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Antropologia delle famiglie contemporanee

Introduzione

L’oggetto di questo libro è le forme che la famiglia e la parentela hanno assunto nelle società attuali. Si è voluto considerare l’insieme dei processi e delle esperienze che hanno portato alla moltiplicazione delle forme familiari, alla pluralizzazione dei legami e delle soggettività parentali.

Riconducibili a dinamiche demografiche e strutturali, alla revisione di rapporti di genere e fra le generazioni, all’apparire di nuove concezioni etiche e del diritto, alle possibilità indotte dalle pratiche mediche di manipolare la natura della relazione, i comportamenti parentali “nell’era dell’individualismo” richiedono di essere compresi alla luce di un principio, quello di “scelta consapevole".

Nella parentela contemporanea vediamo agire due tendenze, che sono all’origine dell’interesse dell’antropologia verso la famiglia e i legami parentali:

  • Modi di fare famiglia, basati sulla dissociazione tra matrimonio, filiazione e residenza (famiglie di fatto, monogenitoriali, ricomposte...).
  • La seconda si riferisce alle nuove modalità di relazione biogenetica, rese possibili dalla tecnologia medica applicata alla procreazione umana.

Sebbene anche nel passato la famiglia biologica, quella giuridica e quella socioaffettiva potevano non coincidere, non si può negare che oggi le articolazioni assunte dalla filiazione nelle famiglie adottive o in quelle ricomposte sconfessano apertamente il principio di esclusività del legame genitori-figli.

I vissuti familiari registrati dalla ricerca antropologica manifestano apertamente il progressivo allontanamento dal modello nucleare – coniugale, basato sulla coppia eterosessuale, sposata, con figli, espressione della sintesi riuscita tra biologico, sociale e giuridico. Le parentele che si producono nelle famiglie ricomposte, come in quelle adottive o quelle che derivano dalla tecnologia medica, costituiscono una forte sfida alla procreazione intesa come filiazione e all’egemonia “del sangue” la cui forza simbolica si è inevitabilmente ridotta.

La parentela non può essere pensata al di fuori di ogni riferimento alla procreazione e dunque in relazione alle sostanze e ai corpi coinvolti. Altra tendenza di cui si deve tener conto: l’impatto delle tecnologie mediche sul modo di costruire i legami e di concettualizzarli.

Nella riflessione antropologica attuale il rapporto tra i fatti biologici della riproduzione sessuata e le ideologie della parentela si ripropone, dunque, in forme decisamente più articolate e problematiche rispetto al passato, costringendo ad aggiornare la visione della parentela naturale intesa come semplice fondamento da cui si origina la parentela rappresentata e percepita socialmente.

Cap.1 Parentela, famiglie, relatedness

1.1 Declino e rinascita: dalla struttura al significato

“La parentela per l’antropologia è la disciplina fondamentale" diceva Robin Fox (struttural-funzionalista) nel suo manuale di studi sulla parentela; intendeva rimarcare il ruolo di grande laboratorio teorico che la parentela aveva svolto e svolgeva per l’antropologia. A pochi anni di distanza dalla pubblicazione del manuale di Fox comincia una stagione di riflessione critica.

Vengono ridimensionati il peso e il significato della parentela nello studio antropologico grazie ad uno studioso americano: David Schneider. Sferra una dura critica nei confronti degli studi classici della parentela tracciati di eurocentrismo, di biologismo e di naturalismo.

Il suo invito a superare i presupposti biologico-naturalistici di molti studi sulla parentela spingeva nella direzione di concentrare l’attenzione sulla dimensione simbolica dei legami che sono prima di tutto relazioni sociali, e non semplici vincoli genealogici. Si può dire che la parentela “muore e rinasce” con Schneider al quale si deve riconoscere il merito di aver condotto la riflessione antropologica verso orizzonti teorici e di ricerca quasi mai esplorati.

L’attenzione al significato consente di guardare ad altri modi di costruire e rappresentare le relazioni, modi che spesso rimandano a una concettualizzazione del corpo, della persona, della sessualità e della procreazione alternativa o non del tutto coincidente con il modello genealogico della riproduzione.

1.2 Genere e parentela

La prospettiva schneideriana risuona anche nella riflessione di stampo femminista. L’attenzione alla riproduzione umana ha richiesto di integrare la categoria di genere nell’analisi della parentela.

Nella prospettiva dell’antropologia di genere, si avverte l’esigenza di rivedere l’articolazione della struttura in due sfere distinte e complementari veicolata dalla proposta struttural-funzionalista, andando oltre l’opposizione fra sfera domestica (dominata dall’affettività e dai valori morali della solidarietà) e sfera politico-giuridica, coincidente con i legami di discendenza selezionati per via matrilineare o patrilineare. Opposizione che ricalca quella tra famiglia, intesa come ambito della sessualità coniugale e della procreazione, e la sfera politica.

D’ora in poi, la famiglia è assunta come luogo per eccellenza in cui si esprimono i rapporti sociali di potere e le gerarchie di status fra i generi e fra le generazioni. Molte attività sono implicate nella riproduzione di un essere umano, che non è mai solo una questione di concepimento e nascita, ma che si configura con un evento sociale complesso, che investe relazioni diverse oltre a quelle della maternità e della paternità e del matrimonio.

1.3 Dalla kindship alla relatedness

Ci si è posti l’obiettivo di capire come le diverse società pratichino lo stare insieme, i significati variabili che assume lo stare sotto lo stesso tetto, il senso della procreazione. Un’attenzione specifica alle cosiddette teorie locali della procreazione ha aperto la strada ad un ripensamento dei presupposti relativi alle peculiarità naturali delle donne e degli uomini e dei loro ruoli naturali nella procreazione naturale.

La ripresa degli studi sulla parentela è dunque l’espressione di una sensibilità teorica che coniuga l’interesse verso i significati culturali con una concezione della cultura come processo. L’interesse guarda alla processualità implicata nella costruzione dei legami parentali, al fatto che la trasmissione delle sostanze vitali dai genitori ai figli non avviene una volta per tutte nell’atto del concepimento.

I parenti sono legati tra loro da un complesso di sostanze prodotte socialmente. Il consumo del medesimo cibo (il latte materno, il cibo cotto nello stesso focolare...) ma anche la condivisione delle esperienze e delle emozioni contribuiscono a “fare” il corpo del parente. La studiosa inglese Carsten propone di usare il termine relatedness, in italiano “relazionalità parentale”, in sostituzione di kindship, per sospendere un insieme di assunti implicati nella nozione di biologico e sociale.

Solinas: related vuol dire sia "collegato, in relazione” che “imparentato". In esso sono ricomprese tutte le estensioni relazionali che si generano nell’esperienza reale delle persone, le quali possono trovarsi related per via di sangue, per adozione, per vicinanza affettiva ecc... l’intento è leggere in modo transculturale come le persone si sentono e si rappresentano evitando l’utilizzo di categorie eurocentriche.

1.4 Gli studi di famiglia e parentela nelle società euro-americane: un incrocio di sguardi

Gli studi di parentela in Occidente prendono avvio solo a metà degli anni Sessanta del Novecento, con la nascita della demografia storica a opera di Peter Laslett, che promuove una documentazione su un tema fino ad allora trascurato dalla ricerca sociale. Nota come “teoria della modernizzazione", la tesi del passaggio dalla famiglia patriarcale allargata alla famiglia nucleare-coniugale era di fatto una conseguenza della rivoluzione industriale e dell’avvento del capitalismo nel mondo occidentale.

La scoperta da parte della demografia storica che la famiglia nucleare era presente fin nella società preindustriale inglese ha mostrato l’infondatezza della teoria della modernizzazione. Dalla fine degli anni ’60 un’abbondante mole di studi e ricerche ha documentato l’ampia varietà tipologica e funzionale delle strutture familiari del passato dimostrando la coesistenza di modi diversi fra loro di fare famiglia.

Il contributo proprio dell’antropologia allo studio della famiglia e della parentela in Occidente è consistito nell’introduzione di concetti maturati nell’antropologia classica delle società extraeuropee, come quello di un gruppo domestico e soprattutto di ciclo di sviluppo domestico. La famiglia è intesa come un sistema ciclico dalla traiettoria variabile e un’istituzione storicamente soggettiva a varie influenze sociali, economiche e politiche.

Jack Goody avanza ipotesi che consentono di collocare gli assetti familiari e parentali entro il campo delle relazioni controllato da istituzioni come lo Stato e la Chiesa. A partire dalla difficoltà di articolare una definizione soddisfacente di famiglia, i cui confini appaiono più che mai mobili, fluidi, permeabili, adattabili ai contesti sociali, economici e alle esperienze di vita dei soggetti: mutano col mutare del tempo, dei luoghi, delle variabili economiche e delle dinamiche demografiche, sociali e culturali (natalità, longevità, rapporti di genere e generazioni).

Non solo ciascuno vive in famiglie diverse nei vari momenti della propria vita ma l’area di connotazione del termine “famiglia" molto spesso finisce per estendersi fino a ricomprendere legami che vanno ben oltre l’ambito della domesticità. Dagli anni Novanta, l’interesse antropologico si è aperto a prospettive di analisi rivolte agli sviluppi recenti dei sistemi di filiazione, delle forme della genitorialità.

Molti importanti studi di stampo comparativo su scala europea hanno messo in luce la “riscoperta" della parentela, riconoscendone la sua capacità di adattarsi ai mutamenti, di sopravvivere all’urto dei processi di individualizzazione, di rispondere attivamente alla crisi economica.

1.5 Riproduzione sociale e dipendenze familiari

Nella rifondazione del campo della parentela è bene segnalare il contributo specifico di Pierre Bourdieu nella direzione di una teoria sociale fondata sulla pratica; una teoria in grado di de-costruire la visione della famiglia eterosessuale monogamica come una realtà naturale.

Al centro dell’attenzione di Bourdieu vi sono i processi di naturalizzazione e di istituzionalizzazione che fanno sì che una realtà storicamente determinata (quale la famiglia nucleare coniugale) possa configurarsi come una categoria sociale oggettiva e soggettiva allo stesso tempo.

Porre al centro dell’attenzione il rapporto tra individuo e famiglia richiede di considerare le forme variabili con cui si produce tale interazione. Nella consapevolezza che essere parte della famiglia significa dipendere da questa con il correlato di obblighi e di doveri, la dipendenza si presenta con gradi diversi di necessità e di intensità. Quale peso assume allora la dipendenza nei contesti familiari contemporanei? Come e quanto si è dipendenti dai parenti? Quale ruolo gioca la parentela nella vita del soggetto individuale?

1.6 Sulla natura della parentela

Le persone possono “provare” le proprie connessioni genealogiche tramite un semplice test genetico. Resta da capire cosa si intende quando ci si riferisce alla sostanza della parentela (sia essa il sangue o la natura). Oggi, la cosa certa è che ciò che intendono i biologi molecolari quando parlano di condivisione di geni è qualcosa di molto diverso da ciò che è implicato nella nozione di consanguineità o co-sustanzialità.

Tali problematiche riportano in primo piano la questione della natura della parentela. È convinzione comune che le tecniche mediche abbiano modificato in profondità il quadro di riferimento entro cui è pensata la relazione tra natura e cultura, e abbiamo delineato un modo diverso di intendere il corpo, il genere, la sessualità, di concettualizzare la procreazione, modo che inevitabilmente si riverbera sui legami di parentela.

La scienza consente non solo di accertare la vera natura della relazione ma di intervenire su di essa, scomponendo le sostanze (i gameti) dai corpi e ricomponendole secondo inattese configurazioni. Inseminazioni artificiali, fecondazioni in vitro, gestazioni per altri hanno imposto di ripensare le nostre idee di relazione e di co-sustanzialità.

1.7 Soggetti relazionali

Le pratiche medico-scientifiche hanno sollecitato a rivedere la stessa definizione di individuo. Janet Carsten: l’universalità della nozione occidentale di individuo ha impedito di vedere quei contesti comuni in cui la relazionalità è invece aspetto costitutivo della persona. Le relazioni sono intrinseche alla sua costituzione in quanto persona.

La separazione tra natura e cultura è una sorta di “mito” con cui si è preteso di fondare la modernità dell’Occidente rispetto al resto del mondo. Porqueres i Gené: visione dell’individuo relazionale a partire dalla pregnanza del “corpo relazionale”.

Il confine tra ciò che è classificato come biologico/naturale e ciò che è sociale non è quasi mai definito una volta per tutte, ma è invece mutevole, contestuale, continuamente ridisegnato. Latour: nuova antropologia comparativa che abbandoni il divide tra natura e società, collocando anche l’Occidente nella stessa cornice analitica delle culture non occidentali.

All’esigenza di superare la visione secondo la quale "loro hanno la parentela”, mentre “noi abbiamo le famiglie” si affianca quella di non assumere che, mentre "in Occidente ciò che è biologico e ciò che è sociale risultano separati in sfere distinte, nelle culture non occidentali sono invece intrinsecamente mischiati”.

1.8 Biopolitiche ed etiche contemporanee

Le prospettive analitiche hanno evidenziato il legame intrinseco esistente tra scelte private e forme di controllo politico e istituzionale. I test di screening, i censimenti genetici su singoli gruppi umani o su intere popolazioni hanno fatto emergere forme della sorveglianza esercitata sulla natura vivente da agenti istituzionali vari con finalità medico-scientifiche e per motivazioni e interessi commerciali, politici, religiosi.

Il peso dell’intervento legislativo nella strutturazione dell’esperienza procreativa ha spinto a interrogarsi sull’efficacia delle cosiddette biopolitiche, rivolte primariamente verso gli aspetti molecolari del corpo umano. Grazie alle tecnologie e ai saperi medici, il corpo umano appare oggi nella sua dimensione di meccanismo scorporabile (assemblaggio di parti).

Le sostanze riproduttive (ovociti, spermatozoi, embrioni) separate dal corpo, stoccate e depositate nelle banche biogenetiche che le acquistano, le brevettano e le commercializzano come merci, non appartengono più ai soggetti ma entrano in nuovi rapporti di proprietà. Alla questione di chi può accedere ai servizi riproduttivi, in quali modalità, con quali diritti e riconoscimenti, si aggiunge la considerazione del loro costo elevato, che può costituire un elemento di accentuazione delle differenze sociali, contribuendo a fare della riproduzione assistita un fatto di classe.

L’investimento pubblico nella gestione dei fatti procreativi ha automaticamente sviluppato la riflessione politica ed etica circa l’utilizzo delle sostanze riproduttive, la loro proprietà, e il possibile sfruttamento del corpo umano scomposto in parti. Il corpo umano ha spinto la riproduzione nel pieno della scena pubblica in cui vediamo affacciarsi “soggetti inediti”: geni, gameti, embrioni. Centrali sono l’oggettivazione dei corpi, la loro mercificazione e collocazione dentro la logica del mercato.

Cap.2 Dalle strutture alle culture della parentela

2.1 Transizioni demografiche, metamorfosi antropologica

In Italia a partire dal secondo dopoguerra, la famiglia è centrata sulla coppia coniugale, con pochi figli, con residenza neolocale. Mortalità ridotta e fecondità controllata: bisogna partire dalla rivoluzione demografica per comprendere un cambiamento nel modo di intendere i rapporti fra i generi dentro e fuori il matrimonio, la sessualità, le relazioni tra le generazioni.

La prima transizione demografica iniziata a metà ‘800 con il miglioramento delle condizioni di vita ha fatto decrescere i tassi di mortalità e i tassi di fecondità. A partire dalla metà degli anni ‘60 non solo la mortalità ha continuato a declinare, ma anche la fecondità ha continuato a scendere. Si è parlato a questo riguardo di una seconda transizione demografica cominciata nel Nord Europa nella seconda metà degli anni ‘70 e poi diffusasi anche nei paesi del Sud. Questa ha affermato la nuclearizzazione dei gruppi domestici e il consolidarsi progressivo di altri modi di fare famiglia (convivenze, sia etero che omosessuali, le famiglie ricomposte derivate dal divorzio, insieme all’aumento dei figli nati fuori dal matrimonio).

Un’interessante lettura in chiave antropologica di tali mutamenti è stata proposta da Solinas a metà degli anni ‘90, il quale si soffermava su tre aspetti:

  • La dimensione genealogica
  • Gli atteggiamenti riproduttivi
  • La durata nel tempo della famiglia

Fra le conseguenze della bassa fecondità la più rilevante è il processo di rarefazione degli assi familiari.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ir_9910 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Tassan Emanuela.
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