Libro: B o rg ogno F. (2 0 2 0 ). U na v i t a c ura una v i t a . I ni z i , ma t uri t à,
.
e s i t i di una v o c a z i on e. B o l l at i B o ri nghi eri e di t o re, T o ri no
Una vita cura una vita→ sono i pazienti che hanno avuto impatto su molte delle mie idee e dei miei modi di
essere analista. Non è la chiacchera sulla vita ciò che cura una vita, bensì l’elaborazione dell’irrompere di
essa in seduta da parte di un analista che, a contatto con il paziente e con quanto accade, la lascia uscire
anche dall’interno di sé stesso senza spaventarsene troppo e senza stroncarla prematuramente.
capitolo 1
Spoilt Children→ si riferisce non ai bambini viziati e tirannici, ma a bambini spogliati, cresciuti da genitori
che hanno proiettati dentro di loro aspettative e ansietà e gli hanno sottratto qualcosa di intimamente
specifico appartenente ai bambini.
Il percorso, anche quello psicoanalitico, è un percorso di vita, come sosteneva Ferenczi, e la storia è
essenziale per capire chi siamo come persone e come professionisti. Con storia intende la storia delle
relazioni familiari, della trasmissione affettiva da una generazione all’altra, la storia della cultura, anche
professionale.
LE ESPERIENZE INIZIALI
Le persone cambiano e così i loro pensieri ed è necessario incontrare un altro che si interessi e si occupi di
te. La crescita e il pensiero non nascono unicamente dal dolore, ma piuttosto dall’essere riconosciuti: se c’è
un altro che ti fa credito, se questi può e sa parlarti immedesimandosi con le tue esigenze, le tue ansie, i
tuoi dolori.
Heimann→ diede importanza sia alla presa in atto da parte dell’analista della quotidiana presenza di
controtransfert per capire i vari sé del paziente e il suo mondo inter-intra-psichico, sia al suo farsi cosciente
dell’aspetto pratico delle interpretazioni e dei silenzi, di ciò che egli metacomunica al di là delle parole e del
silenzio. Lei riteneva che l’analista potesse permettersi di comunicate schiettamente al paziente il modo in
cui era pervenuto all’interpretazione con lo scopo di indicare al paziente che al pensiero autentico occorre
un lavoro di squadra e di fargli comprendere che i suoi stessi mentali soggettivi erano utili per la sua
comprensione di sé stesso e degli altri. Heimann riteneva che il valore mutativo delle interpretazioni
derivasse dall’aspetto affettivo che esse procuravano.
UN COMPAGNO FONDAMENTALE: SANDOR FERENCZI
Durante gli anni della laurea, alla fine dei conti, Borgogno scoprì diverse cose:
1. quanto fosse basilare osservare la nascita e la crescita di un pensiero; quanto tempo, quindi, ci voglia
perché le proprie idee preconsce si rendano più consapevoli e utilizzabili nel proprio lavoro.
2. scoprì come sia sostanziale che vi sia qualcuno che creda in tali idee e che dia loro credito.
3. come sia essenziale che lo stesso portatore di quelle idee creda in ciò che osserva e giunge a pensare.
Con “quanto tempo” intendo tempi molto lunghi. I pensieri, come Bion ha affermato, sono grezzi e
rudimentali e, per diventare pensieri effettivi, hanno bisogno di qualcuno che li pensi e questo si deve
ripetere a ogni tappa del loro sviluppo. Ogni individuo nasce alla vita psichica, a una vita psichica che a lui è
pre-esistente, c’è un ambiente che è attorno a noi e dentro di noi fin dagli inizi della vita. Così anche il
pensiero nasce in uno specifico contesto, che a lui pre-esiste, e si sviluppa in un contesto a lui
contemporaneo: un contesto che potrà variare nel tempo, così come nel tempo potranno variare i
potenziali portatori di quel pensiero.
Il percorso leggendo Ferenczi fu tutta un’altra musica: se si cambia il metodo, se si legge nel percorso,
quello che si osserva è molto differente da ciò che si osserva estrapolando un solo momento di qualcosa dal
suo insieme nel tempo; inoltre, chi legge Ferenczi nel percorso si accorge fin dall’inizio che sta suonando
una musica diversa da quella che suona Freud.
Elementi importanti di Ferenczi:
1. rispetto all’eiaculazione precoce, trattata da Freud, Ferenczi la studia a partire dagli effetti fisici e psichici
che ha sulle donne. In questo modo da così voce a un soggetto al tempo assai trascurato: le donne.
2. mostra come gli analisti, a volte, tendano ad essere “dei masturbatori e degli eiaculatori precoci” che
finiscono per non accogliere l’altro da sé, imponendo con le interpretazioni qualcosa che riguarda loro
stessi più che l’altro. Egli vuole promuovere un maggiore ascolto dell’altro e una maggior considerazione
della relazione fra paziente e analista e viceversa.
3. ritiene che i sintomi transitori del paziente nella seduta nascono all’interno della relazione paziente
analista: sono una risposta cioè a qualcosa che l’analista ha detto o ha fatto, o non ha detto e non ha fatto.
Salta all’occhio la modernità della sua prospettiva, che esplorava con pazienza e sensibilità il dialogo fra
paziente e analista, notando come tale dialogo fosse necessariamente intriso di relazione e come la
relazione promuovesse in ogni caso benessere e malessere.
4.l’introiezione è per Ferenczi un processo psichico fondamentale, ancora più importante della proiezione,
poiché il bambino cresce ponendo prima di tutto dentro di sé le cose che gli provengono dall’esterno. Per
questo, a causa dell’enorme fragilità e permeabilità infantili, ne conseguiva che i caregivers avrebbero
dovuto avere molta più cura rispetto a ciò che offrono. Il bambino molto piccolo, inoltre, è affamato di
oggetti e affetti (non solo cose materiali, ma anche il modo in cui queste gli erano porte), indispensabili per
il suo sviluppo, e prende tutto dentro di sé senza poter selezionare e difendersi. A tal proposito egli dava
importanza a una pragmatica della comunicazione sempre importante, ma assai più influente se in
presenza di menti in formazione, quelle dei bambini, ma anche quelle degli allievi e dei pazienti; in esse gli
ordini ipnotici inconsci vengono assimilati dal bambino/paziente, diventando operativi nel suo stare al
mondo senza che egli ne abbia alcuna coscienza.
5. per Ferenczi il trauma è psichico, riguarda gli affetti, è cumulativo e è non dovuto a un singolo evento.
Esso è tale non tanto perché è accaduto, ma perché non ha trovato un ambiente che lo abbia riconosciuto e
messo in parole offrendogli aiuto: è essenzialmente un «trauma per omissione di soccorso». Il trauma si
riferisce non solo a qualcosa che è accaduto, ma anche a qualcosa che sarebbe dovuto accadere nello
sviluppo fisiologico.
PSICOANALISI COME CONVERSAZIONE SPECIALE E PROGRESSIVO APPRENDIMENTO
La psicoanalisi è una conversazione speciale, al cui centro non ci sono solo le parole, ma le transazioni
affettive, quello che Winnicott chiamava l’area dei «gesti» (di riconoscimento, di conferma e di convalida
psichica). La conversazione psicoanalitica ha quindi bisogno di autenticità e non di ipocrisia e falso sé,
poiché i pazienti intercettano molto bene a livello inconscio i veri sentimenti del terapeuta.
La psicoanalisi è un apprendimento da un’esperienza emozionale speciale, che presume la necessità di
lavorare con un altro per capire chi siamo. È importante sottolineare quanto l’altro e la sua generosità siano
rilevanti per questa disciplina.
La soggettività dell’analista è un dato irrinunciabile. Il paziente porta in analisi, non solo sé stesso e i vari
aspetti di sé, ma anche l’ambiente in cui è cresciuto durante l’infanzia e l’adolescenza: porta ciò che Freud
chiamava transfert. Per intendere le manifestazioni di transfert l’analista deve possedere nel suo
armamentario teorico l’idea che il benessere e il malessere psichico di una persona non nascano nel vuoto,
ma entro relazioni interpersonali che sono state e sono fondanti, in quanto costituiscono il materiale delle
identificazioni inconsce.
Per questo motivo, dato che anche l’analista porta tutta la sua persona all’interno dell’analisi e non
unicamente il setting, il quale è al riparo da interferenze, la sua partecipazione e il suo coinvolgimento
dovrebbero essere sempre sottoposti a un lavoro di working through in maniera tale che egli, distinguendo
fra ciò che lo riguarda e ciò che riguarda il paziente, possa pervenire a modulare la sua risposta affettiva in
un’interpretazione capace di informare il paziente su se stesso, sui suoi bisogni, s ulle sue ansie e sul tipo di
relazione inconscia che sta proponendo e sulle ragioni per cui sta proponendo quel tipo di relazione e non
un’altra.
La situazione psicoanalitica può richiedere all’analista di doversi «ammalare della stessa malattia di cui il
paziente e il suo ambiente familiare si sono ammalati ai tempi della sua infanzia e della sua adolescenza».
Se si lascia che ciò accada, l’analista può comprendere sulla sua pelle che cosa è accaduto al paziente e
quali attori e forze in gioco fossero presenti nel suo passato e, sulla base di questa esperienza vissuta, può,
oltre a riconoscerla permettendo così al paziente medesimo di riconoscerla, darvi una risposta diversa da
quanto successe allora in passato.
Nella sua visione, Ferenczi anticipa il pensiero di Winnicott, il quale constatava che il trauma va ripetuto
nell’analisi, poiché i genitori erano assenti e in ragione di ciò, l’Io troppo prematuro del bambino fragile non
aveva potuto affrontarlo, risultandone perciò travolto. È l’analista che lo deve riconoscere e individuare
offrendo così al paziente, differentemente dagli oggetti del passato, l’opportunità di percepirlo
consapevolmente, di comprenderlo e di condividerlo con un altro che si assume la sua parte di
responsabilità.
Ogni esperienza analitica, per essere effettiva ed efficace, implica inevitabilmente sempre un qualche tipo
di enactment, ovvero un’azione interpersonale inconscia, ignota allo stesso analista mentre la pone in atto.
LA BREVE FAVOLA DI “ORSETTO”
La psicoanalisi:
a) è una forma di educazione, un’educazione alla vita e al vivere che può in parte immunizzare, come
affermava Ferenczi, se è capace di contenere la sofferenza senza duplicarla, se è capace di tollerare la paura
senza farla divenire terrore, se è capace di mantenere la speranza anche nei momenti di difficoltà potendo
intravedere un futuro per il paziente e la sua vita;
b) è apprendimento dall’esperienza delle emozioni e delle relazioni che una nuova fiducia, favorendo la
progressiva integrazione di aspetti dissociati e alienati del sé;
c) è un modo per rendere più giocoso e libero il pensiero;
d) è via attraverso cui recuperare le proprie parti esiliate, in specie quelle. Esse possono essere recuperate
se l’analista può ospitarle e interpretarle a lungo, nel senso di esserne lui il portatore finché il paziente non
sarà in grado di ri-appropriarsene, riconoscendo come nel passato le abbia dovute espellere dalla
consapevolezza, rinunciando ad esse, ma ora possono trovare uno spazio psichico che le accolga e che gli
attribuisca valore e significato.
LA FAVOLA DI ORSETTO→ è stata annunciata a un analizzando ancora spaventato dal vivere pienamente la
vita senza dover conformare la sua intimità agli altri, il quale da bambino aveva sofferto d’asma e di diverse
forme di orticaria legate a un’ansiosa e non calibrata invasività di mandati e regole (narcisistici e spesso
proiettivi) da parte dei genitori.
La favola riguarda un piccolo orso che aveva sempre freddo. La mamma e il papà lo avevano esortato a
indossare la maglia di lana, la camicia felpata, il gilet a trecce, il golfino spesso, le muffole, il cappello caldo,
le calze d’alpino, gli scarponcini rivestiti e così via; all’inizio la situazione sembrava migliorare, ma poi
Orsetto continuava ad avere freddo. Un giorno, su suggerimento di alcuni vicini di casa, si recò dal dott.
Orso, il quale gli disse: “questa è la mia medicina: togliti tutto perché tu nella vita hai da giocare e
camminare”. Orsetto, di primo acchito sbalordito, protestò e fece rimostranze, poiché così avrebbe avuto
più freddo e si
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