Capitolo 1
I fondamenti dell’economia di mercato: logica e limiti
Il pensiero che è alla base del capitalismo nasce dall’idea che l’individualismo non sia in contrasto con l’utilità generale. L’interesse dei singoli coincide con l’interesse generale, perché dalla somma delle individualità nasce il bene comune: l’avidità vince l’ozio, il lusso crea lavoro, l’invidia spinge all’emulazione, l’astuzia produce ottime leggi. (The Fable of Bees – Bernard de Mandeville)
Il concetto viene riproposto da Adam Smith grazie alla metafora della “mano invisibile”: “svolgendo una determinata attività in modo da produrre il maggiore valore possibile, l’individuo persegue solo il proprio interesse, ed egli è, in questo come in altri molti casi, guidato da una mano invisibile a promuovere una finalità che non è parte delle sue intenzioni”.
L’individuo è posto al centro del processo economico, come lo è del sistema politico in democrazia, perché le sue scelte, espressione della prudenza comune che incorpora valori etici, definiscono un sistema preferibile di gran lunga a qualsiasi altro ordinamento. Dal sistema della libertà naturale dei comportamenti ci si attende la conciliazione dell’interesse privato con l’efficienza. La mano invisibile non è altro che il meccanismo di riequilibrio dei mercati concorrenziali.
Smith presenta dunque l’economia di mercato basata sulle scelte individuali e il Lasseiz Faire soltanto come una presunzione di ottimo sociale, e non come un programma compiuto per la sua realizzazione. Questo sistema ha le caratteristiche di un “second best” non necessariamente ottimale, ma preferibile ad un’astratta soluzione non individuabile a priori e ancor meno concretamente realizzabile. Il campo della teoria economica che si definisce “economia industriale” riguarda specificamente i casi nei quali le forze spontanee del mercato producono distorsioni all’equilibrio, che dunque si allontana dal cosiddetto “ottimo paretiano”, producendo una distribuzione delle risorse imperfetta.
Le market failures
Le Market Failures indicano una vasta casistica che si può classificare in sei tipologie:
- Produzione di beni pubblici e sociali, che il mercato non è in grado di produrre nella quantità e specie desiderabili.
- Presenza di fenomeni legati all’incertezza e all’instabilità che allontanano il sistema dall’equilibrio stabile.
- Presenza di restrizioni alla concorrenza determinate dal potere monopolistico, che vanno dalla concorrenza monopolistica ai monopoli naturali.
- Presenza di esternalità: costi e benefici che derivano dalle decisioni dei singoli operatori non risultano incorporati nel sistema dei prezzi che l’imprenditore prende in considerazione nel determinare le proprie scelte.
- Presenza di costi di transazione che rende il ricorso al mercato meno efficiente o più rischioso rispetto all’accentramento delle operazioni produttive e all’ambito di una struttura di comando quale è l’impresa.
- Presenza di asimmetrie informative.
L’insieme di questi fallimenti di mercato rende la realtà dei mercati, e il loro funzionamento, molto diversa da ciò che si determinerebbe in base agli assiomi della concorrenza perfetta, che costituisce un caso-limite la cui probabilità di verificarsi costituisce piuttosto un’eccezione.
Il primo problema implicito al sistema basato sull’economia di mercato è rappresentato dalla relativa debolezza dei lavoratori salariati rispetto ai capitalisti che offrono lavoro. Smith ricorda infatti che nel mercato del lavoro il principio della concorrenza è ostacolato da un’asimmetria di forza contrattuale tra capitalisti e lavoratori, cosicché eventuali misure per rimuovere questo ostacolo rappresentano condizioni per rafforzare il grado di concorrenza, e non per indebolirlo.
Infatti per il mercato del lavoro l’equilibrio naturale non corrisponderebbe ad un equilibrio concorrenziale. Assumendo come ipotesi ragionevole che la produttività del lavoro sia decrescente al crescere delle quantità impiegate, e che il costo sia invece crescente, ne deriva che il costo marginale è superiore al salario medio. In condizioni di monopsonio l’imprenditore determinerà la quantità di lavoro da assumere al punto in cui la produttività marginale è uguale al costo marginale. Ciò dà origine ad una differenza tra la produttività del lavoro ed il salario medio (Plusvalore), ed a un minore livello di occupazione rispetto alle condizioni di concorrenza, in cui la domanda di lavoro si spingerebbe fino al punto in cui il costo marginale uguaglia la produttività media.
Smith sostiene che “Una remunerazione liberale del lavoro è contemporaneamente l’effetto ed il sintomo di una crescente ricchezza nazionale. Il costringere il lavoratore a rimanere povero costituisce il sintomo naturale di uno stallo, e salari da fame lo sono del fatto che le cose stanno rapidamente peggiorando”.
Il secondo ordine di problemi riguarda la capacità dei singoli individui di badare a se stessi. Le politiche sociali di Welfare State si ispirano al principio di uguaglianza delle opportunità, all’assistenza pubblica a coloro che non sono in grado di assicurarsi il minimo per un’esistenza dignitosa. Le controversie sulle politiche sociali sono rivolte al livello di servizi che devono essere forniti dallo Stato.
Il terzo problema suscitato dal sistema dell’economia di mercato è che questo sistema non riduce le disuguaglianze, le amplia. Smith si è sempre dichiarato favorevole al sistema delle concessioni per la realizzazione di beni pubblici. Constatando però che non sempre questa è possibile o conveniente, riconosceva la necessità dell’intervento pubblico, finanziato con il prelievo di imposte. È ragionevole perciò che le spese siano pagate dall’intera comunità, con il concorso di tutti, il più possibile in proporzione alla capacità di ciascuno.
La market failure dell’economia capitalistica che riguarda l’accentuazione delle disuguaglianze non si limita alla distribuzione del reddito ma riguarda anche la concentrazione delle imprese, ovvero la possibilità di sfruttare una posizione dominante acquisita nel mercato. Confrontando lo Sherman Act e il Trattato di Nizza (Regolamento EU) si può notare come già dagli albori delle due tradizioni ci fossero sostanziali differenze. Mentre in Europa i divieti riguardano l’abuso di posizione dominante, in America è la stessa posizione dominante ad essere vietata.
La legislazione antimonopolistica negli Stati Uniti ha avuto anche una chiara connotazione etico-sociale: cioè la dispersione del potere economico e della conseguente influenza politica, e dunque il ripristino della fiducia nell’equità del sistema economico e politico. Nel caso europeo invece la volontà era quella di integrare i mercati nazionali in un grande mercato unico.
Stabilità e sviluppo
Riguardo a stabilità e sviluppo, possiamo affermare che la relazione smithiana tra alti salari, libera concorrenza e crescita spiega la parte strettamente economica dello sviluppo, il quale però dipende da fattori non propriamente economici: l’innovazione tecnologica, l’istruzione. Per questo motivo tale relazione non è sufficiente a garantire né la stabilità del sistema, né che il sistema raggiunga alti livelli di crescita. Il mercato produce instabilità per tre motivi:
- Quando l’elasticità dell’offerta è maggiore di quella della domanda di una particolare industria
- Instabilità dei prezzi dovuta alla moneta
- Fenomeno del ciclo economico
La stabilità ai tempi di Smith non era ancora intesa come un valore. La stabilità del valore intrinseco delle merci dipendeva dall’idea che quest’ultimo dipendesse fondamentalmente dalla quantità di lavoro incorporata nella merce, e dall’idea che i salari fossero stabili in termini reali. Studi sull’argomento furono effettuati da Keynes e Ropke. Keynes ipotizzò che la moneta non è estranea all’equilibrio dei mercati, e che il liberismo e la mano invisibile non garantiscono affatto stabilità e sviluppo.
Se l’offerta di moneta è abbondante, perché la spesa pubblica è finanziata con l’emissione di carta moneta, in luogo delle imposte, ne può derivare un’espansione dei consumi e degli investimenti. Di qui la conclusione che domanda e offerta non sono indipendenti dalla moneta.
Capitolo 2
Le metodologie di analisi
Il metodo della scuola di Harvard si articola sul cosiddetto paradigma Struttura – Condotta -Performance. La tesi è che la struttura dell’offerta determina la condotta delle imprese e da queste ultime derivano poi i risultati, le performance. Secondo questo modello, è possibile dividere una particolare industria in quattro tipologie di variabili:
- Le condizioni di base distinte in quelle che riguardano la domanda (sostituibilità, elasticità della domanda, tasso di crescita, modalità di acquisto, localizzazione e concentrazione degli acquirenti) e quelle che riguardano l’offerta (materie prime, costo e produttività del lavoro, economie di scala, di ampiezza e di gamma).
- La struttura dell’offerta (concentrazione compratori e venditori, barriere all’entrata, grado di differenziazione dei prodotti, integrazione verticale, diversificazione).
- La condotta delle imprese in termini di politiche di prezzo e pubblicità, investimenti in produttività e R&S, comportamenti cooperativi o indipendenti.
- I risultati ossia i profitti, la competitività dei prezzi, saldo della bilancia commerciale, stabilità/rischiosità.
La misurazione dei risultati economici consente di quantificare il potere di mercato che può essere misurato attraverso il tasso di profitto (rapporto tra tasso di rendimento ROI e profitti); il valore capitale dell’impresa (rapporto tra valore di mercato dell’impresa acquistata sul mercato finanziario e il valore della stessa impresa se si volesse riacquistare il suo stock di capitale o asset sul mercato dei beni.
Le politiche pubbliche possono incidere su ciascun gruppo di variabili e perciò costituiscono un elemento molto rilevante nella dinamica dei settori e dei loro risultati. Tra queste annoveriamo la politica di regolamentazione che interviene in caso di sussistenza di fallimenti di mercato, la politica antitrust che riguarda le inefficienze allocative causate dal potere di monopolio e tutti i casi di restrizione della concorrenza, ed infine la politica industriale finalizzata a compensare diseconomie o svantaggi di alcune tipologie di imprese o settori.
In contrapposizione alla scuola di Harvard che ha nell’analisi delle imperfezioni della concorrenza la lente ideale per l’osservazione dei comportamenti delle imprese, la scuola di Chicago ritiene invece che il potere esplicativo dei fenomeni osservati stia nel modello di concorrenza perfetta. Ciò significa che in questo modello, le performance dipendono essenzialmente dalla capacità di innovazione e visione strategica dei manager. Sono pertanto le migliori performance a formare posizioni dominanti e non viceversa.
Mentre la scuola di Harvard giustifica, e al limite sollecita, qualche forma di intervento pubblico, la scuola di Chicago dà indicazioni del tutto opposte: restrizioni, protezioni, aiuti, allontanano le condizioni del mercato da quelle della concorrenza, e si risolvono inevitabilmente in un beneficio per pochi. Inoltre sempre secondo quest’ultimo pensiero, il potere monopolistico è un fenomeno temporaneo e non necessariamente in contrasto con l’efficienza e l’interesse generale, purché sia sempre garantita la contendibilità.
L’innovazione tecnologica e la libertà di entrata rappresentano quindi i fattori chiave per la comprensione della dinamica dei mercati. La teoria dei giochi ha determinato un nuovo indirizzo di carattere teorico ed astratto nello studio del funzionamento dei mercati e dei comportamenti interattivi delle imprese. Un gioco è un modello formalizzato che descrive una situazione di comportamenti interdipendenti nel quadro di regole date, dove il risultato di ciascun giocatore dipende sia della sue scelte, sia dalle azioni compiute dagli altri giocatori.
Ad esempio, il profitto conseguito da un’impresa dipende sia dal prezzo che questa attua sul mercato, sia dall’insieme dei prezzi offerti dalle altre imprese. In questi casi la strategia ottimale di un’impresa dipende non solo dai propri costi di produzione, dal volume della produzione, e così via, ma anche da ciò che l’impresa in questione congettura circa il comportamento delle altre imprese. I risultati perciò non dipendono solo dalla capacità di innovazione e di visione strategica dei manager, ma dall’interazione di forze concorrenti nella produzione di valore, ciascuna delle quali tende a fare crescere la propria quota sottraendola agli altri e mettendo in atto comportamenti volti a difendere i propri risultati.
Un ultimo approccio degno di nota è quello del filone evolutivo neo-Schumpeteriano, il quale fondamento è la tecnologia come conoscenza. L’innovazione rappresenta il fattore di dinamica dei mercati: è il vero e proprio motore dello sviluppo economico e della concorrenza che induce un cambiamento qualitativo dell’economia; un processo continuo di cambiamento e accumulazione di conoscenza. Una conoscenza sia firm e context specific che tacita accompagnata da un apprendimento come processo cognitivo e da competenze personally embodied.
Capitolo 3
Settori e mercati: la teoria dell’equilibrio particolare di Marshall
Mercato rilevante / Distretti industriali / Classificazioni statistiche
Cosa si intende per “settore”, e cosa per “mercato”? Come si tracciano i loro confini? La definizione assume contorni diversi a seconda del soggetto che si trova nella necessità di darvi soluzione e della finalità delle analisi da condurre. In termini molto generali e nell’uso corrente, il termine “industria” o “settore industriale” si riferisce ai venditori, mentre il termine mercato agli acquirenti. Seguendo questa distinzione, il settore può essere identificato sulla base di fattori di offerta e il mercato sulla base di fattori di domanda.
Andrews definisce “industria” l’insieme di imprese che utilizzano tecnologie di processo simili e possiedono esperienze e conoscenze comuni che rendono possibile produrre un particolare prodotto, qualora risulti conveniente. Uno stesso background di esperienze e conoscenze, una stessa organizzazione tecnica o l’impiego di una stessa materia prima, vengono raggruppati sotto tale termine. Il problema di tali definizioni è che gli insiemi che ne risultano sono troppo disomogenei in termini di tecnologie e di strutture organizzative, il che rende poco significativo qualsiasi dato medio o statistica descrittiva, soprattutto a livello di impianto di produzione. Tali criteri sono adatti a definire settori “maturi”, non a seguire i cambiamenti tecnologici, come avviene nei settori science based, che hanno intensa innovazione di prodotto, di distribuzione e commercializzazione.
È possibile anche definire i settori in funzione dell’esistenza e dell’estensione di reti e/o sistemi di distribuzione (es. imprese di telecomunicazione che attingono alla stessa rete). Le definizioni basate sul criterio tecnologico presentano il limite di non tenere conto del mercato e dei consumatori. Al contrario le definizioni basate sul mercato e sugli elementi della domanda tengono conto dei gusti e delle preferenze dei consumatori, dei luoghi di consumo, dei bisogni dei consumatori e delle funzioni dei prodotti.
L’analisi di Bain possiede molti elementi di un’analisi di mercato facendo riferimento al concetto di “sostituibilità” tra prodotti dal punto di vista dei consumatori. Per misurare tale sostituibilità Bain utilizza il concetto di elasticità incrociata tra beni sostituibili (ε) data dal rapporto tra la variazione percentuale delle quantità domandate del bene y rispetto alla variazione percentuale del prezzo del bene x. Ovvero:
ε (Δq/q) / (Δp/p)Dx,y = ( y y x x )
(Analogamente dal lato Offerta: ε (Δq/q) / (Δp/p)Sx,y = ( y y x x )
In funzione del segno dell’elasticità incrociata possiamo classificare un bene come:
- Sostituto, se l’elasticità incrociata è maggiore di 0;
- Complementare, se è minore di 0;
- Indipendente, se il suo valore è uguale a 0.
Quanto più il valore dell’elasticità è alto, tanto più i prodotti sono sostituibili fra loro e configurano un mercato. Ma qual è la soglia oltre la quale si identifica un mercato? Non esiste una precisa risposta a tale domanda; dipende tutto dalle finalità.
L’ambito competitivo è definito come l’insieme delle porzioni della domanda e dell’offerta che presentano un’elevata elasticità incrociata dell’offerta (ε ) e di consumi caratterizzati da una significativa elasticità incrociata della domanda (ε ).
Il mercato in Marshall è quello in cui può essere identificato un unico prezzo e nel quale è valida l’analisi dell’equilibrio parziale. Tale teoria considera l’equilibrio che si realizza in una parte solamente dell’economia, in un solo mercato, supponendo che non varino le condizioni negli altri mercati.
L’applicazione della normativa antitrust pone l’esigenza di definire il mercato rilevante: esso è “il più piccolo contesto nel cui ambito è possibile la creazione di un p
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