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Dietro ragionevoli scelte. Per capire i comportamenti dei giovani adulti italiani (G. Micheli)

Capitolo primo. Limiti delle spiegazioni “razionali” a senso unico

1. Vincoli materiali e ordini lessicografici

Un numero crescente di persone rinvia il matrimonio e, prima di esso, pospone l’uscita dalla

famiglia di origine. Una lettura chiave solo economica dei comportamenti individuali tiene

apparentemente conto di due insieme di fattori: i costi e i benefici materiali valutati oggettivamente.

Nell’ordinamento lessicografico una stringa di elementi si dispiega con una procedura rigida: in

presenza di più possibili criteri tra loro viene stabilito un ordine gerarchico forte e si procede

all’utilizzo del primo criterio, senza alcuna conciliazione e compromesso con i successivi. La

dittatura del criterio economico non è l’unica opzione possibile.

La proposta di M. Cain è di certo la più radicale nel contrapporsi ad un puro economicismo. Per

valutare cosa fa scattare la scelta di avere un figlio, Cain parte da un diverso ordine lessicografico,

per il quale le scelte di passaggio sono in agenda solo se le probabilità di sopravvivenza superano

una certa soglia. Safety first (anzitutto la sopravvivenza): solo assicurata questa condizione

minimale possono scattare strategie subordinate. Uno schema simile è adottato da A. Maslow,

secondo il quale vi è una gerarchia nei bisogni espressi da un individuo. Solo una volta soddisfatte

le più elementari necessità fisiologiche (dormire, mangiare, respirare) l’individuo comincerà a

preoccuparsi di bisogni di un livello più alto, quelli associati alla sicurezza e alla salute; solo

soddisfatti questi egli sposterà la sua attenzione su bisogni relazionali associati a un senso di mutuo

riconoscimento e di legame affettivo che discende dall’appartenenza a un gruppo. Un ultimo passo

ed ecco le esigenze di autorealizzarsi attraverso la ricerca creativa di verità e senso nella vita. Sono

le condizioni materiali della società in cui vivono gli individui a determinare la loro collocazione

potenziale lungo la scala gerarchica dei bisogni.

2. Staccarsi non conviene: cause e INUS-cause

È frequente che si attribuisca la responsabilità per il rinvio delle scelte di entrata in vita adulta alle

difficoltà dei giovani a trovare lavoro, e più in generale al rischio su di loro incombente di

sperimentare uno stato di povertà. Che sia per il più lento ingresso in vita adulta e autonoma o per il

persistente supporto della famiglia di origine, non si può non sottolineare come, nei dodici mesi

successivi all’uscita di casa, il giovane scandinavo, francese o inglese in misura assai elevata prova

l’esperienza di vivere al di sotto della soglia standard di povertà; al contrario, il giovane

mediterraneo che esce di casa vive assai più di rado contingenze di povertà e disagio abitativo.

Rinviare l’uscita può dunque essere, in Italia, una scelta dettata da prudenza, ma certo non

giustificata da un rischio consistente di ristrettezza economica, rischio che è al contrario la norma in

buona parte d’Europa. La variabile lavoro seppur importante non è quindi un efficace predittore

della posposizione dell’uscita di casa e della formazione di una nuova unione stabile.

È nota inoltre una specificità tutta italiana: l’alta diffusione della proprietà abitativa delle famiglie.

A ciò va aggiunto il robusto sistema di mutuo aiuto entro la parentela, che caratterizza il modello

sudeuropeo e mediterraneo di famiglia, che produce il modello diffuso dell’abitazione goduta a

titolo gratuito. E poiché è facile prevedere che i figli unici o con un solo fratello saranno entro dieci

anni i due terzi di tutti i trentenni, questo esercito di figli unici o quasi potrà continuare a vivere nei

pressi della casa parentale anche dopo il matrimonio, con interesse sia suo sia dei suoi genitori.

L’acuta carenza di risorse-tempo nella donna che vive l’esperienza della maternità può

effettivamente essere un potente disincentivo a scelte di emancipazione e di vita familiare per

l’agire combinato di due fattori devastanti: la rigidità persistente nella divisione dei ruoli e

l’inconsistenza di una seria offerta di servizi alla persona. Davvero si tratta di nodi assai più critici e

circostanziati di quelli generici del lavoro, della casa, del costo del figlio.

3. Perché mai tuffarsi in piscina

Il costo di un figlio cresce con l’età del figlio stesso. La coppia con due o tre figli si troverà intorno

ai 50 anni schiacciata tra due impegni finanziari e di cura pressanti, quello dei figli nel massimo

della loro onerosità e quello dei genitori anziani. La sopravvivenza della coppia con figli, in tali

circostanze, sarà assicurata non grazie a improbabili entrate straordinarie (i genitori anziani nel

frattempo restano comunque titolari del patrimonio immobiliare), ma semplicemente abbassando

radicalmente il proprio tenore di vita. Una famiglia inizialmente benestante sarà spinta così per

meriti procreativi a fluttuare per un lungo arco di tempo sotto la soglia della linea della povertà.

Fuori dalla stanza dello studioso dell’azione sociale restano dunque, assieme alle bizze del bambino

e alle angosce del depresso, le motivazioni che spingono alcuni a migrare, altri ad avviare un

investimento rischioso, altri a tentare l’azzardo di una vita in due, altri ancora a lasciare che nasca

un figlio. Un passaggio di vita è sempre un tuffo verso una dimensione meno nota e controllata.

Se il controllo freddo della ragione prevale, nessun investimento in un’azione rischiosa prenderebbe

più corpo perché i costi del distacco da una situazione di equilibrio sono in genere superiori agli

incerti benefici dello stato futuro. Anche la maternità, scelta di passaggio per eccellenza, è come

tuffarsi in una piscina. Lo dice bene una trentenne interpellata da Marina Piazza nel 2003: “è una

decisione da prendere senza fare troppi calcoli, devi proprio buttarti, come un tuffo in piscina”.

Capitolo secondo. Grandi contenitori e tautologismi sistemici

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1. Bene, bene, bene respond re

Ron Lesthaeghe e Dick van de Kaa (1991) inseriscono i mutamenti strutturali in un cambiamento di

più lungo respiro. I comportamenti privati, svincolati da tabù, obblighi morali, norme e tradizioni,

subiscono uno slittamento epocale verso la sfera della neutralità emozionale. Lesthaeghe interpreta

la seconda transizione demografica, attiva dagli anni settanta in poi, come una sostanziale

continuazione e accentuazione della prima transizione: la grande faglia nella mortalità e nei

comportamenti riproduttivi che si distende in Occidente lungo l’Ottocento e la prima metà del

Novecento. Il punto centrale per lui è che la prima transizione demografica dà per la prima volta

spazio all’autonomia individuale. Ma, gli atti del dissenso che devono dare sostanza alla nuova

autonomia si compiono esclusivamente nel privato delle stanze delle famiglie borghesi. Al

contrario, la seconda transizione mette in scena manifestazioni di autonomia individuale più

pubbliche e pervasive: manifestazioni dirette contro tutte le espressioni di autorità istituzionalmente

imposte nel campo della socializzazione, della religione, dei valori politici, della sfera domestica e

della sessualità. Le scelte procreative slitterebbero dall’area dominata da norme e tradizioni a quella

della neutralità affettiva, pronte per passare attraverso il soppesamento freddo di costi e benefici.

La prima transizione di Coale e la seconda transizione di Lesthaeghe sarebbero entrambe il risultato

di un più grande processo di emersione di una grande isola di scelte affettivamente neutrali,

processo che la filosofia del Novecento ha chiamato variamente razionalizzazione, secolarizzazione,

modernizzazione. Mutano i comportamenti perché sono mutati i quadri culturali, Lesthaeghe dice

ideazionali, che stanno dietro.

2. Ambiguità della percezione del rischio

Le trasformazioni economiche e sociali in corso colorano di incertezza le nuove forme di

riproduzione sociale. Dice Beck: “improvvisamente, ogni cosa diventa incerta: il modo di vivere

insieme, chi fa cosa, dove e come, le idee su sessualità e amore e il nesso di queste con famiglia e

matrimonio”. E la consapevolezza del rischio, che per Beck si sta diffondendo nella società

occidentale, è ancora perfettamente coerente col paradigma della scelta razionale. Qualcosa del

genere suggerisce P. McDonald quando, applicando il concetto di avversione al rischio alle sfere

sociali dell’intimità e della persona, fa emergere i cambiamenti o le persistenze nei cambiamenti

demografici:

“c’è il rischio che i figli rompano il loro rapporto coi genitori. C’è il rischio che i figli seguano

strade che causino tanta ansietà. C’è il rischio che ai figli capiti qualche guaio. C’è il rischio che la

relazione tra i genitori si spezzi, lasciandoli da soli, a dover sostenere i figli. C’è il rischio, una volta

rimasti soli coi figli, di dover patire e faticare a far fronte a un mondo già così difficile di suo. C’è il

rischio che continui questa tendenza della società ad essere assai poco ospitale per i figli. E c’è il

rischio che l’aiuto pubblico alle famiglie con figli continui a ridursi. Possiamo evitare tutti questi

rischi limitando il numero dei figli”.

Se ci domandiamo perché la percezione del rischio e l’avversione a esso sta crescendo, almeno due

distinte risposte sono possibili: può crescere per l’estendersi dell’incertezza oggettiva (spiegazione

esogena), ma anche perché si espande un’ansia priva di uno specifico oggetto (spiegazione

endogena).

- Scenario 1: che influenza ha la sicurezza di un lavoro sull’uscita dalla famiglia di origine?

Interpellato in proposito, un campione di giovani ha messo in evidenza come quel che trattiene un

individuo dall’uscire dalla casa paterna non è l’effettiva disponibilità di un lavoro al momento del

colloquio, ma il grado di insicurezza lavorativa, misurata come percezione della probabilità di avere

o mantenere un lavoro nei dodici mesi successivi.

- Scenario 2: che influenza ha la disoccupazione nazionale sulla scelta di avere un figlio?

Nella Repubblica Ceca, uno dei paesi oggi a più bassa fecondità al mondo, i redditi sono lievitati e

la disoccupazione è scesa ai suoi minimi dell’ultimo decennio. Tuttavia la società è pervasa da un

forte timore di disoccupazione e da una profonda apprensione per la perdita di certezza di

un’occupazione stabile. Lo scenario della Repubblica Ceca è ormai condiviso da tutto l’Occidente

europeo, accomunato da una cruciale mutazione del mercato del lavoro che ha reintrodotto la

flessibilità, e quindi la precarietà, come stato normale di vita.

3. Sapienza malinconica: le due facce del post-moderno

Un corollario dell’ipotesi di Van de Kaa è che i paesi che da più tempo si sono mossi in una

direzione post-materiale/post-moderna saranno anche i primi a entrare nella fase della seconda

transizione demografica. Sembra di vedere in controluce un locus classicus della grande

teorizzazione storiografica: la modernizzazione come macro-processo che contiene in sé i germi del

proprio superamento. Postmoderno è anche o piuttosto uno stadio del tutto nuovo della modernità in

cui emerge una faccia nascosta della accentuazione dell’autonomia e della responsabilità

individuale.

Il manierismo è una espressione artistica dello spirito di un tempo storicamente ben determinato, ma

in Binswanger esso è al contempo una sindrome clinica, una situazione di esistenza, un mondo del

dubbio e di una segreta paura della vita, marcata a fuoco da una sorta di melanconia e dalla

insicurezza di una forza di vita scossa. In entrambe le vesti il manierismo enfatizza la dolorosa

impossibilità per una persona di essere se stessa e nasconde la mancanza di una patria.

Due concetti chiave:

- Assenza o perdita del centro. Lo stesso Van de Kaa conferma la centralità di questa chiave di

lettura: “una tremenda de-formalizzazione ha avuto luogo. L’avvento della società

dell’informazione post-industriale ha avuto un preciso impatto sulle nuove generazioni:

frammentazione, discontinuità e incongruenza sono diventati la regola”. Manierismo è

perdita di un centro, è duplicazione di un senso, una volta e un’altra ancora, fino alla sua

frantumazione.

- Insicurezza. Per Binswanger e Van de Kaa l’insicurezza emana non direttamente da un

rischio oggettivo, quanto piuttosto da una sua percezione (percezione di una modernità

liquida). Come dice Bauman: “scopo della modernità era sbarazzarsi dei vecchi corpi solidi

e sostituirli con altri nuovi e migliori, di una solidità duratura. La situazione odierna invece

nasce dalla radicale opera di abbattimento di ogni impedimento che limiti la libertà

individuale di scegliere e agire”.

4. Virtus dormitiva: il gioco degli atteggiamenti

Come la virtus dormitiva che bastava per spiegare l’azione sedativa dell’oppio, così basta un

atteggiamento o un’intenzione estratti dal cappello del ricercatore per spiegare un’azione o una non

azione. Gli atteggiamenti possono essere buoni predittori delle intenzioni, ma sono assai meno

efficaci a predire gli effettivi comportamenti che seguiranno nel tempo. La bassa capacità predittiva

degli atteggiamenti ha prodotto una serie di critiche di importanza variabile. Una prima critica ha a

che fare con la consuetudine di identificare come atteggiamento qualunque cosa una persona

dichiara come tale. Una critica più radicale ribalta invece la sequenza tradizionale in cui gli

atteggiamenti precedono l’azione sia cronologicamente sia geneticamente: al contrario,

l’atteggiamento è assai spesso un’elaborazione ex post a partire dal comportamento effettivo, il cui

obiettivo implicito non è di anticipare le azioni future, ma di dare struttura e legittimazione a quelle

passate e correnti.

5. Ex pose. Il mistero di dissonanze non ridotte

L’adattamento ex post degli atteggiamenti dichiarati è reso necessario dal bisogno di ridurre la

distanza tra due elementi conflittuali della nostra esistenza: il desiderio di un figlio o di una vita di

coppia o di qualunque altra desiderabile manifestazione del proprio io, e una collosa miscela di fatti

oggettivi e norme ingabbianti che quella manifestazione desiderabile impediscono.

Un meccanismo psicologico di riduzione della pena va sotto il nome di dissonanza cognitiva.

Vi sono più modi per ridurre questa dissonanza: dalla modificazione del comportamento dissonante,

alla manipolazione degli elementi cognitivi, all’aggiunta di nuovi elementi che controbilancino

quelli dissonanti. Quando le età del calendario di entrata in vita adulta si spostano in avanti, e le

scelte di passaggio si diradano, siamo in presenza di un radicale cambiamento delle pratiche. I

giovani adulti non riescono più a realizzare obiettivi che prima erano obbligati e naturali (un

ragionevole calendario di uscita di casa, di formazione di una coppia stabile, di trasformazione in

genitore): viene così allo scoperto una dolorosa divaricazione tra realizzato e atteso, tra un

comportamento che frana e un sistema cognitivo e normativo che gli tiene dietro.

Ecco allora che le aspettative dichiarate coerenti col vecchio quadro normativo entrano in rotta di

collisione con la percezione di costi crescenti: un conflitto doloroso cui segue la rarefazione delle

scelte procreative puntando tutto su pochi figli ma di alta qualità o sulla loro dilatazione. E tuttavia,

la rarefazione delle scelte non risolve la dissonanza. La volontà e il desiderio di una parte delle

donne di avere più figli di quanti effettivamente mettono al mondo, una sorta di surplus della

domanda rispetto all’offerta disponibile, hanno continuato a essere un segno distintivo della cultura

occidentale degli ultimi decenni. Proprio nelle regioni dell’Europa mediterranea, dove trova

conferma l’istituto del matrimonio come espressione di un modo tradizionale di formare famiglia, il

pilastro portante di quel modello di famiglia, la procreazione, diventa più evanescente. Inoltre,

proprio in queste regioni, dove più diffusa resta l’enunciazione di un desiderio di genitorialità, la

genitorialità diventa un evento raro. È il paradosso mediterraneo della dissonanza non ridotta.

Capitolo terzo. Il colore delle cose

1. Quando cambia la percezione dei fatti oggettivi

Le decisioni che conducono a passaggi come l’uscire dalla casa natale, l’entrare nella comunità

degli adulti, l’emigrare o il cambiare città, il formare una unione stabile o l’avere un figlio,

richiedono fasi complesse e dolorose di dis-orientamento e ri-orientamento. Si definisce resilienza

questo tratto composito della personalità in cui fattori cognitivi ed emotivi convergono con la loro

azione congiunta a mobilitare le risorse dell’individuo. Per entrare nelle complicate dinamiche delle

scelte razionali è indispensabile muoversi anche nel terreno retrostante: non il terreno del non

razionale o dell’antirazionale, ma di ciò che precede e concorre alla sua formazione.

I modelli standard di pianificazione dei comportamenti sono fondati sulla elaborazione di un input

cognitivo ovvero una massa di informazioni raccolte per mettere in moto il processo decisionale.

Ma se a questo processo si accompagna uno stato d’animo di scarsa fiducia nei propri mezzi, di

sottovalutazione del proprio valore, in generale di insicurezza, la gestione puramente cognitiva e

razionale delle informazione ne può essere influenzata.

2. Tre dimensioni della (in-) sicurezza

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Viazzo Pier Paolo.
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