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La descrizione del manoscritto (riassunto)

Tentativi e modelli: la descrizione nel tempo

Le origini

L'esigenza di descrivere i libri manoscritti è un fenomeno storico impostosi ad un certo punto della storia della cultura scritta occidentale; esso è stato naturalmente determinato nel suo insorgere da fattori diversi, fra i quali le funzioni che i libri manoscritti hanno svolto nella società colta, i modi in cui sono state organizzate ed utilizzate le biblioteche e infine le modalità di produzione e di diffusione del libro (manoscritto prima, manoscritto e a stampa poi) nella società.

Nel corso dell'intero Medioevo non si può parlare di descrizione vera e propria dei manoscritti, ma soltanto di una loro sommaria elencazione a scopo patrimoniale, mirante a garantire l'identificazione ed il reperimento del singolo pezzo. A questo tipo di catalogazione appartengono pure gli inventari delle biblioteche italiane del Trecento e del Quattrocento, anche se in essi è evidente un interesse per l'aspetto esterno del singolo codice, per la ricchezza della legatura, per l'ornamentazione; tipico esempio ne è l'"indice vecchio" della biblioteca urbinate.

Verso il Cinquecento troviamo le massime figure della grande filologia europea dell'epoca con i primi esempi di catalogazione critica di manoscritti. Ma è certo anche che nella compilazione dei primi inventari critici dei manoscritti medievali ebbe influenza determinante la nascente filologia formale, che identificava i manoscritti come testimoni di tradizione testuale.

In questa prospettiva si pone la Bibliotheca graeca manuscripta di Antonio Agustín, che può essere considerato il primo inventario critico di codici medievali mai pubblicato: essa contiene la descrizione dei 272 manoscritti greci posseduti dall'Agustín con indicazioni sufficientemente accurate sia del loro aspetto esterno, sia del loro contenuto e con datazioni (espresse per centinaia di anni).

Lambeck e Montfaucon

Con il Seicento si ha una prima produzione diffusa e omogenea di elenchi di manoscritti per fornire agli studiosi notizie di interi fondi di codici redatti con finalità scientifiche e non puramente inventariali. Massimo esempio della codicologia dell'epoca restano i Commentariorum de Augustissima Bibliotheca Caesarea Vindobonensi libri di Peter Lambeck, filologo e nipote di Lucas Holste. Si tratta di un'opera che contiene la storia della biblioteca imperiale e la descrizione dei suoi codici greci e latini; ma in realtà la descrizione si ferma ai codici greci e resta generica nello stabilire la datazione dei singoli pezzi. Per l'Italia può essere ricordata l'attività catalografica di Giacomo Filippo Tommasini, vescovo di Cittanova, che descrisse le biblioteche padovane e quelle venete; o l'opera di catalogazione dei manoscritti della Biblioteca apostolica Vaticana svolta da vari membri della famiglia Ranaldi.

Quanto l'attività di conoscenza e di descrizione dei manoscritti medievali fosse in funzione della filologia e dell'antiquaria contemporanee è dimostrato dagli Itinera di Jean Mabillon e Bernard de Montfaucon, ambedue membri della congregazione benedettina di San Mauro di Parigi. Paleografo e catalogatore di codici, il Montfaucon fu autore, oltre che della sommaria Bibliotheca bibliothecarum manuscriptorum nova, un "catalogus catalogorum" di manoscritti delle maggiori biblioteche europee, corredato di ampi indici, anche dal catalogo dei manoscritti greci del vescovo di Metz, che costituì un modello insuperato per più di un secolo.

Nella lettera di presentazione dell'opera il Montfaucon mostra consapevolezza della novità del suo metodo rispetto all'opera stessa di Lambeck, cui rimprovera prolissità e disordine. Egli identificava sia il pubblico specifico di imprese del genere, e cioè quello degli eruditi e dei filologi europei, sia il loro fine precipuo, che era quello di permettere una corretta edizione di testi antichi ancora inediti o editi scorrettamente. Lo schema di descrizione adottato fornisce la datazione per secoli, con eventuali giustificazioni; i testi, con l'esatta identificazione dell'autore e del titolo e gli incipit; estratti di varianti e edizione di brevi testi inediti; l'opera è conclusa da una tavola di concordanza delle collocazioni e da un indice di nomi di persona e luoghi.

Vecchio e nuovo: Biscioni e Bandini

La moderna metodologia catalografica elaborata dal Montfaucon non si impose immediatamente. In Spagna la lezione del Montfaucon fu raccolta da Juan Iriarte, il quale nel 1769 pubblicò un primo volume della sua descrizione dei codici greci della biblioteca reale (Regiae Bibliothecae Matritensis codices graeci manuscripti); si tratta di un catalogo di grande ampiezza, ricco di dati descrittivi, concluso da un indice povero. In Italia il modello del Montfaucon penetrò lentamente; un primo esempio di catalogazione accurata è quello dei manoscritti greci e latini marciani fornito da Antonio Maria Zanetti. Ancora migliore il catalogo, fondato su basi scientifiche dei 2104 Codices manuscripti Bibliothecae regii Taurinensis Athenaei, compilato dal bibliotecario Giuseppe Pasini, coadiuvato da A. Rivautella e da Francesco Berta; ivi accurata l'indagine paleografica e la specificazione della data; presente l'indicazione degli incipit e delle note di possesso; frequenti le riproduzioni di specimina paleografici; buona l'informazione bibliografica.

Ma fu soprattutto a Firenze che la nuova erudizione italiana, di interessi storico-religiosi e di metodo muratoriano, diede i suoi frutti migliori in campo catalografico: Antonio Maria Biscioni, bibliotecario laurenziano, veniva un suo nuovo catalogo dei codici laurenziani, ispirandosi a modelli stranieri; si tratta di un'opera ricca ed ampia nella storia della biblioteca e dei suoi fondi, ma troppo secca ed inadeguata, a confronto dei migliori esempi stranieri, nella descrizione dei codici. Né migliore può essere giudicata la riuscita del Catalogus codicum manuscriptorum qui in Bibliotheca Riccardiana fiorentina adservantur dell'erudito Giovanni Lami, in cui la descrizione dei singoli codici è dissolta nell'ordine alfabetico per autori; del Lami va ricordato anche il Catalogus codicum manuscriptorum bibliothecae Gaddianae, iniziato nel 1752 con analoghi criteri e rimasto manoscritto.

In realtà, dopo quello torinese, il primo grande catalogo italiano di manoscritti prodotto con intenti e criteri scientifici moderni fu dovuto ad Angelo Maria Bandini, successore del Biscioni nell'incarico di bibliotecario laurenziano, erudito, studioso dell'umanesimo, ma soprattutto bibliologo e codicologo. Il Bandini riprese l'opera (Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae varia continens opera graecorum Patrum; Catalogus codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae...) là dove il Biscioni l'aveva lasciata; ma ne mutò completamente i criteri, ispirandosi soprattutto al modello del Montfaucon. Nella Praefatio egli fissò la sua metodologia descrittiva, intesa a fornire un'immagine esatta del codice, una sua precisa collocazione nel tempo ed una sua completa analisi testuale. Il Bandini cercò di elaborare una descrizione minuziosa sia dal punto di vista storico e paleografico che dal punto di vista testuale e filologico, ricostruendo la compagine dei codici disordinati, dando notizie sullo stato di conservazione, fornendo fac-simili per i confronti grafici e soprattutto mirando alla particolareggiata identificazione degli autori e dei testi mediante il confronto con i risultati della filologia contemporanea, fornendo tutti i dati possibili (titoli, incipit, explicit, referenze bibliografiche) al lettore.

Si tratta di criteri che anche oggi sono considerati validi e continuano ad informare di sé la produzione catalografica corrente. Ad essi si ispirarono altri catalogatori italiani contemporanei, in quel trentennio finale del Settecento, che, in parallelo con le prime grandi operazioni di secolarizzazione delle biblioteche religiose e con la formazione di grandi raccolte pubbliche e private, vide fiorire un notevole numero di cataloghi. Fra di loro vale la pena di ricordare due collezioni private venete, l'uno dei codici greci Naniani compilato da Giovanni Luigi Mingarelli con ampia ed attenta descrizione esterna (Graeci codices manuscripti apud Nanios patricios venetos observati, Bononiae 1784) e l'altro della collezione Farsetti opera di Iacopo Morelli, bibliotecario marciano (Biblioteca manoscritta di Tommaso Giuseppe Farsetti, 1-11, Venezia 1771-80), nel quale è contenuto un singolare giudizio sul favore con il quale i cataloghi di manoscritti venivano ormai accolti dal pubblico.

La nuova catalogazione scientifica

Una rigorosa catalografìa si impone agli inizi del nuovo secolo in Germania; lì veniva imponendosi nelle cattedre universitarie la nuova filologia dei Lachmann, degli Hermann, dei Boeckh, dei Bekker e di tanti altri; lì gli studi paleografici e diplomatistici avevano compiuto forti progressi. Nel 1825 Friedrich Adolf Ebert, fondò la moderna codicologia come disciplina a sé stante e fornì i criteri per una descrizione scientifica dei manoscritti tendente a raggiungere una più completa conoscenza del codice come prodotto materiale e dei testi come testimoni di una tradizione. In questo modo Ebert raccoglieva il meglio della tradizione catalografica a lui precedente e legava la nuova disciplina da un lato alla paleografia, dall'altro alla filologia testuale.

Nella prima metà dell'Ottocento l'Italia scompariva dalla scena catalografica europea; la Francia, pur essendosi dal 1821 dotata dalla prestigiosa Ecole des chartes, fondata più sulla tradizione diplomatistica, non forniva più prodotti di impostazione scientificamente innovativa; al contrario, in Germania, lo sviluppo delle scienze umanistiche, organizzate intorno alla filologia formale ed alla storia medievale, forniva agli studiosi un nuovo modello catalografico che, reso all'inizio di ardua acquisizione a causa della trasmissione in una lingua (il tedesco) ancora poco diffusa come veicolo internazionale di conoscenze, sarebbe divenuto col tempo egemone nell'Europa continentale.

Il modello sommario

Mentre la Germania sistematica sceglieva il catalogo ampio, minuzioso e discorsivo, l'Inghilterra empirica produceva e sceglieva indici, elenchi e cataloghi sommari schematici. Di questo tipo è la descrizione periodica delle nuove accessioni librarie del British Museum, la List of additions made to the collections in the British Museum; essa contiene insieme stampati e manoscritti con uno schema di descrizione sommario per questi ultimi. La prevalenza degli indici sul testo è una tendenza tipica della tradizione catalografica inglese e negli stessi anni del Madden trovò ulteriore applicazione ad opera di un vicebibliotecario della Bodleiana di Oxford, Henry O. Coxe, nel catalogo generale dei manoscritti posseduti da tutti i collegi della sua città. L'aspetto è quello di un catalogo settecentesco, ancora composto in latino; ma l'accuratezza è moderna e moderno è l'indice che conclude il secondo volume.

Fra prima e seconda metà del secolo non furono soltanto i bibliotecari inglesi a mostrare di preferire la forma secca e sommaria della descrizione codicologica; altri li seguirono in Belgio, in Francia, in Baviera e nell'impero austroungarico. Primo fra tutti fu il conservatore dei manoscritti della biblioteca reale di Bruxelles, Jean Marchal, che nel 1842 pubblicò un grande Catalogo contenente, oltre ad una ricca storia della biblioteca, anche uno schematico inventario dei manoscritti e un repertorio sistematico degli stessi diviso in più classi di materia.

Seguì la Francia con una iniziativa ufficiale di catalogazione generale di tutti i manoscritti conservati nelle biblioteche municipali dei diversi dipartimenti. Fu nominata una commissione di cui fu fatto segretario il bibliotecario Guglielmo Libri, il quale, approfittò della fiducia accordatagli per depredare le biblioteche visitate; i criteri di descrizione erano discordanti, ma fondati su uno schema binario semplice, che distingueva una presentazione del pezzo da un commento. Col tempo la descrizione divenne più stringata ed ordinata, ed anche più scientifica, ma sempre più vicina al modello dell'inventario che non a quello del catalogo.

Il modello inventariale aveva intanto conquistato i responsabili di due fra i maggiori depositi di codici d'Europa: quello della Biblioteca imperiale di Vienna e quello della Biblioteca regia di Monaco di Baviera. A Vienna nel 1864 venne avviato un inventario dei 19.500 manoscritti latini della collezione, che portò alla sua sommaria descrizione a stampa in dieci volumi; in esso fu adottata una soluzione per la resa dei dati essenziali della descrizione esterna, che vennero riassunti in sigle.

I problemi

Premessa

Qualsiasi sia il tipo di descrizione prescelto il catalogatore deve affrontare alcuni problemi:

  • La datazione e la localizzazione dei codici;
  • La definizione delle scritture;
  • L'identificazione degli autori e dei testi;
  • La descrizione della struttura e delle (o di alcune delle) tecniche di fattura.

In questa sede io mi limiterò a fornire consigli e ad indicare gli strumenti che possono aiutare di a superare i punti più perigliosi della navigazione in cui ciascun catalogatore si imbarca.

La datazione

Datare i codici che descrive è un compito cui un catalogatore; poiché una qualche forma di datazione è ritenuta uno degli elementi essenziali di una qualsivoglia descrizione di un "frammento del passato" ' ed è ritenuta elemento costitutivo della descrizione codicologica sin da quando essa ha cominciato ad essere delineata in modo scientifico, e cioè dal secolo xvn. Datare significa collocare un determinato reperto entro una griglia cronologica divisa per secoli; si dovrebbe, datare in modo meno largo ed impreciso, secondo periodi più brevi e comunque storicamente più significativi.

Ma come datare?

Considerazioni --> La copia di un manoscritto deve essere (o meglio non può che essere):

  • Posteriore alla data di compilazione del testo che contiene;
  • Posteriore all'esemplare da cui è copiato;
  • Anteriore alle glosse, note e aggiunte;
  • Anteriore all'epoca nota di cessazione dall'uso del tipo di scrittura in cui è scritto;
  • Posteriore all'epoca o data di fattura o di primo uso della materia sulla quale è scritto:
    • Se papiraceo su papiro già adoperato su uno dei due lati, posteriore all'epoca di scrittura del primo testo;
    • Se membranaceo e palinsesto, posteriore (per la scrittura superiore) alla datazione della scrittura inferiore.

Il catalogatore dovrà preoccuparsi di trarre elementi per la datazione non soltanto dalla scrittura ed all'ornamentazione del codice, ma da tutti i suoi elementi costitutivi come dal testo e dal suo aspetto linguistico e ortografico; dalle tecniche di fattura (rigatura e foratura, fascicolazione, legatura), dalle notizie sulla sua storia e sulla sua provenienza. Indubbiamente il datare una scrittura è parte della scienza paleografica e perciò compito del paleografo. Le metodologie adatte a collocare nel tempo scritture formali tipizzate o canonizzate non possono essere applicate sic et simpliciter per datare anche scritture corsive di ambito usuale-documentario; che criteri utili a proposito di scritture e di codici altomedievali risultano inapplicabili a prodotti grafici tardomedievali o rinascimentali, e così via.

Cosa può e deve fare il catalogatore?

Lasciati al paleografo l'esame ed il confronto stilistici e formali della scrittura, egli potrà basarsi su una serie di elementi minori, grafici ed extragrafici, che pure forniscono criteri di datazione, in quanto assai spesso sono ripetuti dagli scribi indipendentemente dallo stile di scrittura adoperato e finiscono per avere una validità generale. Così è, per esempio, per alcune abbreviazioni, come quella per q(uia), formata dalla q e da un piccolo 2 ad essa accostato sulla destra, adoperata in Italia prevalentemente dopo il 1050; così è per alcuni usi codicologici, come il richiamo, costituito dall'apposizione della prima parola del fascicolo seguente nel margine inferiore dell'ultima carta del fascicolo che precede, ecc..

La localizzazione

La localizzazione non è indispensabile; non molti cataloghi contengono attribuzioni di codici a questa o a quell'area territoriale. Il catalogatore può omettere questo dato, o limitarsi a registrarlo ove nel codice stesso sia espresso ovvero sia stato autorevolmente accertato da ricerche precedenti. Il problema della localizzazione si pone soltanto per i codici medievali e rinascimentali; e ciò perché una paleografia dell'età moderna ancora non esiste.

Localizzare un codice significa in sostanza identificarne il luogo o la zona di origine, dove esso è stato materialmente prodotto come scritto; per origine si intende il luogo o la zona dove il codice è stato prodotto e scritto, per provenienza si intende l'ultima sede nella quale il codice è stato conservato prima di raggiungere l'attuale e perciò quella dalla quale in senso proprio proviene. Nel 1927 Falconer Madan, autore del Summary catalogne della biblioteca di Oxford, consigliava di basarsi su tre generi di elementi: le abbreviazioni, che hanno spesso aree di diffusione differenziate; la forma delle lettere; i dati codicologici (materia, struttura, rigatura, numerazione dei fascicoli).

Il Lowe enunciava i principi generali che erano alla base del suo lavoro di censimento di tutti i manoscritti latini anteriori all'anno 800 e fra questi anche i criteri che guidavano le sue sicure localizzazioni. Tali criteri erano:

  • Il luogo di conservazione
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/09 Paleografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nora96_96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Codicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Eleuteri Paolo.
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