Filmare le culture: un’introduzione all’antropologia visiva
Il campo dell’antropologia visiva
Se fin dalle origini dell’antropologia la fotografia e il cinema vengono utilizzati con lo scopo di raccogliere documenti visivi delle realtà etnologiche, sarà soltanto negli anni trenta che inizierà a farsi strada l’idea di sviluppare una vera e propria antropologia visiva. G. Bateson e M. Mead saranno i primi a sviluppare un progetto antropologico-visuale, studiando i comportamenti non verbali tramite l’utilizzo sistematico e massiccio di tecniche di registrazione audio-visiva.
L’antropologia visiva formalizza una prima definizione di se stessa nel corso di un convegno tenuto a Chicago nel 1973, da cui verrà tratto il volume “Principles of Visual Anthropology”. L’antropologia visiva viene in questa fase considerata un metodo utilizzabile nell’indagine antropologica e nella presentazione dei dati; il metodo prevede un utilizzo ampio e sistematico di strumenti di registrazione audiovisiva nella ricerca. Diversi saggi mostrano da questo momento in avanti una nuova tendenza che verrà sancita dall’uscita di “Rethinking Visual Anthropology” (1997). Questa nuova tendenza fa coincidere l’antropologia visiva non tanto con un metodo di indagine, ma con un ambito tematico; si tratta di un importante allargamento di campo che pone al centro dell’interesse lo studio degli aspetti visibili delle culture e in particolare di quegli aspetti che più sfuggono a una descrizione verbale.
Le culture visive rispecchiano in parte la formulazione semiotica del concetto di cultura proposta da C. Geertz: le culture visive si manifestano come sistemi di segni immediatamente percepibili alla vista. Parliamo di segni e non di forme naturali poiché la cultura ha tra i suoi obiettivi prioritari quello di trasformare la natura secondo modelli specifici, dotati di un’importante valenza comunicativa. Dunque, attingendo sia alla definizione di cultura di Geertz sia a quella classica formulata da E. B. Tylor nel 1871 potremmo definire una cultura visiva come un sistema di segni visibili, costruito dall’uomo in quanto membro di una società, il cui significato risulti ampiamente condiviso.
Definire la visione
La visibilità è una qualità che emerge dalla relazione tra il mondo fisico e i soggetti vedenti; le culture visive sono fenomeni cangianti, che mutano e che si trasformano continuamente sotto gli sguardi di chi le osserva, siano essi membri di quella stessa cultura o osservatori appartenenti a mondi culturali e percettivi differenti. La fotografia e i filmati, impiegati già nelle prime spedizioni etnologiche di fine Ottocento, erano considerati delle testimonianze neutre e inconfutabili dei costumi osservati, documenti oggettivi di realtà etnografiche utilizzati come prove per sostenere teorie antropologiche più ampie e generalizzanti.
La ricerca antropologica ha dunque accolto l’assunto della centralità e della naturalità della percezione visiva. Con Malinowski tale assunto viene formalizzato nella definizione del metodo dell’osservazione-partecipante. Per Malinowski l’obiettivo ultimo della ricerca sul campo era quello di afferrare il punto di vista dell’indigeno, il suo rapporto con la vita, di rendersi conto della sua visione del suo mondo. Riconoscere l’influenza esercitata dalla cultura sulla visione, e la presenza di barriere che possono ostacolare il raggiungimento di quello sguardo transculturale che l’antropologo polacco si prefiggeva. Per tentare di superare tali barriere bisogna dotarsi di strumenti concettuali idonei ad analizzare la visione e le influenze culturali che la modellano. Solo così diviene possibile contrastare quell’etnocentrismo percettivo che caratterizza ogni cultura e induce a pensare alle proprie particolari percezioni come a qualcosa di universalizzabile. Studiare le culture visive significa in fondo spostare l’attenzione dagli oggetti della visione alle modalità di costruzione culturale dallo sguardo e dai suoi prodotti.
Come vediamo?
La visione è un insieme di processi fisiologici e culturali che consentono di registrare, elaborare e interpretare gli stimoli luminosi provenienti dall’ambiente. Il processo fisiologico è comune all’uomo e a moltissime altre forme animali; ciascuna specie però seleziona soltanto alcune frequenze d’onda nella formazione della propria visione. Altre specie animali registrano e percepiscono, ad esempio, frequenze luminose invisibili all’uomo (le api sono in grado di percepire gli ultravioletti, i serpenti a sonagli gli infrarossi). La vista consente di entrare in contatto con l’ambiente esterno e interagire con esso, oltre al fatto che costituisce un meccanismo adattivo indispensabile alla sopravvivenza.
Lo psicologo statunitense J. J. Gibson ha ridefinito l’intero problema della percezione visiva in una prospettiva da lui chiamata “ecologica”. Gibson si occupa in primo luogo della percezione naturale, cioè dei processi che pongono gli animali e l’uomo direttamente a contatto con l’ambiente in cui vivono. Tra le caratteristiche peculiarmente umane Gibson identifica, oltre alla facoltà linguistica, anche la facoltà di produrre raffigurazioni/rappresentazioni visive, le quali svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei bambini, dei giovani e più in generale nella trasmissione dei saperi. Nelle rappresentazioni grafiche Gibson include anche le forme di scrittura deputate alla registrazione visiva della parola, tuttavia egli sottolinea come la scrittura possa essersi sviluppata solo dopo una lunghissima consuetudine con forme di raffigurazione pittorica: ideogrammi, sillabari ed alfabeti non sarebbero mai stati inventati se le persone non avessero già disegnato da migliaia di anni.
Nell’uomo il processo della visione è reso particolarmente ricco e complesso dall’intervento della consapevolezza, della memoria e della cultura, oltre al fatto che la sua percezione visiva non è altro che il frutto di una continua interazione a due vie tra ambienti e soggetto e tra natura e cultura.
L’immagine come selezione e rappresentazione
La Gestaltpsycologie, elaborata a Berlino nei primi decenni del Novecento, considera la percezione visiva come un processo costruttivo. Attraverso un metodo sperimentale fondato sulla presentazione di immagini standardizzate a campioni di spettatori in una situazione di laboratorio, gli psicologi della Gestalt proposero alcuni esperimenti che consentirono loro di dimostrare che la percezione funziona almeno in parte autonomamente dalla cognizione. Ciò è dimostrato ad esempio dal fatto che uguali stimoli visivi possano dar luogo a percezioni differenti; gli esperimenti mostrano infatti chiaramente come una stessa immagine possa essere percepita in diversi modi. A riprova del fatto che la percezione e il pensiero possono viaggiare per così dire su due binari paralleli, i Gestaltisti proposero esperimenti da cui risultava evidente il fatto che spesso siamo portati a percepire elementi non presenti in un’immagine. Il mondo fisico non è dunque percepito del tutto fedelmente: la percezione sembra costruirsi almeno in parte in maniera autonoma rispetto agli stimoli visivi emessi dall’ambiente.
Secondo la Gestalt la percezione scaturisce da un processo di costruzione di immagini che rispetta alcune regole fondamentali, una sorta di “Grammatica del vedere”. I teorici della Gestalt ipotizzarono che si trattasse di regole universali nella specie umana, e in quanto tali da considerarsi innate oppure dettate da una razionalità comune all’intero genere umano. Tuttavia tale ipotesi contrasta con la maggior parte delle teorie antropologiche della percezione. La separazione tra percezione e cognizione appare fuorviante: conoscere è un’estensione del percepire. Solo a partire dalla nostra complessa percezione dell’ambiente noi siamo in grado di avviare processi cognitivi, di pensare in relazione a un mondo con cui ci accordiamo continuamente, un mondo che non smettiamo mai di trasformare e che a sua volta ci trasforma.
Per definire questo meccanismo, Gibson introduce il concetto di affordance (to afford), un neologismo che significa allo stesso tempo fornire qualcosa e essere in grado di fare o di sopportare qualcosa. Questo concetto connette gli elementi dell’ambiente che vengono percepiti con l’utilizzo che di essi è in grado di fare il percipiente (una via ad esempio offre un’affordance per la locomozione). In connessione con il concetto di affordance, Gibson introduce quello di nicchia ambientale, una determinata porzione di ambiente che l’uomo modifica per i suoi scopi, a partire dalle sue percezioni funzionali che rappresentano i pilastri della vita sociale.
Un classico esempio: la percezione dei colori
Tra il 1967 e il 1968, B. Berlin e P. Kay effettuarono una ricerca per verificare se la visione debba essere considerata un fenomeno culturale o se essa sia regolata da caratteristiche universali, esaminando i cosiddetti basic color terms in venti lingue. Essi riscontrarono la presenza di tre regole universali:
- Nonostante la dimostrata capacità degli esseri umani di discriminare migliaia di colori, le lingue naturali presentano una terminologia dei colori che comprende da un minimo di due termini a un massimo di undici.
- Tali sistemi terminologici si presentano secondo un ordine cumulativo regolare, ovvero possono essere disposti in una sequenza evolutiva.
- I referenti empirici dei termini di base sullo spettro cromatico sono molto simili in tutte le società considerate.
La prospettiva di Berlin e Kay si oppone agli approcci relativistici che sottolineano l’influenza della cultura sulla percezione visiva, proponendo una tesi universalistica che considera la percezione un fenomeno fondamentalmente innato. La soluzione della controversia viene delineata da M. Sahlins in un articolo del 1976, il quale tenta di far incontrare prospettive relativistiche e prospettive universalistiche. L’autore riconosce l’universalità delle regole definite da Berlin e Kay e riprendendo Saussure suggerisce che le terminologie di colore funzionano opponendo sistematicamente termini pertinenti. Sahlins afferma che l’occhio che vede è sempre un organo della tradizione, il che significa che gli stimoli visivi naturali vengono costantemente selezionati e interpretati alla luce di una semantica culturale che attribuisce a ciascun colore un significato e un posto specifici all’interno del sistema simbolico.
Excursus evolutivo: estetica e linguaggio
Nell’opera “Il gesto e la parola”, il paletnologo francese André Leroi-Gourhan ha ricostruito le tappe dello sviluppo dell’estetica e del simbolismo nella storia evolutiva dell’umanità. La sua teoria generale analizza l’emergere della cultura a partire dalla liberazione della mano, cioè da quel processo che consente agli ominidi la messa a punto di capacità prensili che liberano la bocca, la quale a sua volta sviluppa gli organi fonatori in stretta connessione con l’evoluzione cerebrale e la progressiva funzionalizzazione della corteccia. La creazione di utensili, di simboli visivi e di parole sono i prodotti fondamentali che l’uomo mette a punto nel corso dell’evoluzione. Allo sviluppo delle funzioni simboliche ed estetiche è dedicato il secondo suo volume intitolato “La memoria e i ritmi”.
Il processo di intellettualizzazione si accompagna a un processo di particolarizzazione che Leroi-Gourhan definisce etnica. Questo sviluppo del sistema sensoriale e percettivo si traduce rapidamente nella produzione di immagini e suoni, che rappresentano in maniera via via più complessa le percezioni umane. Se i cosiddetti sensi inferiori (l’olfatto, il tatto e il gusto) non possono dar luogo, secondo lui, a rappresentazioni esterne e dunque ad una vera comunicazione, sono la vista e l’udito a costituire nell’uomo il cuore della percezione della comunicazione. Le percezioni visive e sonore possono infatti essere riprodotte e dunque comunicate e condivise. Lo studio paleontologico dei fenomeni dell’estetica e del linguaggio mostra come queste due facoltà emergano insieme e poi procedano parallelamente nella storia dell’umanità, assolvendo a funzioni connesse e complementari. Proprio per questo motivo, lo studio dell’estetica risulta essenziale alla comprensione etnologica e filosofica delle società umane, e tuttavia essa richiede anche l’utilizzo di strumenti di rappresentazione non verbale: tra tutte le branche della filosofia, l’estetica è quella che più difficilmente riesce a esprimersi attraverso le parole.
La fotografia antropologica e la nascita della ricerca etnovisiva
Dalla percezione visiva alla raffigurazione fotografica
Se le operazioni di selezione risultano essere centrali nella percezione visiva, è ancor più evidente che le diverse tecnologie utilizzate per riprodurre le percezioni si fondano anch’esse su una serie innumerevole di scelte, che danno luogo a rappresentazioni particolari e soggettive del mondo. Tra le tecniche in grado di riprodurre meccanicamente immagini la più antica è quella fotografica la quale si sviluppa a partire da due procedimenti tecnici:
- Camera obscura: si tratta di un ambiente oscurato dotato di un piccolo foro attraverso il quale la luce esterna proietta sulla parete una immagine capovolta.
- Procedimento chimico messo a punto nel XIX secolo che consente di fissare su di un supporto l’immagine ottenuta nella camera.
Le figure che percepiamo nell’ambiente possono essere riprodotte attraverso tre tecniche fondamentali:
- Le tecniche grafiche o pittoriche che Gibson definisce chirografiche.
- Le tecniche fotografiche che si sono sviluppate anche nella rappresentazione di immagini in movimento ottenute attraverso le tecniche cinematografiche.
- La tecnica fondata sulla scansione elettronica ottenuta tramite videocamere analogiche, costruite a partire da uno o più tubi catodici, o tramite videocamere e fotocamere digitali.
Tra le principali selezioni imposte dallo scatto fotografico c’è la delimitazione del campo visivo secondo un formato prestabilito. All’interno del campo possono poi essere messe in opera un’infinità di scelte compositive, di angolazioni, punti di vista, relazioni tra le posizioni degli oggetti, utilizzo di focali differenti, tipo e intensità di illuminazione e relativa ampiezza del diaframma dell’obiettivo, tempi di posa, utilizzo di emulsioni in grado di riprodurre differenti gamme cromatiche oppure riduzione al bianco e nero. Decodificare un’immagine significa esplicitare il processo di selezione e costruzione di significato che ne sta alla base, ripercorrendo a ritroso per comprendere le intenzioni comunicative del suo autore. La staticità della fotografia coglie e cristallizza un evento, estrapolandolo in maniera del tutto artificiale del flusso percettivo cui siamo costantemente sottoposti.
Collezionare immagini
L’opportunità di catturare le immagini realistiche dei primitivi e i loro comportamenti autentici venne sfruttata in maniera meccanica, quasi a voler collezionare e portare a casa frammenti delle vite e delle culture dei primitivi. La fotografia e successivamente la cinematografia fornirono così una documentazione delle popolazioni esotiche adatta ad essere conservata nei musei etnografici, che all’epoca venivano considerati come una sorta di laboratorio dove studiare le culture.
La fotografia come prova nell’antropologia
Tra i primi a utilizzare la fotografia in uno studio di interesse antropologico fu C. Darwin nella sua opera sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872). Darwin era intenzionato ad avvalersi di fotografie che mostrassero le diverse espressioni delle emozioni, e potessero essere sottoposte a un certo numero di osservatori per ottenerne un’interpretazione. Darwin sostenne che le espressioni delle emozioni sono universali nell’uomo e che esse costituirebbero una traccia evolutiva in grado di mostrare le connessioni tra la nostra ed altre specie animali. Darwin raccolse un certo numero di fotografie disponibili sul mercato per costituire un corpus di espressioni emotive sufficientemente ampio; si rese però ben presto conto che per ottenere un corpus adeguato su cui lavorare avrebbe dovuto far scattare lui stesso le fotografie necessarie. Si mise così in contatto con O. Rejlander il quale fotografò se stesso o fece posare amici e parenti con le varie espressioni richieste. La maggior parte delle fotografie però presentano un sapore decisamente teatrale, in cui i personaggi simulano le espressioni più caratteristiche dei sentimenti umani. Inoltre, talune fotografie sono state riprodotte con incisione al tratto e in alcune di queste incisioni Darwin diede indicazione di introdurre modifiche rispetto agli originali; analogamente anche alcune riproduzioni fotografiche furono ritoccate omettendo dettagli inutili e fuorvianti, nonostante Darwin avesse affermato nell’introduzione del volume che una fedeltà completa all’originale era stata assicurata in ciascuna copia.
Le tecniche fotografiche e cinematografiche si inserirono tra i metodi delle nascenti scienze umane, rispondendo al bisogno di cogliere la dimensione visiva ed estetica dei comportamenti antropologici. Diversi archivi e collezioni fotografiche di argomento antropologico sorsero nella seconda metà dell’Ottocento per raccogliere i documenti visivi realizzati dai ricercatori con l’intento di classificare e ordinare i tipi umani, le razze, i loro manufatti e le loro espressioni culturali. La prima spedizione etnografica che segna simbolicamente la nascita dell’antropologia moderna è quella all... (Il testo originale sembra essere troncato qui, pertanto non è possibile aggiungere altro senza ulteriori informazioni.)
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