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ANTROPOLOGIA CULTURALE

– LO STUDIO DELLE DIVERSITA’

CAPITOLO 1

1.1 LA SPECIE UMANA

L’antropologia è la disciplina che studia le somiglianze e le diversità proprie della specie umana.

Possiamo fare un passo avanti osservando che la valorizzazione delle somiglianze è un elemento

importante che ha un ruolo nella costituzione dei gruppi e delle alleanze tra gruppi, mentre la

ha un ruolo importante nell’istaurarsi di rapporti ostili tra i gruppi.

valorizzazione delle diversità

La domanda “siamo uguali o diversi” è alla base di ogni ricerca antropologica; come abbiamo detto,

somiglianze e diversità costituiscono il tema principale dell’interesse antropologico. Ciò che è peculiare

dell’antropologia e la distingue dalle altre discipline che si pongono lo stesso interrogativo sono le

condizioni e le modalità all’interno delle quali l’antropologia produce il proprio sapere, vale a dire:

- i postulati da cui muove;

- le ipotesi generali che fa proprie;

- i campi di ricerca ai quali si applica

- i metodi e le tecniche di ricerca che utilizza.

L’antropologia ha poco meno di centocinquanta anni di vita. In Italia la prima cattedra universitaria fu

inaugurata a Firenze nel 1869; in Inghilterra soltanto nel 1884 fu creato a Oxford un corso ufficiale di

antropologia. I precursori dell’antropologia (XIX secolo) non avevano della materia la stessa concezione

che abbiamo oggi: l’antropologia ha avuto una sua storia, si è modificata, arricchita, ha conosciuto delle

crisi, si è venuta differenziando nei vari paesi. Il più rilevante tra i cambiamenti recenti è il seguente:

l’antropologia moderna come studio scientifico è nata e si è sviluppata all’interno dei paesi occidentali in

rapporto, per il bene e per il male, con le conquiste coloniali che questi ultimi hanno compiuto tra il XVI

e il XX secolo. Gli abitanti dei paesi degli altri continenti, abitanti di paesi colonizzati dagli uomini bianchi

occidentali, sono stati l’”oggetto” dell’antropologia. Dopo la II Guerra Mondiale una serie di crisi politiche

e di trasformazioni economiche hanno portato alla disgregazione degli imperi coloniali e alla riconquista

dell’indipendenza politica da parte di quasi tutti i paesi prima colonizzati. Dopo la riconquista

dell’indipendenza, nelle università dei paesi ex-colonizzati ha cominciato a svilupparsi un’antropologia

autonoma, locale, una, come è stata chiamata, antropologia dei nativi.

1.1.1 La specie umana studio dell’uomo. L’antropologia

Il termine stesso antropologia, che deriva dal greco antico, significa

non si occupa di individui singoli; non è lo studio dell’uomo in quando individuo, né lo studio dell’uomo

come concetto astratto, e neanche lo studio della società intesa come somma di individui che ne

sarebbero gli elementi componenti. L’antropologia nasce dalla constatazione che la specie umana è una

specie sociale, poiché gli esseri umani non sopravvivono né vivono se non in società, in relazione gli

uni con gli altri. Pertanto l’antropologia studia:

- le relazioni che intercorrono tra gli individui e che li tengono insieme;

- le strutture sociali sistemi stabili di relazioni tra individui;

- i fatti sociali il concreto funzionamento materiale e simbolico delle strutture di relazione;

- le persistenze e i mutamenti che strutture e fatti sociali presentano.

Definire dunque l’antropologia studio dell’uomo è impreciso e ingannevole, ma è anche riduttivo: la

specie umana non è fatta di soli uomini. Più della metà dei suoi componenti è di sesso femminile; e

maschi e femmine hanno, come minimo, anatomia e fisiologia diverse. Sappiamo tutti che la differenza

sessuale comporta differenze sociali. C’è di più: la differenza tra i sessi viene trasformata socialmente in

complementarità tra i sessi, divenendo così la forma di relazione sociale strutturata più generale che si

conosca.

Nell’ambito dell’antropologia, parlare di specie umana anziché dell’Uomo universale e di esseri umani,

anziché di uomini.

Le relazioni sociali

È fortemente radicata in noi l’opinione che ciascun individuo è unico, irrepetibile, dissimile da tutti gli altri,

la convinzione che le anime sono individuali, le menti e i corpi sono singoli, le volontà sono autonome e

sono anch’esse prima di tutto degli individui. Quale che sia il termine che adottiamo per

le responsabilità

autodefinirci, esso rimanda sempre a una relazione: non si è figli senza genitori, né studenti senza

docenti e così via.

Le relazioni sociali costituiscono sistemi; ogni società ha, anzi è il proprio sistema di relazioni sociali.

Parliamo di sistemi perché le relazioni sociali sono interdipendenti e in varie misure si condizionano a

vicenda. Le relazioni sono di molti tipi, ma hanno sempre due facce: una materiale e una culturale. Il

concreto svolgimento delle relazioni tra esseri umani pone in essere, fa esistere, ciò che chiamiamo fatti

sociali. Un mutamento del sistema di relazioni sociali di una società può essere provocato da:

- agenti esterni (contatti di vario tipo con altri gruppi umani) mutamento esogeno;

- agenti interni (tensioni e conflitti interni al sistema) mutamento endogeno.

1.1.2 Riconoscimento / misconoscimento di appartenenza alla specie umana

Quale o quali requisiti, qualità, capacità distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi?

Gli antichi Greci chiamavano i non-Greci balbuzienti, intendendo con ciò che si trattava di gruppi umani

All’interno della storia occidentale

di seconda categoria, incapaci di parlare in modo pienamente umano.

e mediorientale un requisito considerato per alcuni millenni come essenziale per appartenere a pieno

titolo alla specie umana era il possesso dell’anima. E infatti coloro che professano le religioni cristiana,

abbiano un’anima immortale, e,

ebraica, musulmana credono che tutti gli esseri umani

solo chi ha un’anima immortale è un essere umano.

complementarmente, che

Nei primi secoli del cristianesimo ci si chiese se le donne avessero o meno un’anima; in Europa dopo la

scoperta dell’America si accese una disputa per stabilire se gli abitanti del Nuovo Mondo fossero esseri

umani a pieno titolo e dunque dotati di anima o una specie intermedia fra gli uomini e gli animali. Anche

per quanto riguarda gli africani, gli abitanti della Melanesia, gli aborigeni australiani e altre popolazioni

extra occidentali, gli occidentali hanno a lungo messo in dubbio che appartenessero compiutamente alla

specie umana. In questi casi il primo e principale elemento recepito dagli occidentali come non-umano

era l’aspetto fisico: fronti basse, capelli “strani”, stature “anormali”.

pelli nere, nasi camusi, prognatismo,

D’altro canto, molte popolazioni non-occidentali hanno dubitato che i bianchi, che vedevano per la prima

Infine, all’interno

volta, appartenessero alla medesima specie a cui ritenevano di appartenere loro stessi.

di moltissime società si considerano meno umani di altri gli esseri umani appartenenti a determinate

categorie.

Praticamente, in tutti i popoli che conosciamo, le donne sono considerate umane, sì, ma non ai livelli

degli uomini. Membri di una certa casta o di una certa classe sociale, portatori di certe caratteristiche

somatiche o di certe menomazioni congenite sono considerati non compiutamente umani. Questo ci

riconoscimento/misconoscimento dell’umanità,

porta a parlare di nel senso che i vari gruppi umani,

per escludere/includere nella specie umana determinati altri gruppi o individui, si appellano di volta in

volta a criteri di somiglianza (come noi, quindi umani) o di diversità (diversi da noi, quindi subumani).

Esse possono essere:

- possesso di una certa lingua;

possesso dell’anima;

-

- appartenenza a un certo sesso;

- colore della pelle;

- mestiere che si esercita o dal reddito;

- caratteristiche corporee.

Tutto questo non ha mai impedito che tra gruppi di esseri umani a contatto tra loro, prima o poi, si

costruissero forme di comunicazione e di scambio e cioè relazioni. Spesso si è trattato di scambi ineguali

e di comunicazione asimmetrica; quando questo succede il rapporto tra i gruppi è basato sulla forza e

ha un contenuto di violenza. Non si verificano storie solo di aggressione, ma anche storie di convivenza,

di costruzioni di alleanze. È importante sottolineare che il contatto tra gruppi diversi, pacifico o

aggressivo, produce sempre e ha prodotto sempre anche risultati vitali condivisi: lingue nuove, usanze

e costumi ibridi nati dalla commistione di quelli preesistenti nei gruppi di contatto; tecniche e abilità

condivide, pratiche religiose sincretiche, nelle quali cioè si mescolano credenze, riti e preghiere,

concezioni filosofiche e norme giuridiche e, soprattutto, prole meticcia nata da genitori appartenenti

all’uno e all’altro gruppo.

In conclusione possiamo dire che l’appartenenza alla specie umana non sembra potersi determinare

sulla base della presenza o assenza di qualche caratteristica o requisito; piuttosto invece sulla capacità

di costruire relazioni con altri gruppi di esseri umani, relazioni cooperative o antagonistiche, basata sulla

gestione delle diversità.

SOMIGLIANZE E DIVERSITA’

1.2

1.2.1 Concezioni e indicatori delle diversità

Gli indicatori della diversità possono variare da società a società, possono variare nel tempo e da

situazione a situazione. In certe società si è diversi perché si hanno caratteri fisici diversi: per esempio

in Usa e fino a non molti decenni fa, per molti bianchi un “nero” è “diverso” anche se professa la loro

stessa religione e/o ha il loro stesso grado di istruzione e fa il loro stesso lavoro; in altre società la

diversità principale è connessa alla religione che si professa.

Chi è diverso è sempre diverso per qualcuno. Non si è diversi in sé né per sé: è sempre per qualcun

altro che ci definisce diverso; oppure è sempre in rapporto a qualcun altro che ci autodefiniamo diversi.

Non si è diversi perché si ha una certa caratteristica o un certo tratto: si è diversi perché qualcuno rileva

quella caratteristica o quel tratto e li considera indicatori di diversità.

La diversità possono essere concepite come:

- Immutabili quando le si collega a qualche fattore causale ritenuto a sua volta immutabile. Una

possibilità in questo senso è rappresentata dal caso in cui la diversità di un gruppo viene fatta

derivare direttamente da un intervento divino. Si ritiene che sia stata la stessa divinità a

eleggere o a condannare un popolo, un gruppo, un sesso; è per volere divino che un popolo ha

certe caratteristiche o non le ha (esempi Bibbia, popolo ebreo, racconto del Grande Spirito);

Fondamento scientifico la diversità sarebbe trasmessa con i caratteri ereditari da una

generazione all’altra attraverso la filiazione; la diversità sarebbe trasmessa con il sangue, quindi

la sarebbe iscritta nel Dna. Spesso all’interno di questa teoria si ritiene che con il sangue vengano

trasmessi non solo tratti somatici, ma anche caratteri morali, cioè specifiche predisposizioni alla

virtù o al vizio; e caratteri intellettuali. Di qui la convinzione che esistano razze superiori e razze

resto dell’umanità 

inferiori (razze inferiori separate dal apartheid, Ebrei, zingari o Rom).

Allo sterminio di un’intera popolazione si dà il nome di genocidio (termine coniato dopo lo

sterminio degli Ebrei). Si usa invece il termine etnocidio per indicare la distruzione di una cultura

come fatto unitario collegato con un gruppo umano, la dispersione dei suoi portatori e la loro

assimilazione in culture altre. all’ambiente

Fattori ambientali attribuire i caratteri sociali e culturali di una popolazione

naturale in cui essa vive: i montanari sono tenaci e taciturni, i polinesiani sono sorridenti e giocosi,

le popolazioni mediterranee si impigriscono tra sole e mare.

le diversità sarebbero da attribuire all’effetto dell’ambiente

Ambiente sociale sociale sugli

individui. In genere, le teorie ambientaliste concordano nel ritenere che le diversità potrebbero

essere eliminate o, quanto meno, che alcuni caratteri potrebbero essere modificati per creare

“diversi”. Combinando insieme teorie razziste e teorie

condizioni migliori di convivenza tra gruppi

ambientaliste, si è anche ipotizzato che i caratteri ereditariamente possano essere non modificati,

ma almeno orientati a fini “utili per la società” attraverso rigidi processi di inculturazione,

insomma l’educazione.

attraverso

Tanto le concezioni razziste quanto quelle ambientaliste possono considerare le diversità

totalizzanti (chi è diverso in tutto); oppure possono accettare l’idea che le diversità sono parziali

(si può essere diversi per certi aspetti, ma simili per certi altri). voler “migliorare

La giustificazione invocata per questo tipo di comportamenti è sempre quella di

le loro condizioni di vita”, di volerle far “progredire”; e non sempre si tratta di giustificazioni

invocate in malafede.

- Mutabili;

- Permanenti;

- Transitorie.

1.2.2 Importanza e significato attribuiti alle diversità

L’identificazione di un gruppo altro come portatore di tratti e caratteristiche che lo rendono diverso implica

sempre, da parte del gruppo giudicante, la consapevolezza anche della propria diversità: loro sono

diversi cioè non sono come noi, il che significa che noi non siamo come loro, dunque siamo diversi

da loro. Questa coscienza può restare implicita, ma può essere esplicitamente rivendicata da un gruppo,

talvolta per valorizzare la propria identità, o per affermare la propria superiorità sugli altri gruppi, talvolta

per giustificare il dominio che si esercita o si vuole esercitare sugli altri.

1.2.3 Diversità e differenze

La diversità, una volta che sia stata attribuita da gruppo a gruppo, viene caricata di quello che si chiama

tecnicamente un giudizio di valore. Alla diversità, altrui o propria, che si è individuata attraverso il

riconoscimento di alcuni indicatori, viene associata una valutazione che è insieme assoluta e

comparativa. È attraverso questo giudizio di valore, questa valutazione, che le diversità vengono

trasformate in differenze.

- Diversità momento della semplice percezione e constatazione di una non-somiglianza:

- Differenza la non-somiglianza viene caricata di valore, giudicata appunto buona o cattiva.

In molti casi, la diversità viene trasformata in una posizione in una graduatoria, posizione alla quale di

associano una o più qualità positive o negative; e in base al possesso/non possesso di queste qualità i

soggetti individuali e collettivi vengono collocati nella graduatoria stessa.

A queste prima serie di differenze vengono via via associate altre serie di differenze (caratteristiche

intellettuali e morali); alla associazione si sostituisce un rapporto di casualità. Si costruisce così quello

proprio di un gruppo, all’interno del quale ciascuna

che possiamo chiamare il sistema delle differenze

caratteristica “diversa” riscontrata nei gruppi, o nel proprio gruppo in quanto diverso da altri, ha una sua

collocazione in termini di valore, ma anche di pertinenza (chi sono i portatori di quella caratteristica) e di

gerarchia (chi ha quella caratteristica in grado più alto o in modo specifico) e di collocamento di altre

caratteristiche. Questo sistema delle differenze viene appreso all’interno del proprio gruppo fin

dall’infanzia; diventa parte integrante della visione del mondo e della vita, ovvero della cultura di ciascun

gruppo. Come tale si riconnette direttamente alle modalità dell’agire di quel gruppo, nel senso che

contribuisce a orientare le azioni del gruppo.

Il sistema delle differenze può concretamente operare in tre modi diversi:

1. Un certo gruppo definisce come caratteristica che ritiene di avere o anche che ritiene essere

propria di un altro gruppo. Questa caratteristica viene individuata e riconosciuta senza che a essa

sia attribuito in maniera forte un valore: è considerata una diversità, per così dire, non

problematica. Non entra nel sistema delle differenze.

2. Esiste il caso opposto. La diversità individuata viene caricata di significati e valori negativi,

sicché il gruppo che ne è portatore sarà investito di un giudizio di inferiorità, insufficienza,

incompetenza, malvagità.

3. Quando il gruppo che giudica attribuisce a una (o più) caratteristica un significato e un valore

positivi. Altre volte il gruppo o i gruppi portatori di quelle caratteristiche positive sono giudicati

come migliori di sé dal gruppo stesso che li giudica: più seri, più coraggiosi, più civili, più lavoratori,

ecc.

Tuttavia, per quanto consolidato sia il sistema delle differenze che un determinato gruppo umano ha

elaborato nel corso della sua storia esso è pur sempre modificabile.

Possiamo dunque concludere affermando che i sistemi delle diversità/differenze dei vari gruppi umani

sono: 

- Relazionali il diverso è sempre diverso da qualcuno e per qualcuno;

- Situazionali chi è diverso in una determinata situazione, potrebbe essere considerato normale

in un’altra situazione; l’identificazione come diverso non

- Variabili, dinamici è necessariamente permanente e

definitiva.

L’ESPERIENZA D

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lazzerimartina9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Ghiringhelli Barbara.
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