Sunto di antropologia sociale
Capitolo 1 – Rivoluzione, non declino
Nel 2008 in Italia vivono 60 milioni e 300 mila persone. Nell’ultimo decennio la crescita della popolazione è stata superiore a quella degli anni '70. La fecondità è ad oggi del 40-50% più alta rispetto alla metà degli anni '90. Nell’ultimo decennio, inoltre, la rapidità dell’invecchiamento è diminuita, nonostante il continuo aumento della sopravvivenza degli anziani e grazie a tre milioni di nuovi giovani cittadini stranieri. Gli italiani tra gli anni '80 e '90 erano una popolazione che stava invecchiando molto rapidamente e sembrava destinata a un declino certo.
La popolazione era entrata in una spirale dove invecchiamento e bassa fecondità facevano da padrone e molti hanno collegato il fenomeno alla crisi della famiglia con l’aumento dei divorzi, il calo dei matrimoni e la prolungata permanenza dei giovani a casa dei genitori. Per quanto riguarda l’immigrazione invece è stata vista come un rimedio ai buchi aperti da una società invecchiata e incapace di rinnovarsi. L’autore di questo libro sostiene che in Italia non ci sia un problema demografico in atto, anzi che è attraversata da una rivoluzione demografica. Nei prossimi 20 anni la popolazione aumenterà, ma la sua composizione sarà diversa da quella attuale.
La prima parte del libro è dedicata alle caratteristiche principali della rivoluzione demografica, i cinque primati della popolazione italiana: l’immigrazione veloce, i forti legami di sangue, la lunga gioventù, i genitori attempati, la lunga sopravvivenza. Queste caratteristiche stanno cambiando rapidamente la società italiana. Ma perché ad oggi in tanti pensano sia in atto un declino e non una rivoluzione?
Previsioni sbagliate
Le proiezioni indicano come cambia nel corso del tempo una popolazione quando le nascite, le morti, le immigrazioni e le emigrazioni seguono uno scenario, ovvero un andamento definito a priori. L’ONU proietta al 2028 una popolazione italiana meno numerosa e più vecchia di oggi e questo sarebbe dovuto alla combinazione della crescita degli over 60 e del drastico calo degli under 60. Se quanto previsto si avverasse ci sarebbero tutte le ragioni per preoccuparsi, ma queste proiezioni non sono così attendibili poiché non tengono conto degli stranieri irregolari, ma stabilmente in Italia, i quali avranno dei figli che studieranno e diventeranno lavoratori.
Certo gli anziani aumenteranno perché la sopravvivenza continua ad aumentare, ma saremo ben lontani dalle proiezioni dell’ONU. Ma perché non credere all’ONU e all’autore? La popolazione italiana nel 2008 è di un milione e 500 mila unità più numerosa rispetto a quanto previsto dalle Nazioni Unite tre anni prima. In secondo luogo, proiettando ingressi di stranieri molto inferiori a quelli che effettivamente si sono poi verificati, hanno sbagliato, perché il numero di lavoratori è aumentato proprio grazie alle migrazioni. Infine, le recenti proiezioni dell’ISTAT mostrano come nei prossimi 20 anni la popolazione aumenterà.
Il problema delle proiezioni dell’ONU è che vengono presentate come buone approssimazioni della realtà e considerate come dati reali, sulla base dell’idea che il ritmo del cambiamento demografico sia lento, inerziale e mai rivoluzionario. Inoltre, vi è una grande ritrosia in Italia ed Europa a inserire nella stima della popolazione gli stranieri irregolari, ma l’economia sommersa costituisce il 20% del PIL e tenendone conto nelle stime ufficiali, così facendo, il PIL pro capite viene sistematicamente sovrastimato. Siamo cioè più poveri di quanto non sembri perché parte di esso è frutto del lavoro di stranieri irregolari, che non contiamo quando dividiamo per abitante.
È difficile accettarsi come paese d’immigrazione
È difficile accettare che una popolazione si rinnovi grazie a continui e sostenuti ingressi dall’esterno. Tutti i paesi europei durante l’800 hanno vissuto storie di emigrazione. Poi nel secolo successivo, con tempi diversi per ogni paese, le cose sono cambiate. Nei paesi oggi ricchi, gli immigrati sono diventati più numerosi degli emigrati. In pratica, emigrazione e immigrazione si sono sovrapposte. La mentalità delle persone ha bisogno di tempo per cambiare, e di fronte a questi fenomeni, sfugge il loro senso all’immediata percezione quotidiana e se continuiamo a pensarci poveri i nuovi arrivati verranno sempre visti come potenziali concorrenti, come intrusi, che tolgono il pane di bocca ai nostri disoccupati e il lavoro ai nostri figli.
Perché gli studiosi diffidano delle immigrazioni
Gli studiosi delle società e dell’economia dovrebbero essere immuni da stereotipi e sentimenti spesso basati su un’errata percezione della realtà. Semmai dovrebbero lavorare per contrastarli, come nel caso della diffidenza verso gli immigrati. Invece prevale l’idea che le immigrazioni siano qualcosa di innaturale e di negativo. Secondo alcuni sarebbero fenomeni che rallentano lo sviluppo, dunque la capacità d'innovazione. Andrebbero invece favoriti solo gli ingressi di “cervelli” e di lavoratori esperti in alte tecnologie perché darebbero una benefica frustata al nostro sistema economico. Al contrario, nell’attuale realtà economica le migrazioni sono positivamente intrecciate allo sviluppo.
Francia, Germania e USA in alcune regioni hanno i più alti tassi di immigrazione di lavoratori non qualificati e hanno anche i più forti tassi di sviluppo e innovazione tecnologica di tutto l’Occidente. Eppure il messaggio negativo “immigrazione uguale rallentamento economico” si impone facilmente. Questo modo di vedere le cose è ingiustificato. Dal punto di vista del rinnovo della popolazione, mille nati che arrivano a compiere 30 anni sono in realtà tanto naturali quanto lo sono mille immigrati trentenni.
Ci sono stati ovunque nella storia intensi spostamenti: stagionali o definitivi, ancora oggi in Italia c’è traccia di poderosi e antichi spostamenti rilevabili nei cognomi, nella mescolanza fra parole dialettali o nei gruppi che hanno mantenuto forti specificità linguistiche come i cimbri. Nel passato le città italiane come quelle europee sono state in costante deficit naturale: la mortalità era alta, gli individui non si sposavano e non avevano figli. Al contrario, nelle campagne erano spesso in surplus naturale. Per questo, i flussi emigratori dalle zone rurali verso quelle urbane erano continui e sostenuti. Questo esempio mostra come una popolazione possa restare per secoli in deficit naturale, a condizione di essere rimpinguata da consistenti ingressi migratori che le impediscano di diminuire numericamente e di invecchiare.
Ma molto spesso gli studiosi di popolazione mettono troppo l’accento su aspetti considerati patologici come la bassa fecondità, l’invecchiamento o l’eccessiva rapidità delle immigrazioni. Quando parlano di ricambio naturale o di ricambio migratorio formulano a priori una discriminazione: per la demografia un nato è meglio di un immigrato. Si alimenta così un pregiudizio razzista e nazionalista (es. guerra di Sedan – per ogni francese nato, nascono due tedeschi). Questi modelli dimostrano che una popolazione chiusa ai flussi migratori, con meno di due figli per donna, è destinata inevitabilmente a invecchiare e alla lunga a scomparire, anche quando la mortalità è bassa. Il messaggio arrivato al pubblico suona così più o meno: gli italiani sono destinati a scomparire. Questo messaggio, basato su proiezioni errate, diventa la verità dell’opinione pubblica, ormai distorta. In Italia però non esiste nulla di tutto ciò. Non esiste un problema demografico.
Capitolo 2 – I nuovi italiani. Il primato dell’immigrazione veloce
Le migrazioni in Italia ci sono sempre state. Fino a metà dell’800 erano spostamento di corto o medio raggio, alla ricerca di territori più fertili e di regimi agrari più favorevoli o per fare la stagione. Anche nell’Italia medievale e moderna vi sono state immigrazioni di stranieri: tedeschi in alcune valli e altipiani del nord, albanesi e greci al sud. Per oltre un secolo tra il 1850 e il 1970 il nostro paese è stato area di emigrazione. Milioni di persone nate in Italia andarono a vivere altrove in questo periodo di grande emigrazione. E non solo all’estero, anche in Italia, dove i poli industriali attraevano lavoratori al nord da ogni dove. Il 52% delle persone residenti a Milano nel 1881 non era nato a Milano.
Nel secondo dopoguerra gli italiani che andavano a cercare fortuna in altre aree del paese furono sempre più numerosi, soprattutto nel triangolo industriale e a Roma. Ma fino alla fine degli anni '70 continuarono anche imponenti movimenti di raggio più breve, che non varcavano i confini della provincia o della regione: in tutto il paese, le montagne, le colline e le aree rurali più remote si spopolarono, mentre le zone costiere, le pianure e le città divennero sempre più affollate. Questo comportò vari mutamenti: da un lato il tramonto della civiltà contadina, dall’altro hanno permesso uno sviluppo dell’economia industriale prima e post-industriale.
Negli ultimi decenni del '900 il quadro si modifica: le città si spopolano a beneficio dei comuni di cintura e di pianura, e quasi ovunque cessa lo spopolamento delle aree collinari e montane. La cosa nuova è che arriva un flusso di persone provenienti dai paesi più poveri, ora. In Italia a metà del 2000 vivono stabilmente più di 4 milioni di stranieri, quasi tutti provenienti da paesi poveri. Questa velocità dell’immigrazione (nel 1981 erano 210.000) è un record detenuto dall’Italia e dalla Spagna.
Una nuova vecchia storia
Immigrazioni ed emigrazioni si intrecciano nel determinare la consistenza di una popolazione. Si analizzeranno quanto le immigrazioni abbiano influenzato la demografia di quattro regioni italiane in un cinquantennio, dal 1951 al 2001: il Piemonte, il Lazio, il Veneto e la Sicilia. Grazie all’immigrazione il Piemonte nel 2001 ha una bassissima fecondità, è più giovane di altre regioni. Negli anni '50 e '60 persone e famiglie provenienti un po’ da tutta Italia, soprattutto dal nord est e dal Mezzogiorno, arrivano per lavorare nelle industrie. Nell’ultimo decennio si osserva un fenomeno simile, una nuova accelerazione, dovuta agli ingressi di stranieri.
Nel Veneto nel cinquantennio la popolazione complessiva è calata a causa della prevalenza delle emigrazioni. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale la popolazione veneta è aumentata grazie ad una fecondità più sostenuta che però negli ultimi 20 anni si è di nuovo abbassata con una media di 1,2 figli per donna. Nel trentennio '61-'91 la popolazione veneta ringiovanisce grazie ai nuovi cittadini esteri. Il Lazio è fortemente condizionato dall’attrazione di Roma e all’inizio del nuovo millennio il 50% dei laziali risiede nella capitale. Il profilo di attrazione è simile a quello piemontese, anche se qui il contributo delle migrazioni è stato minore perché la fecondità è più elevata qui. Le regioni Piemonte, Veneto, Lazio sono accomunate da saldi migratori positivi e crescenti nel corso dell’ultima parte del '900.
Per quanto riguarda la Sicilia il percorso è differente. Qui i saldi migratori sono stati fortemente negativi poiché circa 2 milioni di siciliani hanno abbandonato le loro case per trasferirsi. Ad oggi vi è ancora un buon numero di lavoratori che continua a lasciare l’isola, ma sono sostituiti dagli immigrati. Tuttavia, gli stranieri stabilmente presenti nel Mezzogiorno sono molti meno che al centro nord. Il salasso migratorio negativo è stato però compensato da una fecondità esuberante (circa 2,4 bambini per donna); in Sicilia non si è mai raggiunta la bassissima fecondità del centro nord. Nelle zone a saldo positivo, senza le immigrazioni, le popolazioni di queste aree, una volta di antica industrializzazione, oggi più avanzate nella terziarizzazione, sarebbero molto più vecchie e molto meno popolate, mentre quelle più povere decisamente più sovraffollate. Durante tutto il secondo dopoguerra lo sviluppo economico ha seguito strade che non sarebbero state praticabili senza continui ingressi di immigrati.
Migrazioni, bassa fecondità e mobilità sociale
Nel secondo dopoguerra gli squilibri economici fra regioni del nord e del resto d’Italia erano tali da giustificare ampiamente i travasi migratori. Nel triangolo industriale l’agricoltura a bassa produttività era già talmente svuotata da non garantire sufficiente forza lavoro operaia, mentre molte altre zone d’Italia sovrabbondavano di forza agricola sottoccupata. Dietro le migrazioni c’è un meccanismo nascosto: sono indotte in modo indiretto anche dalle strategie familiari messe in atto dai residenti nel luogo di arrivo.
Anche nel nord ovest per i figli di genitori poco istruiti la possibilità di studiare e quindi di aspirare ad un’ascesa sociale, sono condizionate dai fratelli. Gli immigrati che provenivano dal Veneto e dal sud nel secondo dopoguerra facevano quasi sempre lavori poco qualificati, mentre buona parte degli autoctoni erano professionisti, dirigenti, o impiegati. Gli immigrati arrivati nelle regioni del nord ovest hanno abbandonato rapidamente le abitudini riproduttive del luogo di provenienza, anche se non sempre l’hanno subito assimilato (tra chi era al nord e chi era rimasto al sud ci fu un calo del 30-40% della fecondità).
Per quanto riguarda l’istruzione, in generale i figli degli immigrati hanno tipicamente una istruzione assai superiore rispetto a quella dei loro genitori, e sono da loro spinti a farla fruttare, evitando lavori poco prestigiosi e mal retribuiti. Di conseguenza si crea una forte domanda di forza lavoro manuale, che può essere soddisfatta solo da nuovi flussi migratori, provenienti dall’estero. Il ciclo si sta ripetendo anche oggi, con i nuovi italiani. Chi arriva in Italia fa lavori di basso rango, risparmia e istruisce i suoi figli.
Il nord ovest si è potuto permettere in tutti questi anni una fecondità bassa e figli così di alta “qualità” proprio grazie alla disponibilità illimitata di immigrati disposti per un salario moderato a fare i lavori disdegnati dagli autoctoni, ma indispensabili per far funzionare il sistema economico. Le immigrazioni in alcune regioni italiane nella seconda metà del '900 sono state sospinte da tre motivi:
- Braccia a buon mercato disposte agli spostamenti
- Consistenti e duraturi processi di sviluppo ad alta intensità di lavoro
- Strategie familiari che svuotavano il serbatoio degli autoctoni disponibili a svolgere lavori poco prestigiosi e poco remunerati
Queste tre componenti permarranno anche nel futuro? Con l’aumento drastico della popolazione in alcuni paesi del mondo, come la Cina, molti adulti faranno fatica a trovare lavoro in patria e cercheranno fortuna all’estero. Inoltre, già oggi i settori industriali italiani dipendono ancora dalla manodopera immigrata, è quindi intuitivo capire che proprio le aree dove vi sono molti benestanti è richiesta una manodopera che si occupi nelle attività che il benessere permette di evitare, ma che sono indispensabili per vivere bene (come pulire le case, lavare i vestiti etc). Ritorna qui il discorso sui lavori poco prestigiosi, ma essenziali: gli italiani non li fanno, l’immigrato sì.
Il rinnovo della popolazione garantito dagli stranieri
La popolazione italiana sarà in grado di rinnovarsi anche se negli ultimi 25 anni sono nati 1,5 figli per donna.
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