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Riassunto esame Antropologia cultura, prof. Ghiringhelli, libro consigliato Antropologia Culturale - Lineamenti essenziali, Ghiringhelli

Riassunto per l'esame di antropologia culturale e della prof. Ghiringhelli, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Antropologia Culturale - Lineamenti essenziali, Ghiringhelli. Scarica il file in PDF!

Esame di Antropologia culturale docente Prof. B. Ghiringhelli

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PARTICOLARISMO STORICO

Franz Boas (1858-1942)

Alfred L. Kroeber (1876-1960)

Robert Lowie (1883-1957)

- Ogni cultura deve essere studiata in relazione all’ambiente in cui si sviluppa e ai problemi che affronta.

- Si sostiene lo studio e la conoscenza delle culture nella loro singolarità.

- Bisogna cogliere il punto di vista del nativo.

- Irriducibilità delle culture a uno schema evolutivo unitario.

- Accento sul diverso significato che fenomeni culturali simili possono avere in contesti culturali eterogenei.

- Obiettivo = conoscenza delle cause storiche che determinano la forma dei tratti culturali propri di una certa

popolazione.

RELATIVISMO CULTURALE:

Ruth Benedict (1887-1948)

Margaret Mead (1901-1978)

Irriducibilità di una configurazione culturale ad un’altra. Non esistono valori universali se non come ampie

categorie formali (morale, verità, bellezza, ecc.) che rivestono comunque contenuti molto diversi a seconda

del contesto culturale in cui vengono declinati.

In Inghilterra Bronislaw Malinowski contribuì al rinnovamento della disciplina attraverso il metodo

dell’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE e l’idea di società intesa come un tutto, le cui parti sono funzionali al

mantenimento di un ordine generale. Il FUNZIONALISMO prima e il FUNZIONALISMO STRUTTURALE poi

(Radcliffe-Brown) dominarono la scena teorica dell’antropologia del Novecento.

FUNZIONALISMO

Bronislaw Malinowski (1884-1942)

Considerato padre di etnografia e antropologia moderna. Fu pioniere del lavoro sul campo (Isole

Trobriand). Con lui inizia una nuova osservazione, diversa dalla compilazione asettica dei

questionari. Non cntesta la definizione di cultura, ma ritiene ‘stretta’ la definizione di cultura al

singolare. Si può parlare di funzionalismo dei bisgoni umani: M. credeva che gli esseri umani

avessero un insieme di bisogni biologici universali e che usi e tradizioni venissero sviluppati allo

scopo di soddisfare tali bisogni.

Radcliffe Brown (Funzionalismo strutturale, studi in Mozambico)

M. considera la cultura e la società studiata come un insieme di fenomeni correlati tra loro e quindi non

estraibili dal contesto generale da cui dipendono. Le istituzioni culturali svolgono la funzione di rispondere in

modo soddisfacente e socialmente organizzato ai bisogni primari ma, proprio perché le risposte sono culturali

e non biologiche come nel mondo animale, possono variare notevolmente da una popolazione all’altra.

Cultura → vasto apparato, in parte materiale, in parte umano e in parte spirituale con cui l’uomo può venire

a capo di concreti, specifici problemi che gli stanno di fronte. Ogni cultura è un sistema chiuso, in cui ogni

elemento ha la funzione di rispondere a bisogni primari o derivati ed è in relazione con altri elementi.

In Francia, sulla base del lavoro dei fondatori dell’etno-sociologia francese (Durkheim, Mauss) si sviluppò già

nella prima metà del XX secolo una tradizione di studi sul terreno e un’importante riflessione teorica sulle

rappresentazioni collettive e i fatti sociali.

Cosa caratterizza i funzionalisti? vedere il sistema comunità umana come sistema chiuso.

Al giorno d’oggi persiste una forma di funzionalismo: esistono sistemi sociali e culturali e gli elementi che

appartengono a tali sistemi sono correlati dal punto di vista funzionale.

STRUTTURALISMO

Lévi-Strauss influenzò l’ETNOLOGIA francese della seconda metà del XX secolo ma fornì per non

pochi decenni un quadro teorico raffinato e ambizioso per molti antropologi.

Lo strutturalismo ebbe modo di evolversi dai primi interessi per le strutture di parentela e i sistemi di

matrimonio fino al tardivo inteeresse per la struttura della mente umana. Non si pone l’obiettivo di spiegare

rapporti, temi e collegamenti tra i vari aspetti della cultura, bensì di scoprirli, portandoli alla luce.

INTERPRETATIVISMO

Clifford Geertz (1926-2006)

Idea di cultura come testo. La cultura è un testo e il metodo per conoscerla consiste in un lavoro di de-

stratificazione dei significati. L’approccio di Geertz ricorda la convinzione di Malinkowski secondo il quale il

compito primario dell’etnografo è “affermare il punto di vista indigeno, il suo rapporto con la vita”.

Sulla scia dei lavori di Geertz si è sviluppata una rilfessione importante nell’antropologia contemporanea

incentrata sull’analisi del rapporto fra antropologi e i loro interlocutori durante la ricerca sul campo e

sull’antropologo come “autore” di testi.

IV. CULTURE E DIVERSITA’

Per costruire interpretazioni del passato dotate di senso per il presente, è utile distinguere:

Sistemi delle attività umane;

❖ Strutture di relazioni;

❖ Formazioni storico-sociali relativamente stabili (culture o civilità).

Cultura, lingua e linguaggi: tutte le culture hanno in comune alcune strutture interne, tutte presentano:

Un rapporto con almeno una lingua costituita da un sistema di suoni articolati;

➢ Concezione del tempo e dello spazio;

➢ Struttura di idee riguardanti il senso profondo dell’esistenza umana;

➢ Struttura di conoscenze;

➢ Struttura di valori.

Le lingue parlate degli esseri umani sono un fenomeno culturale per eccellenza: non c’è essere umano che

non parli almeno una lingua (esclusi i casi limite) e non c’è società umana che non abbia una sua lingua. È un

fenomeno particolare, perché le lingue sono tutte diverse, diversità che dipende dalla loro natura

convenzionale. Le lingue sono realtà dinamiche.

Alcuni punti chiave del capitolo:

Il lessico che usiamo è in rapporto piuttosto stretto con la vita che viviviamo;

✓ Nella sua struttura grammaticale e sintattica, ogni lingua è anche un sistema di definizione delle

✓ relazioni tra le cose che stanno al mondo;

Non esistono propriamente tempo e spazio umani: esistono l’alternarsi della luce solare e del buio il

✓ ciclo delle stagioni e qquella che possiamo chiamare discontinuità tra corpi solidi;

Natura culturale della parentela: esigenza di cura della prole, di regolamentazione della vita sociale.

V. I METODI DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE

PREMESSA

Antropologia, etnografia ed etnologia sono tre cose diverse. Da un punto di vista lavorativo, è più facile che

si diventi prima etnografi e poi antropologi. Antropologia ed etnografia sono due livelli indipendenti e

gerarchicamente ordinati del sapere antropologico.

ETNOGRAFIA → da ‘ethnos’ (popolo) e ‘graphéin’ (grafia). È la semplice descrizione di una cultura.

L’etnografo lavora sul campo e descrive raccogliendo testimonianze e dati, senza però formulare teorie.

ANTROPOLOGIA → trattamento comparativo e classificativo dei dati culturali. L’antropologo legge, elabora,

interpreta il dato razionalmente arrivando a formulare teorie.

Nel modello nomologico-deduttivo della conoscenza scientifica il ricercatore segue una serie di procedure:

Raccolta dati;

Induzione di leggi teoriche;

Deduzione delle conseguenze;

Sperimentazione per la conferma delle leggi.

▪ DEFINIZIONE DI LEVI-STRAUSS:

L’etnografia corrisponde ai primi stadi della ricerca. Osservazione, descrizione e lavoro sul terreno. Implica

classificazione, descrizione, analisi dei fenomeni culturali e particolari. L’etnologia è il primo passo verso la

sintesi, tende a conclusioni fondate sulla comparazione e sulla generalizzazione. L’antropologia è l’ultima

tappa di una sintesi che ha per basi le conclusioni dell’etnografia e dell’etnologia e per finalità la spiegazione

e l’elaborazione teorica.

5.1. L’ETNOGRAFIA

Gli etnografi costruiscono la loro ricerca sul campo, generalmente al di fuori della propria nazione d’origine

dove l’etnografo cerca di ottenere il permesso, la collaborazione e le informazioni da funzionari statali, dagli

studiosi e soprattutto dai membri della comunità. La sensibilità culturale è fondamentale (l’impegno etico

più profondo è nei confronti delle persone che intende studiare). Il consenso informativo (accordo a

prendere parte alla ricerca) si dovrebbe ottenere da chiunque sia fonte di informazioni. È necessario mettere

a punto una metodologia di lavoro globale culturalmente appropriata, un ‘lavoro di rete’.

5.2. ORIGINI DELL’ETNOGRAFIA

I primi etnografi (Malinkowsi, Boas) vivevano in società di piccole dimensioni, relativamente isolate, con

tecnologie economie semplici. L’etnografia emerse come una strategia di ricerca nelle società con una

maggiore uniformità culturale e una minore differenza sociale di quelle che si trovano nelle grandi e moderne

nazioni industrializzate.

5.3. LE TECNICHE ETNOGRAFICHE di ricerca sul campo:

1) del comportamento quotidiano, compresa l’osservazione partecipante;

OSSERVAZIONE DIRETTA

2) sviluppata attraverso differenti gradi di formalità;

CONVERSAZIONE

3) ;

METODO GENEALOGICO

4) con informatori privilegiati su particolari aree della vita;

LAVORO DETTAGLIATO

5) che porta alla raccolta di storie di vita (narratori);

INTERVISTA IN PROFONDITA’

6) di credenze e percezioni locali, paragonabili con le osservazioni dell’etnografo;

SCOPERTA

7) ;

RICERCHE problem-oriented

8) ;

RICERCA longitudinale

9) RICERCA di gruppo;

10) APPROCCI su larga scala che riflettono la complessità della vita moderna.

5.3.1. OSSERVAZIONE E OSSERVAZIONE PARTECIPE

Gli etnografi devono prestare attenzione a dettagli della vita quotidiana, eventi stagionali e avvenimenti

insoliti. Devono osservare il comportamento individuale e collettivo, registrare cosa vedono e quando lo

vedono. Generalmente gli etnografi trascorrono più di un anno sul campo per osservare l’intero ciclo annuale.

Molti registrano le loro impressioni in un diario personale, separato dalle note di campo. Devono notare gli

aspetti basilari della diversità culturale (odori, rumori, come si coprono la bocca quando mangiano e come

guardano gli altri), fattori che fanno parte di quello che Malinkowski chiamò “le cose imponderabili della vita

nativa e del comportamento tipico”. Gli etnografi lottano per stabilire un rapporto coi loro ospiti.

L’osservazione partecipe prevede osservare, prendendo parte alla vita comunitaria. In quanto esseri umani,

non possiamo essere del tutto imparziali e distaccati, ma dobbiamo prendere parte a eventi e processi e

imparare perché i nativi li trovano significativi. La comune umanità dello studioso e dell’oggetto del suo studio

fa dell’osservazione partecipe un’esperienza inevitabile.

5.3.2. CONVERSAZIONE, INTERVISTA E TABELLE DI INTERVISTA

Conversazione → numerosi livelli di apprendimento della lingua sul campo:

1) Denominazione (chiedere nomi degli oggetti che ci circondano)

2) Capacità di produrre domande complesse e comprendere le risposte;

3) Capire concitate discussioni pubbliche e conversazioni di gruppo.

Interviste → tabelle di intervista per sottoporre una lista di domande stampate su carta. Con i risultati si ha

un censimento e informazioni basilari sul villaggio. Nelle tabelle si trascrivono nome, età e genere di ogni

membro della famiglia. Non si cerca solo un campione parziale della popolazione, ma si mira a intervistare

tutte le famiglie. Con la tabella, l’etnografo parla faccia a faccia con le persone, mentre le procedure del

questionario tendono a essere più indirette e impersonali. Si parla sia di etnografia quantitativa

(informazioni raccolte e analizzate statisticamente) che di etnografia qualitativa (discussioni senza un fine

prefissato e lavoro con informatori privilegiati).

5.3.3. IL METODO GENEALOGICO: una tecnica etnografica ben delineata.

I primi etnografi svilupparono una serie di segni e simboli per occuparsi di parentela, discendenza e

matrimonio. Gli antropologi hanno bisogno di raccogliere dati genealogici per comprendere le attuali

relazioni sociali e per poterne ricostruire la storia. In molte società non industrializzate i legami di sangue

rappresentano la base della vita sociale (kin-based societies). Le regole di comportamento relative a

particolari parentele sono basilari pe la vita quotidiana. Anche il matrimonio è cruciale nell’organizzazione

delle società. Esempio: matrimonio strategico tra villaggi, tribù e clan crea alleanze politiche.

5.3.4. INFORMATORI PRIVILEGIATI – informatori chiave.

Possono riportare informazioni complete e utili che riguardano particolari aspetti della vita. Esempio: uomo

particolarmente informato sulla storia del villaggio.

5.3.5. STORIE DI VITA

Quando troviamo qualcuno interessante raccogliamo la sua storia di vita che può essere registrata su supporti

audio o video. Le storie rivelano come determinate persone percepiscono, reagiscono e contribuiscono ai

cambiamenti che influiscono sulla loro vita. Tali registrazioni possono mostrare le differenze che esistono

all’interno di una comunità.

5.3.6. CREDENZE E PERCEZIONI LOCALI/DELL’ETNOGRAFO

Uno degli obiettivi dell’etnografia è scoprire visioni, credenze e percezioni locali. Gli etnografi combinano due

strategie di ricerca:

Emica (rivolta al locale) = investiga sul come pensano le popolazioni locali.

➢ Etica (rivolta allo scienziato) = sposta l’obiettivo da quelle che sono le categorie, espressioni,

➢ spiegazioni e interpretazioni locali a quelle dell’antropologo. Riconosce che i membri di una cultura

sono spesso troppo coinvolti in ciò che stanno facendo per interpretare in modo imparziale la propria

cultura.

Per descrivere e interpretare una cultura, gli etnografi dovrebbero rendersi conto dei pregiudizi che derivano

dalla propria cultura così come di quelli delle persone che stanno studiando. Fu Malinkowski a dare origine

all’etnografia di selvaggio, pensando che il lavoro fosse quello di studiare e registrare diversità culturali

minacciate dall’occidentalizzazione (si parla di presente etnografico in riferimento al periodo precedente di

occidentalizzazione).

→ FOCUS SU: GLI SCRITTI

Lo stile che dominò le etnografie è noto come realismo etnografico. Le etnografie di Manlinkowski si

basavano sulla convinzione che i diversi aspetti della cultura sono collegati e uniti. Rispetto al suo lavoro, le

etnografie moderno tendono a essere meno inclusive, focalizzandosi su argomenti specifici (es. parentela,

religione). Anni Ottana: sperimentalismo di antropologi come Marcus e Fischer che vedono le antropologie

sia come lavori artistici, sia come lavori scientifici. Una tendenza attuale è invece quella di concentrarsi sui

modi in cui le idee culturali servono interessi politici ed economici. Altra tendenza è quella di descrivere come

diversi specifici ‘nativi’ partecipano a processi storici, politici ed economici più vasti.

5.3.7. L’ETNOGRAFIA PROBLEM-ORIENTED

La ricerca sul campo rivolge domande specifiche. La maggior parte degli etnografi ha un preciso problema da

investigare. Le risposte della popolazione locale si uniscono a informazioni su densità di popolazione, qualità

ambientale, clima, geografia fisica, alimentazione, uso della terra.

5.3.8/9. RICERCA LONGITUDINALE E DI GRUPPO

La geografia limita ora gli antropologi men che in passato. La ricerca longitudinale è lo studio a lungo termine

di una comunità, regione, società, cultura o altra unità di ricerca, solitamente basato su visite ripetute. È

spesso una ricerca di gruppo. Le forze di cambiamento di una stessa epoca sono troppo invasive e complesse

per essere comprese appieno da un etnografo solitario. Inoltre, etnografi collaborano portando avanti il

lavoro dei predecessori. Il lavoro di gruppo nel tempo e nello spazio produce maggiori conoscenze sul

cambiamento culturale e sulla complessità sociale.

5.3.10. CULTURA, SPAZIO E DIMENSIONE

Lo studio dei flussi di persone, tecnologia, immagini e informazione fa parte dell’analisi antropologica.

L’antropologia diventa così servizio pubblico necessario, “base scientifica per affrontare il dilemma cruciale

del mondo di oggi” (Kluckhohn). È inoltre praticamente impossibile trovare nel mondo di oggi fenomeni a

livello locale che siano completamente isolati da forze globali. Interessante risulta il fenomeno ‘mass media’.

Internet ci porta in luoghi virtuali ma in realtà i mass media elettronici sono fenomeni privi di spazio e giocano

un ruolo nella formazione e nel mantenimento di identità culturali.

N.B. Il metodo della stretta osservazione aiuta a distinguere l’antropologia culturale dalla sociologia e

dall’indagine.

5.4. L’INDAGINE

Comprende la campionatura, la raccolta di dati impersonali e l’analisi statistica. L’indagine prende un

campione da una più grande popolazione. L’etnografia è utilizzata per sostituire o raffinare l’indagine. Una

combinazione di indagine ed etnografia può portare a nuove prospettive sulla vita nelle società complesse.

ETNOGRAFIA INDAGINE

Studia comunità intere e funzionanti. Studia un piccolo campione di popolazione.

Basata su ricerca sul campo e raccolta informazioni. Distacco o assenza di contatto interpersonale.

Tende a occuparsi di tutti gli aspetti della vita locale. Si concentra su un piccolo numero di variabili.

Tradizionalmente condotta in società non industriali e di Generalmente condotta in paesi moderni e

dimensioni ridotte. industrializzati.

Uso limitato della statistica. Dipende fortemente dalla statistica.

5.6. LA RICERCA SUL CAMPO NELLA TRADIZIONE ITALIANA DELLE SCIENZE DEMOETNOANTROPOLOGICHE.

Gli italiani hanno eletto come campo di studi privilegiato il proprio territorio nazionale che stava

attraversando la prova dell’unificazione (XIX secolo). L’antropologia era inoltre ancora impregnata da

positivismo e dalla teoria evoluzionistica. La prima discesa sul campo vera e propria fu organizzata

dall’etnografo Loria (1911) che scandagliò le regioni italiane per raccogliere manufatti, utensili, oggetti

dell’uso quotidiano e festivo nell’ottica di un’azione di salvaguardia. Negli anni Trenta del Novecento in Italia

le scienze etno-antropologiche stavano guadagnandosi un flebile status anche accademico.

Successivamente, l’antropologia fu usata per denunciare le dinamiche di potere nella società italiana. La

contemporaneità ha aperto il dibattito intorno al tema dell’etica e della ricerca, incentivato dal sorgere di

una pluralità di antropologie che sono una risposta alla frammentarietà del mondo.

VI. LINGUAGGI E COMUNICAZIONE

“dove c’è una differenza linguistica c’è anche una differenza culturale”

CHE COSA È IL LINGUAGGIO? Il linguaggio (parlato o scritto) è il nostro mezzo di comunicazione principale.

Viene trasmesso attraverso l’apprendimento in quanto parte del processo di inculturazione. Si basa su

associazioni arbitrarie e apprese tra le parole e le entità che tali parole rappresentano o disegnano. Gli

antropologi studiano il linguaggio nel suo contesto sociale e culturale. Cosa è l’antropologia linguistica?

Coloro che si occupano di antropologia linguistica sono interessati alle diversità del linguaggio nel tempo e

nello spazio. Esaminano la struttura e l’uso della lingua, il cambiamento linguistico e le relazioni esistenti tra

lingua, società e cultura.

1.LA COMUNICAZIONE TRA I PRIMATI

Solo gli esseri umani possiedono la facoltà di parlare. I sistemi di comunicazione naturali di altri primati

vengono definiti suoni o richiami, prodotti in corrispondenza di stimoli ambientali. Le scimmie sono in grado

di imparare a utilizzare il linguaggio in sé, sebbene non a parlarlo. Numerose scimmie hanno imparato a

conversare con gli esseri umani sfruttando mezzi diversi dalla lingua parlata, ne è un esempio la lingua dei

segni (LIS). Esempio: scimpanzé che apprendono a comunicare.

La trasmissione culturale di un sistema di comunicazione attraverso l’apprendimento è un attributo

fondamentale del linguaggio. Gli scimpanzé condividono con gli esseri umani la produttività: chi parla utilizza

abitualmente le regole della propria lingua per creare espressioni completamente nuove che risultano

comprensibili ad altri parlanti della stessa lingua. Come gli umani, anche le scimmie possono cercare di

insegnare ad altri il proprio linguaggio. Le grandi scimmie hanno dimostrato la capacità di spostamento (o

trasferimento) linguistico, elemento di primaria importanza del linguaggio. Spostamento significa che gli

esseri umani sono in grado di parlare di cose che non sono immediatamente presenti.

2.L’ORIGINE DEL LINGUAGGIO

Nonostante la capacità di memorizzare e combinare simboli linguistici fosse latente nelle scimmie, bisognava

arrivare all’uomo perché tali capacità sfociassero nel linguaggio. Il linguaggio ha consentito un immenso

vantaggio adattativo all’Homo sapiens. Permette alla società umana di accumulare una quantità di

informazioni di gran lunga superiore a quella immagazzinata da ogni altri gruppo non umano.

3.COMUNICAZIONE NON VERBALE

La cinesica è lo studio della comunicazione attraverso movimenti corporei, posture, gesti ed espressioni della

mimica facciale. Relativo alla cinesica è l’esame delle differenze culturali nello spazio privato e delle

manifestazioni d’affetto. La cultura ci insegna che alcuni modi di fare e stili dovrebbero accompagnare

determinati tipi di conversazione. Esempio: comportamento diverso partita di calcio-esame. La cultura gioca

sempre un ruolo importante nel dare forma a ciò che è “naturale”. Il linguaggio, che dipende molto

dall’utilizzo di simboli, è l’ambito in cui si svolge la comunicazione, all’interno della quale la cultura riveste

indubbiamente il ruolo più significativo.

LA STRUTTURA DEL LINGUAGGIO:

Morfologia

❖ Fonologia

❖ Lessico

❖ Sintassi

LINGUAGGIO, PENSIERO E CULTURA: Il linguista Chomsky ha sostenuto la tesi secondo la quale il cervello

umano è in grado di elaborare un insieme limitato di elaborare un insieme limitato di regole per

l’organizzazione del linguaggio, cosicché tutte le lingue possiedono in realtà una base strutturale comune, da

lui definita grammatica universale. Linea di supporto a questa teoria arriva dalla formazione di lingue creole:

si creano pidgin, ossia forme di linguaggio che si creano in situazioni di acculturazione, quando diverse società

entrano in contatto e devono ideare un sistema per comunicare. Dopo generazioni di utilizzo nel parlato

quotidiano i pidgin possono svilupparsi diventando lingue creole.

L’IPOTESI DI SAPIR-WHORF: Altri linguisti e antropologi ritengono che lingue diverse producono differenti

modi di pensare. Le categorie grammaticali delle diverse lingue portano i rispettivi parlanti a pensare e a

riflettere in modi specifici.

IL LESSICO CONTESTUALE: Il lessico influenza la percezione. L’insieme di termini particolarmente importanti

per determinati gruppi vengono indicati con l’espressione lessico contestuale. Il lessico è l’area del linguaggio

che cambia con maggiore rapidità. Lingua, cultura e pensiero sono interconnessi eppure, in contrapposizione

all’ipotesi di Sapir-Whorf, potrebbe essere più ragionevole affermare che sono i cambiamenti culturali e

produrre determinati mutamenti nel linguaggio e non viceversa.

SEMANTICA E SIGNIFICATO: I parlanti di determinate lingue utilizzano insiemi di termini per organizzare o

suddividere in categorie le proprie esperienze e percezioni. Termini e opposizioni linguistici codificano le

differenze di significato percepite dagli individui. L’etnosemantica studia i sistemi di classificazione in varie

lingue. Gli antropologi hanno scoperto che determinati ambiti lessicali e terminologici si evolvono seguendo

un ceto ordine. Esempio: due studiosi hanno studiato la terminologia relativa alla scala cromatica in 100

lingue, scoprendo dieci termini di base (bianco, nero, rosso, giallo…). Il numero di termini variava in base alla

complessità della cultura in questione.

SOCIOLINGUISTICA: cambiamento linguistico in relazione alla società, ma anche per differenze geografiche,

culturali e socioeconomiche.

LINGUISTICA STORICA: si occupa di esaminare il cambiamento linguistico a lungo termine, ricostruendo

caratteristiche delle lingue del passato studiando le “lingue figlie” contemporanee. La lingua originaria dalla

quale tali lingue discendono viene definita protolingua. L’esistenza di una stretta relazione tra varie lingue

non significa che i loro rispettivi parlanti siano rigidamente correlati dal punto di vista biologico o culturale,

poiché gli individui hanno la facoltà di apprendere nuove lingue. La conoscenza delle relazioni linguistiche

spesso si rivela utile per gli antropologi interessati alla storia. Le caratteristiche e i tratti culturali possono

essere correlati alla distribuzione delle famiglie linguistiche. I gruppi che parlano lingue correlate possono

essere più simili dal punto di vista culturale rispetto ai gruppi i cui idiomi derivano da antenati linguistici

diversi. I riscontri linguistici possono confermare la presenza di contatti e di mutuazioni culturali in assenza

di resoconti storici in forma scritta. Considerando quali termini sono stati presi in prestito da una determinata

lingua è inoltre possibile inferire una serie di informazioni sulla natura del contatto.

LE MINORANZE LINGUISTICHE IN ITALIA: ALCUNE CONSIDERAZIONI ANTROPOLOGICHE -------------------------

Dal punto di vista giuridico i gruppi minoritari sono quelli ai quali l’ordinamento assegna un trattamento

speciale, un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione di uno Stato. A rendere più

complessa la definizione è l’osservazione di alcune realtà in cui una minoranza numerica non si trova in

posizione di subordinazione, ma rovescia a proprio favore i rapporti di potere. Ci sono minoranze che,

sebbene insediate all’interno dei confini di uno stato, non ne detengono la nazionalità.

1999 → legge che salvaguardia delle lingue minoritarie presenti sul territorio nazionale ha innescato processi

di etnicizzazione da una parte e di discriminazione ed esclusione sociale dall’altra. La selezione operata dai

legislatori è stata ampiamente contestata dai linguisti, dato l’altissimo numero di dialetti parlati in Italia

rimasti esclusa dalla tutela. Dal punto di vista antropologico, il fallimento della legge è aggravato dall’aver

innescato processi di etnicizzazione che hanno riguardato sia quei gruppi le cui lingue sono state riconosciute

come minoranze storiche sia quelli che ne sono stati esclusi. Studiare l’etnicità consiste nell’analizzare il

repertorio delle identità che gli individui e i gruppi hanno a disposizione. L’etnicità è un dispositivo culturale

messo in atto in risposta a una depravazione, sia sul piano materiale sia su quello simbolico.

Il malessere che vivono alcuni gruppi minoritari, anche per via della loro marginalità geografica, se da una

parte non può essere ignorato, dall’altra non deve essere alimentato. Non essendo in grado di gestire la

complessità e la processualità di quel fenomeno che chiamiamo cultura, molte azioni di politica

pseudoculturale semplificano la realtà riducendola a singoli elementi avulsi dal contesto. Nel parlare comune

si ricorre spesso ai concetti di identità e di cultura pur senza saperli maneggiare completamente. La

convinzione che identità e cultura siano dati e non processi in continuo divenire l’elemento centrale del

problema.

Nella maggior parte delle rivendicazioni su base etnico-linguistica la componente territoriale è molto forte e

porta con sé profonde valenze simboliche. Il territorio è attore attivo nella costruzione identitaria. In questo

senso ha agito anche la legge italiana di tutela delle minoranze linguistiche storiche. Fuori dai confini dell’area

linguistica riconosciuta per legge, il parlante non può più essere tutelato. Questa forzata territorializzazione

delle minoranze linguistiche si scontra con una delle caratteristiche predominanti della contemporaneità, la

mobilità. Il riferimento territoriale taglia fuori quei gruppi nomadi, parlanti una lingua di minoranza che hanno

lasciato i loro paesi di origini. L’ideologia del localismo presenta il contesto locale come l’unico capace di

garantire la trasmissione della cosiddetta tradizione, la salvaguardia dell’identità, la cura degli interessi

economici, la tutela dell’ambiente. Non dovrebbero esserci leggi che tutelino gruppi a discapito di altri, ma

l’intero sistema dovrebbe riconoscersi come “società multiculturale delle minoranze”. In questo contesto,

l’antropologo è impegnato in un delicato compito di mediazione: raccogliere dalle diverse componenti della

società multiculturale e plurilingue narrazioni e rappresentazioni che, rielaborate collettivamente, possono

ricomporre il quadro composito di una storia comune.

VII. ETNIA E RAZZA.

Nella maggior parte della documentazione del ‘900 i termini ‘razza’ ed ‘etnia’ sono usati come sinonimi. Oggi

i due termini sono sempre distinti. Weber distingue nettamente le entità etnia – razza – nazione.

1.ETNIE

Etnia è un termine che deriva dal greco (ethnos = popolo, stirpe, moltitudine). Generalmente, per etnia

s’intende un raggruppamento umano, prodotto di costruzioni socio-culturali, i cui componenti hanno

caratteristiche comuni di lingua, credenze, valori, abitudini..

L’etnicità sussiste quando un gruppo rivendica una determinata identità etnica e culturale e viene

riconosciuto da altri gruppi proprio in virtù di tale identità. Etnicità significa identificazione con un dato

gruppo etnico. L’appartenenza etnica deve essere voluta, non può essere imposta. Perché si collega al piano

delle pratiche? I gruppi etnici sono per Weber “gruppi umani che nutrono una credenza soggettiva in una

comunità di origine, fondata su somiglianza di abitudini esteriori”.

Il termine non è da confondere con POPOLO o NAZIONE, che comportano un aspetto politico. Il popolo è un

gruppo coeso che trova aderenza attorno a questioni istituzionali o politiche. A causa di fenomeni quali

migrazione, conquiste e colonialismo, la maggior parte degli stati-nazione attuali risulta etnicamente

eterogeneo.

2.RAZZA

Il percorso storico di questa parola fa sì che oggi venga abbinata automaticamente a dei concetti negativi,

ma scientificamente è un termine neutro che indica differenze biologiche. Il termine inizia ad essere diffuso

nel momento in cui vediamo sorgere le dottrine razziste che a metà ‘800 dominano il pensiero antropologico

(etnocentrismo, evoluzionismo). Testo di riferimento è Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, 1856

di Gobineau i cui punti cardine sono:

Biologizzazione di ogni tipo di differenza tra culture o civiltà umane;

Affermazione di una gerarchia rigida fra le razze con ai vertici la razza bianca;

Orrore per la mescolanza di razze;

Già dal 1758, Linneo aveva proposto una tipologia di sub-specie umane, basata sul colore della pelle.

In termini biologici, la razza è una sottocategoria di una specie isolata geograficamente. Alcuni biologi

utilizzano il termine “razza” per riferirsi ad alcune sottospecie o “varietà”. La specie umana (Homo sapiens)

non presenta una distinzione netta di razze in quanto le popolazioni umane non sono state isolate l’una

dall’altra per un tempo sufficiente a dare vita a gruppi distanti. Si suppone che il concetto di razza debba

riflettere una base genetica condivisa ma fin da subito i primi studiosi fecero ricorso per la classificazione

razziale ai tratti fenotipici. Ciò fece emergere il problema su quali fossero i tratti più importanti da

considerare. I primi studiosi europei e americani diedero la priorità al colore della pelle, classificazione

compatibile con l’utilizzo politico del concetto di razza così declinato durante il periodo coloniale. Problema

reale di queste etichette razziali è che non descrivono accuratamente il colore della pelle: numerose

popolazioni umane non si adattano a nessuna delle tre grandi “razze” (‘bianchi’, ‘neri’ e ‘gialli’), esempio:

pelle color bronzo dei polinesiani, Nativi Americani, ecc. Problemi simili nascono ogni volta che si utilizza un

singolo tratto distintivo come base per la classificazione raziale. Per alcuni sarebbe meglio basare la

classificazione razziale su una combinazione di tratti fisici: ciò eviterebbe alcuni dei problemi esistenti, ma

ne farebbe sorgere altri. C’è un’obiezione finale alla classificazione delle razze basata sui fenotipi. Si suppone

che le caratteristiche fenotipiche sulle quali si basano le razze riflettano materiale genetico condiviso e

rimasto immutato per lunghi periodi di tempo: ma somiglianze e differenze fenotipiche non necessariamente

hanno una base genetica. A causa dei cambiamenti nell’ambiente che influenzano gli individui nei periodi

della crescita e dello sviluppo, la gamma delle caratteristiche fenotipiche di una popolazione può cambiare


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Interpretariato e comunicazione
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgiaaka1997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Ghiringhelli Barbara.

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