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Riassunto esame Antropologia Sociale, docente Viazzo, libro consigliato Storia della famiglia in Europa il Novecento, Bargagli, Kertzer

Riassunto per l'esame di Antropologia Sociale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Viazzo Pier Paolo: La storia della famiglia, il Novecento, Bargagli, Kertzer.
Argomenti trattati: Introduzione, cap.1 - Le condizioni materiali della famiglia, cap.7 - Politiche sociali e famiglie, cap. 8 - Una transizione prolungata, cap. 10 I legami... Vedi di più

Esame di Antropologia sociale docente Prof. P. Viazzo

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sala da pranzo dove la cena era servita per riunire la famiglia, a mano a mano che le donne hanno iniziato a lavorare,

preferivano mangiare in cucina, proprio come gli operai, lasciando il salone per occasioni speciali. Gli operai

guardavano la tv a cena, mentre la classe media utilizzava, come d’abitudine, il pasto serale per comunicare con la

propria famiglia.

c) Le società “senza classi”

Le esperienze delle famiglie sotto l’unione sovietica sono un po’ differenti dall’Occidente. La proprietà privata di

un’abitazione in città non esisteva, era tutto in mano allo stato; solo nelle campagne c’era ancora la proprietà privata

delle abitazioni. Gli appartamenti erano sempre piccoli e la cucina fungeva da spazio per tutto, dal dormire al

mangiare al ricevere ospiti. Molti residenti richiesero allo stato di accrescere le dimensioni calpestabili e furono

accontentati, ma il problema estetico esterno (blocchi e tetri condomini multipiano) rimane ancora un problema

oggi, nella Russia contemporanea. Erano abitazioni alienanti che conducevano alla criminalità e al vandalismo. Nel

secondo dopoguerra i russi hanno vissuto malissimo la questione abitativa: la preoccupazione di ottenere un alloggio

era tanta e questo alimentò metodi legali e illegali per ottenderlo. Onnipresente era anche l’incubo di dover avere a

che fare con una burocrazia interminabile. Negli anni 90 la strategia di rendere privati gli appartamenti ha ridotto il

problema, ma non arginato del tutto. I russi che riuscivano ad ottenere un alloggio cercavano poi di tenere viva la

vita domestica, abbellendo, anche troppo, quelle piccole stanze con suppellettili e oggetti d’ornamento ingombranti

ma che diventavano uno status symbol per la rispettabilità della propria famiglia. Molto sovietici trovarono sollievo

dagli alveari cittadini nelle dacie, le piccole case di campagna che circa un terzo delle famiglie possedeva. La dacia era

una casa privata, utilizzata tra maggio e ottobre e che i proprietari si costruivano da soli per mezzo di progetti

standardizzati o prefabbricati. Per completare una dacia ad una famiglia potevano volerci anche 15 anni per via della

carenza di materiali e per il fatto che si poteva lavorare solo nei mesi estivi. Anche nelle città dell’Est la situazione è

rimasta a lungo simile a quella sovietica. Ad oggi molti anziani e pensionati non possono godere delle riforme del

mercato privato.

4 – il modo di vivere la casa nelle campagne

Anche le condizioni materiali delle famiglie in campagna subirono drastici cambiamenti. I quartieri suburbani

occuparono le terre adibite ad agricoltura, inglobando paesi e villaggi adiacenti le grandi città, divenendo quasi

quartieri periferici. I governi tuttavia realizzarono miglioramento infrastrutturali come fogne, strade etc. l’elettricità

cambiò radicalmente la vita nelle campagne: il kerosene prima illuminava poco e solo piccoli spazi e non permetteva

attività dopo il tramonto. Ora con la luce era possibile leggere e ascoltare la radio, fare lavoretti domestici e

conservare i prodotti agricoli coi frigo. Inoltre il miglioramento della rete viaria per l’autrostasporto pubblico, quello

commerciale e privato ha reso le popolazioni rurali più mobili di prima, specialemente dopo la 2ww. Anche le

comunicazioni sono state agevolate grazie ai telefono, giornali, riviste, radio e tv che misero gli abitanti delle

campagne in contatto con nuove idee e valori riguardo alle tendenze sulla casa di ambito urbano. L’immigrazione poi

dalla campagna alla città, anche transoceanica (come nel sud italia) ha permesso lo scambio con stili di vita differenti

che ebbero un impatto significativo sulla forma delle case che costruirono al ritorno in patria i migranti. Dopo il

primo dopoguerra alcuni stati incentivarono la costruzione di case in campagna, volte alla propria sussistenza e

soprattutto per averla di proprietà, sempre una garanzia per una famiglia. Ma rimane ancora una grossa differenza

tra l’abitazione in città e quella in campagna: la seconda per molto tempo non sarà slegata dalle attività lavorative

che vi ruotavano attorno. Più recentemente l’abitazione in campagna è diventata prima luogo del “borghese rurale”

poi luogo di lusso. Le vecchie abitudini, tra le due guerre, di dormire tutti insieme in salotto ha lasciato il posto alle

divisioni generazionali tramite delle tende, per poi scomparire del tutto dopo la seconda guerra mondiale, dove

ognuno aveva la propria stanza. Queste trasformazioni sono state eseguite e seguite dai proprietari stessi, in quanto

avere una casa di proprietà rendeva le modificazioni molto più semplici, rispetto alle case in affitto in città. Con

l’arrivo delle fognature, poi, la casa rurale, munita ora di bagno, diventa moderna e accogliente, munita degli stessi

comfort cittadini. Molti proprietari erano ansiosi di modernizzare le loro abitazioni, ma non tutti furono d’accordo.

Nel Belice ad esempio le case distrutte dal terremoto vennero sostituite da abitazioni ultra moderne che non

piacquero alle donne abituate alla socialità coi vicini, tanto che adibirono i loro garage sulla strada come luoghi di

produzione alimentare ed interazione sociale. Anche alcuni governi non sono contenti dei forti processi di

modernizzazione che stanno avvenendo nelle campagne tanto che sono state varate numerose leggi sulla

conservazione storica rurale di molte abitazioni come nel 1967 a Rethemnos, a Creta; ma di contro questo ha

portato all’insorgere di attività clandestine anche notturne.

Capitolo 7 – Politiche sociali e famiglie 9

1 – politiche sociali come forme di regolazione della famiglia

Negli ultimo anni dell’800 e inizio 900 nella maggior parte dei paesi europei vennero introdotte le prime forme di

legislazione sociale. Esse si sono sviluppate su tre direzioni: per primo è stato regolamentato il lavoro delle donne e

dei bambini in termini di orari, mansioni, remunerazione e di età minima; per secondo sono state introdotte forme di

assicurazione contro alcuni rischi della perdita di lavoro come disoccupazione, età avanzata e malattia; per terzo

sono stati introdotti sussidi per componenti della famiglia che sono a carico, quindi l’assicurazione sanitaria, gli

assegni familiari e le pensioni di reversibilità. Questa legislazione sociale regolava non solo i rapporti di lavoro ma

anche e in particolare come lo stato si faceva carico del problema di garantire un minimo di sicurezza ai lavoratori. Le

prime riforme costituiscono quindi l’embrione dello stato sociale. Queste legislazioni hanno interferito in modi

differenti sulla formazione della famiglia: ridefinirono i rapporti di dipendenza e interdipendenza tra i sessi e

generazioni, modificarono le condizioni e i costi di produzione etc. nel corso del 900 comunque i modi e i criteri di

interferenza della politiche sociali sulle condizioni di formazione della famiglia sono mutati in parte perché la famiglia

stessa e i suoi mutamenti sono stati presi più in conto; in parte perché è emersa una differenziazione degli interessi e

delle domande da parte di famiglie diverse e soprattutto dai rispettivi componenti come donne, giovani etc. questi

mutamenti hanno preso poi differenti correnti nei vari paesi europei.

2 – la costruzione storica del maschio capofamiglia, principale procacciatore di risorse

Le prime legislazioni sociali riguardarono i lavoratori maschi qualificati, passando poi per leggi di protezione per

donne e bambini. Nel 1840 il children act in uk, nel 1902 in italia; tutte queste obbligavano i datori di lavoro ad una

riduzione dell’orario lavorativo o l’astensione obbligatoria dal lavoro per maternità etc. questo tipo di ordinamento

ha definito nettamente i ruoli, le dipendenze e anche le interdipendenze nella famiglia dei lavoratori e ha a lungo

escluso a lungo le categorie donne e bambini dai benefici delle misure di protezione sociale conquistate dai

lavoratori più forti. I bambini e le donne non erano protetti né in caso di malattia, né in caso di disoccupazione né di

infortunio etc. queste normative di fatto disegnano la famiglia di riferimento delle politiche sociali, ovvero con

capofamiglia il maschio. L’uomo diventa strumento di accesso per gli altri componenti della famiglia alle politiche

sociali. Il maschio è destinato dalla società alla responsabilità del mantenimento, dell’acquisizione e della

ridistribuzione di risorse economiche e anche dell’assunzione dei bisogni di cura. Soprattutto l’ultimo punto è

importante: capire che i bambini abbiano bisogno di cure rende indispensabile il padre, ma al contempo anche la

madre che deve per forza accudirli, senza poter lavorare. Non è quindi sono il mercato del lavoro che rende

impossibile l’ingresso delle donne, ma sono le stesse politiche sociali che lo hanno impedito. Ma le politiche sociali

sono state differenti da stato a stato, si crearono diversi dibattiti e divergenze tra i lavoratori e i riformatori che

volevano creare un salario familiare. Uno degli aspetti più discussi fu l’assegno per i figli a carico: attorno a questa

problematica ne sono sorte tante altre come la dipendenza o indipendenza economica delle mogli dai mariti, il

valore e il riconoscimento del lavoro di cura, ma anche il rapporto tra stato e mercato nella definizione del salario

familiare e il grado di interferenza socialmente legittima dello stato sia nella regolazione dei rapporti di lavoro (del

salario), sia nella regolazione dei rapporti familiari.

3 – a chi costano i figli, e chi deve provvedervi?

In tutti i paesi europei tra gli anni 20 e 30 la questione del costo dei figli divenne un problema di politica pubblica da

almeno due punti di vista: quello della denatalità e quello della povertà. Il dibattito era molto sentito in Uk: il

governo appoggiò un incoraggiamento alla procreazione poiché molti giovani erano malati e non potevano

combattere nelle guerre coloniali; dall’altro i conservatori avevano paura che questa popolazione malaticcia potesse

figliare, di conseguenza aumentare il numero di individui “meno adatti”; dall’altro ancora le femministe non

volevano incentivare la procreazione ma liberare la donna da questa. Furono proprio le femministe a imporre sul

discorso pubblico del costo dei figli, anche la questione del valore economico del lavoro materno oltre che dei rischi

di una esclusiva dipendenza dal salario maschile. Il governo di inizio 20 secolo approvò un assegno da parte dello

stato alle madri di figli in età prescolare, poi riformulato e concesso solo alle vedove (prima forma di pensione di

reversibilità). Ma contro le femministe remarono i sindacati che si batterono con successo contro ogni forma di

assegno per i figli, tanto più se pagato alle madri, a difesa dell’integrità salariale maschile come strumento del

lavoratore maschio per mantenere la propria forza negoziale con il datore di lavoro, quindi la sua dignità di lavorate,

quindi per mantenere la sua dignità di padre. Negli anni 20 Rathbone, famosa femminista, richiese anche un

children’s endowment, che fu anche in questo caso bocciata dai sindacati. Il rifiuto dei sindacati inglesi esprimeva

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una specifica idea di famiglia e della responsabilità degli uomini verso di essa: tale affermazione era considerata più

garantita da un buon salario che da una combo tra lo stipendio e il sussidio. Fino al 1942 ci furono solo due nuove

leggi che lentamente sradicarono l’idea del maschio come procacciatore di reddito. La prima adottata nel 1930

escludeva tutte le donne disoccupate dalla indennità di disoccupazione, ma dovevano comunque pagare i contributi;

la seconda di qualche anno dopo prevedeva che anche gli uomini che avevano finito la disoccupazione non potessero

averne più quindi diventando dipendenti da altri redditi, come quello della moglie. Queste leggi, molto contestate,

diedero il la nel 1942 al piano beveridge e alla sua classificazione di vari gruppo di lavoratori sulla base non solo del

rapporto con il mercato del lavoro, ma della loro collocazione nelle responsabilità familiari. Si introdussero quindi

nuovi strumenti per venire incontro alla questione del costo e della qualità dei figli. Istruzione, sanità e cibo erano

forniti gratis ai bambini, attenuando così il provvedere dei padri ai figli. Per quanto riguarda la francia la situazione

fu differente: le donne volevano ancora fare figli, erano pro-nataliste, come la chiesa cattolica: non stupisce quindi

che la questione del costo dei figli e della necessità di fornire auto economico ai genitori abbia trovato ascolto molto

presto, nonostante il sistema di previdenza sociale francese fosse in generale più arretrato rispetto ad altri. Nel 1913

fu introdotto il congedo obbligatorio di maternità a carico dello stato per tutte le lavoratrici, incluse le domestiche,

per impedire gli aborti e la mortalità infantile (ottica pronatalista). Nello stesso asso assegni per i figli a carico, dal

quarto in poi, per tutte le famiglie bisognose, includendo anche le donne. Questa è la differenza tra francia e uk. In

uk le politiche sociali non fecero altro che rinforzare il principio della dipendenza delle mogli dai mariti. Ma a lungo

non fu lo stato ad erogare questi sussidi, bensì gli imprenditori privati, come Roubaix-Turcoing, che crearono

apposite casse, per tenere a bada i lavoratori, per tenere alta la competività (erano come bonus di produttività). In

altri termini riconoscere i bisogno aggiuntivi dei lavoratori con molti figli era meno costoso che aumentare i salari di

tutti. Quindi la paga base era solo per una persona, a cui venivano integrati vari assegni per i figli a carico. In questo

senso gli assegni per i figli costituirono una forma di disarticolazione del salario (confermando indirettamente le

obiezioni dei sindacati inglesi). Negli anni 20 il sindacato comunista Cgtu chiede che si tornasse ad un salario normale

per tutti ma ormai gli assegni erano divenuti parte importante del reddito, così lo stato dovette regolamentarli,

istituendo una cassa nazionale autonoma e tra il 1929 e 39 gli assegni divennero progressivamente una misura

universale, diventando poi politica nazionale della famiglia. Anni dopo fu introdotto un assegno speciale anche per le

donne che stavano a casa. Il salario familiare prendeva così forma in francia. Per quanto riguarda l’italia negli anni 30

la politica della famiglia, quindi a servizio della demografia, furono un pilastro base dell’ideologia fascista. I dibattiti

tra femministe e riformatori non esistevano qui. Nel 34 fu introdotto un assegno familiare (finanziati da contributi

dei datori e dei lavoratori) per gli operai dell’industria, ma solo per compensare il passaggio da 48 a 40 ore

settimanali lavorative che aveva ridotto il salario. Solo nel 1937 la riforma assunse tratti più pronatalisti: venne

estesa a tutti i lavoratori, ma il suo ammontare divenne crescente in modo più che proporzionale con l’aumentare

del numero dei figli. Nel 1940 il diritto all’assegno fu esteso anche agli altri familiari a carico. I sussidi fascisti erano

ovviamente pronatalisti, davano sostegno solo alla famiglia legittima strutturata sulla divisione del lavoro in base al

genere. Altre forme di sostegno al costo dei figli furono le detrazioni fiscali progressive all’aumentare del numero dei

figli, e il privilegia mento degli uomini spostati e con figli nelle assunzioni della pubblica amministrazione. In generale

le misure positive erano per i padri, quelle negative per le madri (tipo aborto): l’unica cosa per le donne fu l’ONMI il

primo servizio di medicina preventiva rivolta alle madri e ai bambini piccoli. Per quanto riguarda la Germania c’è una

certa discontinuità tra repubblica di Weimar e dittatura nazista. La repubblica era fondata su una delle costituzioni

più liberali e paritarie anche per quanto riguarda i rapporti tra i sessi e la condizione delle donne. Inoltre alcuni

mutamenti sociali come l’aumento della scolarità femmnile e della presenza di donne nel lavoro salariato, la

riduzione delle nascite e la diffusione di una famiglia ridotta cambiarono i rapporti di famiglia e di genere tradizionali.

Tuttavia i democratici tedeschi non cambiarono molto le legislazioni a favore dei nuovi mutamenti, soprattutto

quella sul diritto di famiglia che dava comunque potere esclusivo al marito su moglie e figli; le donne lavoratrici

continuarono ad avere una protezione minore e non furono introdotti servizi per l’infanzia, solo alcuni assegni

familiari per i funzionari pubblici di alto livello. Tutto questi mutamenti fecero crescere il timore di un forte calo

demografico e che fosse necessario correre ai ripari, anticipando il programma nazista. La definizione del ruolo della

donna nella famiglia e l’incoraggiamento della procreazione furono quindi oggetto di intervento sistematico da parte

del regime nazista. Rispetto ad altri regimi in quello nazista giocò un importante ruolo l’eugenetica: la politica delle

nascite nazista non prevedeva il pronatalismo, se non quello ariano, e di fatto cercava in tutti i modi di evitare

gravidanze indesiderate da parte di soggetti immeritevoli. Si passò dalla sterilizzazione forzata allo sterminio. Per le

politiche di sostegno alla procreazione furono introdotti prestiti per i matrimoni estinguibili alla nascita del primo

figlio, vennero migliorati i servizi sanitari materno-infantili e le indennità di maternità e un doppio sistema di assegni

per i figli – un assegno una tantum per le famiglie povere numerose; inoltre fu introdotto il divieto d’aborto. dopo il

1933 queste politiche sembrarono avere successo, la natalità riprese, ma non a lungo come prospettava il regime.

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Per quanto riguarda la Svezia la situazione fu diversa: venne formulata congiuntamente una politica di

liberalizzazione del controllo delle nascite. Fu legalizzato l’aborto e anche la contraccezione. Per il sostegno alle

famiglie furono introdotti pasti gratuiti nelle scuole, servizi all’infanzia e facilitazioni all’accesso alla casa. Il salario

familiare era quindi una quota di beni resi direttamente disponibili, al di fuori del reddito da lavoro e dello status di

lavoratore. Più avanti introdurranno comunque assegni famigliari prima solo alle famiglie bisognose, poi a tutti.

Questo è rimasto lo standard fino ai giorni nostri.

4 – dal dopoguerra agli anni 80: i sostegni alle responsabilità familiari negli anni d’oro del “welfare state”

È nel secondo dopoguerra che le varie forme di protezione dai rischi trovarono in diversi paesi europei qualche

sistemazione più o meno organica, configurando un sistema di diritti sociali. Ciò non toglie che la maggior parte di

questi diritti continuassero ad essere legati allo status di lavoratore; ma ciò fu fatto poiché nei decenni di maggiori

sviluppo e stabilizzazione dello stato sociale difendere i diritti dei lavoratori sembrava anche lo strumento più

efficace per proteggere i diritti dei non lavoratori, in quanto familiari a carico. I diversi tipi di welfare sate sviluppatisi

tra fine anni 40 e anni 70 erano basati su due punti principali: il pieno impiego maschile e la stabilità del matrimonio.

Quest’ultimo garantiva non solo il reddito ma anche i diritti sociali connessi allo status di lavoratore, tutti diritti che

potevano essere estesi ai componenti della sua famiglia, anche dopo la sua morte. La norma del maschio

capofamiglia procacciatore di reddito e della famiglia che permette l’accesso ai diritti sociali viene quindi ancora

perseguita in tutti i paesi europei dopo la seconda guerra mondiale, anche tramite legislazione civile o costituzionale.

Il dibattito però si accese su varie questioni, in primis su che cos’era la famiglia effettivamente visto che la guerra

aveva creato nuove dinamiche sociali, come madri nubili, vedove e da sempre erano presenti convivenze more

uxorio. I principi di matrimonio e di lavoro dovettero scontrarsi con determinati diritti accessibili per esempio

tramite cittadinanza come per esempio la sanità pubblica. Basta essere cittadini per accedervi, quindi una donna non

lavoratrice remunerata e i minori non hanno in linea di principio bisogno del legame con un padre/marito per

ottenere questo diritto. Questo nei paesi in cui vi è una sanità pubblica. Nei paesi dove è prevista una sanità sotto

assicurazione obbligatoria, legata spesso ai contratti di lavoro, come Germania e Francia, i poveri e gli inoccupati non

hanno diritti al servizio sanitario, ma anche le mogli inoccupate e i figli vi hanno accesso solo per tramite del legame

col padre marito. Così la perdita di questo legame comporta anche la perdita di una serie di diritti fondamentali. La

rilevanza stessa dell’appartenenza familiare per l’accesso ai trasferimenti sociali da parte dei non lavoratori ha un

diverso peso a seconda della configurazione complessiva assunta dal sistema di welfare nazionale. Per quanto

riguarda il sostegno attivo al costo dei figli in molti paesi si continuò sulla stessa linea intrapresa prima della 2ww: in

francia dopo la 2ww si attivano ancora norme volte a incentivare la procreazione e accanto ai trasferimenti monetari

diretti e indiretti (per via fiscale) nel tempo, e soprattutto a seguito dell’aumentata partecipazione delle donne-

madri al lavoro remunerato, le famiglie con figli sono state progressivamente sostenute da un sistema di offerte di

servizi per i bambini e di detrazioni fiscali per il lavoro di cura che pongono questo paese ai livelli più alti di sostegno

pubblico non solo al costo dei figli, ma anche alla conciliazione tra responsabilità familiari e impegno nel lavoro

remunerato per le donne-madri. Analogo caso è il belgio. questo obiettivo è invece assente in Uk dove il child benefit

prevede in caso di presenza di figli, una integrazione di un salario maschile. Le mogli-madri sono così ancora

dipendenti dai mariti. I servizi di prima infanzia, i congedi di maternità per le madri lavoratrici e le relative indennità

sono rimasti largamente al di sotto della media europea. Per quanto riguarda la germania, in questi anni è divisa in

due. In quella federale l’enfasi di una famiglia legale, basata sul matrimonio, divenne molto forte dopo la guerra e

anche le motivazioni demografiche, in chiave di difesa dall’altra Germania, ripresero forza. Le donne sono poco

considerate, soprattutto le lavoratrici, ci sono pochi servizi all’infanzia e la tassazione è sempre sulla base di una

coppia sposata. Per quanto riguarda l’italia dopo il fascismo gli assegni familiari sono trasformati in assegni per il

nucleo familiare, e tornano alla loro originaria funzione di sostegno al reddito dei lavoratori poveri e non riguardano

solo i figli, ma l’intero raggio dei familiari a carico. In Italia infatti è stata incoraggiata la solidarietà economica tra

familiari conviventi. Solo a metà anni 90 i figli tornano a costituire un titolo specifico per ottenere questo sostegno.

Ma il collegamento dell’importo dell’assegno al reddito familiare scoraggia, ai livelli di reddito più bassi, un

potenziale secondo percettore di reddito, la madre, che non si presenta sul mercato del lavoro, almeno quello

ufficiale, per paura di vedersi tolto o dimezzato l’assegno. Tuttavia più che in altri paesi le politiche ridistributive in

italia è difficilmente riconducibile ad un unico modello di famiglia: basti pensare al sistema di tassazione dove sia

moglie sia marito pagano le tasse singolarmente, indipendentemente da quello del coniuge. Per quanto riguarda i

paesi scandinavi fino agli ani 70 si attestano sulla base di divisione di genere. Ma questi paesi si sono distinti sin da

subito per la maggiore enfasi posta sui servii, piuttosto che sui trasferimenti monetari, unitamente a una concezione

della estensione e durata delle responsabilità familiari, tra i sessi e tra le generazioni. Lo stato ha messo a

disposizione una crescente offerta di servizi, atteggiamento accentuato dall’aumento dell’occupazione femminile. Gli

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assegni per i figli cessano alla loro maggiore età che diventano titolari a loro volta di diritti economici propri e i

genitori non sono più ritenuti responsabili per loro. Alcune ricerche comparative hanno stilato due graduatorie per

misurare il contributo pubblico al costo dei figli: nella prima, considerando il paniere di beni come trasferimenti,

sconti tariffari e servizi, primeggiano Lussemburgo, francia, belgio e finlandia. L’italia è tra gli ultimi posti. Nella

seconda lista si considera il sostegno attivo alla conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al lavoro

remunerato. Qui primeggiano paesi scandinavi, francia e belgio. la germania attua invece una strategia

segregazionista: si incoraggia una forte divisione del lavoro tra uomini e donne, e la sequenzialità di impegno nel

lavoro. Al terzo posto l’inghilterra: ci sono punti favorevoli come i congedi o i sussidi, ma hanno una impostazione

che privilegia i maschi. Infine per ultimi i paesi mediterranei, tutti accomunati da un forte affidamento alla famiglia,

anche allargata alla parentela, per far fronte ai bisogni connessi alla conciliazione e ad un mercato del lavoro che

offre poche opportunità. Va segnalato, infine, che in tutti i paesi europei fino agli anni 80 le donne come madri

hanno accesso a benefici specifici (tipo visite mediche in gravidanza etc.), ma ancora spesso sono legati alla presenza

di un altro soggetto e a specifiche norme di genere. Solo in due casi ricevono risorse in proprio, e limitatamente ad

alcuni paesi:: in germania e uk le madri sole e prive di reddito adeguato ricevono un sussidio e non sono obbligate ad

accettare un lavoro in quanto adempiono già al lavoro “dovere”; in norvegia e in italia c’è la possibilità di

incrementare la propria pensione con contributi figurativi se ci si prende cura di un bambino piccolo o di un invalido.

Entrambe le disposizioni rafforzano i ruoli di genere tradizionali, anche se costituiscono una forma tangibile di

riconoscimento del lavoro di cura.

5 – politiche a sostegno della famiglia negli anni 90: tra tensioni demografiche e crisi dello stato sociale

In tutti i paesi europei la famiglia è oggi al centro del dibattito delle politiche sociali. Tutti i paesi europei devono

confrontarsi con quattro grandi problemi che coinvolgono sia i modi di costituzione della famiglia, le sue forme

organizzative, di scambio e di reciprocità tra i sessi e le generazioni. Il primo problema riguarda l’invecchiamento

della popolazione, quindi il drastico crollo delle nascite e l’innalzamento delle speranze di vita; il secondo riguarda

l’indebolimento dei due elementi che sostenevano i modelli di stato sociale: il lavoro per tutta la vita e il matrimonio.

Il terzo riguarda il mutamento dei valori e anche dei rapporti tra le generazioni. Infine il quarto, ovvero le restrizioni

di bilancio che impongono una redifinizione delle priorità di cui la collettività deve farsi carico. Si tratta di problemi

che puntano in direzioni diverse, anche contraddittorie. Da un lato i mitati comportamento e forme di solidarietà e

dipendenza entro la famiglia, e in particolare la crescente richiesta di autonomia femminile, unita alla instabilità

coniugale, richiedono politiche di conciliazione lavoro e famiglia e rendono scarsa la risorsa di cura disponibile a

livello familiare. Dall’altro i crescenti vincoli di bilancio, unitamente al peso crescente, sui bilanci sociali e sanitari, dei

bisogni derivanti dall’invecchiamento della popolazione, inducono molti governi a rivolgersi alle famiglie come

naturali fornitrici di servizi di cura e talvolta anche di sostegno economico. Questo stesso ruolo di sostegno

economico affidato alle famiglie, soprattutto nei paesi mediterranei, è atteso anche nei confronti dei giovani adulti in

difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro, quindi all’accesso di risorse di vita autonoma. I paesi europei affrontano

quindi questi problemi nello stesso modo in cui storicamente si sono consolidate, non solo le politiche, ma anche le

attese nei confronti delle famiglie: dalle solidarietà e dipendenze attese tra i sessi e le generazioni. Nei paesi in cui il

processo di individualizzazione dei diritti era più avanzato e il tasso di occupazione femminile più elevato, la

redifinizione delle politiche rivolte alle famiglie procede in due direzioni: rafforzamento e incoraggiamento dei

meccanismi e servizi che rendono possibile conciliare il lavoro remunerato con la famiglia, soprattutto per le donne;

una parziale riduzione dei sostegni economici diretti per i costi dei figli. Il secondo caso è quello di Francia e paesi

scandinavi. In questi paesi sembra venga perseguito il benessere degli individui garantendo loro la possibilità di

accedere ad un reddito da lavoro e ad una dotazione di base in termini di servizi pubblici e in ultima istanza il

sostegno economico tramite assegni per i figli. La stessa cosa vale in Francia per gli anziani. Praticamente questi

paesi danno a queste categorie una quota di servizio e di cura che è a carico del bilancio pubblico, ma da una parte

lasciano il tutto “all’affidamento” familiare anche se molto poco, poiché, per esempio per il caso degli anziani nei

paesi del nord Europa sono percepiti come responsabilità pubblica. Nei paesi invece dove il principio di sussidiarietà

viene considerato come non interferenza nei compiti che spettano alla famiglia le domande poste dai problemi sopra

segnalati possono essere risolte accentuando gli obblighi familiari, quindi dare alle famiglie una serie di compiti e

prestazioni che in parte erano state assunte dalle politiche pubbliche. Un esempio è l’Inghilterra dove vige il dovere

dei genitori di mantenere e ospitare i propri figli a prescindere dalla loro età o l’Italia dove lo stato obbliga i figli a far

fronte alle necessità economiche e di cura dei propri genitori anziani. Quindi le politiche sociali degli anni ’90 hanno

teso sempre più a spostare il costo dei servizi alle persone sulle famiglie rafforzando gli obblighi familiari e quindi le

dimensioni di genere. In alcuni casi, però, come quello inglese queste dimensioni di genere implicite ed esplicite

accompagnano una novità, quella del pagamento per la cura prestata ad un familiare, ovvero la invalidity care

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allowance. Per concludere si può osservare che i diversi paesi europei sono uniti tra loro nell’alleggerire il peso

dell’età anziana e anche quello dei figli, per questi ultimi soprattutto, tutti i paesi hanno sistemi di assegni, ma è

anche vero che l’assegno è solo un elemento di un complesso pacchetto di risorse che possono o meno rendere le

chance di vita dei minori non subordinate alla posizione sociale ed economica dei loro genitori. Se queste due

categorie accomunano i paesi europei, la categoria riguardante la conciliazione tra responsabilità familiare e attività

lavorativa, specie per le donne, li differenzia notevolmente. Nei paesi in cui il lavoro femminile è ancora percepito

come una eccezione sembra più difficile introdurre una flessibilità lavorativa per quelle donne con responsabilità

familiari. È riscontrabile che nei paesi dove sono attive molte politiche sociali per la famiglia è anche alto il tasso di

fecondità.

Capitolo 8 – Una transizione prolungata: aspetti demografici della famiglia europea

1 – Introduzione: una rivoluzione silenziosa nella demografia europea

Dal 1914 la famiglia europea attraversa una rivoluzione silenziosa, ma che ebbe un grosso impatto sulla popolazione.

Ci furono più matrimoni tra persone giovani di quanto sia mai avvenuto prima, quindi un abbandono delle

tradizionali restrizioni matrimoniali che fu accompagnato anche da un controllo delle nascite all’interno delle coppie

sposate. In generale l’aumento di matrimoni e la diminuzione del tasso di fecondità è una tipica caratteristica della

societa europea occidentale del 20 secolo. Per quanto riguarda l’est dalla linea Hajnal (trieste-san Pietroburgo) i dati

a disposizione sono pochi. In entrambe le zone comunque nel 1914 tutti miravano al matrimonio e la popolazione

europea continua a crescere rapidamente, tanto che la sovrappopolazione costituiva una minaccia reale. 70 anni

dopo i giovani furono pionieri di un’alternativa al matrimonio: molti di loro andarono a convivere, in modo

permanente oppure qualche anno prima di sposarsi. E allo stesso tempo fecero crescere anche i divorzi. L’evoluzione

della famiglia è un ciclo al cui inizio e alla sua fine vi è un evento di carattere demografico, come il matrimonio e il

divorzio o la morte. In questo capitolo ci si occuperà dei fattori demografici chiave della famiglia europea del 20

secolo: il matrimonio e la fecondità, infine si tratterà la seconda “transizione demografica”.

2. uno schema della riproduzione europea nel 900

Il 900 potrebbe essere definito come il periodo del calo della mortalità in europa. Per la prima volta nella storia

dell’umanità il tasso d crescita della popolazione sale. Questo comportamento demografico ha caratteristiche

specifiche: il numero e l’età degli individui che contraevano matrimonio cambiò bruscamente. Durante i primi 70

anni questi mutamenti andarono in direzione del matrimonio universale, ma in seguito emerse una nuova tendenza

contraria. Allo stesso i tempo il numero dei figli nati per donna si ridusse significativamente. Secondo il Princeton

European Fertily Project a inizio 900 ancora il tasso di fecondità è ancora elevato, ma già a partire dal 1930 il tasso

crolla in tutti i paesi e dal 1960 cala notevolmente, anche se sorprendentemente aumenta la nuzialità. Negli ani 80 lo

stesso. Si evince che i mutamenti riguardanti la nuzialità furono meno rivoluzionari di quelli verificatisi nella

fecondità.

3 – la nuzialità

a) L’evoluzione quantitativa

I primi cambiamenti nella nuzialità cominciarono a farsi interessanti solo nella seconda parte del 900. Tra il 1900 e il

1930 la media europea era quasi stabile un con calo marginale. Dopo la 2ww la nuzialità aumentò notevolmente

(boom di matrimoni rimandati causa guerra). Nel 1960 il tasso aumenta e continua fino a stabilizzarsi nel 1980. Gli

studi condotti riguardano tutti i paesi europei al cui loro interno esistevano forti oscillazioni. Ma è da sottolineare

come in tutti i paesi era evidentemente in corso una reazione alle medesime cause. Tra il 1960 e il 1980 si

delinearono due tendenze divergenti tra i due blocchi europei: nell’europa orientale e in quella meridionale

l’elevamento del tasso di nuzialità fu un fenomeno che si prolungò nel tempo, mentre europa occidentale e

settentrionale sembrarono alla testa di una tendenza verso proporzioni minori di persone sposate. Questa

evoluzione quantitativa di nuzialità, perché si è sviluppata in questo modo?

b) Il mutamento dei modelli coniugali

Per capire l’evoluzione quantitativa bisogna fare diversi confronti. Il modello coniugale europeo preindustriale aveva

delle caratteristiche molto specifiche che perdurano fino a metà inoltrata del 900. I vari regimi matrimoniali europei

erano diversi tra loro ovviamente, ad esempio in europa occidentale sin dal rinascimento il matrimonio era riservato

a quegli uomini che erano in grado di mantenere una famiglia con un introito fisso. Il resto era condannato al

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celibato. Quindi si contraeva matrimonio in un’età ben oltre la maturità sessuale. Nel modello occidentale Fino agli

anni 70 la mortalità era stata considerata come il fattore determinante principale della dimensione della popolazione

nelle società preindustriale, ma invece oggi si sa che furono le limitazioni delle opportunità di matrimonio e l’età alta

di coloro che riuscivano a sposarsi a mantenere un equilibrio tra popolazione e risorse. Quindi il fatto che gli uomini

si sposassero tardi, diminuiva inoltre anche il numero di anni fecondi di cui una donna disponeva durante il periodo

di vita coniugale. Questo modello preindustriale iniziò a cessare intorno a fine 19 secolo dove la maggior parte delle

condizioni dei paesi europei occidentali migliorò notevolmente, grazie a nuove conoscenze mediche e progressi nelle

cure. Per questo i tassi di mortalità scesero a livelli mai visti prima. Ma ancora le persone si sposavano tardi,ed erano

ancora soggette a restrizioni. Per quanto riguarda il modello europeo orientale l’età di chi si sposa è notevolmente

inferiore all’occidente. In media le coppie si sposano intorno ai 20 anni e la percentuale di celibi e nubili è molto

ridotta. La nuzialità è quindi molto più alta. Questo ha influito anche sulla fecondità. A inizio 900 i due modelli

iniziarono a convergere verso opposte caratteristiche: coppie giovani si sposavano in occidente, in oriente si inizia a

tardare l’età del matrimonio e un numero maggiore di persone restava celibe o nubile. In occidente l’introduzione

dei contraccettivi ha permesso matrimoni anche a quelle persone che nel secolo precedente restavano sole. Già dal

1930 si constata una diminuzione dell’età degli sposi e un calo di celibi e nubili. Dopo il 1945 si verifica un picco di

nuzialità poiché i matrimoni furono rimandati e contratti subito dopo la guerra. Al boom matrimoniale postbellico

fecero seguito negli anni 50 tassi di nuzialità in salita. La fine della guerra sembra segnare l’inizio di un periodo in cui

il matrimonio diventa molto allettante. L’età media è bassa. Nel 1960 si registra la minor percentuale storica di

donne nubili in Europa occidentale. Ma il boom del matrimonio ebbe solo breve durata. Negli anni 70 i tassi di

nuzialità iniziarono a calare in modo netto. In 20 anni il numero di persone non spostate è tornato a crescere. Inoltre

dagli anni 70 i giovani evitano il matrimonio, rimandandolo. Per quanto riguarda il divorzio il 900 è diviso in tre

periodi: fino alla 2ww i tassi di divorzio erano relativamente stabili e bassi. Negli anni 50 e 60 il divorzio si stabilizza

ad un nuovo livello, più alto. E dal 1965 c’è stato un aumento rivoluzionario dei divorzi in tutta europa. Solo quindi

negli ultimi decenni il divorzio è diventato un tasso degno di nota, soprattutto dagli anni 80 dove il 30-40% della

popolazione europea contraeva divorzio. Per spiegare l’aumento improvviso dei divorzi negli ultimi tre decenni si

potrebbe far riferimento alla nuova legislazione messa in atto dalla maggior parte dei paesi europei, ma è più giusto

affermare che le nuove leggi furono frutto di un cambiamento di mentalità nei confronti della dissoluzione del

matrimonio.

4 – la fecondità

a) L’evoluzione quantitativa

Il 20 secolo vede un calo senza precedenti nella fecondità coniugale. Prima di iniziare a limitare il numero di nascite

all’interno del matrimonio a tal punto che, nel considerare l’avere un altro bambino, avrebbero tenuto conto del

numero di figli che già avevano, i genitori europei erano ancora pronti ad averne. Ma già a inizio 900 il processo di

calo era iniziato e in quasi tutte le regioni europee iniziò ad essere una costante tra il 1890 e il 1920, anche se ci

furono alcune eccezioni come i paesi meridionali. Questo calo avvenne sicuramente grazie all’accettazione di

contraccezione (o aborto). Nel 1930 si era già dimezzato.

b) Un numero decrescente di figli di alta qualità

Il calo delle nascita dal 1900 fu inequivocabile e relativamente rapido. L’evoluzione della mortalità, della fecondità e

della nuzialità nei due secoli scorsi viene riassunta nella cosiddetta teoria della “transizione demografica”. Secondo

questa teoria, le popolazioni preindustriali si trovavano inizialmente in uno stato stazionario di crescita della

popolazione quasi nulla, causato dal bilanciamento tra gli alti tassi di natalità e gli alti tassi di mortalità.

Successivamente, grazie ai miglioramenti introdotti nella produzione di alimenti e all’approfondimento delle

conoscenze mediche, i tassi di motalità calarono mentre quelli di natalità si mantennero alti, dando il via ad un

periodo di rapida crescita della popolazione. La terza e ultima fase, quindi, copre il calo della fecondità e termina col

raggiungimento di un nuovo equilibrio nella popolazione, questa volta con i livelli di natalità e mortalità più bassi.

Nell’ambito di questa teoria si da molta importanza all’impatto degli sviluppi economici. Si sostiene che la

modernizzazione del regime di fecondità si verificò prima nelle regioni industriali e urbane. Ma fabbriche e città non

allevano bambini e le cause effettive vanno ritrovate nella testa di quelle persone che si trovarono a vivere in quelle

nuove condizioni. L’approccio economista al calo di fecondità comporta anche un altro problema. In Francia, paese

industriale fino agli anni 70, il calo iniziò prima che altrove, prima dell’Inghilterra, molto più industrializzata. Quindi

contrariamente a quanto sostiene la teoria non esiste nessuna soglia di sviluppo economico dopo la quale ha inizio

l’ultima fase della transizione demografica. Dato che l’approccio economista non ha chiarito l’enigma sulle cause del

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calo della fecondità europea, gli studiosi hanno iniziato a cercare altre soluzioni. In anni recenti molti hanno fatto

appello ad approcci orientali verso l’ambito culturale. La comunanza di lingua o religione o anche delle vicende

storiche ha di fatto contribuito all’omogeneità demografica. A parte le ragioni economiche e culturali è necessario

considerare anche il fattore della mortalità infantile. Negli anni 70 molti nuclei familiari avevano lo stesso numero

dei figli delle famiglie di inizio 900, nonostante il caso della fecondità. I genitori iniziarono a controllare la fecondità

in modo da avere il medesimo numero di figli e per raggiungere tale meta bastavano meno nascite, dato il calo della

mortalità infantile e minorile. Ma il tasso di moralità infantile non può essere considerato un fattore decisivo al calo

della fecondità. Probabilmente i tassi di mortalità infantile e minorile influenzarono all’inizio il calo di fecondità, in un

periodo in cui i tassi di mortalità influenzavano i genitori nell’avere un altro figlio. Anche la modernizzazione

economica fornì a questi una motivazione riguardo il loro comportamento riproduttivo. Ma è stato soprattutto il

cambio di mentalità, legato al praticare liberamente il controllo delle nascite

c) Il periodo 1900-1945

Nel 1900 i tassi di fecondità matrimoniale pià alti si registrano in europa orientale, seguita da quella mediterranea.

Nel 1930 entrambe le regioni avevano ancora una fecondità più elevata rispetto al resto dell’europa. Nelle zone

settentrionale e occidentale l’arrivo prima di tutti dell’indutrializzazione ha sicuramente contribuito all’introduzione

del controllo delle nascite. Si verificò un drastico calo del valore economico dei figli: una volta introdotte le leggi sul

lavoro indantile nelle fabbriche e l’istruzione obbligatoria, allevare i bambini divenne sempre più costoso. Nelle aree,

come quella orientale, dove l’economia era ancora agricola e a conduzione familiare ci fu sempre spazio per i figli

che fossero almeno in grado di guadagnarsi da vivere fin da piccoli. I genitori poi considerarono anche gli effetti della

mortalità infantile e minorile. In europa settentrionale erano bassissimi e in continuo calo. In europa orientale erano

poco più alti e scesero notevolmente dagli anni 40, anche in europa mediterranea. Fino a qui sviluppo economico e

mortalità infantile spiegano il precoce calo della fecondità coniugale nelle regioni occidentali e settentrionali

europee. In europa orientale ha giocato un forte ruolo il sistema matrimoniale: sposarsi giovani, alto numero di

persone non sposate. Questo sistema non si preoccupava della crescita della popolazione, la mentalità era

totalmente differente dall’occidente. Inoltre ruolo importante lo ebbe anche la religione, ad esempio la cattolica in

italia che si oppose veemente al controllo delle nascite.

d) Il periodo dopo la 2ww

Dopo la 2ww, nei primi ventanni, nel continente europeo la fecondità coniugale mostrò una lenta convergenza. I

livelli erano sì simili, ma sussistevano variazioni regionali, anche nelle zone occidentali, come francia e irlanda.

Tuttavia l’europa occidentale si presentava comunque abbastanza uniforme nelle caratteristiche sociali ed

economiche, e quindi nella fecondità coniugale, rispetto alla regione orientale del continente, dove le

comunicazioni e le frontiere erano meno libere e meno aperte. In europa orientale il calo fu in misura minore,

ma comunque presente dal 1945 in poi. I bulgari sono per esempio eccezioni: sono stati chiamati i francesi

dell’est causa la loro moderata fecondità coniugale. Negli anni 50 in molti paesi meridionali e orientali il periodo

post bellico fu quello in cui la modernizzazione economica e l’urbanizzazione stimolarono per la prima volta la

motivazione a limitare il numero di figli. In quella orientale per arrestare la crescita della popolazione fu

introdotta una permissiva legislazione sull’aborto, che spiega sicuramente il vertiginoso calo di fecondità

coniugale (in alcuni casi sostituì la contraccezione). Nel 1963 su 294.900 bambini nati furono registrati un milione

e 37 mila aborti. Dal 1965 il calo si attestò essere più o meno uguale, quindi, in entrambi i blocchi. Si facevano

2,1 figli per donna, il che ha garantito una dimensione stabile della popolazione. Il calo rallentò nuovamente nel

1975, ma non in europa meridionale che come sempre ha seguito un suo percorso temporale. In europa

orientale dopo il calo del 1965 i governi cercarono di adottare misure a favore della natalità, repressive (no

aborto) o persuasive (agevolazioni sul lavoro per periodo di maternità, asili e sostegno finanziario per i genitori).

Le misure funzionarono, e la natalità riprese. Ma nonostante ciò i tassi di aborto rimasero comunque molto alti

in confronto all’occidente, dove la contraccezione era più ampiamente accettata e accessibile. Quindi la nuova

legislazione orientale ebbe solo un effetto temporaneo sulla natalità e i livelli tornarono a calare con il ricambio

generazionale. Tra anni 80 e 90 ci fu inversione di tendenza anche in europa settentrionale. Perché? Il processo

di modernizzazione demografica verificatosi negli anni 60, 70 e 80 ebbe due caratteristiche. La media di 3 nascie

ed oltre scomparve quasi del tutto e le coppie si organizzarono in modo da avere figli in un arco di tempo

relativamente breve. Negli anni 60 e primi 70 quest’arco di tempo si situava nei primi anni di matrimonio. Dopo il

1975, tuttavia, le cose ricambiarono e le donne posticiparono la gravidanza: volevano terminare gli studi e fare

carriera. Come risultato le nascite cominciarono a concentrarsi verso gli ultimi anni di fecondità. Le donne

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occidentali avevano figli tra i 25 e i 29 anni. Al contrario quelle orientali tra i 20 e i 24. Caso eclatante è il sud

europa dove la transizione demografica, quindi ritardare la nascita dei figli, è in corso dal 1989 ad oggi.

5 – la famiglia: dal matrimonio alla convivenza?

Che cos’è la famiglia? per famiglia si intende una coppia sposata, con o senza figli? O un qualsiasi gruppo di

persone che vivono sotto lo stesso tetto? Durante la prima metà del secolo in molte parti del continente una

famiglia era semplicemente una sistemazione secondo cui vivere che consisteva almeno di una coppia (sposata)

o di un vedovo/a, con o senza figli. Fino a inizio 900 i giovani non poteva sposarsi, tranne in europa orientale, in

quanto non avevano abbastanza denaro. Quindi tardavano la loro attività sessuale. Ma tra il 1900 e il 1960

questa situazione cambiò drasticamente. Le restrizioni sul formare una famiglia vennero via via rimosse e il

matrimonio controllato dallo stato arrivò alla sua fine. Negli anni 70, in europa, la proporzione di persone che si

sposavano ammontava quindi al 95% e quasi tutti formavano invariabilmente una classica famiglia nucleare. Non

appena questa situazione ideale fu raggiunta si verificò un altro cambiamento rapido. La proporzione di coloro

che si sposavano era già tornata al livello dell’anno 1900, così negli anni 80 la famiglia composta da genitori e un

o due figli era appena il 40%. In soli 10 anni i giovani avevano perso la voglia di sposarsi e fare figli. Questa

tendenza influenzò anche le coppie già sposate che attuarono scelte anche più radicali. Questo passo fu

agevolato da nuove legislazioni come il divorzio concesso per consenso unanime. Questa tendenza si attesta per

tutti gli anni 90 fino ad oggi dove, soprattutto le coppie senza figli o genitori con un unico figlio tendono a

divorziare di più. La famiglia quindi attraversa una forte crisi nei legami coniugali e un numero sempre più

crescente di figli dovrà subire la crescente instabilità delle famiglie. Negli anni 70 i divorziati poi, si risposavano

molto di più (probabilmente avevano scelto il partner sbagliato), mentre negli anni 90 non è più così. Le persone

divorziate sono divenute riluttanti a contrarre un nuovo matrimonio e quindi o restano sole oppure trovano

sistemazioni diverse. La fragilità dei matrimoni moderno è dimostrata anche dai secondi matrimoni, meno stabili

dei primi. Nel caso di una coppia con figli, il divorzio comporta anche il fatto che uno dei genitori si prenderà cura

di loro e formerà, almeno per un certo periodo, un nucleo monogenitoriale. Nel 1900 poi molte famiglie erano

guidate da un vedovo o vedova e il tasso calò quando migliorarono le cure mediche. Questo determinava

l’esistenza di famiglie con un solo genitore. Tra anni 60 e 70 il tasso aumentò nuovamente, non tanto per

malattie, ma per i divorzi. Questo fenomeno si fece importante anche in europa orientale. I nuclei

monogenitoriali non sono quindi una novità, cambiata solo la ragione della loro esistenza. Lo stesso vale per le

coppie senza figli. Prima le coppie senza figli erano sterili e tra anni 60 e 80 aumentò il loro tasso. In parte era per

sterilità, ma in gran parte la causa era dovuta alla volontà stessa di non averne. Caso particolare di famiglia è

quella composta solo dal padre, divorziato, che non ha i suoi figli carico, perché affidati alla madre. Anche questa

è una delle cause dell’aumento nei nuclei familiari composti da un unico individuo. Esistono anche altri sviluppi

nell’evoluzione del concetto di famiglia: molti giovani vivevano da soli e formavano un nucleo familiare solo da

sposati. Ma dagli anni 70 si aggiunge una fase intermedia. Prima di sposarsi, andavano a convivere: così facendo

aumentarono ancora l’età del matrimonio. La caratteristica principale del 900 è proprio questa, l’emergere della

convivenza more uxorio. Il matrimonio era per la maggior parte il fine di questi nuovi nuclei, ebbe inizio come

una sorta di preparazione al matrimonio, ma in alcuni paesi è diventata una seria alternativa ad esso. In generale

la convivenza more uxorio prospera in quei paesi dove la nuzialità è bassa e viceversa. Il matrimonio ne esce

minacciato, ma non la famiglia. Ma è chiaro che questa tipologia di famiglia è una tipologia di unione

completamente diversa. Innanzitutto non c’è bisogno di divorzio e si rileva come molte coppie more uxorio si

lascino di più delle sposate. Stessa cosa per i figli. Ne fanno di meno e se ne vogliono di più allora di sposano.

Questo accade nonostante il termine di figlio illegittimo si stia progressivamente perdendo in tutta europa. Il

vecchio regime familiare sta quindi scomparendo in europa, e quelli nuovi stanno emergendo lentamente.

6 – due transizioni demografiche?

I cambiamenti descritti sono il risultato di un unico processo continuo oppure, in certi momenti, sono il risultato

di intervalli strutturali? Quando la teoria della transizione demografica fu formulata per la prima volta, anni 30-

40, da Landri, NOtestein, Davis e Thompson, questi ricercatori osservavano sviluppi che si stavano verificando

sotto i loro occhi. La transizione da un’alta mortalità e alti tassi di natalità, passando attraverso una fase

intermedia di rapido calo della mortalità, quindi rapida crescita della popolazione, verso una situazione di bassa

mortalità e bassa fecondità, si verificò nella maggior pare del paesi europei durante un periodo di 150 anni. Per il

demografo D.J. Van la classica transizione demografica ebbe termine nel 1930, perché in quel momento sia tasso

di natalità, sia di mortalità avevano raggiunto già un livello basso. Dopo un periodo intermedio costituito dalla

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Antropologia Sociale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Viazzo Pier Paolo: La storia della famiglia, il Novecento, Bargagli, Kertzer.
Argomenti trattati: Introduzione, cap.1 - Le condizioni materiali della famiglia, cap.7 - Politiche sociali e famiglie, cap. 8 - Una transizione prolungata, cap. 10 I legami della parentela nella famiglia europea.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Viazzo Pier Paolo.

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