Che materia stai cercando?

Riassunto esame antropologia sociale, Prof. Viazzo, libro consigliato Dietro ragionevoli scelte, Micheli

Riassunto per l'esame di antropologia sociale del prof. Viazzo, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Dietro ragionevoli scelte. Per capire i comportamenti dei giovani adulti italiani", Micheli (2008).

Esame di Antropologia sociale docente Prof. P. Viazzo

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Perché mai questa attenzione antica e fedele?

La spiegazione più ovvia è che sono proprio stati d’animo di crisi come depressione e aggressività,

melanconia e apatia, impotenza e angoscia, tutti privi di una precisa causa e di un preciso oggetto, a

innescare spesso cambiamenti nei comportamenti; cambiamenti non prevedibili con gli strumenti

della logica cognitiva. Ma c’è una seconda ragione: alcuni stati d’animo possiedono una sorta di

doppio statuto, di resilienza e di disperazione (hopelessness), e possono mutare passando dall’uno

all’altro se pressati in modo insostenibile da situazioni di criticità.

Capitolo quarto. Gli ingredienti delle contingenze di crisi

1. Apocalissi e grandi faglie collettive

Esiste una letteratura consolidata sull’effetto di quelle che E. De Martino chiamava apocalissi:

passaggi profondi nel corso della vita con totale dis-orientamento e ri-orientamento delle coordinate

del sé. Non serve una guerra o una dittatura a fare da innesco apocalittico a un cambio di logiche

dell’azione. Il drastico collasso della fecondità nella Repubblica Ceca nei primi anni novanta è stato

letto come reazione non solo al fenomeno sociale della disoccupazione ma anche a un preoccupante

senso di incertezza e di insicurezza. Le mura familiari che dirupano sono quelle delle relazioni

fiduciarie e affettive, ma anche quelle delle aspettative concernenti il proprio destino di vita, la

catena di passaggi che scandiscono e l’hanno sempre scandita al tempo dei nostri padri (un lavoro

normale, una casa per sé, un compagno di viaggio con cui condividere la vita, un figlio).

Ogni migrazione di ampio raggio e di lunga durata è un distacco vissuto come passaggio

irreversibile verso terre incognite e si accompagna a una costellazione di perdite e di fratture

multiple, materiali e simboliche, che si cumulano l’una sull’altra e coinvolgono a cerchie

concentriche la home, la terra nativa, la cultura della propria patria: tutte le reti entro cui una

persona ha gradualmente messo a fuoco, a partire dalla nascita, il proprio posto e il proprio modo di

stare nel mondo. Un passo dopo l’altro, questa costellazione di perdite produce sradicamento. Che

si tratti di apocalissi individuali o individualmente vissute o di grandi faglie collettive, assistiamo al

manifestarsi di comportamenti che le scienze dell’uomo faticano a definire razionali: aggressività e

crollo autodistruttivo dei rapporti fiduciari, ansia e hopelessness, collasso dell’orizzonte progettuale

e dell’immaginario, riduzione drastica dell’autostima e dell’autoefficacia.

2. Entrapment: persistenze di crisi e paradossi

Fin qui si è portati a dare al termine apocalisse un connotato di istantaneità: una repentina catastrofe

naturale, il precipitare di un conflitto cruento, la percezione che da un momento all’altro siano

tagliati i ponti con i vecchi quadri di riferimento come avviene quando si emigra. Altre situazioni,

frutto del concatenarsi temporale di più quadri, possono dar luogo a miscele di crisi, morbide ma

altrettanto estranianti. Il loro innesco può essere costituito da una singola contingenza critica che

però non si dissolve rapidamente ma persiste nel tempo abbastanza a lungo da farla percepire senza

via d’uscita. La percezione di irresolubilità di una contingenza di crisi è la trappola in cui cade un

individuo che sente che la propria esistenza perde di senso qualunque azione egli intraprenda. Una

sequenza persistente, apparentemente senza fine, di insuccessi innesca un senso di inadeguatezza

nelle proprie capacità e nei propri mezzi. C’è ancora un terzo modo di immaginare un’apocalisse.

Vive uno scenario di frantumazione delle coordinate di riferimento e delle risorse del sé non solo

chi vive una catastrofe istantanea o chi esperimenta il prolungarsi insostenibile sine die di una

contingenza di crisi, ma anche chi nel breve o nel lungo dispiegamento del tempo vive l’esperienza

di una situazione paradossale. Nella famiglia dei paradossi pragmatici rientrano certi meccanismi di

intrappolamento in cui fallisce la scelta stessa. Ad esempio i senza fissa dimora che non riusciranno

mai a ottenere un lavoro se non possono indicare un recapito stabile e allo stesso tempo non

potranno mai pagarsi una stanza in affitto senza lavoro; oppure l’esperienza di tanti giovani adulti

alla fine degli studi che non trovano un lavoro perché privi di esperienze che diano corpo al loro

curriculum e allo stesso tempo non hanno modo di acquisire esperienza senza un lavoro strutturato.

Un adulto disoccupato che invia il curriculum a decine e decine di indirizzi senza mai ricevere

risposta comincerà a un certo punto, preso da scoraggiamento, a dubitare delle sue stesse

competenze e a rivendicare per sé solo un lavoro non qualificato. Questo reciproco rinforzo tra

paradossi del lavoro e cecità del futuro non mette tutti i giovani adulti sullo stesso piano ma li

polarizza secondo le risorse di capitali umani e relazionali che la famiglia di origine ha potuto dar

loro in dote.

Come l’insicurezza, anche la flessibilità è una chiave con un doppio distinto registro: la trappola

della rassegnazione scatta sì, con coefficienti di rischio diversi a seconda del capitale umano e

sociale a disposizione, ma scatta comunque se e ogni qual volta la sequenza di lavori temporanei si

protrae abbastanza a lungo da modificare in blocco il sistema di aspettative, stati d’animo e capacità

di reagire agli insuccessi per modificarli e venirne a capo.

3. Entrapment: l’incantesimo della famiglia forte

Tutti gli ingredienti di questa ricetta di crisi (modernità e globalizzazione, flessibilità e

polarizzazione sociale) sono più o meno presenti in tutti i paesi europei. Perché allora solo il Sud-

Europa continentale e mediterraneo ha vissuto negli ultimi due decenni in modo così radicale ed

estraniante lo scenario di una lowest low fertility, ovvero una fecondità senza limiti verso il basso?

Non bastano da soli gli elementi di scarsa attrattività del mondo adulto (il lavoro precario e la casa

inesistente, il tempo ineguale e i ruoli ingabbianti) a scoraggiare l’uscita di casa dei giovani adulti.

Conta che la nicchia della famiglia sia così attraente da disincentivarne il distacco. Pur con

differenze importanti tra il Sud continentale e quello mediterraneo, quel che accomuna le regioni a

famiglia forte è un principio di reciprocità tra generazioni espresso sinteticamente nella formula “so

che riceverò in quanto ho dato”. Il genitore offre gratuito e prolungato appoggio al figlio sapendo

che egli farà lo stesso con lui in vecchiaia. La capacità della famiglia forte di fare da collante tra le

forze centrifughe delle individualità che la compongono era peraltro già presente nella descrizione

che Banfiel dava del meccanismo di funzionamento della famiglia mediterranea come familismo

amorale. La categoria di familismo poggia su due regole di comportamento analiticamente ben

distinte. Su un piano della bilancia, il bene della propria famiglia vien prima di quello di tutte le

altre e della comunità nel suo complesso: è la dimensione del familismo amorale. Sull’altro piatto

della bilancia l’interesse dei singoli componenti della famiglia non ha statuto autonomo e si realizza

solo nella realizzazione del bene della famiglia stessa: è la filosofia del patto di sangue tra

generazioni.

4. Entrapment: porte girevoli

Le nuove convivenze all’italiana nascono strette a tenaglia tra due proprietà di fondo della famiglia

forte. Da una parte il vincolo di prossimità della nuova famiglia e quella di origine, giustificata con

la necessità di tenersi a disposizione reciprocamente. Dall’altra il ruolo attivo della famiglia di

origine nell’approntare l’abitazione della nuova coppia. Ne risulta un neo-localismo colonizzato in

cui il vantaggio materiale della casa messa a disposizione chiavi in mano è pagato dalle giovani

coppie con una sorta di servitù prediale, ovvero il diritto acquisito dei genitori di entrare nello

spazio privato dei figli. La complicità tra genitori e figli produce anche effetti meno vistosi come il

freno della propensione dei figli a convivere o a diventare genitori. È nell’area mediterranea che

trova la sua espressione più limpida un modello asimmetrico di vita di coppia, concepita come

luogo di perpetuazione dell’accudimento del maschio passato per competenza, nel tempo, dalla

madre alla partner. L’ossificazione del guscio protettivo della famiglia forte è ciò che rende così

poco attraente e faticoso, così poco conveniente, uscirne.

5. Tra generazioni: aloni e attaccamenti

Da dove nasce questa formidabile forza centripeta della famiglia forte?

L’insicurezza di fondo che precondiziona l’azione di un individuo da adulto può essere introiettata

negli anni della prima socializzazione, in un imprinting che i più svariati motivi possono

complicare. Siamo condizionati, nelle nostre scelte di passaggio, da una molteplicità di effetti alone

in cui siamo immersi e di cui siamo così poco consapevoli. Nella sua formulazione originaria, la

teoria dell’attaccamento presupponeva un’unica figura di riferimento, universalmente data e

identificata con la madre nel processo di socializzazione infantile.

La famiglia forte sta a segnalare come nelle culture mediterranee il modello monotropico sia stato

dominante fino ai giorni nostri. L’entrata graduale delle donne nel mondo del lavoro, grazie al

doppio impegno della donna sui due fronti del lavoro e della casa, ha lentamente ridimensionato e

intaccato alla base un modello di childcare tutto imperniato sulla madre, via via affiancata da una

pluralità di altre figure di cura e di riferimento intorno al bambino (i nonni, i baby-sitter e i padri).

Un processo lentissimo ma che colpisce al cuore il modello di imprinting e attaccamento

monotropico in cui conta solo la relazione con la madre, sostituendolo con una socializzazione

infantile frutto di attaccamenti multipli. Sindromi di insicurezza non sono sempre e soltanto effetto

dell’incertezza e imprevedibilità del mondo, possono essere anche effetto secondario di una non

compiuta metabolizzazione, da parte di una generazione, di un modello di attaccamento a figure

multiple e senza posizioni dominanti. Non si tratta di un fenomeno circoscritto all’Italia, esso

riguarda un’area più ampia dell’Europa centro-meridionale che ingloba anche regioni come

l’Austria e la Germania.

Capitolo quinto. Strategie frontali

1. Identificarsi in valori, identificarsi nell’atto

Apocalissi, vicoli ciechi e situazioni paradossali intaccano l’architettura stessa dei soggetti e cioè la

loro identità. Nelle decisioni quotidiane incluse quelle economiche come nelle grandi faglie

storiche, l’individuo aspira a muoversi entro un quadro di riferimento che si dispone come in una

cipolla in più strati sovrapposti, tutti influenti nella formazione delle scelte. Lo strato più

superficiale è quello del sistema di opinioni e parametri oggettivi, compresi quelli sui costi e i

benefici delle possibili strategie di azione. Più in profondità le decisioni sono guidate da un sistema

socialmente costruito di preferenze o gusti. Dietro al sistema di preferenze sta un sistema datore di

significato che mette in comunicazione l’individuo con l’universo culturale dei valori e dei simboli

socialmente condivisi e gli consente di operare scelte dando senso alla propria azione e coerenza

alla propria biografia.

La logica identitaria possiede alcune proprietà interessanti:

- Essa è anzitutto in grado di indurre un cambiamento effettivo nel comportamento degli

individui e non soltanto un mantenimento dello status quo;

- In secondo luogo l’identità è una logica che resta nella vita quotidiana implicita e nascosta

in quanto corrisponde normalmente ai criteri di formazione dei comportamenti per

condivisione delle norme dominanti, fino al punto di mimetizzarsi tra essi. Non è facile a

volte districare tra loro l’adattamento alle norme e convenzioni ed il rafforzamento

dell’identità quando un comportamento è espressione di conformità a norme o convenzioni

statuite. Gaspare Mutolo, sicario di mafia, era solito rispondere negli interrogatori e nelle

interviste: “Per un mafioso un omicidio è una cosa naturale. Non lo si fa per dovere, o per un

senso di appartenenza alla comunità: lo si fa perché si crede che è giusto farlo”. La sua

logica oscilla tra l’adesione forzata a una fede coercitiva e una sorta di realizzazione del

senso della propria vita, espressa ingenuamente con le categorie della psicologia del senso

comune;

- Ancora, l’identità è forse la sola categoria di logica che può essere indifferentemente

applicata a gruppi come nella logica del mutuo riconoscimento, e a individui come nelle

logiche di auto-rispetto e di stabilizzazione del tempo;

- Infine, la logica identitaria è un meccanismo decisionale in cui il senso di un’azione non è

cercato nelle qualità del suo risultato finale, ma nell’espletamento stesso di quell’azione. Si

avviluppano così inestricabilmente due differenti modi di intendere l’identità: da un lato

insieme di valori già agiti, già sedimentati nel tempo nella cultura e nell’immaginario, e per

questo oggetti assunti come dati, dall’altro processo che dà senso in tempo reale come

sistema di azioni qui e ora.

Identità nei valori agiti e identità nell’atto: dobbiamo tener conto di entrambi questi modi di

intendere l’identità quando cerchiamo di capire i moti di comportamento delle società complesse.

2. Riconoscimento, stabilizzazione, self-respect

In che modo elaboriamo il senso delle nostre azioni e produciamo identità?

L’adesione a una regola d’azione comune funziona solo se e fino a che esiste un sistema dominante

di norme che guida docilmente il singolo attore senza dargli troppe alternative, quando cioè il costo

della non partecipazione consiste drasticamente nell’esclusione dell’attore dall’accordo trattato.

La logica identitaria è finalizzata all’attività di ricucitura di una rete di relazioni fiduciarie entro cui

rispecchiarsi per trovare mutuo riconoscimento; al contempo, è stabilizzazione delle coordinate di

riferimento temporale di un individuo. Nell’uno e nell’altro caso si tratta comunque di gettare una

rete di collegamenti tra un individuo e un altro, tra un individuo e lo spazio da lui vissuto o tra un

individuo e il tempo che lo precede e lo segue. Mutuo riconoscimento e stabilizzazione sono le

tecnologie interattive che consentono di rafforzare l’architettura identitaria di una persona. Formare

una famiglia e avere un figlio sono buoni esempi di tecniche atte a rafforzare l’identità di una

persona.

- Il primo è il modus operandi del gruppo dei pari, la cerchia più importante di legami forti dei

giovani adulti dopo la famiglia, che consente di condividere gli smarrimenti dei passaggi

dopo l’uscita dal tormento individualistico dell’adolescenza fino alla nuova diaspora della

formazione delle coppie stabili. La compagnia degli amici genera un senso di appartenenza e

di adeguatezza sociale. Quando nel gruppo dei pari qualcuno compie un passaggio cruciale

di vita (uscire di casa, far coppia stabile, avere un figlio) quel comportamento innovativo

trascina gli altri componenti del gruppo con sorprendente e ineluttabile rapidità;

- Ma nelle scelte di passaggio opera anche con evidenza una pulsione a estendere nello spazio

e a prolungare nel tempo le coordinate del sé. B. Berelson parlava della procreazione come

estensione personale nel tempo dell’io: “desiderare un figlio è un modo per realizzare una

personale immortalità, per estendere se stessi indefinitamente nel futuro. E nel breve è

l’estensione fisica e psicologica di sé nel figlio, qui-e-ora, una sorta di narcisismo”;

- C’è infine una terza strada per immaginare il modus operandi della identità e consiste nel

ricondurla a un impulso di rivendicazione di incomprimibile rispetto per se stessi. Non è

frequente che una donna picchiata dal proprio partner trovi il coraggio di denunciarlo, ma a

volte la denuncia parte. Quel che attiva un incomprimibile istinto di sopravvivenza è

l’affiorare e l’espandersi di un bisogno di auto-rispetto che entra in collisione con il sistema

coercitivo dei ricatti sociali.

I tassi di fecondità della striscia di Gaza sono stati negli anni novanta assai più alti non solo di quelli

israeliani vicini agli standard europei, ma degli stessi tassi palestinesi. Avere un figlio in questo e in

casi simili è certo una tecnica di mutuo riconoscimento e di perpetuazione nel tempo (del singolo o

dell’etnia) al di là delle contingenze storiche. Ma è anche un segnale di auto-rispetto, tanto più di

frequente adottato quanto più forte è la percezione che la stessa sopravvivenza fisica e simbolica di

una comunità è messa in discussione.

3. L’effimero dell’identità

Che si tratti di tessitura di reti di riconoscimento, prolungamento degli orizzonti o impulsi di auto-

rispetto, la logica identitaria è per definizione effimera e intrinsecamente transitoria. Se grazie alla

produzione stessa di un atto, in reazione a una situazione insostenibile, un individuo o una comunità

rimarginano le ferite alla propria architettura interiore, la reiterazione dell’atto quando termina

l’emergenza non può che produrre una mutazione della logica stessa. Dovremmo dare più spazio ai

meccanismi identitari nei nostri quotidiani sforzi di interpretare il senso dei comportamenti,

individuali e collettivi, economici, politici e simbolici. Ma se alla logica identitaria siamo per scelta

o per vocazione ben predisposti, dovremmo stare attenti al veleno micidiale che sta nella sua coda:

quella mutazione dell’azione identitaria che si mette in moto quando essa pretende di essere insieme

rivoluzionaria e istituzionale, contraddicendo il limite insuperabile della sua intrinseca transitorietà.

4. Identità come disconferma

Quale che sia la tecnica adottata, mutuo riconoscimento, stabilizzazione e self-respect sono tutte

strategie frontali. Tutte mirate ad attaccare e non a ritirarsi, a rivendicare la priorità del proprio sé e

non a fuggire tagliando i ponti, a ricostruire l’architettura minacciata e non a smantellarla

definitivamente con una smobilitazione emozionale del sé. E tuttavia anche le strategie di fuga e

distruzione sono contemplate nei manuali di arte bellica: nella realtà dei comportamenti quotidiani

strategie di questo tipo sono più frequenti di quanto si possa pensare. Se ci troviamo impelagati in

una situazione critica persistente, una guerra di trincea da cui non si possa uscire con un

combattimento a campo aperto, le strategie consuete di riconferma possono non bastare. La

modalità più efficace per uscirne fuori può consistere nel disconfermare l’esaustività delle

alternative, riformulando le regole del gioco. Accanto alla conferma e alla negazione, la strategia

della disconferma è la terza via, la più importante per la pragmatica della comunicazione umana.

Alcune voragini della memoria collettiva che hanno segnato la storia europea del Novecento

possono essere ricondotte a più o meno inconsapevoli strategie di disconferma o di diniego. Talora

si tratta di scelte delle élite politiche, consapevoli, goal-oriented, razionali, frutto di ragion di Stato,

come nel silenzio delle democrazie europee di fronte al genocidio armeno o alla carestia pilotata

che ha sterminato il popolo ucraino. Altre volte sono collettività intere coinvolte, come nel caso del

doloroso autoinganno del popolo tedesco sull’Olocausto. In alcuni casi poi l’esercizio della strategia

di disconferma può anche produrre esiti straordinariamente positivi, individuando una via di uscita

costruttiva da un vicolo cieco. A Iskenderun i cristiani rimasti in poche unità hanno abbattuto le

barriere confessionali, e maroniti, armeni, melchiti e latini si sposano tra loro. Un ecumenismo nato

dalla solitudine è una risposta di disconferma della barriera tra confessioni cristiane di fronte a una

situazione insostenibile senza vie d’uscita. È quando le strategie di disconferma dei singoli individui

si sommano che esse possono diventare visibili e deflagranti fino a essere magari etichettate come

nuove epidemie sociali. Una nuova epidemia sociale, apparentemente unica, è per esempio quella

che compare e si diffonde negli anni novanta in Giappone.

Tamaki Saito ha definito hikikomori una sindrome psicologica emergente che consiste nel totale

ritrarsi da ogni forma di vita sociale da parte di molti giovani giapponesi. La più condivisa tra le

letture del fenomeno addebita il disagio dei giovani del sol levante alla pressione da parte dei

modelli culturali e delle attese sociali riposte su un giovane di classe media, perché si conformi alle

norme e all’obbligo di una vita di successo, nonché all’unico e condiviso percorso accettabile per

raggiungere questo obiettivo: una istruzione prestigiosa. Oltre alla società, la scuola ed il mercato

del lavoro, il quarto imputato è la famiglia giapponese e per più di una ragione. Alcune hanno a che

fare con modelli culturali di comportamento lontani del nostro modo di pensare: “se mio figlio si

rinchiudesse in camera busserei e aprirei la porta”, ci diciamo, mentre l’educazione familiare

giapponese non prevede forzature e si limita a supportare dolcemente il figlio autorecluso. Ma altri

aspetti del rapporto tra genitori e figli riecheggiano straordinariamente la cultura mediterranea: un

padre assente perché fagocitato dall’impegno lavorativo, un rapporto madre-figlio così stretto da

assumere forme di compulsiva co-dipendenza, da tempo catalogate in psichiatria transculturale, un

rapporto di collusione-complicità in cui la madre accudente alleva figli che non hanno seri motivi e

stimoli ad andarsene di casa. Prima che emergesse questa sindrome, Masahiro Yamada aveva reso

celebre l’etichetta parasite single per indicare i Tanguy suoi conterranei, giovani uomini e donne

trentenni, che continuano a vivere con i genitori anche dopo essere diventati economicamente

indipendenti, sfruttando fino in fondo le comodità di quella condizione di celibato. Ogni epoca

fornisce poi i modi, le occasioni, i canali più confacenti per il manifestarsi del disagio stesso.

Inoltre, il quinto attore della nuova fenomenologia hikikomori è costituito dalle tante sindromi di

Internet Addiction Disorders: giochi di ruolo interattivi (in cui l’individuo partecipa costruendosi la

sua seconda vita) inghiottono la persona in una dimensione virtuale senza limiti di estensione nel

tempo.

5. Perché a identiche apocalissi risposte diverse?

L’attacco al cuore della stessa sopravvivenza di un individuo o di una comunità può portare reazioni

differenti, anche antitetiche: a volte collassi e a volte rigurgiti di reattività. Prendiamo come

esempio il caso di due apocalissi storiche, assai simili per il contesto geografico e per le dinamiche,

e che tuttavia hanno avuto sbocchi discordanti: il prosciugamento delle popolazioni amerinde del

sud durante il XVII secolo e la ripresa demografica delle tribù amerinde del nord coinvolte nel

movimento del Grande Spirito.

Alla fine del Quattrocento, ottanta milioni di abitanti vivevano nelle regioni dell’America centrale e

meridionale, per lo più addensati lungo la linea degli altopiani. L’uomo occidentale irrompe in

questo scenario portandosi dietro il dono avvelenato dei microbi e dei virus. I Guaranì (popolo delle

foreste) passarono così da un milione e mezzo a centotrentamila. Questa eclissi non fu solo il

risultato dell’impennarsi delle morti, che fossero per spada o per malattia, essa è dovuta anche al

crollo improvviso della fecondità. La caduta del favore degli dei di quelle culture e il frantumarsi

della loro rappresentazione trascendente del mondo hanno spinto quelle civiltà a una epocale

disconferma di se stesse, marcando il crollo con un inconfondibile segno materiale.

Andiamo ora più a nord tre secoli dopo. La Danza del Grande Spirito dell’ultimo decennio

dell’ottocento fu un movimento di ribellione contro i bianchi che avevano occupato le terre dei

pellerossa. Le tribù che aderirono al movimento erano tra quelle che nei venti anni precedenti più

avevano ridotto i loro ranghi. Quelle stesse tribù nei brevi anni del movimento videro impennare i

loro tassi di fecondità. Questo movimento, pur destinato al massacro, si rivelò una straordinaria

macchina produttrice di self-respect e di perpetuazione lungo l’orizzonte temporale di vita.

A cosa attribuire questa divaricazione? Una strategia di riconferma o di disconferma, di

rivendicazione o di decostruzione dell’architettura identitaria di un individuo, non può essere ridotta

ad una scelta consapevole e razionale. Essa segue percorsi logici e sovra-costruzioni simboliche

oblique, accompagnate da manifestazioni emozionali indirette con cui occorre confrontarsi.

Analogamente, chi si interroga sugli slittamenti di comportamento che hanno segnato la demografia

mediterranea nell’ultimo quarto del ‘900 mette troppo poco in discussione il primato della chiave di

lettura rational choice. Meglio sarebbe scendere sotto la superficie dei processi logico-cognitivi.

Capitolo sesto. Strategie all’intorno

1. Incidentalmente

Esistono azioni, tuffarsi in piscina per esempio, che saranno davvero attuate solo se non ci si sta a

pensare sopra e solo se non sono troppo o troppo a lungo coltivate nell’orto delle scelte ragionevoli.

Il più ovvio esempio ha a che fare con l’essenza dell’homo oeconomicus: scelte imprenditoriali

innovative e pionieristiche non troverebbero spazio senza un pizzico di istintiva follia.

Perché un trentenne in bilico tra sopravvivenza e realizzazione personale, in un mercato del lavoro

irto di incognite, dovrebbe per propria scelta razionale uscire di casa o condividere la vita con

un’altra persona, dal momento che il prevedibile bilancio di una scelta del genere comporta rischi

elevati (caduta sotto il livello di povertà, insuccesso dei nuovi rapporti effettivi instaurati), senza la

rassicurante rete di salvataggio economica e affettiva della famiglia di origine?

Anche in questo caso scelte al buio, con vantaggi incerti e costi certi, soprattutto in un tempo in cui

le contingenze critiche sembrano erigere barriere difficilmente sormontabili, non troverebbero

spazio senza un pizzico di istintiva follia. Che dire poi della scelta di coppia di avere un figlio?

Anche la maternità e la paternità sono scelte prese al buio rispetto ai possibili benefici e alla

sostenibilità dei costi, con l’aggravante che si tratta di scelte senza possibilità di ritorno. Sarà poi

l’azione, incidentalmente (by the way), a produrre identità. Non è affrontandoli di petto che stati

finali desiderabili come quelli indicati si perseguono: contano assai più le condizioni al suo intorno

(stati d’animo, umori, climi entro cui la scelta si forma) che ridestino gli spiriti animali capaci di

trasformare l’intenzione in atto, e di rendere l’azione in sé produttrice di plusvalenza. Il guaio di

questi stati finali desiderabili è però che le condizioni all’intorno che possono farli raggiungere non

sono pianificabili in modo diretto. Elster definisce effetti essenzialmente secondari i risultati di

processi decisionali privi di un legame diretto e consapevole tra esito e intenzione. Tra gli esempi

che cita v’è la goffa e dolorosa impossibilità di prender intenzionalmente sonno quando si soffre di

insonnia, ma anche la naturalezza spasmodicamente perseguita da Stendhal.

2. Il disancoraggio delle azioni dalle intenzioni

Come avviene nella disperazione generalizzata che dà forma alla depressione, un effetto peculiare

degli stati d’animo di crisi è costituito proprio dalla perdita della capacità di reagire prendendo

decisioni. Una perdita dovuta al subentro di uno stato di indifferenza agli stimoli che è conseguenza

dell’intollerabilità degli stimoli stessi, e insieme riparo da essi. Ma anche a una degenerazione

paratattica del processo di formazione delle scelte che consiste nella perdita di un ordine di priorità

tra le alternative, tutte poste allo stesso livello, tutte da desiderare contemporaneamente e con la

stessa determinazione senza identificare precedenze, interdipendenze o priorità: è la filosofia del

tutto-e-subito. Una sindrome di questo tipo include:

- Incapacità di prendere decisioni;

- Senso di perdita del controllo;

- Ridotto interesse per gli altri;

- Auto-colpevolizzazione;

- Hopelessness;

Proprio quella discontinuità tra intenzioni e azioni segnala che ogni scelta è “scelta due volte”.

In ogni processo decisionale si nascondono due distinti lucchetti da aprire in sequenza: il primo è

quello del decidersi a prendere una decisione, non importa quale; il secondo è quello della selezione

di una scelta specifica. È questo doppio livello del processo decisionale il congegno entro cui può

andar perso l’ancoraggio dell’azione alle intenzioni. Negli snodi cruciali del corso di una vita capita

spesso di non riuscire a prendere la decisione preliminare. I desideri restano sconnessi dalle scelte

perché viene a mancare la forza effettuale di trasformare le intenzioni in azioni.

3. Strategie diversive: rimozione e cut-off

L’arte della battaglia non prevede solo strategie frontali ma prevede anche strategie mirate non

direttamente a prevalere nello scontro ma a modificare il teatro dell’azione: strategie mirate non al

cuore del nemico ma al suo intorno. Anche le strategie diversive possono puntare a scavalcare

l’ostacolo sia pur non frontalmente. Strategie all’intorno come la presa di distanza, l’enfatizzazione

degli aspetti positivi della situazione di stallo, la riduzione delle tensioni, implicano tutte una


PAGINE

17

PESO

55.03 KB

PUBBLICATO

4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione e culture dei media
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Viazzo Pier Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Antropologia sociale

Appunti antropologia sociale
Appunto
Riassunto esame antropologia sociale, Prof. Viazzo, libro consigliato L'acqua strangia, Solinas
Appunto
Appunti filosofia della comunicazione
Appunto
Riassunto semiotica della cultura, prof. Leone, libro consigliato Tracciati di etnosemiotica, Marsciani
Appunto