Analisi dei farmaci biotecnologici
Analisi: studio e dello sviluppo dei metodi mediante i quali si possono
individuare le specie chimiche presenti in un campione di materia e
determinarne le quantità
Analisi qualitativa: identificazione e caratterizzazione del farmaco
relativamente sia alla struttura chimica sia allo stato fisico
Analisi quantitativa: determinazione della quantità di una o più sostanze
note (analiti) di un campione
Matrice: ambiente in cui è disperso l’analita
L’insulina è il primo farmaco ottenuto attraverso l’ingegneria genetica.
La maggior parte dei biofarmaci utilizzati ad oggi nella pratica clinica sono
proteine terapeutiche come anticorpi monoclonali, citochine, ormoni, proteine
di fusione. Molti di questi agiscono come modulatori della risposta
infiammatoria e/o immunitaria. La struttura
molecolare dipende
dal processo, cioè il
processo produttivo
determina l’unicità
del prodotto.
I farmaci prodotti in
laboratorio
solitamente hanno
un peso molecolare
inferiore ai 600
Dalton. I farmaci
biotecnologici, per la variabilità intrinseca e per la complessità delle tecniche di
produzione, sono particolarmente difficili da caratterizzare e produrre. E la
difficoltà cresce proporzionalmente alla complessità della molecola originatrice.
Dopo la traduzione una proteina viene (solitamente) ulteriormente
modificata dalla cellula:
− Taglio/ rimozione peptide segnale
− Glicosilazione
− Solfatazione, amidazione, ecc.
Necessario un corredo enzimatico specifico
− Assente nelle cellule procariotiche
− Specifico per ciascuna linea cellulare eucariotica
− Non (necessariamente) sotto il controllo del gene interessato
− Dipendente da linea cellulare di produzione e condizioni di coltura
Anche la glicosilazione è un fenomeno complesso: esistono varie forme di
glicosilazione
− Pattern glucidico micro-eterogeneità glicomica.
Capacità posseduta da una sostanza di indurre una risposta immunitaria. In
generale, con questo termine si indica la proprietà di una molecola di stimolare
il sistema immunitario senza il supporto di un’altra molecola adiuvante.
Anticorpi monoclonali coniugati: ADC
Come creare tali costrutti? Ci sono 3 strategie
1. Utilizzare punti di ancoraggio alcuni amminoacidi che espongono
caratteristiche chimiche peculiari (es. cisteina presenta un tiolo).
2. Coniugazione sitospecifica su amminoacidi non naturali
Controllo se tutto il farmaco si è legato al drug.
Quantità di farmaco non coniugato importante per la sicurezza e per la stabilità
del prodotto. Dopo la coniugazione non ci deve essere farmaco libero e il linker
non deve rilasciare il farmaco nel tempo ma solo al sito bersaglio in seguito a
somministrazione.
Controllo anche dov’è distribuito il citotossico, il DOP influenza l’omogeneità del
prodotto, una distribuzione eterogenea potrebbe portare problemi legati alla
diversa farmacocinetica e tossicologia dei diversi coniugati. Li cisteine hanno
una distribuzione più prevedibile rispetto alle lisine concentrate a livello delle
catene pesanti e leggere dove formano ponti disolfuro
Controllo reazioni di coniugazione (reazioni di precipitazione dopo iniezione) si
ha una determinazione del peso molecolare che è importante per stabilire
l’identità del prodotto e l’assenza di aggregati ad alto peso molecolare (la
presenza di sostituzioni annulla le cariche e favorisce l’aggregazione).
Controllo anche delle tecniche separative per stabilire il punto isoelettrico del
prodotto. Modifiche che influenzano la carica complessiva (coniugazione con il
farmaco, deamidazione, glicazione) possono influenzare il binding, la stabilità e
l’attività. Sono tracciate mediante cromatografia e scambio ionico o
l’isoelettrofocusing capillare o su membrana.
Controllo anche il DAR ovvero il numero medio di molecole di farmaco
coniugate all’anticorpo. Fondamentale per la sicurezza e l’efficacia della
preparazione in quanto determina il “payload” distribuito al bersaglio.
Faccio anche un sequenziamento e mappatura delle modifiche post
traduzionali. È importante per stabilire mediante caratteristiche strutturali
importanti (ponti disolfuro, siti di coniugazione e glicazione, modifiche post
traduzionali, ecc…), l’identità dell’anticorpo e la riproducibilità del processo di
produzione.
Cromatografia
Il termine cromatografia indica un insieme di tecniche che hanno lo scopo di
separare una miscela nei suoi componenti, per permetterne il
riconoscimento (analisi qualitativa) e il dosaggio (analisi quantitativa).
Queste tecniche sono basate sulla differente ripartizione o diffusione o
interazione (in base al tipo di cromatografia si sfruttano differenti principi
chimico fisici) di molecole con diverse proprietà chimico-fisiche (dette analiti)
fra due fasi, una chiamata fase stazionaria e l’altra chiamata fase mobile o
eluente, che fluisce in continuo attraverso (o a contatto con) la fase fissa.
Possono essere usate per fini separativi (purificazione, frazionamento) o
• per fini analitici. Le analisi sono (quasi) sempre distruttive in quanto gli
analiti vengono solitamente (ma non sempre) distrutti dal detector.
Le tecniche cromatografiche operano esclusivamente su campioni in
• soluzione o in fase vapore: i materiali oggetto di analisi vanno quindi
disciolti in un opportuno solvente. Non è possibile l’analisi senza prelievo
in situ.
di campione né tanto meno l’analisi
Con i moderni strumenti il consumo di campione è minimo. Sono
• sufficienti da 1 ml a 1 µl di soluzione, corrispondenti a meno di 1 mg di
campione solido.
Basi del procedimento cromatografico
La fase mobile (o eluente in forma di gas, liquido o fluido supercritico)
• viene fatta eluire in continuo attraverso (o a contatto con) la fase
stazionaria, che si trova all’interno di una colonna oppure è supportata
su una superficie piana ed è immiscibile nell’eluente
Il campione è introdotto nella fase mobile e da essa trasportato
• attraverso (o a contatto con) la fase stazionaria
i componenti più affini alla fase stazionaria passeranno più tempo in
• questa fase, quindi si sposteranno più lentamente attraverso il sistema
(maggior ritenzione)
i componenti più affini alla fase mobile si sposteranno invece più
• velocemente (minor ritenzione)
Origini della tecnica
Inventata dal botanico russo Mikhail Semenovich Tswett agli inizi del
XX secolo come tecnica per la separazione di pigmenti fogliari
Egli intendeva separare i pigmenti presenti nella clorofilla; fece un
estratto di foglie verdi in etere di petrolio, lo depositò in testa ad una
eluì,
colonna di vetro impaccata con carbonato di calcio ed (cioè versò
in continuo) con solfuro di carbonio: i vari pigmenti si separano in
bande colorate, in particolare clorofilla A e B, carotene e xantofilla
Tswett chiamò questa tecnica cromatografia dal greco “scrittura del colore”
Classificazione delle tecniche cromatografiche
Criterio 1: in base allo stato fisico della fase mobile
Cromatografia Liquida (LC): eluente allo stato liquido
Campione introdotto in forma di soluzione diluita
• La più diffusa, applicata in tutti i campi compreso l’analisi di
• proteine, peptidi e prodotti biotecnologici
Gascromatografia (GC): eluente allo stato gassoso
Campione introdotto in forma di gas o soluzione diluita che
• viene vaporizzata prima di entrare nel flusso dell’eluente
Molto diffusa per analisi di molecole volatili, scarse
• applicazioni per l’analisi di prodotti termolabili tra cui
proteine, peptidi e prodotti biotecnologici
Cromatografia fluida supercritica (SFC): eluente allo stato
fluido supercritico
Tecnica emergente per l’analisi di piccole molecole, scarse
• applicazioni per l’analisi di proteine, peptidi e prodotti
biotecnologici
Criterio 2: in base al principio su cui si basa la separazione
Adsorbimento
Differente capacità degli analiti di instaurare interazioni
• deboli (dipolo-dipolo, legami idrogeno, interazione
idrofobiche) con la fase stazionaria (solida)
Ripartizione
Differente diffusione degli analiti tra fase mobile e stazionaria
• (liquida)
Scambio ionico
Differente capacità degli analiti di instaurare interazioni
• ioniche deboli (legame ionico) con la fase stazionaria (liquida)
Affinità
Interazioni deboli specifiche (tipo farmaco-recettore) della
• fase stazionaria (liquida) con analiti o classi di analiti
specifiche
Esclusione
Nessuna interazione degli analiti con la fase stazionaria ma
• diversa "accessibilità" alla fase stazionaria dovuta ad
ingombro sterico
Adsorbimento La fase stazionaria è un solido
in granuli e la fase mobile può
essere un gas o un liquido. La
fase stazionaria è in genere un
composto inorganico o un
polimero organico. Sulla
superficie dei granuli si trovano
dei siti attivi che possono
stabilire legami deboli
(interazioni dipolo-dipolo,
legami idrogeno, interazioni
idrofobiche) con gli analiti.
Sulla superficie dell’allumina
sono presenti dei dipoli (cariche
positive e negative) possiamo
avere dei legami di
cordinazione con gruppi amminici, interazioni dipolo-dipolo con
Gruppi carbossilici o interazioni idrogeno con ossido di alluminio.
Ripartizione
La fase stazionaria è un liquido (supportato da un solido granulare inerte). La
fase mobile può essere un gas o un liquido e comunque deve essere
immiscibile con la fase liquida. Durante l’eluizione gli analiti si ripartiscono
(diffusione) nelle due fasi sulla base delle caratteristiche fisico-chimiche (logP,
pKa).
A seconda della natura della fase stazionaria e mobile la cromatografia di
ripartizione si definisce:
In fase normale se la fase stazionaria è più polare della fase mobile
• In fase inversa se la fase stazionaria è meno polare della fase mobile
•
La cromatografia in fase inversa è più comune visti i bassi costi e la bassa
tossicità legata all’impiego di solventi polari (acqua, alcoli, acetonitrile sono i
solventi più comuni)
La ripartizione degli analiti dipende anche dalle loro costanti di dissociazione
acida (sarebbe più corretto parlare di distribuzione tra le fasi). Esempio di
cromatografia in fase inversa con fase mobile acquosa di un analita acido HA:
Scambio ionico
La fase stazionaria è costituita da macromolecole con gruppi ionici, cationici
o anionici (es. R-NH3+, R-SO3-) in grado di trattenere analiti carichi (con
carica di segno opposto) che possono essere poi eluiti per spiazzamento
(scambio) con ioni della stessa carica presenti nella fase mobile. La
ritenzione dipende dalla forza delle interazioni ioniche che si instaurano tra gli
analiti e la fase stazionaria.
La cromatografia a scambio ionico è impiegata per la separazione di sostanze
ioniche o ionizzabili.
Affinità
Si utilizzano interazioni deboli simili a
reazioni di tipo biochimico reversibili e
molto specifiche (es. antigene-
anticorpo, farmaco-recettore), in
modo che le molecole da separare
interagiscano selettivamente con la
fase stazionaria e si ottenga così
l’eluizione selettiva di alcuni
componenti della miscela.
La cromatografia di affinità è
impiegata nella separazione di
molecole di interesse prevalentemente biochimico.
Esclusione
Tecnica per la separazione di molecole in base alle
dimensioni (raggio idrodinamico).
La fase stazionaria è un solido poroso o, più
comunemente, un gel con pori di dimensioni
variabili. Analiti con raggio idrodinamico inferiore al
diametro dei pori penetrano nei pori stessi,
seguendo un percorso più lungo rispetto a
molecole troppo grandi che vengono "escluse" (da
qui il nome cromatografia di esclusione) dai pori e
perciò escono dalla colonna in tempi inferiori
(tragitto più breve).
cromatografia di esclusione
Si parla di
dimensionale (size exclusion chromatography,
SEC) Gel permeazione per la separazione di
sostanze insolubili in acqua
Gel filtrazione per la separazione di sostanze solubili in acqua
Questa tecnica ha la capacità di separare molecole che hanno una differenza di
peso molecolare nell’ordine dei 10 Kda.
La separazione non si basa su interazioni della fase stazionaria con gli analiti
che deve, anzi, essere evitata modificando la fase mobile (es. pH, forza ionica)
per impedire interazioni ioniche o apolari.
I principi che si sfruttano per i prodotti biotecnologici sono:
1. Adsorbimento per prodotti apolari insolubili in acqua, nessun esempio in
ambito biotecnologico
2. Ripartizione per prodotti polari non ionici come peptidi con amminoacidi
neutri o alicosilati
3. Scambio ionico per prodotti polari ionici come proteine o peptidi con
amminoacidi basici o acidi.
4. Esclusione per prodotti con alto peso molecolare come le proteine
5. Affinità per prodotti cui si può disegnare un supporto avente interazioni
deboli specifiche come gli anticorpi
La fase stazionaria
Il supporto più comune alla fase stazionaria è costituito da particelle
sferiche microporose di silice.
La silice non può essere usata con fasi mobili basiche (pH>8-10) o
eccessivamente acide (pH<1-2) in quanto si scioglie.
I materiali polimerici recentemente introdotti come supporto (es. polistrirene
o grafite) sono più stabili a condizioni estreme di pH e temperatura)
Le particelle di gel di silice possono costituire la fase stazionaria per la
cromatografia a fase normale, esclusione molecolare e di adsorbimento
oppure essere il supporto per le fasi legate (fase inversa, scambio ionico,
affinità)
La fase normale su gel di silice
Silanoli liberi: mediamente acidi, a pH 2-3 sono completamente protonati
• a pH>3 si dissociano a gruppi Si-O e possono interagire con composti
-
basici
Silanoli geminiali e viciniali: non acidi possono interagire con composti
• idrofili (ripartizione in fase normale)
silanoli derivatizzati: consentono di cambiare le modalità di interazione
• (scambio ionico, ripartizione, ecc…) o la selettività verso particolari
analiti (es. scambio ionico acido/basico).
Alcune derivatizazioni consentono di realizzare fase stazionarie che
sfruttano diversi principi con interazioni miste o mixed mode (ripartizione
in fase inversa + scambio ionico)
Fase stazionaria con meccanismo misto Cromatografia ad
interazione idrofilica
(HILIC) Eccellente
• ritenzione di
molecole
idrofile ed
eluizione con
solventi da fase
inversa (meno
costosi e
tossici)
Recente utilizzo
• per la
separazione di
biopolimeri
Materiali ad accesso ristretto (restricted access materials, RAM)
Si basano su 2 principi esclusione molecolare+ interazione (es.
• affinità, scambio ionico, ripartizione)
Le macromolecole non interagiscono con la fase stazionaria e sono
• escluse (non ritenute)
Le piccole molecole accedono a dei pori funzionalizzati per
• trattenere classi specifiche di analiti (in base a ripartizione o
scambio ionico ecc..) che possono essere eluite in seguito
modificando la fase mobile per rompere le interazioni.
Criterio 3: in base alla forma del letto cromatografico
Cromatografia su colonna (impaccata, monolitica o capillare)
la fase stazionaria è contenuta all’interno di un tubo cilindrico
• (colonna), che può essere riempito con materiale sferoidale di
fase stazionaria (colonna impaccata), essere rivestito
(colonna capillare) oppure contenere un unico blocco di
materiale poroso (colonna monolitica)
Manuale o strumentale, usata per fini sia analitici, sia
• preparative
Cromatografia planare (su carta, su strato sottile)
la fase stazionaria è distribuita su una superficie piana, che
• può essere un supporto cartaceo (cromatografia su carta, PC)
o una lastrina in vetro o altri materiali (cromatografia su
strato sottile, TLC)
Manuale, usata per analisi semplici e veloci
•
Cromatografia planare
Le fasi stazionarie più usate sono
-> il gel di silice e l’allumina per la
cromatografia di adsorbimento (thin layer
chromatography, TLC)
-> la cellulosa per la ripartizione liquido-
liquido (paper chromatography, in questo
caso la fase stazionaria è l’acqua adsorbita sulle
particelle di cellulosa)
Il risultato è visualizzabile sotto forma di macchie colorate, ognuna dovuta ad
un componente della miscela. Il riconoscimento delle sostanze può avvenire
per confronto con miscele standard; in questo caso il parametro che
caratterizza i soluti separati è il cosiddetto Rf o fattore di ritenzione. Per ogni
analita il valore di Rf si ottiene misurando la distanza percorsa dal centro della
macchia e confrontandola con la distanza percorsa dal fronte dell’eluente:
Rf = d / d
analita eluente
Il valore di Rf degli analiti è quindi sempre compreso tra
0 e 1.
I valori ottimali sono compresi tra 0.4 e 0.8
Nel caso le macchie non siano colorate, è possibile ricorrere a due metodi per
visualizzare il risultato della separazione:
1. utilizzare una lampada UV per irraggiare la lastrina, se le sostanze
separate non assorbono la luce visibile ma assorbono nell’ultravioletto (l
< 400 nm); può essere necessario addizionare alla fase stazionaria o alla
fase mobile un indicatore di fluorescenza che permette di localizzare le
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