre anche modelli di comportamento alternativi così offrendo diverse scelte ideali e comportamentali da intendere come modelli del singolo di affrontare situazioni e rileggere i contenuti.
L’acquisizione della cultura inizia già dalle prime fasi dello sviluppo mediante l’interiorizzazione dei valori universali e fondamentali della cultura. In un’età più matura vi sarà lo strutturarsi dei fattori individuali che, accanto agli universali e a quelli temperamentali, daranno come risultato la personalità dell’individuo. La comprensione tra illecito e permesso è assimilata dal bambino già nei primi anni di vita. A volte prevale il fascino delle cose proibite dove l’attrazione è comunque esitante, quindi c’è un continuo oscillare tra la piacevolezza (della ricompensa) e il compiacimento (di soddisfare gli stimoli impulsivi).
Il processo di inculturazione implica necessariamente ambivalenza poiché si associa alla soddisfazione e contemporaneamente alla insoddisfazione. Si tratta di comportamenti adeguati, desiderati e rinforzati o considerati inappropriati e quindi punti che espongono il soggetto a un confronto con la società che li circonda e con l’atteggiamento morale e l’assetto valoriale tipico di quella realtà.
L’esposizione a umiliazioni in merito all’immagine di sé come non adeguato e meritevole (“se fai così nessuno ti vorrà bene”) ha un impatto sulla personalità, specie sulla rappresentazione mentale che il bambino ha di sé e delle relazioni interpersonali. C'è la possibilità che ne derivi criticità nell’instaurare relazioni funzionali, significative e durature nel tempo.
Criminogenesi e comportamento deviante
De Greeff definì la criminogenesi nella messa in atto di un comportamento deviante a fronte della percezione di essere sottoposto ad una qualche forma di ingiustizia = silenzio affettivo. L’evoluzione che porta al crimine prevede poi una fase di squilibrio psichico, la criminodinamica, che anticiperà l’esecuzione vera e propria del crimine. Il passaggio all’atto sarà la fase conclusiva in cui la situazione di squilibrio precipiterà.
L’incapacità nel modulare o anche solo accettare alcuni stati emotivi, prevalentemente rabbia, tristezza e gelosia sono il centro di chi agisce violenze. Possibili predittori di futuri comportamenti devianti o violenti sono ad esempio la violenza assistita. Quindi la storia personale e la personalità dell’individuo sono un binomio indivisibile.
Quindi il soggetto che agisce devianza ricerca nel dominio dell’altro una possibile strategia di ridurre i livelli di ansia, angoscia e inferiorità. E ciò che li accomuna è l’indifferenza affettiva.
Comportamento antisociale e psicopatico
Il soggetto antisociale è un soggetto che mette in atto comportamenti criminali in modo soprattutto impulsivo e connotati emotivamente. La cultura di appartenenza, in questi casi, gioca un ruolo fondamentale. Ne sono un esempio le mafie, che risultano essere cariche di connotati emotivi.
Nel soggetto psicopatico, invece, questa componente emotiva non trova luogo. O meglio, si assiste ad una strumentalizzazione delle emozioni dell’altro in modo che possono essere utili al raggiungimento di uno scopo specifico. Prevede due tipologie:
- Forma primaria: l’insorgenza di devianza e violenza è precoce. C'è una programmazione dei fatti fredda e organizzata. Questo si percepisce superiore e capace di dominare l’altro ignorandone sofferenze e bisogni.
- Forma secondaria: l’insorgenza è tardiva, tendenzialmente causata dall’influenza dell’ambiente e funzioni sociali non sono ancora del tutto compromesse.
Dall’osservazione del comportamento violento si evince in modo lampante una incapacità a conformarsi alle norme e alle regole condivise in un contesto di appartenenza, mettendo in atto comportamenti che vengano percepiti come immorali. Sarebbero allora la corteccia prefrontale, il cingolo, la corteccia temporale, il giro angolare, l’amigdala e l’ippocampo le principali aree cerebrali compromesse negli individui con comportamento violento.
Capitolo 21
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