INTRODUZIONE
Antropologia significa “studio dell’uomo”, si occupa degli uomini in relazione del contesto storico-culturale-
ambientale in cui essi vivono. Attualmente si preferisce parlare di “umanità”, in quanto uomo può indicare
una specificità di genere (sappiamo che la nostra è una società sessuata). La disciplina nasce dalla
constatazione che la specie umana è specie sociale: gli esseri umani vivono in relazione gli uni con gli altri.
Cosa porta al riconoscimento/misconoscimento dell’umanità? Vari gruppi umani si appellano a criteri di
somiglianza e diversità per includere ed escludere nella specie umana determinati altri gruppi o individui.
Esempi: Crisitiani → dibattito sul possesso o meno dell’anima (requisito per appartenere all’umanità) degli
➢ abitanti del Nuovo Mondo.
Popolazioni non occidentali → dubbi sull’appartenenza dei ‘bianchi’ alla loro medesima specie.
➢
La questione esclusione/inclusione si pone quando due gruppi umani entrano in contatto. Quando lo scambio
che avviene tra i due è ineguale e la comunicazione è assimetrica, il rapporto tra i gruppi è basato su forza e
violenza.
Come è nata e si è sviluppata la disciplina? La disciplina ha poco meno di centocinquant’anni di vita:
l’antropologia moderna (studio scientifico e riflessione critica su diversità e somiglianze) si è sviluppata
all’interno dei paesi occidentali in rapporto con le conquiste coloniali compiute tra il XVI e il XX secolo. Dopo
la II Guerra Mondiale, una serie di crisi e traformazioni politico-economiche hanno portato alla riconquiste
dell’indipendenza da parte di quasi tutti i paesi coonizzati, con lo sviluppo di un’antropologia autonoma e
locale (dei nativi).
Più precisamente l’antropologia culturale si organizza come disciplina scientifica autonoma nella seconda
metà dell’Ottocento (periodo di positivismo, nazionalismi e colonialismo), si fa corrispondere la sua nascita
col 1871, anno della pubblicazione di Primitive Culture di Tylor che ne mette a fuoco il campo di studi: la
cultura. Tuttavia, alcuni antropologi vedono precursori della disciplina in varie epoche della storia del
pensiero (Erodoto, Montaigne), mentre altri pensano non si possa parlare di un’antropologia moderna prima
del Novecento, ossia prima dello sviluppo delle metodologie di ricerca sul campo.
Cosa succede nel contesto odierno? Con la globalizzazione non è mai chiaro chi siamo “Noi” e chi gli “Altri”,
non è possibile parlaare di culture come entità compatte e dai confini definiti (delocalizzazione e
deterritorializzazione). Ciò non significa che le differenze culturali non esistano più, sono anzi moltiplicate. In
questo contesto l’antropologia mantiene la sua vocazione per la diversità e anche se la disciplina è in continuo
cambiamento, ma obiettivo dell’antropologia è sempre conoscere il massimo numero dei modi di vivere e
dimostrare che la diversità è possibile.
“La diversità è il nostro mestiere”
-Ulf Hannetz, antropologo svedese contemporaneo.
ALCUNI CONCETTI UTILI: , possono variare molto (caratteri fisici, religione professata,
CONCEZIONI E INDICATORI DI DIVERSITA’
diversità su fondamento scientifico → diversità trasmessa col sangue). Importante ricordare che la
diversità è sempre determinata dalla situazione.
: trasforma le diversità (semplice percezione) in differenza (la diversità viene
GIUDIZIO DI VALORE
caricata di valore). Molto spesso si costruisce proprio di un gruppo:
il SISTEMA DELLE DIFFERENZE
ciascuna caratteristica “diversa” ha una sua collocazione in termini di valore, ma anche di pertinenza,
di gerarchia e di collegamento con altre caratteristiche. Nessun gruppo costruisce un sistema delle
differenze perfettamente identico a quello costruito da un altro. Questo sistema è appreso sin
dall’infanzia. Nel sistema potremo avere:
Diversità non problematica (non le viene attribuito un particolare valore);
▪ Diversità di un altro gruppo con valore negativo;
▪ Caratteristiche positive che il gruppo si attribuisce.
▪
I. LO STUDIO DELLE DIVERSITA’
DIVERSITA’ E SOMIGLIANZE:
Si tratta di concetti chiave. La valorizzazione delle somiglianze ha un ruolo fondamentale nella costituzione
tra gruppi e delle alleanze tra guppi. La valorizzazione delle diversità ha un ruolo importante nell’instaurarsi
di rapporti ostili tra i gruppi. Tali dinamiche possono condizionare il benessere, il malessere e addirittura la
vita e la morte di intere popolazioni. L’antropologia è la disciplina che studia le somiglianze e le diversità
proprie della specie umana.
LE CULTURE:
Come la capacità di pensare e parlare, anche la capacità di produrre cultura è una capacità umana
universale. Perché, come e quando le culture si sono differenziate? La specie umana ha sviluppato notevoli
capacità di adattamento ad ambienti anche molto diversi tra loro. La diversità degli ambienti naturali del
pianeta ha sollecitato la diversificazione sia delle procedure di adattamento agli ambienti sia delle tecniche
di adattamento degli ambienti alla sopravvivenza umana. Ogni adattamento è stato l’occasione e la base
perché si avviassero alcune diversificazioni tra un gruppo umano e l’altro. Le forme della divisione del lavoro
e dell’organizzazione sociale sono un altro grande fattore di diversificazione delle società umane le une dalle
altre e ciasuna al proprio interno.
Cosa si intende per cultura in antropologia? Come si è evoluto il concetto? In antropologia parlando di
cultura non si intendono soltanto i prodotti di un lavoro intellettuale (arte, letteratura…), ma il complesso
degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro
vita sociale. Ad esempio, fanno parte di cultura istituzioni sociali, linguaggio, modi della comunicazione,
valori, credenze.
Del concetto sono state proposte numerose definizioni. Il concetto scientifico di cultura si sviluppa nella
seconda metà dell’Ottocento, legato inizialmente alle teorie evoluzionistiche: gli antropologi del tempo
tengono fermo il presupposto dell’unità intellettuale dell’intero genere umano e sono interessati allo studio
della cultura (singolare) come elemento di differenziazione tra i gruppi.
→ Vedi definizione di cultura sotto ‘teoria evoluzionistica’ (studio delle diverse culture per riaffermare la
superiorità dell’Occidente).
Nella definizione di ‘cultura’ si ha un mutamento radicale con gli sviluppi novecenteschi dell’antropologia e
con l’affermazione di un concetto pluralista e relativista di cultura. Lo sviluppo della ricerca sul campo e il
crollo delle certezze positivistiche dell’800 fa dell’antropologia uno strumento di critica all’etnocentrismo.
All’immagine di una gerarchia piramidale di gruppi umani, che procedono a velocità diverse, si sostituisce
quella di un mondo suddiviso in una irriducibile pluralità di culture, entità autonome e di uguale dignità.
→ Relativismo culturale: impossibilità di formulare giudizi al di fuori del contesto culturale che stabilisce i
criteri di riferimento.
Ciò che è normale per noi può non esserlo per altri e viceversa. Tutto ciò che sembra naturale in realtà è
culturale = quello che diamo per scontato in realtà è collegato alle abitudini apprese sin da piccoli in relazione
a un ambiente geografico, familiare, ecc. Questo perché abbiamo un’APPARTENENZA CULTURALE che dà vita
a una serie di azioni nel quotidiano influenzate però dal contesto culturale.
Esempio: stesse parole con significati diversi (burro in italiano è diverso da burro in inglese).
PRECISAZIONE TEMPORALE: Prima del 1871 cultura era il sapere dotto, correlato allo studio e apparteneva
a pochi. Inoltre, c’era distinzione tra cultura e natura. Dopo il 1871 questa distinzione viene meno e cultura
si relaziona non solo al sapere, ma anche al fare ed è propria di tutti gli esseri al mondo.
Il primo a definire cultura come insieme di tradizioni, norme e stili di vita è stato Tylor.
Definizione di cultura secondo Tylor: “La cultura, o civiltà intesa nel suo senso etnografico più vasto, è
quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e
qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società”.
La sua è una definizione descrittiva (insieme di prodotti umani) e non prescrittiva (ideale da realizzare).
Secondo Tylor la cultura è:
Universale;
➢ Appresa (escludendo qualsiasi innatismo e trasmissione biologica dei tratti culturali);
➢ Sociale (prodotto di una società);
➢ Soggetta alle leggi dell’evoluzione e il situarsi a diversi livelli del percorso evolutivo spiega le diversità
➢ delle culture.
- Definizione mentalistica della cultura (Boas).
- Definizione dinamista della cultura: si concepiscono le culture non come realtà data, ma come realtà
prodotte. Cultura è il senso che il loro agire ha per i soggetti sociali agenti.
PROCESSI RELATIVI ALLA CULTURA:
L’INCULTURAZIONE
Indica l’assimilazione, da parte dell’individuo, di contenuti, pratiche e valori della tradizione culturale del
gruppo di appartenenza, al cui interno realizza la sua esperienza educativa. L’acquisizione della cultura è un
processo che gli antropologi hanno studiato con particolare attenzione per legittimare l’assunzione teorica
“antirazzista” secondo la quale trattamenti inculturativi simili avranno come risultato repertori socioculturali
simili.
→ Harris: “
anche se non è possibile dimostrare che tutti i maggiori raggruppamenti di Homo sapiens hanno la stessa
capacità di apprendimento per tutti i tipi di risposte, è fuori discussione che la maggior parte del repertorio di risposte di
”.
qualsiasi popolazione umana può essere appreso da ogni altra popolazione
→ Margaret Mead ha definito questo fenomeno, accentuato nella società industriale, divario generazionale.
La parola è stata introdotta nelle scienze sociali da Herskovits (1948) per indicare l’interazione complessa
dell’individuo con la sua cultura di riferimento e di cui egli è, allo stesso tempo creatura e creatore. E’
evidente, infatti, che la trasmissione dei modelli culturali da una generazione all’altra non è mai riproduzione
ripetitiva, ma sempre è sottoposta a successive aggiunte e innovazioni. Secondo Herskovits il processo di
inculturazione dura tutta la vita, ma varia durante i successivi stadi del ciclo dell’esistenza:
• “stadio infantile” (in cui è imposta e arbitraria);
• “stadio adolescenziale” (orientata verso l’integrazione sociale, a cominciare dalla socializzazione)
• “stadio adulto” (è una forma consapevole e critica di accettazione o di rifiuto dei valori e delle scelte
del gruppo).
Tra gli antropologi italiani, Tullio Tentori e Matilde Callari Galli hanno proposto un orientamento che
considera complementari l’inculturazione e la socializzazione. L’inculturazione viene a indicare un percorso
segnato da momenti e tappe pianificati o spontanei che l’individuo attraversa in un processo che inizia con
la nascita e va avanti per tutta la vita.
N.B. Tutte le società umane si preoccupano di far apprendere e interiorizzare le regole nel corso del processo
di inculturazione. L’inculturazione spiega la formazione degli automatismi culturali, risposte agli stimoli
dell’ambiente naturale e sociale che abbiamo appreso e che sono divenute reazioni seminconsce o inconsce
ACCULTURAZIONE
Contatto culturale tra popoli = tema centrala dell’antropologia (anni Trenta del XX secolo), da cui il dibattito
sull’acculturazione. Di cosa si tratta? Scambio di caratteristiche culturali risultante dal contatto diretto e
continuativo tra gruppi; gli schemi culturali di ogni gruppo possono essere modificati, ma i gruppi conservano
un carattere distinto. Nell’attuale società multietnica l’acculturazione è un fenomeno molto diffuso per
l’elevatissima mobilità umana (picco nel 2010). È un percorso mediante il quale ogni soggetto (individuo) fa
sue norme, pratiche, valori che divergono da quelli del contesto di nascita familiare e socio-culturale. Prevede
l’agentività del soggetto, ossia la volontà dell’individuo di inserire elementi esterni a quello che è il suo mondo
culturale di origine.
Il termine è criticato dagli antropologi inglesi che preferiscono culture-contact e gli rimproverano un certo
etnocentrismo. In effetti, il termine dà l’idea di un avvicinamento unilaterale di una cultura a un’altra. A
questa idea sono legati i termini cultura ricettrice e cultura datrice. Pur riconoscendo che il contatto culturale
modifica entrambe le culture, questa concezione presenta l’acculturazione non solo come processo
unidirezionale, ma come un processo meccanico, di sostituzione di parti più o meno estese di una cultura con
parti di un’altra cultura. Si parla di:
- Acculturazione progressiva: quando l’accettazione da parte della cultura ricettrice non incontra
resistenze;
- Aggiustamenti reattvi: in caso di resistenze.
TRATTI DELL’ACCULTURAZIONE SECONDO LATERANI:
In luoghi e tempi dati acquisisce caratteristiche peculiari (es. violenza dell’impatto);
Non avviene nel vuoto, ma nella storia;
La trasmissione culturale da parte della società più forte avviene sulla base di una selezione
preventiva dei contenuti da trasmettere;
Situazioni drammatiche dovute allo squilibrio tra gruppi umani a contatto. Si attivano processi di
disgregazione del patrimonio culturale del gruppo più debole (marasma culturale);
Gruppi più deboli che non si lasciano assimilare e tentano di resistere alla colonizzazione culturale;
Anche un gruppo più forte viene in qualche misura acculturato da quello più debole;
L’acculturazione è un processo che imprime i suoi segni su tutti i gruppi umani coinvlti. Dopo un certo lasso
di tempo si producono forme culturali nuove. Si parla di sincretismi culturali, culture ibride o meticce, società
multiculturali.
FOCUS:
▪ Quando si usa la parola MULTIETNICO, si parla di numeri, statistiche, dati puri e freddi della presenza solo
fisica di persone che appartengono a nazionalità, culture, etnie, religioni differenti. Esempio: Italia, Milano,
Iulm sono contesti multietnici.
▪ Negli ultimi 50 anni la differenza culturale tra genitori e noi, ma soprattutto nonni e noi è molto diversa da
quella tra i nostri nonni coi loro nonni. Questo per esito di globalizzazione, mobilità umana, novità
tecnologiche e comunicazione. 50 anni fa l’Italia era una società monoetnica, monolinguistica, monoreligiosa.
ETNOCENTRISMO E RELATIVISMO CULTURALE
ETNOCENTRISMO = termine coniato da W. Sumner, “una concezione per cui il proprio gruppo è considerato
il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso. Ogni gruppo pensa che i
propri costumi siano gli unici ad essere giusti”.
È la tendenza a considerare la propria cultura come migliore e a giudicare il comportamento e le credenze
dei popoli culturalmente diversi in basi ai propri standard. Per l’uomo è naturale un atteggiamento
etnocentrico (rassicurante) ed è riscontrabile ovunque (naturale e universale), ma porta ad esagerare e
quando ciò accade l’etnocentrismo si trasforma in pratiche discriminatorie verso gli altri.
La necessità non è quella di abolire l’etnocentrismo, ma di saperlo gestire. L’etnocentrismo è stato teorizzato
da Herskowits e Lévi-Strauss i quali riconoscono l’universalità dell’atteggiamento etnocentrico, ma vedono
un segno distintivo del progresso culturale nella capacità di tenerlo sotto controllo promuovendo tolleranza
e dialogo tra culture.
Esempio: è etnocentrismo affermare che un dato gruppo mangia male solo perché non mangia i nostri stessi
cibi o affermare ‘per loro la famiglia conta meno che per noi’ o in riferimento ai popoli di religione islamica
‘lì le donne sono oppresse’.
Alcune classificazioni:
ETNOCENTRISMI ATTITUDINALI = termine coniato dall’antropologo Lanternini. Si tratta di “modi di
➢ fare le cose” interiorizzati che ciascuno considera come naturali. Si tratta però di prodotti culturali.
La presenza di modi diversi di “fare le cose” viene vissuta come minaccia alle proprie certezze
culturali.
ETNOCENTRISMO IDEOLOGICO = legato a una base etnica.
➢ TEORIE RAZZISTE = forme di etnocentrismo sia difensive che aggressive, anche alimentate
➢ intenzionalmente. L’etnocentrismo è un costrutto culturale che può avere sviluppi molto pericolosi.
ETNOCENTRISMO CRITICO = proposto da Ernesto de Martino, evidenzia come il confronto debba
➢ mettera in gioco, in discussione, la nostra cultura e non solo quella altrui.
Etnocentrismo sottolinea l’impossibilità, per gli antropologi, di uscire dalla propria tradizione
culturale. Critico in quanto non dimentica mai la propria origine storica e riconosce i propri limiti.
RELATIVISMO-CULTURALE
Atteggiamento tollerante, disposto a lasciare spazio a pratiche e usanze ‘strane’ e anzi a favorire la
convivenza fra culture. Situato al polo opposto dell’etnocentrismo, consiste in uno ‘sguardo che ti porta ad
accogliere tutto’.
Classificazioni:
RELATIVISIMO METODOLOGICO → strumento della ricerca antropologica. Per comprendere appieno
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