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- Solidarietà e conflitto nella parentela

C’è una grande differenza che distingue il “noi”, la “propria gente” e “gli altri” in ogni famiglia. La “propria

gente”, ossia il gruppo dal quale gli individui derivano la loro affiliazione primaria e la loro identità, rimanda

tipicamente “allo stesso”, ragion per cui fra i membri vige la consueta proibizione di sposarsi fra loro. Costituiti

come una sola entità di soggetti distinti, i membri del gruppo sono uniti dalla condivisione degli antenati, della

residenza, della commensalità, dell’uso delle terra e di altri mezzi. All’opposto del gruppo esogamico primario,

ossia la gente dello stesso tipo, i parenti affini sono uniti dalla differenza. Se ci si sposa avviene la separazione di

coloro che sono dello stesso tipo, ma al contempo si genera una nuova unione di persone che sono diverse. Ma il

gruppo primario per sopravvivere ha bisogno di riprodursi, quindi è necessario l’intervento di una persona

esterna (qui ha luogo il matrimonio) che da luogo ad una alleanza tra la “propria gente” e “gli altri”. Una volta

nato un bambino questo diventerà a sua volta mezzo di alleanza fra i due gruppi, per via della loro doppia

appartenenza. Ma come ogni famiglia anche qui si litiga (vedi il caso del maori caduto nel fuoco) e quindi la

potenziale vicinana o ostilità tra i due gruppi può essere mitigata da regole matrimoniali prescrittive che

compensino i gruppi alleati nel trasferimento del loro potenziale riproduttivo.

- La misteriosa efficacia della relazionalità

De castro affermava che la parentela, lo scambio di doni e la magia sono modalità diverse dello stesso ordine

animista. Ovvero sono tutte transazioni intersoggettive dei poteri dell’essere, che oprano attraverso la

mediazione tipicamente umana dell’intenzione e dell’influenza, diventando quindi altrettante realizzazioni della

misteriosa efficacia della relazionalità. Per l’autore tutti e tre gli ambiti possono racchiudere in se stessi tutti gli

altri. Nella misura in cui le parti si appropriano reciprocamente di oggetti che sono associati all’altra parte, lo

scambio può creare condivisione, quella partecipazione intersoggettiva che è il sigillo della parentela. Non solo,

ma il dispiegamento intenzionale di una cosa-persona con il proposito di produrre effetti benefici (un

controdono, un legame amicale) ha inoltre la qualità distintiva di un atto magico. La magia poi può essere anche

introiettata per via coercitiva, nel caso non ha a che vedere con la reciprocità della parentela. La stregoneria e la

fattucchieria sono infatti dimostrazioni del fallimento della parentela. Anche lo scambio mancato, come la magia

nera, provoca una rottura del legame di amicizia tra le due parti. A seconda della differenze di quantità,

frequenza, valore degli oggetti scambiati, i doni possono generare facilmente disuguaglianze, dominio e

gerarchie. Per De Castro, quindi, al contrario di Schneider che voleva eliminare la parentela dall’agenda

antropologica, ha di fatto un ruolo cosmico, un ruolo super importante nella gestione di una semplice tribù o di

una intera società.

Capitolo 2 – Cosa la parentela non è: biologia

Molti sociobiologi e gli psicologi evolutivi hanno lungamente asserito che le relazioni descritte nel primo capitolo

sono solo metafore di parentela, oppure che si tratta di parentela fittizia, dato che nessuna relazione biogenetica

è coinvolta. La vera parentela per loro è la relazione che viene stabilita a partire dalla nascita, come attesta

anche la concezione occidentale dei legami di sangue. Molti studiosi rilevano che sia possibile avere parenti

anche non per sangue ma solo in alcuni rari casi, come nella folk biologia dove le relazioni di procreazione e

nascita sono concepite diversamente nelle varie società in accordo con la loro teoria della riproduzione; o

un’altra licenza concessa è stata che la rete di relazioni genealogiche effettive può coniugarsi in vario modo con

altre considerazioni di ordine sociale, in particolare con gli schemi di discendenza; o altra licenza ancora quella

che riguarda considerare parenti persone amiche sulla base del “come se” (come se fosse mia sorella ecc.). ma

questo capitolo è un’argomentazione contro tutte le concezioni biologiche della parentela: se i bambini concepiti

dal sangue della madre e dallo sperma del padre, queste non sono mere sostanze fisiologiche di riproduzione,

ma qualità sociali significative che rimandano a identità e forze ancestrali. Ne consegue che a essere riprodotto

nella nascita è un sistema di parentela e di categorie che attribuisce alla parentela stessa una fenomenologia

simbolico – culturale, più che biologica. La parentela analizzata dal punto di vista biologico è stata troppo spesso

analizzata dal punto di vista degli individui che la vivono e la apprendono, come se le logiche cognitive

domestiche fossero la raison d’etre del sistema.

- Il sangue non è acqua, la famiglia non è sangue 5

Come fonte di parentela le relazioni geneaoliche legate alla riproduzione in molte società sono, se non

completamente ignorate, ricombinate in svariati modi in base a considerazioni extra-natali che rimandando alla

reciprocità dell’essere. Per esempio i Ku Waru dove il Kopong (il grasso) è il filo conduttore della parentela. È la

materia essenziale degli organismi viventi che si trova nel suolo, nello sperma del padre, nel latte della madre,

nelle patate, nel maiale. Questo permette di diventare parenti anche solo la condivisione del cibo. il suolo

diventa quindi fonte di legami parentali. esistono anche altre forme per diventare parenti: nascere lo stesso

giorno (inuit), aver osservato gli stessi tabu (Arewete), essere sopravvissuti insieme ad una situazione difficile

(Truk) e persino aver sofferto insieme di tigna (Kaluli). Più largamente diffusa è la parentela per condivisione del

nome fra viventi, dove chi riceve un certo nome assume anche la personalità e le relazioni del donatore, che

fossero o no già parenti. Questa parentela per omonimina non riguarda dare ad un bimbo il nome di un defunto,

ma il nome di anche qualcuno in vita. questo fa diventare gli omonimi la stessa persona; la persona nominata

assume l’identità del donatore del nome. Questo avviene negli Ojbway o nei Suya. Gli omonimi, come altri

parenti, rispettano norme particolari di condotta reciproca, che spesso includono responsabilità come assumere

un certo ruolo nei riti di passaggio dell’omonimo. Nelle Isole Becher l’omonimia porta con se anche le sventure

del caso: se succede qualcosa ad uno, o se c’è qualcosa che lo fa soffrire, ricade anche sull’altro. Nutrire cattivi

pensieri potrebbe mettere a repentaglio la vita dell’altro. Poi essendo la stessa persona, il donatario assume

tutte le relazioni di parentela del donatore e questo può accadere anche se di sesso opposto: negli Objbway i

genitori di una donatrice femmina chiameranno il donatario maschio “figlia”. Negli Inuit soprattutto l’intera

comunità potrebbe essere organizzata in base a relazioni di parentela perfettamente arbitrarie dal punto di vista

geneaologico, come l’omonimia. Usando relazioni onomastiche la parentela si estende all’infinito, a miglia e

miglia di distanza. È difficile quindi sostenere che la parentela onomastica sia una metafora, dal momento che

presenta ovunque le stesse caratteristiche della parentela, sia che siano connessi genealogicamente, sia non lo

siano.

- La modalità parentale della riproduzione umana

Ma la terminologia parentale non trasmette in sé il seme biologico? Effettivamente sì, ma negli esempi sopra

riportat i si evince come l’accezzione più comne di termini come genitore, figli o fratelli non è biologica, bensì

sociologica: questi descrivono infatti le relazioni domestiche e familiari di co-esistenza, la piena reciprocità

dell’essere nelle pratiche sociali quotidiane, e dunque la loro pertinenza con le relazioni performative e

classificatorie che rimandano alla medesima qualità intersoggettiva. Le relazioni biologiche viste come parentela

primaria estrapolano i genitori dal loro contesto sociale e presume che essi siano entità astratte, senza alcuna

identità se non quella genitale, dando così vita a un bambino ugualmente astratto nato dall’unione delle loro

sostanze corporee. Gli studiosi che non tengono conto dei tratti culturali specifici nello studio della procreazione

commettono un grave errore, poiché le intendono solo come fraintendimento della fisiologia del concepimento.

In quanto genitori questi hanno già identità e relazioni parentali, la cui logica e peculiarità sono trasmesse anche

nelle sostanze che a loro volta infondono nella propria prole e attraverso queste sostanze, l’infante è ipso facto

connesso a cerchie più estese di parenti materni e paterni. Esempio: se il sangue della madre del feto fosse

davvero quello di sua madre, allora il feto sarebbe legato alla zia materna come i suoi veri fratelli e sorelle,

poiché tutti hanno lo stesso sangue materno. Ma dato il tabu dell’incesto il bambino non avrà mai lo stesso

sangue dei figli del fratello della madre, poiché hanno una differente fonte materna. Per converso avrà anche la

stessa sostanza paterna dei figli del fratello del padre, ma non dei figli della sorella del padre, dal momento che

hanno una diversa fonte paterna. Così i cugini incrociati non saranno parenti consanguinei, come invece risulta

nei nostri fuorvianti diagrammi sulla parentela e sulle concezioni genealogiche.

Queste “teorie” del concepimento messe in atto dalle popolazioni analizzate non sono teorie, ma di fatto

evidenti fatti dell’esistenza. Sono fatti sociali significanti e non soltanto processi organici. Per molti popoli la

parentela è già inscritta nella carne come in Indonesia orientale dove è il sangue della madre a trasmettere la

parentela, svalutando così il contributo paterno, in particolare quello del suo sangue. Nelle isole Tambinar per

quanto anche il padre risulti legato ai figli attraverso il sangue, i Tanimbaresi sottolineano continuamente che

l‘origine ultima del sangue è dalla parte della madre. Questo sangue non definisce solo la vita, ma anche l’idea

stessa di relazione parentale, configurando l’universo dei parenti. In questa popolazione la supervalutazione del

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sangue materno è dovuta al sistema politico dei Tanimbaresi e alla circolazione della ricchezza regolati dalla

relazione asimmetrica fra chi cede una moglie e chi l’acquisisce (il matrimonio MBD = MOTHER’S BROTHER’S

DAUGHTER. In pratica sposano esclusivamente le loro cugine matrilineari), e da quanto i secondi devono ai primi

per questa fonte di vita (sangue materno). Nel caso dei timor, dove anch’essi praticano lo schema matrimoniale

MDB, nella procreazione ognuno contribuisce in modo equivalente con le proprie sostanze. Padre e madre

uniscono insieme le forze delle loro vene, il sangue bianco (lo sperma) e il sangue rosso quello materno che

vanno a comporre l’infante. Gli scambi tra ricchezza della posa e alimenti sono anche qui presenti: i beni che

passano da chi acquisisce una motlie a chi la cede sono ricambiati con riso maiale già cotti, ovvero le fonti delle

sostanze sanguigne che formano il bambino. In questa popolazione la produzione agricola si intreccia con la

riproduzione sessuale. Gli alimenti sono la carne di Madre Terra, sono i suoi figli, che crescono grazie all’azione

della rugiada, che è lo sperma di Padre Cielo, e della pioggia, che è il suo sangue. Anche nella popolazione Tlingit

si ritrova un ampio sistema di relazioni fra i gruppi sociali, mediato dalle regole matrimoniali. La forma preferita è

quella tra gli uomini e le loro cugine incrociate patrilineari (FZD: FATHER’S SISTER’S DAUGHTER). Il bambino che

ne nasce è prodotto della madre per quanto riguarda il nucleo interno, le ossa e gli attributi spirituali; mentre

per il volto, insieme a molte caratteristiche comportamentali provengono dal padre (rapporto materno-interno,

esterno-paterno). Esiste poi la presenza di una terza parte che interviene nella procreazione: gli antenati

materni. Questa serie di opposizioni replica nella sfera della procreazione le relazioni esistenti tra le case alleate

dei genitori nell’ambito rituale, economico, politico. Gli “estranei” ovvero i parenti patrilineari hanno però una

loro funzine, ovvero quella di aiutarlo a diventare adulto, finanziando anche le cerimonie dei riti di passaggio.

Queste stesse relazioni interno-materno, esterno-paterno si ritrovano anche fra gli Tsimshian e sull’Isola di

Gawa. Altro esempio di rigide regole matrimoniali sono gli Enga. Il capoclan è padre di tutti, quindi tutti sono

fratelli. Le prescrizioni matrimoniali prevedono che non possano sposare le donne del loro clan e anche nessuna

discendente dei mariti delle donne del proprio clan; nessuna donna del sottoclan del padre della madre, della

madre della madre, della madre del padre; nessuna donna dei sottoclan delle mogli di un uomo vivente

appartenente al proprio patri lignaggio ecc. gli Enga fanno ciò per estendere le loro relazioni di affinità, le

alleanze politiche e quelle politiche grazie alla ricchezza della sposa. Quando nasce un bambino viene educato

alla famiglia in modo diverso da tante altre tribù: come in altre viene svalutato il contributo paterno alla

costituzione del feto, ma al contempo acquisisce estrema importanza l’antenato clanico patrilineare. Il che

significa che la cosiddetta parentela primaria della paternità è secondaria rispetto alla fratellanza estesa del clan.

Il bambino viene sì concepito da padre e madre ma al quarto mese uno spirito anima li feto e gli conferisce una

personalità individuale. Questo spirito viene dal lato paterno e proviene dagli spiriti ancestrali del clan paterno.

Alla madre si da ancora tanto valore: è vero che rappresenta l’interno de feto, ma è anche vero che le ossa e il

resto proteggono gli elementi spirituali interiori del clan. Anche in questo caso quindi la categoria di parentela

estesa è già presente nelle relazioni primarie.

- Per concludere

Come abbiamo visto per le nascite umane sono differenti i discorsi culturali sulla procreazione, e sono altamente

variabili in quanto connessi alle relazioni sostanziali tra genitori e figli. Ci può essere anche un disconoscimento

di queste relazioni, o anche a fronte di un riconoscimento delle sostanze presenti nella procreazione, queste

connessioni possono essere trascurate nella costruzione dei sistemi parentali, o ancora soltanto uno dei genitori

può avere un legame con il bambino. Se entrambi i genitori contribuiscono con le loro sostanze a generare il

feto, queste possono rimandare ad una medesima sostanza (kopongo) o a sostanze diverse. E ancora, i contributi

dei genitori posso andare a costruire l’essenza interiore del ambino o il suo aspetto esteriore, l’identità collettiva

o quella individuale. Chiaramente la parentela non è un sequitur biologico della nascita, anzi è la nascita ad

essere una funzione semiotica dell’ordine parentale. La presenza o l’assenza della parentela al momento della

nascita dipende dal modo in cui una società è organizzata su un piano più vasto. La parentela che ci accompagna

dalla nascita alla morte, e anche oltre, è cultura, interamente cultura. Bisogna evitare di definire i legami di

parentela con una qualche anonima teoria biologica dell’ereditarietà. 7


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Viazzo Pier Paolo.

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