Antropologia culturale: lo studio delle diversità
La specie umana
L'antropologia è la disciplina che studia le somiglianze e le diversità della specie umana. Mentre la valorizzazione delle somiglianze è un elemento importante che ha un ruolo nella costituzione dei gruppi e nelle sue alleanze, la valorizzazione delle diversità ha un ruolo importante nell’instaurarsi di rapporti ostili tra i gruppi. La domanda “siamo uguali o diversi” è infatti alla base di ogni ricerca antropologica, e somiglianze e diversità costituiscono il tema principale dell’interesse antropologico.
Ciò che è peculiare dell’antropologia e la distingue dalle altre discipline che si pongono lo stesso interrogativo sono le condizioni e le modalità all’interno delle quali l’antropologia produce il proprio sapere, vale a dire i postulati da cui muove, le ipotesi generali che fa proprie, i campi di ricerca ai quali si applica e i metodi e le tecniche di ricerca che utilizza.
L’antropologia ha poco meno di centocinquanta anni di vita: in Italia la prima cattedra universitaria fu inaugurata a Firenze nel 1869, mentre in Inghilterra solo nel 1884 fu creato a Oxford un corso ufficiale di antropologia. Ma i precursori dell’antropologia (XIX secolo) non avevano della materia la stessa concezione che abbiamo oggi: l’antropologia ha infatti avuto una sua storia, si è modificata, arricchita, ha conosciuto delle crisi e si è venuta differenziando nei vari paesi.
Il più rilevante tra i cambiamenti recenti è stato sicuramente il seguente: l’antropologia moderna come studio scientifico è nata e si è sviluppata all’interno dei paesi occidentali in rapporto, per il bene e per il male, con le conquiste coloniali che questi ultimi hanno compiuto tra il XVI e il XX secolo. Gli abitanti dei paesi degli altri continenti, abitanti di paesi colonizzati dagli uomini bianchi occidentali, sono stati “l’oggetto” dell’antropologia.
Dopo la Seconda guerra mondiale, una serie di crisi politiche e di trasformazioni economiche ha portato alla disgregazione degli imperi coloniali e alla riconquista dell’indipendenza politica da parte di quasi tutti i paesi prima colonizzati. Dopo la riconquista dell’indipendenza, nelle università dei paesi ex-colonizzati ha cominciato a svilupparsi un’antropologia autonoma e locale; una, come è stata chiamata, antropologia dei nativi.
Il termine stesso antropologia, che deriva dal greco antico, significa studio dell’uomo. L’antropologia non si occupa di individui singoli; non è lo studio dell’uomo in quanto individuo, né lo studio dell’uomo come concetto astratto, e neanche lo studio della società intesa come somma di individui che ne sarebbero gli elementi componenti.
L’antropologia nasce dalla constatazione che la specie umana è una specie sociale, poiché gli esseri umani non sopravvivono né vivono se non in società, in relazione gli uni con gli altri. Pertanto l’antropologia studia:
- Le relazioni che intercorrono tra gli individui e che li tengono insieme.
- Le strutture sociali, intese come sistemi stabili di relazioni tra individui.
- I fatti sociali, cioè il concreto funzionamento materiale e simbolico delle strutture di relazione.
- Le persistenze e i mutamenti che strutture e fatti sociali presentano.
Definire dunque l’antropologia lo studio dell’uomo non solo è impreciso e ingannevole, ma è anche riduttivo: la specie umana non è fatta di soli uomini. Più della metà dei suoi componenti è di sesso femminile, e maschi e femmine hanno, come minimo, anatomia e fisiologia diverse. Sappiamo tutti che la differenza sessuale comporta differenze sociali. C’è di più: la differenza tra i sessi viene trasformata socialmente in complementarità tra i sessi, diventando così la forma di relazione sociale strutturata più generale che si conosca. Nell’ambito dell’antropologia, è più giusto parlare di specie umana, anziché di uomini.
È fortemente radicata in noi l’opinione che ciascun individuo è unico, irrepetibile, dissimile da tutti gli altri, oltre che la convinzione che le anime sono individuali, le menti e i corpi sono singoli, le volontà sono autonome e le responsabilità sono anch’esse prima di tutto degli individui. Quale che sia il termine che adottiamo per autodefinirci, esso rimanda sempre a una relazione: non si è figli senza genitori, né studenti senza docenti e così via.
Le relazioni sociali costituiscono sistemi; ogni società ha, anzi è, il proprio sistema di relazioni sociali. Parliamo di sistemi perché le relazioni sociali sono interdipendenti e in varie misure si condizionano a vicenda. Le relazioni sono di molti tipi, ma hanno sempre due facce: una materiale e una culturale. Il concreto svolgimento delle relazioni tra esseri umani pone in essere ciò che chiamiamo fatti sociali. Un mutamento del sistema di relazioni sociali di una società può essere provocato da:
- Agenti esterni: contatti di vario tipo con altri gruppi umani (mutamento esogeno).
- Agenti interni: tensioni e conflitti interni al sistema (mutamento endogeno).
Riconoscimento/misconoscimento di appartenenza alla specie umana
Quale o quali requisiti, qualità, capacità distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi? All’interno della storia occidentale e mediorientale un requisito considerato per alcuni millenni come essenziale per appartenere a pieno titolo alla specie umana era il possesso dell’anima. E infatti coloro che professano le religioni cristiana, ebraica, musulmana credono che tutti gli esseri umani abbiano un’anima immortale e, complementarmente, che solo chi ha un’anima immortale è un essere umano.
Nei primi secoli del cristianesimo ci si chiese se le donne avessero o meno un’anima. Inoltre, in Europa, dopo la scoperta dell’America, si accese una disputa per stabilire se gli abitanti del Nuovo Mondo fossero esseri umani a pieno titolo e dunque dotati di anima o una specie intermedia fra gli uomini e gli animali. Anche per quanto riguarda gli africani, gli abitanti della Melanesia, gli aborigeni australiani e altre popolazioni extra occidentali, gli occidentali hanno a lungo messo in dubbio che appartenessero alla specie umana.
In questi casi, il primo e principale elemento recepito dagli occidentali come non-umano era l’aspetto fisico: pelli nere, nasi camusi, prognatismo, fronti basse, capelli “strani”, stature “anormali”. D’altro canto, molte popolazioni non-occidentali hanno dubitato che i bianchi, che vedevano per la prima volta, appartenessero alla medesima specie a cui ritenevano di appartenere loro stessi.
Infine, all’interno di moltissime società si considerano meno umani di altri gli esseri umani appartenenti a determinate categorie. Membri di una certa casta o di una certa classe sociale, portatori di certe caratteristiche somatiche o di certe menomazioni congenite sono considerati non compiutamente umani.
Questo ci porta a parlare di riconoscimento/misconoscimento dell’umanità, nel senso che i vari gruppi umani, per escludere/includere nella specie umana determinati altri gruppi o individui, si appellano di volta in volta a criteri di somiglianza (come noi, quindi umani) o di diversità (diversi da noi, quindi subumani). Questi criteri possono essere il possesso di una certa lingua, il possesso dell’anima, l’appartenenza a un certo sesso, il colore della pelle, il mestiere che si esercita o dal reddito o le caratteristiche corporee.
Tutto questo non ha mai impedito che tra gruppi di esseri umani a contatto tra loro, prima o poi, si costruissero forme di comunicazione e di scambio, e cioè relazioni. Spesso si è trattato di scambi ineguali e di comunicazione asimmetrica; quando questo succede, il rapporto tra i gruppi è basato sulla forza e ha un contenuto di violenza.
Non si verificano storie solo di aggressione, ma anche storie di convivenza e di costruzione di alleanze. È importante sottolineare che il contatto tra gruppi diversi, pacifico o aggressivo, produce sempre e ha prodotto sempre anche risultati vitali condivisi: lingue nuove, usanze e costumi ibridi nati dalla commistione di quelli preesistenti nei gruppi di contatto, tecniche e abilità condivise, pratiche religiose sincretiche nelle quali si mescolano credenze, riti e preghiere, concezioni filosofiche e norme giuridiche e, soprattutto, prole meticcia nata da genitori appartenenti all’uno e all’altro gruppo.
Concezioni e indicatori delle diversità
In conclusione possiamo dire che l’appartenenza alla specie umana non sembra potersi determinare sulla base della presenza o assenza di qualche caratteristica o requisito; piuttosto invece sulla capacità di costruire relazioni con altri gruppi di esseri umani, relazioni cooperative o antagonistiche, basate sulla gestione delle diversità.
Somiglianze e diversità: Gli indicatori della diversità possono variare da società a società, nel tempo e da situazione a situazione. In certe società si è diversi perché si hanno caratteri fisici diversi: per esempio, negli Stati Uniti e fino a non molti decenni fa, per molti bianchi un “nero” è diverso anche se professa la loro stessa religione e/o ha il loro stesso grado di istruzione e fa il loro stesso lavoro; in altre società la diversità principale è connessa alla religione che si professa.
Chi è diverso è sempre diverso per qualcuno. Non si è diversi in sé né per sé: è sempre per qualcun altro che ci si definisce diversi; oppure è sempre in rapporto a qualcun altro che ci autodefiniamo diversi. Non si è diversi perché si ha una certa caratteristica o un certo tratto: si è diversi perché qualcuno rileva quella caratteristica o quel tratto e li considera indicatori di diversità.
Le diversità possono essere concepite come:
- Immutabili: quando le si collega a qualche fattore causale ritenuto a sua volta immutabile. Una possibilità in questo senso è rappresentata dal caso in cui la diversità di un gruppo viene fatta derivare direttamente da un intervento divino. Si ritiene che sia stata la stessa divinità a eleggere o a condannare un popolo, un gruppo, un sesso; è per volere divino che un popolo ha certe caratteristiche o non le ha. Oppure, per:
- Fondamento scientifico: la diversità sarebbe trasmessa con i caratteri ereditari da una generazione all’altra attraverso la filiazione; la diversità sarebbe dunque trasmessa con il sangue, quindi sarebbe iscritta nel DNA. Spesso, all’interno di questa teoria, si ritiene che con il sangue vengano trasmessi non solo tratti somatici, ma anche caratteri morali, cioè specifiche predisposizioni alla virtù o al vizio, e caratteri intellettuali. Da qui la convinzione che esistano razze superiori e razze inferiori separate dal resto dell’umanità: apartheid, Ebrei, zingari o Rom. Allo sterminio di un’intera popolazione si dà il nome di genocidio (termine coniato dopo lo sterminio degli Ebrei). Si usa invece il termine etnocidio per indicare la distruzione di una cultura come fatto unitario collegato con un gruppo umano, la dispersione dei suoi portatori e la loro assimilazione in culture altre.
- Fattori ambientali: cioè attribuire i caratteri sociali e culturali di una popolazione all’ambiente naturale in cui essa vive: i montanari sono tenaci e taciturni, i polinesiani sono sorridenti e giocosi, le popolazioni mediterranee si impigriscono tra sole e mare.
- Ambiente sociale: le diversità sarebbero da attribuire all’effetto dell’ambiente sociale sugli individui. In genere, le teorie ambientaliste concordano nel ritenere che le diversità potrebbero essere eliminate o, quanto meno, che alcuni caratteri potrebbero essere modificati per creare condizioni migliori di convivenza tra gruppi “diversi”. Combinando insieme teorie razziste e teorie ambientaliste, si è anche ipotizzato che i caratteri ereditariamente possano essere non modificati, ma almeno orientati a fini utili per la società attraverso rigidi processi di inculturazione, attraverso insomma l’educazione. Tanto le concezioni razziste quanto quelle ambientaliste possono considerare le diversità totalizzanti (chi è diverso in tutto), oppure possono accettare l’idea che le diversità sono parziali (si può essere diversi per certi aspetti, ma simili per certi altri). La giustificazione invocata per questo tipo di comportamenti è sempre quella di voler migliorare le loro condizioni di vita, di volerle far progredire, e non sempre si tratta di giustificazioni invocate in malafede.
- Mutabili.
- Permanenti.
- Transitorie.
Importanza e significato attribuiti alle diversità
L’identificazione di un gruppo altro come portatore di tratti e caratteristiche che lo rendono diverso implica sempre, da parte del gruppo giudicante, la consapevolezza anche della propria diversità: loro sono diversi cioè non sono come noi, il che significa che noi non siamo come loro, dunque siamo diversi da loro. Questa coscienza può restare implicita, ma può essere esplicitamente rivendicata da un gruppo, talvolta per valorizzare la propria identità, o per affermare la propria superiorità sugli altri gruppi, talvolta per giustificare il dominio che si esercita o si vuole esercitare sugli altri.
La diversità, una volta che sia stata attribuita da gruppo a gruppo, viene caricata di quello che si chiama tecnicamente un giudizio di valore. Alla diversità, altrui o propria, che si è individuata attraverso il riconoscimento di alcuni indicatori, viene associata una valutazione che è insieme assoluta e comparativa. È attraverso questo giudizio di valore che le diversità vengono trasformate in differenze.
Diversità: momento della semplice percezione e constatazione di una non-somiglianza.
Differenza: la non-somiglianza viene caricata di valore, giudicata appunto buona o cattiva.
In molti casi, la diversità viene trasformata in una posizione in una graduatoria, posizione alla quale si associano una o più qualità positive o negative; e in base al possesso/non possesso di queste qualità i soggetti individuali e collettivi vengono collocati nella graduatoria stessa.
A questa prima serie di differenze vengono via via associate, tramite un rapporto di casualità, altre serie di differenze (caratteristiche intellettuali e morali). Si costruisce così quello che possiamo chiamare il sistema delle differenze proprio di un gruppo, all’interno del quale ciascuna caratteristica “diversa” riscontrata nei gruppi, o nel proprio gruppo in quanto diverso da altri, ha una sua collocazione in termini di valore, ma anche di pertinenza (chi sono i portatori di quella caratteristica) e di gerarchia (chi ha quella caratteristica in grado più alto o in modo specifico) e di collocamento di altre caratteristiche. Questo sistema delle differenze viene appreso all’interno del proprio gruppo fin dall’infanzia e diventa parte integrante della visione del mondo e della vita, ovvero della cultura di ciascun gruppo. Come tale si riconnette direttamente alle modalità dell’agire di quel gruppo, nel senso che contribuisce a orientare le azioni del gruppo.
Il sistema delle differenze può concretamente operare in tre modi diversi:
- Un gruppo definisce una caratteristica che ritiene di avere o anche che ritiene essere propria di un altro gruppo. Questa caratteristica è individuata e riconosciuta senza che a essa sia attribuito in maniera forte un valore: è considerata una diversità, per così dire, non problematica. Dunque, non entra nel sistema delle differenze.
- La diversità individuata viene caricata di significati e valori negativi, sicché il gruppo che ne è portatore sarà investito di un giudizio di inferiorità, insufficienza, incompetenza, malvagità.
- Il gruppo che giudica attribuisce a una (o più) caratteristica un significato e un valore positivo. Altre volte il gruppo o i gruppi portatori di quelle caratteristiche positive sono giudicati come migliori di sé dal gruppo stesso che li giudica: più seri, più coraggiosi, più civili, più lavoratori, ecc.
Tuttavia, per quanto consolidato sia il sistema delle differenze che un determinato gruppo umano ha elaborato nel corso della sua storia, esso è pur sempre modificabile. Possiamo dunque concludere affermando che i sistemi delle diversità/differenze dei vari gruppi umani sono:
- Relazionali: il diverso è sempre diverso da qualcuno e per qualcuno.
- Situazionali: chi è diverso in una determinata situazione potrebbe essere considerato normale in un’altra situazione.
- Variabili: l’identificazione come diverso non è necessariamente permanente e definitiva.
L'esperienza delle diversità
Mentre tutti i gruppi costruiscono un loro sistema delle differenze, nessun gruppo ne costituisce uno perfettamente identico a quello costruito da un altro. Sembra insomma di dover concludere che non esiste una percezione universalmente condivisa delle diversità, un insieme di idee stabili e generalizzate su chi è diverso da chi o per che cosa; non sembra esserci una concezione generale sulle origini delle diversità.
Alcuni studiosi hanno insistito molto sul carattere immaginario dei sistemi delle diversità e delle somiglianze, delle differenze e delle identità; esse sarebbero costruzioni mentali, strumenti inventati dalla mente umana.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Antropologia cultura, prof. Ghiringhelli, libro consigliato Antropologia Culturale - Lineamenti ess…
-
Riassunto esame Antropologia culturale, prof. Ghiringhelli, libro consigliato Anthropology of life, Ghiringhelli
-
Riassunto esame Antropologia culturale, prof. Ghiringhelli, libro consigliato Anthropology of life, Barbara Ghiring…
-
Riassunto esame Antropologia del turismo, prof. Ghiringhelli, libro consigliato Anthropology of life, Ghiringhelli