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L'acqua strangia. Il declino della parentela nella società complessa – P. G. Solinas

Parte prima – Casa, gente, genìa

Ciclo di sviluppo familiare e ciclo della vita nelle famiglie contadine del senese

1. Cicli e padroni

La famiglia contadina toscana, in particolare la famiglia mezzadrile così come si è conservata e sviluppata per secoli fino al secondo dopoguerra, è un oggetto antropologico davvero poco scontato. I suoi tratti più appariscenti hanno a che fare sia con aspetti di struttura che di grandezza: famiglia poli-nucleare, composta di più famiglie, appare nello stesso tempo fortemente strutturata ed eccezionalmente numerosa. Nella casa colonica e nel podere ch’essa occupa per contratto di colonìa parziaria possono facilmente abitare, lavorare e vivere la stessa sorte di comunità domestica venti, venticinque, talvolta anche trenta persone, tutte connesse fra loro per vincoli di parentela agnatica. Bisogna comprendere bene che la famiglia colonica, poli-nucleare, patrilocale, quasi segmentaria, è una comunità senza proprietà, un aggregato privo di basi materiali proprie.

2. Cicli e stirpi

Al pari di ogni altro organismo vivente, si potrebbe dire, anche una famiglia cresce, invecchia e naturalmente si estingue. Nella realtà, la storia delle famiglie è contrassegnata da ripetuti collassi, quasi che la tendenza permanente all’incremento, alla moltiplicazione espansiva, subisse ciclicamente l’impatto di brusche contrazioni dispersive. La struttura poli-nucleare comprime le sue componenti interne, in primo luogo i nuclei coniugali. Le diverse coppie sono integrate nella stessa unità produttiva, nello stesso spazio domestico. Ogni coppia occupa una camera da letto, mentre la cucina e i servizi sono in comune. Ogni sposa entrata nella famiglia lavora insieme alle altre, sottoposta alla massaia e alla suocera. Ogni uomo lavora insieme agli altri uomini, sotto l’autorità del capoccia, che dirige l’intera famiglia e la rappresenta all’esterno.

I fattori di rischio si accentuano, in particolare, quando la comunità domestica si trova sovraccarica di bambini e con pochi adulti, non solo e non tanto perché il rapporto fra produzione e consumo è sfavorevole, ma soprattutto perché non sarà in grado di ottenere un podere abbastanza esteso da sostentare tutti i suoi effettivi. I rischi si accentuano ancor più nel caso che non vengano figli maschi, o ne nascano troppi pochi per assicurare una vera continuità economica e parentale. Una famiglia che non ha la capacità di perpetuarsi per linea agnatica si estinguerà nel giro di due generazioni e nel frattempo, al massimo, dovrà ridursi ad un ruolo marginale di sopravvivenza.

3. Comunità e corso della vita

Attraverso questa sorta di selezione demografica, dunque, la storia familiare delle unità poli-nucleari fluttua fra unità e divisione, fra crescita e de-crescita. Il corso della vita non ha un andamento uniforme, non è uguale per tutti. La vita d’una donna, per esempio, è divisa di norma in due parti, nelle quali essa è successivamente oggetto e soggetto di riproduzione. La prima parte si consuma entro la parentela consanguinea d’ascrizione, la seconda nella famiglia del marito, nella quale la donna diventa partecipe e tributaria della discendenza del suo sposo e dei suoi figli. Man mano che avanza la sua vita di sposa acquisita e di madre, essa si troverà sempre più assimilata al gruppo familiare dei figli, dei cognati, dei nipoti. Si può dunque dire così che il ciclo di vita femminile è diviso fra la perdita della parentela consanguinea discendente, alla quale una donna appartiene come figlia, e la ricostruzione d’una nuova parentela ch’essa acquista come ascendente nel gruppo che la accoglie come sposa. Al contrario, per quel che riguarda i maschi, la vita dovrebbe seguire un percorso idealmente progressivo e continuo, lungo una scala di gradi (ragazzo, marito, padre, suocero e nonno) senza importanti cesure di status parentale.

4. I gradi

Il calcolo delle parti si fa generalmente quando un gruppo si distacca dalla famiglia o quando interviene una vera e propria scissione. In queste fasi critiche, infatti, la società dei beni che si intende effettiva finché l’aggregato domestico resta unito, si scioglie e procede alla divisione delle risorse esistenti. Le risorse dovranno essere distribuite secondo criteri rigorosi di equità, in base al lavoro prestato negli anni trascorsi dall’ultima divisione. I punti o gradi (si definisce gradazione il calcolo complessivo dei punti di ciascun membro e nucleo) variano secondo l’età e il sesso. Un uomo adulto ottiene quattro punti, una donna adulta due punti, un ragazzo riceve due punti fra i dodici e i quattordici anni d’età e tre punti fra i quindici e i diciotto anni. In tal modo, un uomo vale nell’economia familiare e poderale il doppio d’una donna che è assimilata ad un ragazzo di dodici-quattordici anni. Il sistema di valutazione è formalmente egualitario entro la stessa categoria: un uomo di cinquant’anni conta quanto un uomo di trent’anni. Tuttavia, quando si passa alla realtà pratica, il rapporto fra le età e i ruoli si differenzia sostanzialmente.

Nell’esempio (fig. 3) la gradazione di Galileo resta ferma praticamente allo stesso tasso di crescita annuale che aveva all’inizio: sei punti nel 1955 come nel 1931, mentre quella di suo fratello è più che raddoppiata. La ragione sta nel fatto che il gruppo scissionista sembra destinato ad estinguersi senza discendenza: Galileo, che non ha figli, non ha un futuro genealogico da impegnare. In altri casi, invece, dei nuclei coniugali si distaccano con la prospettiva, o la tendenza, di dar vita a nuovi cicli d’espansione, a nuovi aggregati multipli di famiglia-discendenza. Si può forse dire che, in alcuni casi, il ciclo della biografia personale tende a trasformarsi in ciclo di sviluppo familiare, l’opposto, quasi, della scissione d’un gruppo in declino, nella quale, appunto, una parte del ciclo di sviluppo domestico si degrada e recede alla biografia individuale.

Famiglia sarda e famiglia toscana: variabili mediterranee del tempo genealogico

1. Pretendenti e pretese

Quali erano le qualità più considerate in una donna? Non solo la bellezza. Lo stile, una che fosse una donna di casa, fare il pane…

E l’uomo cosa doveva avere? Avere del bestiame, una proprietà, qualcosa per andare avanti.

Quando due persone si candidano all’unione, in un codice d’amore tanto intenso quando severo, si instaura un gioco di pregio, di scarto, di dispregio e di rialzo. Alla pretesa della domanda per amore risponde frequentemente una contro-pretesa. La risposta assume prima o poi la forma d’una richiesta di titoli: requisiti di possesso, di disponibilità, di rialzo. Si diceva a quel tempo: “se uno aveva mille lire ne pretendeva mille-cinquecento. Si doveva sposare con uno che poteva”. Puntare al matrimonio, e scegliere come marito uno giusto, “sì, ma di proprietà” e comunque che non fosse “più indietro”: sono espressioni idiomatiche che definiscono con la più grande naturalezza certi tratti di codice ai quali non si può attribuire altro contenuto se non quello d’un sistema di desideri socialmente condiviso. Inoltre, chi conduce inchieste etnografiche e raccoglie storie familiari o storie personali non manca d’essere colpito dall’abbondanza di liti tra parenti: madri di figli sposati che rinfacciano alle consuocere d’essersi appropriate dei loro figli e dei loro nipoti; mariti e mogli inaspriti nei confronti dei fratelli, delle sorelle, dei cognati dai quali si sentono derubati d’eredità o di diritti perduti; figli che si considerano sfavoriti o addirittura disconosciuti dai loro padri.

2. Padri di padri

La dote delle spose è rimasta, fin quasi al termine della storia della mezzadria, l’unico istituto che assegnasse alle donne una quota di risorse dalla famiglia d’origine. Non una gran cosa: qualche gioiello, il corredo, le spese per le nozze, eventualmente una piccola somma di denaro. L’onere della dote ricadeva sull’intero gruppo familiare, cosicché le spese per i matrimoni delle ragazze costituivano una voce di uscita ricorrente nel bilancio della famiglia contadina. Invece, nella distribuzione del cosiddetto patrimonio (somma delle scorte e dei risparmi che doveva essere conteggiata ogni volta che la famiglia attraversava una scissione) le femmine erano escluse.

Il matrimonio sud-europeo e sud-mediterraneo (es. quello sardo) è un istituto dissolutore dei ruoli d’aggregazione ascritta e degli assetti familiari trasmessi. Perché il figlio diventi padre, padre di famiglia, deve cessare d’essere figlio. Naturalmente non sarà il rapporto di parentela a venir meno; nessun rapporto consanguineo può essere cancellato. È piuttosto l’addizionalità di più relazioni, la loro complementarità, a subire i contraccolpi d’uno stato difficile di compatibilità in un sistema unico. Non c’è posto per due padri nella stessa famiglia, né una stessa persona può impegnare ad uguale grado di intensità, nella stessa famiglia, le sue relazioni di figlio e quelle di genitore. Così come l’unione coniugale fondatrice segna il punto di partenza, il punto zero iniziale della vita di gruppo nella famiglia, il passaggio dei discendenti alla pienezza maritale e genitrice richiede che il tempo sia azzerato un’altra volta. Il gruppo si forma ogni volta producendo ex novo il personale consanguineo che lo compone, e non accetta di innestare i nuovi legami nelle comunità domestiche d’ascrizione. In questo senso l’aggregato domestico si libera della parentela e ne estromette la presenza attiva dal suo ambito interiore di tempo e di spazio sociale.

Nelle famiglie poli-nucleari (es. quelle mezzadrili toscane) il matrimonio non azzera il tempo, ma aggiunge al passato genealogico che si va distanziando nuovi strati. Il figlio diventa padre senza cessare d’esser figlio, fratello, nipote; i suoi stessi figli nasceranno in un gruppo di consanguinei ed affini che essi tratteranno, crescendo, come personaggi della propria comunità domestica: zii, nonni, cugini, nipoti. Sposarsi non vuol dire perciò dissolvere la famiglia genitrice, ma accrescerla, immettere nel corpo del gruppo consanguineo cui si appartiene un contributo d’aumento genealogico. I matrimoni sono eventi interni alla storia della grande famiglia, essi portano nuovi parenti nella casa, ma li incorporano o li assimilano come parti trapiantate nella genealogia d’accoglienza. Tuttavia è proprio la continuità della catena che salda una generazione all’altra ad assicurare che i valori più importanti siano conservati e non dissipati: restare radicati nella fattoria e, nei casi di maggior successo, espandersi nel suo territorio (più rami della stessa genìa finiscono per colonizzare poderi contigui o prossimi inclusi nella stessa azienda).

Se per le donne il ciclo della vita è diviso tra la perdita della parentela consanguinea ascendente e l’acquisto d’una nuova parentela di affinità (e di consanguineità discendente), per gli uomini la linea segue in teoria un tracciato ininterrotto in aumento. Grado dopo grado ogni uomo potrebbe progredire risalendo verso la sommità della piramide genealogica: ragazzo, marito, padre, zio, suocero, nonno. Lungo il percorso del tempo dinastico il prestigio familiare si accrescerà fino a raggiungere il culmine quando toccherà il massimo ruolo compatibile con la permanenza della famiglia nel presente: quello di capostipite vivente d’una linea genealogica che riunisce discendenti conviventi. Non di rado le possibilità di matrimonio per i maschi celibi sono sacrificate proprio perché i loro fratelli o cugini già padri hanno di fatto impegnato gran parte della famiglia, della casa e delle risorse per la loro prole.

La ragazza destinata a trasferirsi come sposa in un’altra famiglia è un costo, uno scapito e un aggravio, non solamente per il fatto che le energie spese per allevarla non potranno essere rimborsate, ma anche perché con il matrimonio si porterà via una dote che dovrà essere pagata in solido da tutti i familiari, e non solo dai genitori. Dall’altro lato, dalla parte della famiglia che acquisisce la sposa, il disvalore assegnato alla nuova venuta traspare da segni abbondati ed inequivoci. Anche per le donne acquisite, dunque, esiste una graduatoria di valore, una gerarchia d’importanza segnata dalle fasi del progressivo inserimento in un nuovo tempo genealogico, che le ingloba e che plasmerà secondo le proprie leggi il ciclo della loro esistenza. Ma si tratta di una gerarchia secondaria e separata.

Aggregati matri-focali e famiglie incompiute

Al primo polo, al limite della dimensione più ristretta, e del tempo non continuo, abbiamo collocato la famiglia coniugale, neolocale, perfettamente bilaterale, dotata di proprietà e di una qualche ricchezza ascritta. Al secondo polo, al limite opposto di ampiezza di resistenza nel tempo, la famiglia composta di più generazioni conviventi, più coppie feconde, con residenza patrilocale, senza proprietà e senza patrimonio. La residenza uxorilocale sembra prevalere nei villaggi dei pescatori e dei marinai dell’Egeo: case e terre si trasmettono per via femminile, mentre solo gli strumenti di lavoro, le imbarcazioni, vengono ereditati per linee maschili. A Karpathos ed in altre isole vicine il costume tradizionale voleva che lo sposo si stabilisse nella casa della sposa costantemente invasa delle parenti (di lei): madre, sorella, nonna, zia materna… Il marito appare piuttosto come una figura complementare che come parte interna dell’aggregato; se non un estraneo, una specie di parente d’acquisto fornito di ruoli speciali.

La famiglia poli-nucleare ingloba vaste aree di parenti, li assorbe o piuttosto li trattiene entro i confini della comunità abitativa più stretta, dell’unità economica e della cooperazione riproduttiva. In questo tipo d’aggregato, in effetti, la rete parentale primaria appare in buona parte interna alla comunità d’unione domestica. L’unità domestica contiene la sua parentela, se la porta dietro. Al contrario, la famiglia nucleare e neolocale non assorbe parenti. I nonni, gli zii, i cugini sono tutti, per proprio conto, titolari di famiglie separate. È l’insieme di tutta questa rete ad includere le singole famiglie, ciascuna delle quali, quindi, si trova circondata da un tessuto di relazioni esterne che diventano sempre più deboli quanto più sono distanti. In Sardegna i parenti di parte materna prevalgono su quelli di parte paterna. Figli e marito sono attratti, attraverso le relazioni effettive alimentate dalla sposa e madre, verso la parentela consanguinea di cui essa fa parte. Si parla spesso di matriarcato.

La dote e la parte. Trasmissione di beni, figli e figlie nelle famiglie poli-nucleari dei mezzadri senesi

1. Patrimoni a termine

Il mezzadro vive al confine tra l’economia di mercato e l’economia di auto-sussistenza. Da una parte, in effetti, egli dispone per lunghi periodi, spesso per diverse generazioni, del podere, che certamente non gli appartiene, ma che è affidato alla sua gestione e di cui è considerato, in quanto socio del proprietario, una sorta di titolare. Per altro verso, e soprattutto per tutto quel che riguarda il dominio reale sulla strategia aziendale, egli è a tutti gli effetti un dipendente. Quanto ampio possa apparire il suo ruolo come conduttore del fondo e consistenti le sue dotazioni in utensili, bestiame, lavoro, il colono non potrà mai rivendicare un controllo reale sui capitali che egli contribuisce ad alimentare. Formalmente povero: non possiede nulla o quasi, né la casa che abita, né i campi sui quali fatica, lui e tutta la sua famiglia, e neppure, in parte, gli strumenti del suo mestiere, il colono gode nondimeno di una posizione che gli consente in generale di riunire e di nutrire una famiglia molto numerosa. Nei poderi del senese non è raro che, ancora intorno alla metà del Novecento, le famiglie di mezzadri contino venti, venticinque persone, o anche più, che abitano la stessa casa, mangiano alla stessa tavola, lavorano la stessa terra.

Il patrimonio vecchio comprende tutti i beni che sono stati costituiti dai titolari, anche già morti, delle stirpi: il nonno dei cugini che abitano sotto lo stesso tetto, oppure il padre del gruppo di fratelli attivo al momento della divisione; in generale la parte trasmessa dalle generazioni precedenti. Quest’ultima è l’unica parte vincolata da regole di successione: spartita in lotti uguali per gli uomini, in frazioni di legittima per le donne. Il patrimonio nuovo è costituito dai beni creati dai membri attuali della famiglia durante la loro vita fino al momento della divisione. Questi beni saranno valutati e divisi tra i nuclei coniugali e tra i celibi adulti in base al lavoro con cui ciascuno di essi ha contribuito a costituire il patrimonio, cioè, in definitiva, in proporzione al numero di braccia di cui dispone. L’asse fondamentale che stabilisce la stratigrafia del capitale domestico, quello della sequenza vecchio-nuovo, si suddivide in due direzioni. Da un lato troviamo spesso specificati tre livelli: il patrimonio originario che si aggiunge al vecchio e al nuovo. Dall’altro lato gli atti valutano e spartiscono separatamente le grasce, il raccolto dell’anno, i frutti pendenti, come in proiezione sull’avvenire, i prodotti futuri per l’anno in corso. I diritti, la spettanza, delle diverse stirpi sono meticolosamente valutati in base al numero di anni di lavoro prestati da ogni segmento: la tabella dei punti calcolati per persona e per anno si chiama scala mobile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Viazzo Pier Paolo.
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