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base del tipo di rapporto gerarchico esistente e dello stesso contenuto di questi atti. Fra le direttive (o

atti di indirizzo) occorre distinguere quelle interorganiche da quelle intersoggettive, a seconda che si

riferiscono o meno solo ad organi appartenenti all'amministrazione dal cui vertice viene adottata la

direttiva. Per le direttive intersoggettive, occorre distinguere fra quella relativa gli enti pubblici

strumentali, che tendono ad essere assimilato a quelle interorganiche e quelle relative ai rapporti fra

enti dotati di reciproca autonomia, poiché in questo settore appare decisivo il rapporto deducibile dal

sistema costituzionale per legittimare il tipo di vincolo che questi atti possono avere. I programmi o i

piani corrispondono ad un'esigenza molto avvertita dall'amministrazione pubblica contemporanea di

ricercare momenti di prederminazione delle linee generali dell'azione amministrativa in interi settori.

Le istruzioni, o circolari, o normali, corrispondono alla trasmissione di istruzioni e/o direttive agli

uffici ed agli organi, al fine di assicurare l'omogenea applicazione delle diverse disposizioni.

Cause di invalidità dei provvedimenti amministrativi

Le particolari caratteristiche di provvedimenti amministrativi sono alla base anche delle loro possibili

cause di invalidità. La nullità o inesistenza del provvedimento amministrativo deriva dalla carenza

delle condizioni minime necessarie per poterlo ritenere esistente, si parla di mancanza assoluta di uno

di elementi essenziali. I casi di mera irregolarità attengono alla presenza di quelle anomalie del

provvedimento che vengono ritenute sanabili. Per ciò che riguarda i vizi di legittimità ci si continua a

risalire alla tripartizione della incompetenza, dell'eccesso di potere e della violazione di legge, con

l'avvertenza che attraverso il sindacato su questi vizi, devono essere sanzionate tutte le cause di

possibile di legittimità dei provvedimenti amministrativi. Con il vizio dell'incompetenza, ci si

riferisce alla classica carenza del provvedimento sotto il profilo soggettivo. L'incompetenza assoluta

porta alla nullità dell'atto, si ha non solo quando l'organo amministrativo esercita un potere

appartenente ad un'autorità non amministrativa, ma anche quando esercita un potere di un organo

appartenente ad un altro apparato amministrativo, mentre la incompetenza relativa si verifica quando

il potere esercitato appartiene ad altro organo del medesimo apparato amministrativo. Per eccesso di

potere si intende un vizio di sviamento di potere, che mira a colpire l'abuso sostanziale del potere di

cui dispone l'organo che adotta all'atto. Il vizio di violazione di legge svolge una funzione di tipo

residuale rispetto agli altri vizi di legittimità.

L’autotutela

L'autotutela costituisce un potere amministrativo della pubblica amministrazione, e mediante il quale

essa può eliminare o ridurre i conflitti, reali o potenziali, che possono sorgere in relazione ai suoi atti

illegittimi od inopportuni, provvedendo direttamente ad annullarli, sanarli o modificarli. La titolarità

del potere è riconosciuta oltre che all'organo che ha adottato l'atto, a quelli gerarchicamente superiori.

L'istituto che mira a salvare, con efficacia ex tunc, una deliberazione affetta da un vizio sanabile è la

sanatoria: si parla di ratifica nel caso in cui l'organo competente faccia propria una delibera affetta da

incompetenza relativa; di convalida, nel caso in cui si completi un elemento parzialmente mancante

nella delibera; di conversione allorché si possa sostituire ad un provvedimento illegittimo un altro, di

cui sussistano tutti gli elementi necessari. L'annullamento d'ufficio consiste nell'eliminazione di un

provvedimento illegittimo; di questo potere di annullamento non è titolare solo l'organo che ha

adottato l'atto e l'autorità gerarchicamente superiore ma anche il Governo. La revoca, è invece, un

istituto mediante il quale l'amministrazione pubblica produce la cessazione del futuro degli effetti di

un provvedimento amministrativo ad efficacia continuativa, il quale, opportuno e legittimo al

momento della sua adozione, sia successivamente divenuto inopportuno o illegittimo a causa dei

mutamenti intervenuti.

LE FORME DI TUTELA CONTRO L’ATTIVITA’ AMIMNISTRATIVA ILLEGITTIMA

I ricorsi amministrativi

Con i ricorsi amministrativi, i soggetti che si ritengono danneggiati da una deliberazione

amministrativa chiedono che l'amministrazione inizi un apposito procedimento per riesaminare la

legittimità o l'opportunità di quella di liberazione. Sulla base della disciplina attuale occorre

distinguere i due ricorsi ordinari, consistenti nel ricorso gerarchico e nel ricorso in opposizione, dal

ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Il ricorso gerarchico ha carattere generale

mentre il ricorso in opposizione ha carattere speciale, essendo ammesso solo nei casi previsti dalla

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legge. Comune ai due tipi di ricorso è il fatto di poter riguardare profili sia di legittimità che di

merito, di essere facoltativi e non preclusivi dei ricorsi giurisdizionali, di essere esperibili in termini

brevi (di regola trenta giorni) dalla data della notificazione. Il ricorso straordinario al Presidente

della Repubblica è un rimedio amministrativo di carattere generale, ma di sola legittimità esperibile

solo nei riguardi dei provvedimenti definitivi; esso può essere proposto entro centoventi giorni.

Il riparto della giurisdizione in materia amministrativa fra giudice ordinario e giudice

amministrativo

In ogni ordinamento giuridico nel quale esista un diritto speciale per l'amministrazione pubblica,

sorge il problema di come garantire un'efficace ed idoneo controllo di legittimità sugli atti

amministrativi. Nel nostro sistema la cognizione delle controversie in cui è parte la pubblica

amministrazione è suddivisa fra la magistratura ordinaria, competente nei casi in cui si lamenti la

lesione dei diritti soggettivi, e la magistratura amministrativa, competente nei casi in cui si lamenti la

lesione "degli interessi legittimi". Il giudice amministrativo può annullare il provvedimento

amministrativo, mentre il giudice ordinario può solo disapplicarlo nel caso concreto sottoposto a suo

giudizio. Discrimine fondamentale nel riparto delle competenze giurisdizionale resta la distinzione

fra diritto soggettivo ed interesse legittimo. Per diritto soggettivo si intende una situazione soggettiva

di vantaggio riconosciuta dal legislatore come autonomamente degna di tutela nei riguardi sia dei

privati che della pubblica amministrazione, mentre per interesse legittimo si intende quella situazione

soggettiva di vantaggio riconosciuta dal legislatore come intimamente connessa ad una norma che

garantisce in via primaria l'interesse generale. A colui che è leso nei suoi diritti soggettivi si

garantisce la reintegrazione nella situazione originaria o almeno, il risarcimento dei danni; a colui

che è leso nei suoi interessi legittimi si garantisce l'eliminazione dell'atto della pubblica

amministrazione che ha operato la lesione. Al di là degli interessi legittimi, rilevano le posizioni

soggettive qualificate come interessi collettivi e interessi diffusi. Gli interessi collettivi, ossia gli

interessi propri degli appartenenti ad un gruppo delimitato vengono fatti valere solo tramite i loro

organismi esponenziali. Gli interessi diffusi ossia gli interessi dell'intera comunità hanno suscitato

molti problemi in sede giurisprudenziale.

Alcune caratteristiche del giudizio amministrativo

Al momento attuale gli organi della giurisdizione amministrativa ordinaria (quelli speciali sono la

Corte dei conti ed il Tribunale superiore delle acque pubbliche) sono i Tribunali amministrativi

regionali (TAR) ed il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, che svolge le funzioni di giudice di

appello. La fondamentale funzione giurisdizionale dei TAR e del Consiglio di Stato è la

giurisdizione generale di legittimità sugli atti amministrativi della pubblica amministrazione, con il

potere di annullarli ove venga accertata l'illegittimità. Solo nel caso che si constati il mancato

adempimento da parte dell'amministrazione, gli interessati possono ricorrere ai giudici

amministrativi per ottenere, tramite un nuovo giudizio (il cosiddetto giudizio di ottemperanza),

"l'adempimento dell'obbligo dell'autorità amministrativa di conformarsi al giudicato" sia della

autorità giudiziaria ordinaria che del giudice amministrativo. Gli stessi organi giurisdizionali

dispongono della giurisdizione di merito e cioè del potere di sindacare non solo la legittimità ma

anche l'opportunità dei provvedimenti contro cui sia stato presentato un ricorso. Ben più importante è

l'attribuzione agli organi della giurisdizione amministrativa della cosiddetta giurisdizione esclusiva

nelle materie indicate dalla legge. Appare molto significativa la crescente utilizzazione della

giurisdizione esclusiva cui si riferisce l'art. 103.1 Cost.. nella giurisdizione amministrativa i ricorsi

devono essere presentati entro i termini brevi: entro 60 giorni dalla notifica dell'atto, dalla sua piena

conoscenza o dalla sua pubblicazione nell'albo. Al ricorso presentato per l'annullamento di un

provvedimento può accompagnarsi la richiesta in via di urgenza di una sospensione della sua

esecuzione durante il periodo di svolgimento del processo allorché questa possa produrre "danni

gravi ed irreparabili". Il provvedimento di sospensione provvisoria dell'esecuzione dell'atto

impugnato presuppone una prima valutazione sulla sussistenza di un fondamento del ricorso

principale. La sentenza è esecutiva ma impugnabile presso il Consiglio di Stato entro 60 giorni dalla

data di notifica.

La giurisdizione dei giudici ordinari in materia amministrativa 36

Il giudice ordinario può intervenire solo incidentalmente e limitatamente agli effetti che un atto

amministrativo, che si presume illegittimo, ha direttamente su un diritto soggettivo. Ove il magistrato

ordinario ritenga il provvedimento illegittimo non può ne annullarlo, né modificarlo, ma

semplicemente disapplicarlo nel caso che è sottoposto al suo giudizio. Al di là delle sentenze di mero

accertamento, lo stesso suo essenziale potere di reintegrare la posizione soggettiva illecitamente

danneggiata potrà portare ad una sentenza di condanna della pubblica amministrazione a risarcire i

danni. Nei casi in cui il giudice ordinario è titolare di una giurisdizione esclusiva in una determinata

materia, egli dispone di poteri di annullamento, di modifica, di sospensione, dei provvedimenti

amministrativi. CAPITOLO XI: Regioni ed enti locali. (pag. 317 - 370)

Il regionalismo e l’amministrazione locale nella costituzione del 1948

L'ordinamento regionale e locale sta profondamente cambiando in conseguenza di tre leggi

costituzionali (1/1999, 2 e 3/2001), che hanno nel loro complesso modificato il titolo V della seconda

parte della costituzione (risultano mutati o abrogati ben 18 dei venti articoli che lo componevano).

Nel testo costituzionale del 1948, le disposizioni costituzionali più espressive del mutamento

intervenuto rispetto ai modelli precedenti di amministrazione locale possono essere individuati negli

articoli 5 (principio dell'unità e indivisibilità della Repubblica, autonomia locale e decentramento

amministrativo) e 114 (la Repubblica si riparte in regioni, province comuni). La creazione delle

regioni, come enti le cui competenze sono costituzionalmente garantite, era concepita non in chiave

concorrenziale con gli enti locali, ma, anzi, in vista di un loro auspicato rafforzamento. Infatti, gli

enti locali mantenevano intatto il loro ruolo amministrativo, pur all'interno della materia di

competenza delle regioni, e anzi queste ultime venivano esplicitamente impegnate dalle fonti

costituzionali a delegare agli enti locali altre funzioni amministrative fra quelle che ad esse

spettavano.

Le maggiori innovazioni intervenute per attuare la disciplina costituzionale e le linee di fondo

delle recenti modificazioni costituzionali

Il lungo ritardo nell'elezione dei consigli delle regioni ad autonomia ordinaria ha provocato che le

regioni ad autonomia particolare hanno finito per apparire enti del tutto atipici e quindi le loro

funzioni, pur definite negli statuti speciali in modo particolarmente ampio, vennero non poco

ridimensionate dall'azione degli organi dello Stato centrale. Con la legge 1084/1970 in parte si

abrogano ed in parte si dichiarano solo momentaneamente vigenti tutte quelle disposizioni, contenute

nella legge 62/1953, che mirava ma condizionare le scelte statutarie delle regioni. La formazione, per

la prima volta, nel sistema politico italiano, di uno schieramento di amministratori regionali e locali

sufficientemente forte e unito nel rivendicare il ruolo non secondario delle regioni contribuisce a due

importanti vicende istituzionali. In primo luogo, l'approvazione parlamentare degli statuti delle

regioni ordinarie, adottati dei consigli regionali con contenuti in certa misura imprevisti e non poco

innovativi. In secondo luogo la delega legislativa al governo per l'adozione degli atti necessari per il

trasferimento alle regioni delle funzioni amministrative. I molti problemi irrisolti hanno determinato,

nel clima degli anni '90 di ripensamento del complessivo modello costituzionale, una spinta a

verificare se in materia regionale non fosse necessario introdurre modifiche alle disposizioni

costituzionali. Alcune importanti novità sono state introdotte da tre importanti leggi ordinarie

(59/1997, 127/1997, 191/1998), in parte di riforma e in parte di delega. Le modifiche al titolo V della

costituzione avvennero con la legge 1/1999, relativa alle regioni ad autonomia ordinaria, e con la

legge 2/2001, relativa alle regioni ad autonomia speciale. Si è proceduto a introdurre l'elezione

diretta dei presidenti regionali e l'elezione dei consiglieri regionali mediante un sistema elettorale di

tipo proporzionale corretto da un significativo premio di maggioranza. La legge costituzionale

3/2001 è entrata in vigore nel novembre di quell'anno dopo lo svolgimento a esito favorevole del

referendum popolare. Il nuovo articolo 114 stabilisce che "La Repubblica è costituita da comuni,

province, città metropolitane, regioni e stato". Il nuovo articolo 117, che stabilisce le materie di

competenza regionale, afferma che lo Stato mantiene una competenza esclusiva in diciassette materie

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o gruppi di materie, mentre in altre 19 materie o gruppi di materie si ha una legislazione concorrente

fra Stato e regioni, nel senso che lo Stato mantiene il potere di determinazione di principi

fondamentali; in tutte le residue materie spetta alle regioni la potestà legislativa. Nel nuovo titolo V

vengono abrogate le precedenti disposizioni costituzionali che disciplinavano i controlli

amministrativi sugli atti delle regioni e sugli atti degli enti locali, nonché quella che prevedeva

l'istituzione del commissario di governo.

Gli statuti delle Regioni ad autonomia speciale

Il regime giuridico fondamentale delle quindici ragioni ad autonomia ordinaria è contenuto nelle

disposizioni del titolo V della seconda parte della costituzione; l'articolo 116 della costituzione

riserva ad apposite leggi costituzionali l'adozione di statuti speciali che garantiscano forme e

condizioni particolari di autonomia alla Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia

Giulia, Valle d'Aosta, denominate ragioni ad autonomia particolare, per rispecchiare i caratteri

peculiari di ciascuna. Le disposizioni statutarie prevalgono su quelle costituzionali, salvo che

vengano in gioco principi assolutamente fondamentali del patto costituzionale. Sono comuni a tutte

le regioni le forme principali di partecipazione all'esercizio di funzioni statali: ciascun consiglio

regionale dispone dell'iniziativa legislativa, delegati nominati dai consigli regionali partecipano

all'elezione del presidente della Repubblica, cinque regioni possono chiedere che si svolgano i

referendum di cui agli articoli 75 e 138 della costituzione, le regioni e le province autonome possono

ricorrere alla corte costituzionale a tutela delle proprie competenze. Ogni regione potrà adottare una

speciale legge regionale, da provare a maggioranza assoluta, per determinare la forma di governo

regionale, in analogia con quanto si prevede per gli statuti delle regioni ad autonomia ordinaria dalla

legge 1/1999. Tutti gli statuti speciali prevedono che le rispettive norme di attuazione siano poste in

essere dal governo mediante speciali decreti legislativi. Ci si trova dinanzi all'unico, e alquanto

discutibile, caso di vera e propria attribuzione in via esclusiva al governo di un potere normativo

primario, per di più in un settore di grande importanza e senza nemmeno una precisa determinazione

delle possibili materie disciplinabili.

Gli statuti e l’ordinamento interno delle Regioni ad autonomia ordinaria

Il testo originario dell'articolo 123 della costituzione prevedeva che le regioni dovessero dotarsi di

uno statuto per disciplinare "le norme relative all'organizzazione interna" mediante un atto normativo

deliberato a maggioranza assoluta dal consiglio regionale e poi approvato dal parlamento con legge.

Particolarmente innovative sono state le scelte in tema di attività e organizzazione amministrativa:

diffusa prescrizione di alcuni requisiti per l'attività amministrativa regionale (motivazione,

contraddittorio, pubblicità) e previsione di numerosi istituti di partecipazione dei singoli e dei gruppi

ai procedimenti amministrativi; articolazione organizzativa e strutture facilmente adeguabili al

mutamento delle politiche regionali e affermazione di metodi di lavoro collegiali e intersettoriali;

creazione di ruoli unici del personale regionale, con previsione di forme di mobilità interna;

introduzione dell'istituto del difensore civico come organo indipendente, incaricato di controllare, su

istanza degli interessati, il sollecito e regolare svolgimento dell'attività amministrativa regionale.

Agli enti locali sono riconosciuti alcuni significativi poteri incidenti sull'esercizio di funzioni

regionali, come il potere di iniziativa legislativa, ma anche il potere di richiedere referendum e di

rivolgere interrogazioni. La legge costituzionale 1/1999 muta notevolmente la fonte statutaria delle

regioni ad autonomia ordinaria, configurandolo con un tipo particolare di legge regionale

caratterizzato da un procedimento speciale di approvazione e di controllo: dev'esser approvato a

maggioranza assoluta dal consiglio regionale per due volte entro il termine due mesi e il governo può

impugnare direttamente la delibera statutaria dinanzi alla corte costituzionale entro 30 giorni dalla

pubblicazione. Viene confermato il primato della disciplina statutaria rispetto alla ordinaria attività

regionale.

L’autonomia legislativa delle Regioni ad autonomia speciale

La riforma del titolo V della costituzione precisa che le materie di competenza legislativa delle

regioni ad autonomia ordinaria sono quelle non regolate dalla costituzione, mentre per le regioni ad

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autonomia speciale sono quelle loro attribuite dalla costituzione. Le regioni ad autonomia speciale

dispongono in alcuni settori di un tipo di potestà legislativa che incontra limiti solo "esterni" alle

materie espressamente elencate dagli statuti speciali (la cosiddetta potestà legislativa primaria

esclusiva); in altri settori, invece, dispongono della cosiddetta potestà legislativa ripartita o

concorrente, la quale spetta anche le regioni ad autonomia ordinaria. La potestà legislativa

facoltativa-integrativa può essere esercitata dalle regioni in materia di competenza statale, ma solo se

nella misura in cui la legge dello Stato permette alle regioni la possibilità di adattarne il contenuto

alle particolari esigenze locali. La potestà legislativa regionale primaria ha il divieto di disciplinare i

rapporti di diritto privato, penale e processuale. Il limite dei principi delle grandi riforme risponde

alla volontà di consentire, nelle materie di competenza regionale, che il legislatore nazionale possa

procedere a profondi processi di riforma o di riordino. La potestà legislativa delle regioni non deve

contraddire gli elementi di fondo caratterizzanti il complessivo sistema giuridico. Il limite degli

obblighi internazionali dello Stato stabilisce che solo lo Stato può esprimere apprezzamenti di

politica estera e stipulare accordi con soggetti di diritto internazionale. Per quanto riguarda le fonti

normative comunitarie nelle materie di competenza regionale, la legge statale prevale sulla legge

regionale. Il quinto comma dell'articolo 117 della costituzione garantisce al livello costituzionale che

le regioni e le province autonome nelle materie di loro competenza provvedono all'attuazione e

all'esecuzione degli accordi internazionale e degli atti dell'Unione Europea nel rispetto delle norme di

procedure stabilite dalla legge dello Stato.

L’autonomia legislativa delle Regioni ad autonomia ordinaria

Il secondo comma dell'articolo 117 elenca diciassette materie o gruppi di materie nelle quali lo Stato

dispone di una competenza esclusiva; il terzo comma contiene un secondo elenco di materie o gruppi

di materie (19) nelle quali spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione

dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato; infine, nel quarto comma, si

stabilisce che spetta alle regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non

espressamente riservata alla legislazione dello Stato. Per quanto riguarda i limiti della potestà

legislativa regionale, il primo comma dell'articolo 117 afferma che questa è esercitata "nel rispetto

della costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e di obblighi

internazionali". Nelle materie in cui lo Stato deve esclusivamente dettare i principi generali, si dice

che emani cosiddette "leggi cornici", che fungeranno appunto da limite alle disposizioni regionali. Il

nuovo articolo 127 cambia notevolmente il sistema di controllo sulle leggi regionali: si è eliminato il

precedente sistema di controllo preventivo, e il governo può impugnare le leggi per motivi di

presunta incostituzionalità entro sessanta giorni dalla pubblicazione della fonte normativa. Lo Stato

può dolersi che una legge regionale ecceda la competenza della regione, mentre la regione può

promuovere la questione di legittimità costituzionale quando ritenga che una fonte primaria statale o

di un altra regione leda la sua sfera di competenza.

L’autonomia amministrativa delle Regioni ed i rapporti con gli enti locali

Nel precedente titolo V della costituzione la regione era titolare, in base al principio del parallelismo

delle funzioni, dei poteri amministrativi nelle medesime materie di sua competenza legislativa

(valevole ancora per gli statuti speciali). Tuttavia agli enti locali venivano riservate le funzioni

amministrative di interesse esclusivamente locale delle materie di competenza regionale al fine di

salvaguardare la loro funzione di enti direttamente rappresentativi delle popolazioni locali, anche

perché altrimenti si sarebbero trovati senza un ruolo specifico, dal momento che operano quasi

interamente nelle materie di competenze regionali. Il nuovo titolo V annulla il potere di indirizzo e

coordinamento (delega alle amministrazioni locali di funzioni amministrative), l'attuazione dei

trattati delle norme comunitarie nelle materie di competenza legislativa regionale viene affidata alle

regioni, scomparsa dei controlli sui amministrativi regionali, introduzione di un tipo di controllo

sostitutivo da parte del governo particolarmente ampio (in prima istanza con una sollecitazione a

mutare l'atto, in secondo luogo adottando i provvedimenti necessari).

Il finanziamento delle Regioni

I comuni, le province, le città metropolitana e le regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di

spesa, in armonia con la costituzione secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica del

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sistema tributario. Il decreto legislativo 56/2000 prevede che il finanziamento delle regioni debba

esser assicurato da un'ampia compartecipazione regionale alle entrate dell'Iva, da una limitata

addizionale regionale all'Irpef e da un'aliquota dell'imposta sulla benzina. A ciò è da aggiungere la

permanenza di alcuni fondi settoriali, fra i quali emergono per la loro grande consistenza i fondi

destinati al settore sanitario e al settore dei servizi sociali. Viene inoltre previsto un "fondo

perequativo nazionale" alimentato da una parte del gettito della compartecipazione alle entrate

dell'Iva e suddiviso fra le diverse regioni in base a complessi parametri perequativi.

Gli organi di raccordo fra Stato e Regioni

La riforma del titolo V ha eliminato alcune forme di relazione fra Stato e regioni che risentivano di

una concezione di tipo gerarchico. La possibile integrazione della commissione bicamerale per le

questioni regionali con rappresentanti delle regioni, delle province autonome e degli enti locali è

stata sostanzialmente rifiutata dal sistema politico. Gli unici organi istituzionali che al momento

attuale, seppure debolmente, fungono da raccordo tra Stato e regioni, sono le conferenze fra Stato,

regioni ed enti locali che sono state create e disciplinate negli ultimi anni. È un organo consultivo

composto dai presidenti delle giunte delle regioni e delle province autonome, presieduto dal

presidente del Consiglio dei Ministri o da un ministro da lui delegato, titolare dei poteri di

convocazione e determinazione dell'ordine del giorno.

Le trasformazioni dell’amministrazione locale

Il testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali (decreto legislativo 267/2000) definisce

come enti locali i comuni, le province, le città metropolitane, le comunità montane, le comunità

isolane, le unioni di comuni, alcuni consorzi fra gli enti locali. Il limite minimo di popolazione per la

costituzione di nuovi comuni è stato innalzato a 10.000 abitanti. La città metropolitana costituisce un

tipo particolare di provincia, dotata di alcuni poteri maggiori rispetto alle province.

L’organizzazione politica e amministrativa degli enti locali

Il consiglio comunale o provinciale (che resta in carica cinque anni) è un organo di indirizzo e di

controllo politico amministrativo, ed è titolare esclusivo di un'ampia, ma pur sempre limitata, serie di

atti fondamentali indicati dalla legge; la giunta compie gli atti di amministrazione che non siano di

competenza di funzionari e che non siano riservati dalla legge al consiglio e che non ricadono nelle

competenze, previste dalla legge dallo statuto, del sindaco e del presidente della provincia o degli

organi di decentramento. Dal 1993 sindaco e presidente sono eletti direttamente dal corpo elettorale,

cui spettano la nomina, la designazione e la revoca dei rappresentanti del comune e della provincia

presso enti, aziende e istituzioni. Il sindaco o il presidente possono nominare gli assessori

scegliendoli anche fra cittadini estranei ai consigli ma eleggibili. Il difensore civico svolge un ruolo

di garante dell'imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione comunale o

provinciale, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze e i ritardi

dell'amministrazione nei confronti dei cittadini; è una figura facoltativa.

Le funzioni degli enti locali ed il loro finanziamento

Secondo l'articolo 13 del decreto legislativo 267/2000 "spettano al comune tutte le funzioni

amministrative che riguardano la popolazione e il territorio comunale, in particolare nei settori

organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell'assetto e utilizzazione del territorio e dello

sviluppo economico, salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri soggetti dalla legge statale

o regionale, secondo le rispettive competenze". L'articolo 19 dello stesso decreto stabilisce, per

quanto riguarda le funzioni delle province, che bisogna attendere le leggi statali e regionali che

identificano concretamente le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste

zone intercomunali o l'intero territorio provinciale. Per quanto riguarda l'aspetto finanziario, agli enti

locali spetterebbero le tasse, i diritti, le tariffe e i corrispettivi sui servizi di propria competenza; il

finanziamento delle spese di investimento degli enti locali passerebbe ed un fondo ordinario in fondo

speciale, finalizzato ad aree particolari.

CAPITOLO XII: La Corte Costituzionale. (pag. 371 - 399)

Le origini della giustizia costituzionale 40

Solo nei regimi a Costituzione rigida le norme costituzionali sono poste al vertice della scala

gerarchica sulla quale si collocano le diverse fonti di cui si compone il sistema normativo, sì che solo

in essi si pone il problema di prevedere appositi meccanismi di reazione di fronte a possibili

violazioni di tale regola gerarchica o a possibili violazioni delle regole costituzionali che disciplinano

i rapporti tra i diversi poteri dello Stato. È con una famosa sentenza del 1803 del giudice Marshall

che al riconoscimento della superiorità delle norme costituzionali rispetto ad ogni altra fonte

normativa sub-costituzionale, e in particolare rispetto alla legge, si accompagna l'affermazione

dell'esigenza che tale superiorità venga garantita non solo sul piano politico, ma anche su quello

giuridico. Con riferimento alla decisione delle questioni relative alla legittimità costituzionale delle

leggi, opera il principio dello "stare decisis", ossia del valore vincolante del precedente giudiziario,

un principio che ha in grado di vincolatezza direttamente proporzionale al livello cui appartiene il

giudice che ha avuto una decisione. Questo sistema di giustizia costituzionale, che vede chiamati in

causa tutti i giudici è chiamato sistema diffuso, in contrapposizione al sistema che con un secolo di

ritardo, comincerà ad essere sperimentato in Europa e che è detto sistema accentrato, giacché affida

non ai singoli giudici bensì a un organo appositamente creato a questo fine, il compito di assicurare

la conformità delle leggi alla Costituzione. Questo secondo sistema fu previsto dalla Costituzione

austriaca del 1920. Il ritardo con cui i primi sistemi di giustizia istituzionale hanno fatto il loro

ingresso negli ordinamenti europei è dovuto ad un duplice ordine di ragioni; all'assenza di un vero

pluralismo politico, sociale e istituzionale o comunque di un pluralismo tale da porre l'esigenza di

immaginare una sede imparziale di soluzione giuridica dei conflitti che possono nascere dalla

dinamica interna del sistema. In secondo luogo, alla difficoltà, comune a tutti gli ordinamenti europei

a staccarsi dal principio della "sovranità" della legge, intesa quale atto sovrano per eccellenza. Solo

dopo il secondo conflitto mondiale, la giustizia costituzionale (insieme al principio di rigidità della

Costituzione) è divenuto, in Europa un principio generalmente accolto.

Il modello di giustizia costituzionale voluto dai Costituenti

Quando in Assemblea costituente matura la scelta a favore di una Costituzione rigida i due modelli,

cui i Costituenti possono fare riferimento, sono: quello "diffuso", proprio della tradizione americana,

e quello "accentrato" proprio dell'esperienza austriaca. Il risultato finale del dibattito fu l'introduzione

di un modello di giustizia costituzionale che tenta una fusione tra elementi appartenenti ad entrambi

quei modelli di riferimento. Del modello accentrato il Costituente accolse il principio di affidare ad

un apposito organo costituzionale, con tutte le garanzie di autonomia e di indipendenza proprie di

organi di questo tipo, il compito di garantire il rispetto della rigidità della Costituzione; del modello

diffuso accolse il principio dell'estensione del sindacato della Corte costituzionale anche ai profili di

legittimità sostanziale della legge e del coinvolgimento nel processo di costituzionalità dei giudici

comuni. I motivi che determinarono questa scelta furono motivi di natura tecnico- giuridica e di

natura politica. Quanto ai primi, giocarono un ruolo importante non solo le esigenze legate alla

struttura regionale dello Stato ma anche l'inesistenza nel nostro ordinamento di un principio analogo

a quello dello "stare decisis". Quanto ai motivi di natura politica, vanno ricercati in un atteggiamento

di diffidenza nei confronti del corpo dei magistrati. Quella che viene disegnata dal Costituente è

un'alta magistratura, che riflette nella sua composizione la natura peculiare dell'attività che essa è

chiamata ad esercitare (giurisdizionale e politica) e alla quale possono rivolgersi tanto organi dello

Stato o delle Regioni quanto i singoli cittadini, attraverso l'intermediazione del giudice.

Struttura e funzionamento della corte

L'art. 135 Cost. fissa a 15 il numero dei membri della giustizia costituzionale, attribuendo la nomina

di 5 giudici rispettivamente al Parlamento, al Presidente della Repubblica e alle supreme

magistrature ordinarie e amministrative (Corte di Cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei Conti).

Le nomine parlamentari avvengono a Camere riunite, all'istituzione della Corte è invalsa una regola

convenzionale ovvero quella di riservare la designazione di questi 5 giudici ai partiti che siedono in

Parlamento, secondo i rapporti di forza che le rispettive rappresentanze esprimono. Una regola

analoga ha guidato anche l'esercizio del potere di nomina assegnato al Capo dello Stato. L'indubbia

politicità delle nomine di origine parlamentare e presidenziale è bilanciata dalla durata in carica

particolarmente lunga (9 anni), dalla non rieleggibilità e dalla previsione di precisi requisiti di

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professionalità. Oltre a questi requisiti positivi, sono previste numerose cause di incompatibilità,

alcune dettate direttamente dalla Costituzione, altre previste dalla legge quali il divieto di ricoprire

ogni altro impiego pubblico o privato, il divieto di svolgere qualunque forma di attività

professionale, il divieto di svolgere funzioni di sindaco. La Costituzione non si occupa direttamente

di disciplinare le modalità che devono essere seguite per la nomina dei giudici costituzionali da parte

delle supreme magistrature. Tale disciplina prevede che tre dei cinque giudici vengano nominati

dalla Corte di Cassazione, uno dal Consiglio di Stato e uno dalla Corte dei Conti. Per essere eletti è

richiesta, al primo scrutinio, la maggioranza assoluta; ove questa non venga raggiunta si procede al

ballottaggio tra i candidati che abbiano riportato il maggior numero dei voti. In caso di parità risulta

eletto il più anziano. Il ruolo di Presidente della Corte è svolto da uno dei suoi membri eletto a

maggioranza di componenti. Il Presidente dura in carica 3 anni ed è rieleggibile, entro i limiti del suo

mandato novennale. Al Presidente sono conferiti numerosi e rilevanti poteri non sono in ordine allo

svolgimento della discussione del collegio ma anche in ordine alla definizione del calendario delle

cause da decidere. Non appena eletti i giudici della corte costituzionale sono tenuti a prestare

giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione davanti al Presidente della

Repubblica. Come ogni altro organo costituzionale, la corte e i suoi membri godono di particolari

guarentigie volte a garantirne l'autonomia e l'indipendenza. Per ciò che attiene alle garanzie esse

consistono: nel potere di procedere alla verifica dei poteri dei propri membri, ossia alla verifica del

processo dei requisiti richiesti per rivestire la carica di giudice costituzionale; nel potere di decidere

ogni questione relativa ad eventuali cause di incompatibilità; nel potere di decidere la rimozione

della carica dei propri membri; nell'autonomia finanziaria; nell'autonomia amministrativa, che

consente alla Corte non solo di determinare il proprio fabbisogno di personale di supporto, ma anche

di decidere ogni questione con essa a questi rapporti di impiego; nell'autonomia regolamentare,

attraverso la quale la corte può dettare una disciplina integrativa della propria organizzazione; nel

potere di polizia interna assegnata al Presidente della Corte. Per quanto attiene alle garanzie

assicurate ai giudici costituzionali esse consistono: nella inamovibilità di impedimento per incapacità

sopravvenuta o gravi mancanze nell'adempimento delle proprie funzioni; nella insindacabilità e non

perseguibilità per le opinioni e i voti espressi nell'esercizio delle loro funzioni; nella non

sottoponibilità a limitazione delle libertà personali, salva l'autorizzazione della stessa Corte;

nell'assegnazione di una retribuzione che la legge determina in misura non inferiore a quella del più

alto magistrato della giurisdizione ordinaria. I principi generali su cui si basa il suo funzionamento

sono quello della pubblicità e quello della collegialità. Le sedute della Corte sono pubbliche;

sentenze e ordinanze sono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Il principio di collegialità stabilisce

che la corte opera alla presenza di almeno 11 giudici e che le decisioni siano prese in camera di

consiglio, alla presenza di tutti i giudici che hanno partecipato alle varie fasi di trattazione della

causa, a maggioranza assoluta dei votanti.

Il controllo di legittimità costituzionale: l’oggetto

La prima funzione della Corte Costituzionale è quella di esercitare il controllo sulla legittimità

costituzionale delle leggi, a garanzia della rigidità della Costituzione. Oggetto di tale controllo non

sono le sole leggi approvate dal Parlamento ma anche gli atti aventi forza di legge dello Stato e delle

Regioni. Non sono stati ricompresi nella categoria degli atti sottoponibili a giudizio della corte i

regolamenti, nella convinzione che essendo fonti secondarie subordinati alla legge, non potessero

direttamente apportare alcuna violazione alla Costituzione. Non rientrano tra gli atti sottoponibili del

giudizio della corte neppure i regolamenti parlamentari, pur fonti primarie, in contrasto con parte

della dottrina e analoga regola è da ritenersi operante anche per i regolamenti degli altri organi

costituzionali. Vi rientrano sia le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, sia gli atti

normativi comunitari, anche se non direttamente, bensì per il tramite della legge di esecuzione dei

Trattati istitutivi delle comunità. Sempre in ordine all'oggetto del giudizio della Corte, resta da

chiarire il problema se esso debba svolgersi solo sulle disposizioni legislative che le vengono

sottoposte ovvero anche sulle norme e se ne possono desumere. La legge 87/1953 quando disciplina

il modo di porre le questioni di legittimità costituzionale alla Corte, nonché il modo in cui

quest'ultima deve deciderle, allude solo alle disposizioni: così il giudice che propone la questione

42

deve indicare il testo delle specifiche disposizioni impugnate; così la Corte in sede di decisione deve

indicare quali siano le disposizioni che essa ritiene illegittime.

I vizi sindacabili e le norme parametro

Il controllo di legittimità costituzionale delle leggi è un controllo formale: la Corte può sindacare il

rispetto o meno delle regole che disciplinano il procedimento che porta all'approvazione e all'entrata

in vigore di una legge o di un atto avente forza di legge. Il controllo della Corte può essere anche

sostanziale, può cioè investire, oltre ai profili formali della legge impugnata, quelli relativi al suo

contenuto, al fine di vagliarne la conformità o meno rispetto alla Costituzione. Sotto il profilo

sostanziale, i vizi della legge sindacabili dalla corte sono di tre ordini: violazione della Costituzione:

ogni vizio di legittimità costituzionale di una legge si traduce in una violazione della Costituzione,

ma qui il termine è usato in un significato più puntuale e sta ad indicare il contrasto tra una legge ed

una specifica norma costituzionale; incompetenza: è il vizio che riguarda gli atti legislativi adottati da

soggetti diversi da quelli cui, per Costituzione, sarebbe aspettato adottarli; eccesso di potere

legislativo: si tratta di un vizio, la cui definizione si deve alla giurisprudenza della Corte

costituzionale. Il parametro del controllo di costituzionalità della legge rimane sempre un parametro

costituzionale, sia esso rappresentato da norme espressamente previste dalla Costituzione ovvero da

principi desumibili anche implicitamente dal dettato costituzionale.

L'accesso alla corte in via incidentale

La Costituzione non detta a una disciplina circa i modi di accesso alla Corte Costituzionale. È alla

legge cost. 1/1984 che è necessario fare riferimento per conoscere le regole procedimentali che

consentono di sottoporre una legge, o un atto avente forza di legge, al sindacato di legittimità

dell'organo di giustizia costituzionale. Tali regole danno vita a due distinti procedimenti: un

procedimento in via incidentale e un procedimento in via principale. Il procedimento in via

incidentale nasce da un'iniziativa di un giudice comune la quale si lega strettamente alla soluzione di

un caso concreto che quel giudice si trovi a dover decidere. Uno degli aspetti procedurali sui quali la

corte ha dovuto intervenire con numerose pronunce ha riguardato l'esatta definizione della nozione di

giudice "a quo", del soggetto cioè abilitato a promuovere una questione di legittimità costituzionale.

Nel corso del giudizio può avvenire che il giudice si convinca che una certa disposizione legislativa,

che dovrebbe applicare per quel processo, sia di dubbia legittimità costituzionale. Convinzione alla

quale il giudice può intervenire per iniziativa propria o perché indotto da un'istanza di una delle parti

in causa, ovvero dal pubblico ministero. In questo caso, il giudice sospende il processo creando così

un incidente nel corso del medesimo (procedimento in via incidentale) e solleva la questione di

legittimità costituzionale di quella disposizione legislativa davanti alla corte, l'unica abilitata a

deciderla. L'atto che sospende il processo in corso e apre quello che si svolge davanti all'organo di

giustizia costituzionale è un'ordinanza motivata di rinvio, la quale deve contenere: l'indicazione della

disposizione legislativa della cui legittimità costituzionale si dubita; l'indicazione delle disposizioni

costituzionali che si ritengono violate; i motivi che hanno indotto il giudice a ritenere la questione di

legittimità costituzionale sottoposta alla corte rilevante ai fini della decisione del processo che pende

davanti a lui (giudizio di rilevanza); i motivi che hanno indotto il giudice a ritenere che la questione

di legittimità costituzionale non sia manifestamente infondata. Le ordinanze di rinvio alla Corte

costituzionale sono soggette ad un regime di pubblicità: sono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale al

duplice scopo di consentire a chiunque di conoscere i profili di dubbia costituzionalità e di consentire

ad altri giudici che si trovino nella stessa situazione di espandere la loro decisione.

L’accesso in via principale (o diretta)

L'unica ipotesi in cui è consentito un accesso diretto alla Corte per un giudizio sulla legittimità

costituzionale o meno di una legge, attiene ai rapporti tra legge statale e legge regionale: qualora lo

Stato o una Regione ritengano, una legge regionale o una legge statale in contrasto con la

Costituzione o in contrasto con i criteri costituzionali fissati per il riparto della competenza

legislativa tra Stato e Regioni essi possono direttamente sollevare la relativa questione davanti alla

Corte. In seguito all'approvazione delle leggi costituzionali 1/1999 e 2/2001, l'impugnazione da parte

dello Stato può riguardare la legge di approvazione degli statuti delle Regioni ad autonomia ordinaria

o la legge delle Regioni ad autonomia speciale: tali leggi possono essere impugnate dal Governo

43

davanti alla Corte, entro 30 giorni dalla loro pubblicazione notiziale. I motivi che possono

determinare l'impugnazione delle leggi regionali davanti alla corte da parte del governo sono legati al

mancato rispetto da parte del legislatore regionale dei limiti che la Costituzione pone alla potestà

legislativa delle Regioni. Oltre che da parte dello Stato una legge regionale può essere impugnata

anche da parte di un altra Regione. Sul versante regionale, legittimato a promuovere l'impugnazione

di una legge dello Stato è il Presidente della Regione, sulla base di un'apposita deliberazione adottata

dalla Giunta entro 30 giorni dalla pubblicazione della legge.

L'esame della questione da parte della Corte

Una volta scaduto il termine di venti giorni dalla pubblicazione dell'ordinanza di rinvio sulla

Gazzetta Ufficiale per la costituzione delle parti ha inizio il processo di costituzionalità davanti alla

Corte. Sempre con ordinanza, la Corte rinvia gli atti al giudice "a quo", nel caso in cui ritenga la

questione di legittimità costituzionale manifestamente infondata (ordinanza di manifesta

infondatezza). In genere, tutte le decisioni di carattere processuale della Corte rivestono la forma

dell'ordinanza non, là dove assumono la forma della sentenza le decisioni che investono il merito

della questione di legittimità costituzionale sollevata.

Le modalità di conclusione del processo costituzionale

a) La conclusione del processo in via incidentale

Le sentenze si compongono di tre parti: nella prima ("in fatto") vengono riassunti i termini della

questione così come proposti nell'ordinanza di rinvio, ed esposte le posizioni espresse dalle parti che

si sono costituite; nella seconda ("in diritto") la Corte prende posizione sia in ordine alla rilevanza

della questione proposta, sia in ordine della sua fondatezza o meno; nella terza ("dispositivo") la

Corte sintetizza il contenuto della sua decisione. Sia le sentenze, che le ordinanze sono depositate

presso la cancelleria della stessa Corte. Le sentenze di accoglimento producono l'annullamento della

norme di legge dichiarate incostituzionali. Un altro limite alla retroattività delle sentenze di

accoglimento è divenuto affermandosi in quella giurisprudenza della Corte nella quale essa ha deciso

di disporre in ordine agli effetti temporali delle sue pronunce, stabilendo il momento da cui essi

dovessero prodursi (sentenze di incostituzionalità sopravvenuta). Con le sentenze di rigetto precario

ovvero di costituzionalità provvisoria, la Corte accerta l'incostituzionalità della legge ma rinvia ad un

momento successivo la declatoria di incostituzionalità della medesima. A differenza di effetti delle

sentenze di accoglimento, quelli delle sentenze di rigetto si riverberano nei confronti del processo "a

quo": il giudice di quel processo dovrà adottare la sua decisione applicando le norme di legge in

relazione alle quali la Corte ha dichiarato infondati i dubbi di legittimità costituzionale avanzati

nell'ordinanza di rinvio. Sentenze di accoglimento e sentenze di rigetto non esauriscono la tipologia

delle decisioni della Corte costituzionale. Un primo arricchimento degli strumenti decisori della

Corte si è avuto con l'introduzione delle sentenze interpretative. Se la corte giudica incostituzionale

la norma desunta in via di interpretazione dalla disposizione impugnata (sentenza interpretativa di

accoglimento), la disposizione rimarrà nell'ordinamento senza che si determini alcuna lacuna, ma

essa non potrà trovare applicazione nell'interpretazione sulla base della quale la Corte ne ha

dichiarata l'incostituzionalità. Un secondo tipo di sentenze è rappresentato dalle sentenze additive, da

quelle ablative e da quelle sostitutive. Si tratta in tutti e tre i casi di sentenze di accoglimento. Il

ricorso a questo secondo tipo di sentenze è stato soggetto a critiche soprattutto per i problemi che

esso pone in relazione alla definizione dei rapporti tra Corte costituzionale e legislatore. Per superare

le critiche la corte ha messo a punto una nuova tecnica decisoria rappresentata dalle sentenze

additive- di principio: il giudice costituzionale si astiene dal formulare la norma "mancante" ma si

limita ad enunciare i principi, applicando i quali tale lacuna va colmata o ad opera del giudice

comune o ad opera del legislatore.

b) La conclusione del processo in via principale

Nel caso in cui la Corte adotti una sentenza di accoglimento, l'effetto sarà quello di determinare

l'annullamento della legge statale impugnata ovvero quello di impedire la promulgazione della

delibera legislativa regionale o provinciale. Nei casi in cui la Corte adotti una sentenza di rigetto,

l'effetto sarà quello di consentire l'ulteriore applicazione della legge statale impugnata ovvero la

promulgazione, e la successiva entrata in vigore della legge regionale o provinciale. 44

Il giudizio sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato

La seconda funzione che l'art. 134 Cost. attribuisce alla Corte costituzionale, attiene alla risoluzione

dei conflitti di attribuzione che possono verificarsi tra i poteri dello Stato, tra Stato e Regioni, e tra

Regione e Regione. L'art. 37 della legge 87/1953 pone due principi fondamentali: essi possono

sorgere solo tra gli "organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà dei poteri cui

appartengono" ed hanno ad oggetto "la delimitazione della sfera di attribuzione determinata per i vari

poteri da norme costituzionali". Innanzitutto, quello dell'esatta individuazione dei soggetti legittimati

a sollevare il conflitto davanti alla Corte. L'art. 134 Cost. e l'art 37 della legge 87/1953 escludono che

il conflitto sollevabile davanti alla Corte possa essere quello che nasce tra organi appartenenti allo

stesso potere. Un ulteriore ordine di problemi ha riguardato la definizione dei comportamenti

suscettibili di dare origine al conflitto. Anche a questo problema si è data una soluzione non

restrittiva. La corte, prima di esaminare il ricorso con il quale il conflitto è sollevato decidere con

ordinanza circa l'ammissibilità del medesimo. Solo successivamente alla dichiarazione di

ammissibilità del ricorso, la Corte procede a notificarlo ai soggetti controinteressati. La sentenza che

risolve il conflitto ha un duplice effetto: determina a quale dei poteri confliggenti spettino le

attribuzioni in contestazione; in secondo luogo, può determinare l'annullamento dell'atto adottato in

violazione dei criteri costituzionali di riparto delle competenze, così come interpretati, in relazione

alla specifica fattispecie, della stessa Corte. Nel caso di conflitti aventi ad oggetto comportamenti

omissivi, la pronuncia della Corte comporterà l'accertamento della illegittimità del comportamento

contestato, con la conseguenza di imporre una diversa linea di azione all'organo interessato.

Il giudizio sui conflitti tra Stato e Regione e tra Regioni

L'interpretazione estensiva accolta dalla Corte in ordine alla definizione della nozione di conflitto ha

interessato anche la sfera dei conflitti tra enti. Analogamente a quanto avviene per i conflitti tra

poteri dello Stato, la pronuncia della Corte vale a sciogliere i dubbi circa l'appartenenza allo Stato o

alla Regione della competenza contestata e a determinare l'annullamento dell'atto illegittimamente

adottato o il mutamento del comportamento omissivo illegittimo. Una particolarità di questo

procedimento è rappresentata dalla possibilità per la parte interessata di chiedere alla corte la

sospensione dell'efficacia dell'atto impugnato, in attesa che questa si pronunci sul merito del

conflitto.

Il giudizio sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica

Terza funzione attribuita alla Corte è quella di giudicare sulle accuse promosse dal Parlamento nei

confronti del Presidente della Repubblica per i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Quanto al procedimento che si svolge davanti alla corte nella composizione integrata dai 16 giudici

aggregati, una volta esaurita la fase preliminare delle indagini e la fase dibattimentale diretta alla

contestazione delle accuse, si conclude con una decisione presa in camera di consiglio, alla presenza

dei giudici che hanno partecipato a tutte le udienze. La sentenza che conclude il giudizio d'accusa,

anch'essa soggetta alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, è irrevocabile; tuttavia può essere

sottoposta a revisione da parte della stessa Corte nell'ipotesi in cui emergano fatti o elementi nuovi.

La revisione può essere chiesta dal comitato parlamentare per le accuse.

Il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo

L' attribuzione alla Corte costituzionale della funzione relativa al giudizio sull'ammissibilità delle

richieste di referendum abrogativo non deriva da un'espressa previsione costituzionale. Si tratta

dell'unica ipotesi in cui la corte decide in assenza di parti. La Corte decide in camera di consiglio e la

sua sentenza ha effetti limitati al caso deciso e non pregiudica, nell'ipotesi di giudizio negativo, la

riproposizione di una richiesta referendaria avente lo stesso oggetto.

CAPITOLO XIII: Il potere giudiziario. (pag. 401 - 423)

Il dibattito in Assemblea Costituente

L'impostazione accolta dai Costituenti nell'affrontare i problemi connessi alla disciplina del potere

giudiziario è più ispirata al recupero del sistema precedente all'avvento del regime fascista. Quanto

alla struttura l'elemento di maggior continuità è rappresentato dal mantenimento del doppio binario

di giurisdizione, che deve convivere insieme giustizia ordinaria e giustizia amministrativa, l'elemento

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di maggiore novità è rappresentato dalla introduzione del sistema di giustizia costituzionale. Con

l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana il sistema giudiziario italiano ha visto confermata

ed accresciuta la sua caratteristica di sistema fortemente articolato: ai giudici ordinari (civili e

penali), si affiancano i giudici amministrativi (i Tribunali amministrativi regionali, il Consiglio di

Stato), i giudici in materia contabile (la Corte dei Conti) e tributaria (le Commissioni tributarie) e i

giudici militari. La Costituzione prevede due principi di grande rilievo: quello per cui "nessuno può

essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge" e quello per cui " non possono essere

istituiti giudici straordinari o giudici speciali". Con il primo principio si garantisce la previa

costituzione del giudice competente a decidere la controversia; con il secondo si vieta la costituzione

di organi giudicanti "ex post". Altro principio costituzionale che attiene all'organizzazione del potere

giudiziario è quello sancito dall'art. 106, il quale affida alla legge il compito di disciplinare "i casi

delle forme della partecipazione diretta del popolo all'amministrazione della giustizia". Le novità di

significative della disciplina costituzionale si registrano sul versante dei rapporti tra giudici e altri

poteri dello Stato (sul versante della loro indipendenza esterna), nonché sul versante dei rapporti tra i

singoli magistrati e la struttura organizzativa nell'ambito della quale essi esercitano le loro funzioni

(sul versante della loro indipendenza interna). Sotto il profilo dell'indipendenza esterna la

Costituzione repubblicana prevede l'istituzione di un organo "ad hoc", il Consiglio Superiore della

Magistratura al quale sono state conferite una serie di funzioni di natura amministrativa e di natura

giurisdizionale. Sotto il profilo dell'indipendenza interna la Costituzione stabilisce due principi

tendenti a rafforzare le garanzie predisposte a favore del singolo magistrato. Il primo della

inamovibilità inteso quale il divieto di procedere alla dispensa, alla sospensione dal servizio o alla

destinazione ad altra sede se non in seguito ad una decisione del Consiglio Superiore della

Magistratura. Il secondo, quello del divieto di operare distinzioni fra i magistrati se non in ragione

della diversità di funzioni ad essi assegnate.

La struttura dell’ordinamento giudiziario

Una delle caratteristiche del nostro ordinamento giudiziario è rappresentata dalla sua accentuata

complessità. Limitando l'osservazione agli aspetti che costituiscono la struttura portante di tale

ordinamento, esaminiamo i quattro diversi profili: quello dell'articolazione strutturale, quello delle

regole che disciplinano lo status giuridico dei suoi membri, quello delle regole che ne assicurano

l'indipendenza esterna, quello delle regole che disciplinano l'esercizio delle loro funzioni.

I giudici ordinari (organi giudicanti e organi requirenti)

Il riparto di competenza tra i vari giudici è operato direttamente dalla legge. In relazione alle

funzioni, il giudici ordinari entrano a far parte degli organi giudicanti o degli organi requirenti.

Quali organi giudicanti di primo grado in materia civile sono previsti il Giudice di pace e il

Tribunale. Le decisioni del Giudice di pace sono impugnabili davanti al Tribunale e quelle adottate

dal Tribunale il primo grado sono appellabili davanti alla Corte d'appello. Il Giudice di pace è un

giudice onorario, opera come giudice di primo grado con una limitata competenza sia civile che

penale. Sempre fra i giudici ordinari va annoverato il Tribunale regionale delle acque pubbliche, il

quale giudica in materia di controversie relative all'uso delle acque soggette a regime pubblicistico,

ed opera come sezione specializzata della Corte d'appello. Contro le sue decisioni è possibile

proporre appello al Tribunale superiore delle acque pubbliche. In materia penale, sono giudici di

primo grado il giudice di pace e il Tribunale, il Tribunale dei minorenni e la Corte d'Assise. Come

giudici penali di secondo grado operano la Corte d'Appello e la Corte d'Assise d'Appello. Fra i

giudici in materia penale va annoverato il Tribunale della libertà. Si affiancano agli organi giudicanti

gli organi requirenti, cioè quegli organi cui non spetta la decisione della controversia, bensì

l'esercizio di funzioni proprie del pubblico ministero (PM) che sono preparatorie o di stimolo rispetto

a tale decisione. Essi sono rappresentati dalle Procure della Repubblica, dalle Procure generali,

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dalla Procura Generale presso la Corte di Cassazione. Oltre all'obbligo di esercitare l'azione penale

il PM ha alcune competenze anche in campo civile ed amministrativo.

I giudici amministrativi

Anche sul versante della giustizia amministrativa ha trovato applicazione il principio del doppio

grado di giurisdizione. A seguito dell'istituzione il Consiglio di Stato, prima giudice unico, è

divenuto giudice di secondo grado. Sia i TAR che il Consiglio di Stato sono giudici collegiali: i TAR

si compongono di un Presidente e da almeno cinque magistrati; il Consiglio di Stato opera attraverso

le tre sezioni giurisdizionali e l'adunanza plenaria. I TAR e il Consiglio di Stato esercitano

giurisdizione generale di legittimità.

I giudici in materia contabile

La Corte dei conti ha una struttura particolarmente complessa. La Costituzione, all'art. 103.2,

stabilisce che "la Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre

specificate dalla legge". La Corte è giudice esclusivo sia dei diritti che degli interessi legittimi. Del

tutto tipici sono i giudizi in materia di responsabilità amministrativa e contabile: soggetti a questi

giudizi sono gli amministratori, gli impiegati e i contabili dello Stato, delle Regioni, degli enti locali,

degli enti pubblici. La responsabilità contabile riguarda i tesorieri e gli agenti contabili che sono

tenuti ad un rendiconto periodico delle erogazioni di denaro pubblico da loro maneggiato. Quanto ai

giudizi di responsabilità vengono promossi dai Procuratori regionali e si svolgono in contraddittorio.

I giudizi in materia di pensioni (ordinarie e militari) vengono promossi dalle parti interessate.

I giudici in materia tributaria

Con i DD.Lgs 545 e 546/1992 si è proceduto ad una riforma sia dell'ordinamento degli organi

speciali di giurisdizione tributaria, sia delle regole procedurali cui si informa il processo che davanti

ai medesimi si svolge. Le Commissioni tributarie si distinguono in Commissioni provinciali (aventi

sede nel capoluogo di ogni provincia) e Commissioni regionali (istituite in ogni capoluogo di

Regione). Contro le decisioni dalle Commissioni provinciali è ammesso appello alle Commissioni

regionali. Avverso le sentenze delle Commissioni regionali può essere proposto ricorso per

Cassazione. Anche per i giudici che operano in materia tributaria è prevista l'istituzione di un

Consiglio di presidenza della giustizia tributaria che ne tutela l'autonomia e l'indipendenza.

I giudici militari

L'art. 103.3 Cost., ha confermato la competenza dei tribunali militari a giudicare dei reati compiuti

da appartenenti alle Forze armate non solo per il periodo di guerra ma anche in tempo di pace. Alla

costituzionalizzazione di questa giurisdizione speciale si è accompagnata la mancata riforma della

disciplina dell'ordinamento giudiziario militare e comprendente tanto la disciplina dell'ordinamento

militare di pace, quanto quella dell'ordinamento militare di guerra. Solo con l'approvazione della

legge 180/1981 si è proceduto ad adeguare ai nuovi principi costituzionali la disciplina di questo

settore del nostro ordinamento giudiziario. Si è così prevista l'istituzione, accanto ai Tribunali

militari, di un giudice di secondo grado (la Corte militare d'appello). Si è prevista la possibilità di

ricorrere in Cassazione contro i provvedimenti dei giudici militari e si è istituito l'ufficio del Pubblico

Ministero militare, ricoperto da magistrati militari.

La Corte di Cassazione

A chiusura del sistema giudiziario, opera la Corte di cassazione. Essa è articolata in Sezioni (civili,

penali, del lavoro) e giudica sui ricorsi contro le sentenze adottate in sede di appello dagli organi

giurisdizionali ordinari, nonché in tema di conflitti di competenza, di giurisdizione e di attribuzione.

Il ricorso può riguardare solo le eventuali violazioni di legge compiute dagli organi giudicanti. In

ordine ai ricorsi contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti, la competenza

della Corte di cassazione può investire le sole questioni di giurisdizione. La posizione di organo di

chiusura del sistema giudiziario, occupata dalla Corte di cassazione si lega alla generale funzione

"nomofilattica" che ad essa spetta esercitare: la funzione cioè di assicurare l'uniformità

dell'interpretazione delle norme di legge da parte dei giudici. L'immediato ricorso in Cassazione è

sempre ammesso per motivi di legittimità, "contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà

personale, pronunciati per gli organi giurisdizionali ordinari o speciali". Ad integrazione dell'istituto

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del ricorso in Cassazione, contro i provvedimenti attinenti alla libertà personale è stato istituito il

Tribunale della libertà chiamato a riesaminare i provvedimenti limitativi della libertà che si

traducono in misure detentive. Il Tribunale della libertà deve decidere i relativi ricorsi nei tre giorni

successivi con ordinanza presa in Camera di consiglio, confermando o revocando il provvedimento.

Mezzi alternativi per la soluzione delle controversie: l’arbitrato

Oltre che dagli organi giurisdizionali le controversie giuridiche che attengono a diritti disponibili

possono essere decise anche da altri organi, i arbitri (o giudici privati). Sulla base del principio

dell'autonomia privata questi possono decidere di affidare ad un soggetto terzo, non appartenente

all'ordine giudiziario, la risoluzione delle eventuali controversie. Esistono due forme diverse di

arbitrato: l'arbitrato rituale e l'arbitrato irrituale. Il primo, disciplinato dall'art. 806 riconosce alla

decisione dell'arbitro gli stessi effetti della sentenza del giudice. Nel secondo la decisione dell'arbitro

ha valore immediatamente vincolante ed è soggetta ai controlli propri dei contratti. Per ciò che

attiene all'arbitrato rituale, spetta alle parti decidere il numero (sempre dispari) degli arbitri (il

collegio non può essere comunque inferiori a tre) e procedere alla loro nomina. Sempre le parti

possono indicare agli arbitri le regole che essi debbono seguire per arrivare alla decisione. Il lodo,

ossia la decisione degli arbitri deve intervenire in ogni caso entro 180 giorni; termine quest'ultimo

che gli arbitri o le parti possono decidere di prorogare, ma solo per una volta.

Lo “status” giuridico dei magistrati: l’accesso alla magistratura

Principio generale che regola l'accesso alla magistratura è quello del concorso pubblico. L'art. 106

Cost. Prevede due possibili eccezioni: la prima attiene alla possibilità che il legislatore disponga

l'istituzione di magistrati onorari elettivi "per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli"; la seconda

attiene alla possibilità che vengano chiamati a ricoprire l'ufficio di consigliere di Cassazione, per

meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che possono vantare

almeno quindici anni di esercizio della professione e siano iscritti negli albi speciali. Rispetto al

reclutamento per concorso, risultano finora marginali le ipotesi di ingresso in magistratura in

applicazione di principi diversi: la nomina per meriti insigni all'ufficio di consigliere di Cassazione e

l'elezione di magistrati onorari. Il Giudice di pace è nominato con decreto del Presidente della

Repubblica su proposta del Consiglio giudiziario competente per territorio, integrato da cinque

rappresentanti designati dai Consigli dell'ordine degli avvocati e procuratori. La nomina a Giudice di

pace ha durata di quattro anni ed è rinnovabile allo stesso soggetto per una sola volta. Una presenza

di giudici-laici di nozze di giustizia ordinaria è quella prevista per la composizione del tribunale dei

minorenni di cui fanno parte anche due cittadini, nominati per tre anni dal CSM tra alcune specifiche

categorie di soggetti. Per la composizione delle Corti d'Assise di cui fanno parte alcuni giudici

popolari, estratti a sorte fra i cittadini dotati dei requisiti di buona condotta, di età non inferiore ai 30

anni e non superiore ai 65 e in possesso di titoli di studio determinati dalla legge.

La mobilità interna dei magistrati

Da un sistema articolato su una serie di passaggi selettivi, si è passati ad un sistema in cui l'elemento

nettamente predominante è l'automaticità del passaggio da una qualifica all'altra sulla base

dell'anzianità di servizio maturata. Problemi e inconvenienti, che hanno suscitato dibattiti e proposte

di riforma legislativa, ha provocato anche l'applicazione del principio di inamovibilità. Tali problemi

sono legati a tre ordini di fattori: all'introduzione della regola della irreversibilità delle funzioni; alla

regola che consente la permanenza, nell'esercizio delle stesse funzioni, e nella stessa sede, per l'intera

durata della carriera; alla mancata coincidenza tra organico nominale era organico reale.

Il Consiglio Supremo della Magistratura, quale organo di garanzia dell'indipendenza esterna dei

giudici ordinari: la composizione

La garanzia dell'indipendenza esterna dei giudice ordinali è affidata dalla Costituzione al Consiglio

Superiore della Magistratura. L'art. 104 Cost. prevede una composizione mista del CSM, con

membri elettivi e membri di diritto (il Presidente della Repubblica che presiede l'organo; il Primo

Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale presso la stessa Corte di cassazione).

La scelta a favore di una composizione mista fu dovuta all'intento del Costituente di evitare che

l'organo garante dell'autonomia ed indipendenza della magistratura corresse il rischio di trasformarsi

in una struttura chiusa a difesa di posizioni corporative. Si tratta di 33 membri: 10 nominati dal

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Parlamento in seduta comune, 20 eletti dai magistrati tra le varie categorie e i 3 membri di diritto. Il

Vicepresidente è chiamato a sostituire, in caso di assenza, il Capo dello Stato nell'esercizio delle sue

funzioni di presidente del CSM. I membri elettivi del CSM durano in carica 4 anni e non sono

immediatamente rieleggibili. Scaduti i quattro anni l'elezione del nuovo CSM deve avvenire entro 3

mesi dalla scadenza di quello precedente. Accanto al "plenum" del Consiglio operano una serie di

organi più ristretti (Commissioni) il cui numero e le cui attribuzioni sono determinate dal Presidente

dell'organo. Uno speciale rilievo assumono la Commissione speciale competente in materia di

conferimento di incarichi direttivi ai magistrati e la sezione disciplinare.

Le funzioni

Al CSM la legge attribuisce una serie articolata di funzioni inerenti la carriera e lo "status" dei

magistrati. Tali funzioni amministrative riguardano in particolare: le assunzioni, le assegnazioni e

ogni altro provvedimento sullo stato dei magistrati; la nomina e revoca dei magistrati onorari e dei

componenti estranei alla magistratura delle sezioni specializzate; le nomina a magistrato di

Cassazione per meriti insigni di professori e avvocati; concessione di sussidi ai magistrati che

esercitano funzioni giudiziarie e alle loro famiglie; le proposte dirette al Ministro dell Giustizia in

ordine alla modificazione delle circoscrizioni giudiziarie ed ogni altra questione relativa al

funzionamento dei servizi relativi alla giustizia; i pareri sui disegni di legge concernenti

l'ordinamento giudiziario e l'amministrazione della giustizia. Quanto al potere disciplinare attiene

alla comminazione di specifiche sanzioni nel caso in cui i magistrati tengano una condotta tale da

renderli immeritevoli della fiducia di cui devono godere, compromettono il prestigio dell'ordine

giudiziario, trasgrediscano all'obbligo di residenza. Distinta dalla responsabilità disciplinare è la

responsabilità civile dei magistrati, riguarda i casi in cui il giudice è chiamato a rispondere

personalmente del risarcimento del danno ingiustamente recato al cittadino.

La natura dell'organo

Il CSM possiede alcune delle caratteristiche tipiche di organi costituzionali (indipendenza,

rappresentatività, titolarità di funzioni di rilievo costituzionale, inerenti a uno dei "poteri" dello Stato,

necessarietà ed indefettibilità) ma risulta escluso da ogni forma di partecipazione all'esercizio della

funzione di indirizzo politico.

Le garanzie di indipendenza esterna dei giudici amministrativi, dei giudici contabili e dei giudici

militari

Principi analoghi a quelli che hanno ispirato l'istituzione del CSM sono stati adottati per il Consiglio

di presidenza della giustizia amministrativa, per ciò che attiene ai giudici amministrativi; per il

Consiglio di presidenza della Corte dei conti, per ciò che attiene ai giudici contabili; per il Consiglio

della magistratura militare per ciò che attiene ai giudici militari; per il Consiglio di presidenza della

giustizia tributaria. L'istituzione di questi organi ha solo parzialmente risolto il problema di

assicurare un'effettiva autonomia esterna ai giudici speciali.

Principi costituzionali in materia di esercizio della funzione giurisdizionale

Tra i principi costituzionali che più direttamente incidono sull'esercizio della funzione

giurisdizionale vanno menzionati quello che impone l'obbligo dell'esercizio dell'azione penale al

pubblico ministero; quello che dispone la dipendenza dall'autorità giudiziaria della polizia

giudiziaria; quello che sancisce l'obbligo di motivazione per tutti i provvedimenti giurisdizionali.

a) Ai sensi dell'art. 12 Cost. "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". Tale

disposizione risponde ad una duplice finalità: da un lato quella di eliminare ogni discrezionalità

nell'esercizio di una funzione così delicata, dall'altro quella di assicurare, un'effettiva eguaglianza di

trattamento.

b) Il principio della dipendenza della polizia giudiziaria dall'autorità giudiziaria muove dall'intento

di assicurare all'autorità inquirente uno strumento attraverso il quale condurre le indagini.

c) L' obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali risponde ad una duplice finalità: da un

lato consente al cittadino di basare sul contenuto della motivazione la sua eventuale difesa contro

l'atto a lui sfavorevole nei diversi gradi di giudizio; dall'altro consente a tutti i cittadini di conoscere,

di discutere e di criticare le ragioni che hanno ispirato una certa decisione giurisdizionale (si tratta di

funzione "extra-processuale" della motivazione). 49

Attività giurisdizionale e diritti dei cittadini

I principi costituzionali che toccano la posizione del cittadino nei confronti del giudice nell'esercizio

delle sue funzioni riguardano: l'affermazione del diritto alla difesa; l'affermazione dell'obbligo di

riparazione degli errori giudiziari; l'affermazione del diritto a non essere distolti dal proprio giudice

naturale precostituito per legge; l'affermazione del diritto a non essere puniti se non in forza di una

legge entrata in vigore prima della commissione del fatto; l'affermazione del carattere personale

della responsabilità penale; l'affermazione del diritto a non essere considerati colpevoli finché non

sia intervenuta una condanna definitiva.

a) L' affermazione del diritto alla difesa si collega all'art. 24.1 Cost., assicura a tutti il diritto di agire

in giudizio a tutela dei propri diritti e interessi legittimi. È compito del legislatore assicurare anche ai

non abbienti i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La Corte ha escluso che il

diritto alla difesa significhi, nel processo penale, oltre che diritto a farsi assistere da un difensore

anche il diritto all'autodifesa. La presenza del difensore secondo la Corte, sarebbe elemento

indispensabile ad assicurare l'esercizio del diritto in questione e il regolare e corretto esercizio della

funzione giurisdizionale. In seguito all'approvazione del nuovo codice di procedura penale il diritto

alla difesa ha ricevuto una soddisfacente applicazione, con l'approvazione della legge 217/1990 il

legislatore ha adempiuto all'obbligo di assicurare a tutti, anche ai non abbienti, un esercizio effettivo

di tale diritto. Al vecchio sistema del gratuito patrocinio si è sostituito quello dell'assunzione da

parte dello Stato delle spese di patrocinio per i soggetti che abbiano un reddito inferiore alla soglia

fissata dalla legge.

b) In dottrina e in giurisprudenza si era affermato un indirizzo interpretativo volto a considerare la

riparazione dell'errore giudiziario come diritto soggettivo e diretto ad ottenere un risarcimento tanto

del danno materiale, quanto del danno morale subito dalla vittima dell'errore.

c) Il principio del giudice naturale.

d) L' affermazione in base alla quale nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in

vigore prima del fatto addebitato sancisce il principio della irretroattività della legge penale, ciò

significa che l'azione repressiva dello Stato può essere legittimamente esercitata solo ove si sia

previamente proceduto a disciplinare i comportamenti che sono passibili di sanzione penale.

e) Sancendo il principio della personalità della responsabilità penale, il costituente ha inteso

impedire che il cittadino potesse essere chiamato a rispondere per un fatto altrui. Questo principio ha

comportato anche l'eliminazione o la trasformazione della disciplina di ipotesi di responsabilità

penale oggettiva.

f) D' importanza fondamentale è il principio costituzionale relativo alla presunzione di non

colpevolezza, fino a che non intervenga una sentenza di condanna definitiva. Esso si traduce in una

precisa direttiva rivolta al legislatore ordinario e in quella di regolamentare i procedimenti e gli

istituti processuali in modo tale da evitare che il soggetto coinvolto nella vicenda processuale abbia a

subirne gli effetti negativi anticipati rispetto al momento dell'accertamento di specifiche

responsabilità.

g) Il principio del giusto processo riassume tutti gli altri principi. In vista della piena realizzazione di

questo principio si è proceduto ad un'integrazione dell'art. 111 Cost., sono stati inseriti cinque nuovi

commi al fine di esplicitare in dettaglio il contenuto di detto principio. Il primo comma del nuovo

testo attiene: al rispetto del principio del contraddittorio tra le parti "in condizioni di parità, davanti al

giudice terzo ed imparziale"; alla garanzia di una "ragionevole durata" dei processi; alla garanzia, nel

processo penale, per la persona accusata di un reato del diritto ad essere informata, nel più breve

tempo possibile e in maniera riservata; al diritto ad avere il tempo e le condizioni necessarie ad

apprestare la propria difesa.

CAPITOLO XIV: I diritti di libertà (pag. 425 – 475)

Diritti di libertà e forma di Stato 50

La disciplina dei diritti di libertà costituisce uno degli aspetti caratterizzati della forma di Stato. È in

essa che si riassumono gli aspetti essenziali dei reciproci rapporti tra Stato e società civile.

All'evoluzione storica delle diverse forme di Stato si accompagna una parallela evoluzione della

disciplina delle libertà. Col tramonto del liberalismo di stampo ottocentesco e con l'avvento dello

Stato sociale, in seguito al crollo dei regimi autoritari, l'originaria tecnica di garanzia dei diritti di

libertà è rimasta sostanzialmente inalterata. I diritti di libertà trovano un'articolata disciplina

direttamente nella Carta costituzionale. Lo svolgimento dei principi che in essa si trovano affermati è

di norma riservato alla legge (riserva di legge), ad esclusione di ogni altra fonte. Una riserva è

assoluta nel senso che essa esclude del tutto l'intervento di altre fonti normative, in altri è relativa nel

senso che consente un tale intervento nel rispetto dei principi fissati dalla legge. L'applicazione alle

singole fattispecie concrete dei limiti così definiti è riservata al giudice (riserva di giurisdizione)

anche in questo caso ad esclusione di ogni altra pubblica autorità. L'introduzione del principio della

rigidità della Costituzione muta profondamente il significato dell'istituto della riserva di legge: da

strumento di esaltazione dell'autorità essa diventa strumento di applicazione di una disciplina

costituzionale articolata e dettagliata. Accanto alle tradizionali libertà individuali vi sono le libertà

collettive, cioè quelle libertà la cui titolarità spetta sì al singolo, ma acquistano significato solo

attraverso l'esercizio che facciano più soggetti.

La tutela internazionale dei diritti di libertà

La tendenza ad una maggiore attenzione del diritto internazionale nei confronti dei diritti di libertà,

ha comportato un arricchimento dei sistemi nazionali di tutela sotto un duplice profilo: da un lato ha

arricchito il catalogo di tali diritti attraverso la enucleazione di nuovi contenuti desumibili dalla

nozione tradizionale di alcune libertà; dall'altro ha consentito l'attivazione di un sistema di garanzie,

integrativo di quello predisposto dal diritto interno, che fa capo ad istanze giurisdizionali di natura

internazionale. Tra gli atti internazionali di carattere essenzialmente programmatico va ricordata la

Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo approvata dall'Assemblea generale dell'ONU nel

dicembre del 1948, il cui contenuto ha trovato ulteriore specificazione nel Patto internazionale sui

diritti economici, sociali e culturali e nel Patto internazionale sui diritti civili e politici. In tali atti, al

riferimento ai tradizionali diritti di libertà (libertà personale, di domicilio, di corrispondenza, di

circolazione e soggiorno, di associazione, di opinione, religiosa, di voto) si accompagna la previsione

della tutela di altre posizioni soggettive, possono riassumersi nella categoria dei diritti sociali (diritto

alla vita, a formarsi una famiglia, al lavoro, ad una retribuzione equa, alla sicurezza sociale, alla

salute, all'istruzione). Tali atti costituiscono un preciso impegno per il legislatore nazionale a dare

piena attuazione al loro contenuto la dove l'ordinamento giuridico interno si presenti carente o

lacunoso. Tra gli atti internazionali che fanno seguire la predisposizione di appositi e specifici

strumenti di tutela vanno ricordati la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e

delle libertà fondamentali. La tutela dei diritti da essa enunciati è affidata alla Corte europea dei

diritti dell'uomo. Possono ricorrere alla Corte sia gli Stati contraenti, sia persone fisiche o gruppi di

privati.

La disciplina dei diritti di libertà nella Costituzione italiana: caratteri generali

L'evoluzione della disciplina di diritti di libertà nell'esperienza costituzionale italiana rispecchia gli

sviluppi che ha conosciuto il costituzionalismo europeo. Se lo Statuto Albertino è espressione di una

concezione individualistica dei diritti di libertà e fa proprio un modello di tutela dei medesimi il cui

perno è rappresentato dalla garanzia della legge a difesa di queste sfere di autonomia individuale, la

Costituzione repubblicana è espressione di quella diversa concezione dei diritti di libertà che si

vanno affermando con le costituzioni europee del secondo dopoguerra. La Costituzione italiana

rappresenta una svolta decisiva che si caratterizza per alcune scelte fondamentali:

a) Accoglimento di una nozione dei diritti di libertà non solo come libertà individuali, nella loro

accezione di libertà negative ma anche come libertà positive, come strumenti per realizzare

un'effettiva partecipazione di tutti cittadini indipendentemente dalle loro condizioni economiche e

sociali. Un'affermazione che ha una serie di corollari nelle disposizioni costituzionali successive, con

riferimento alle libertà sindacali e politiche ma anche con riferimento all'affermazione della tutela dei

51

diritti dell'uomo "sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità", con

riferimento all'espresso riconoscimento dei diritti sociali (diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione).

b) Predeterminazione in Costituzione delle categorie di limiti cui l'esercizio dei singoli diritti di

libertà può essere sottoposto. Lo schema normativo adottato muta profondamente: all'affermazione

dei singoli diritti di non segue più un rinvio alla legge bensì una riserva di legge, vincolata al rispetto

di quanto previsto dal testo costituzionale. È il principio di tassatività dei limiti ai diritti di libertà che

si sostanzia in un divieto rivolto al legislatore. I limiti disposti direttamente dalla Costituzione si

distinguono in limiti particolari che attengono all'esigenza di contemperare l'esercizio dei medesimi

con la tutela di alcuni interessi generali (sicurezza pubblica, sanità, igiene, buon costume) e limiti

generali (riferibili a tutti i diritti di libertà) rappresentati dallo stato di necessità e dall'adempimento

dei "doveri di solidarietà politica, economica e sociale".

c)Affermazione della regola generale in base alla quale solo il giudice ha il potere di imporre le

limitazioni all'esercizio dei diritti di libertà previste dalla legge e ridefinizione dell'intervento

dell'autorità di polizia in termini di eccezione rispetto a questa regola.

d) Rigidità della Costituzione.

e) Sottrazione al procedimento di revisione costituzionale del nucleo essenziale della disciplina dei

diritti di libertà contenuta nella Costituzione.

f) Estensibilità della disciplina dei diritti di libertà disposta dalla Costituzione a quelle nuove e

diverse posizioni soggettive, raccomandabili ai diritti formalmente sanciti. Una scelta che consente di

leggere nuovi contenuti nella definizione dei diritti di libertà allora codificati.

g) Allargamento dei destinatari dei diritti di libertà, riconosciuti non solo ai singoli, ma anche alle

formazioni sociali (famiglia, partiti, sindacati, confessioni religiose, associazioni) non solo ai

cittadini ma anche agli stranieri.

Eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale

L'art. 3 Cost. rappresenta il punto di riferimento per cogliere il rapporto tra la nostra forma di Stato e

i diritti di libertà. Al principio dell'eguaglianza formale sancito dal 1° comma (Tutti i cittadini hanno

pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di

religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali), si aggiunge l'affermazione di un

nuovo principio, quello dell'eguaglianza sostanziale in cui si esprime l'impegno dello Stato "a

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza

dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i

lavoratori all'organizzazione politica economica e sociale del Paese". L'art. 3.1 vieta espressamente

che possano essere previsti trattamenti differenziati a causa di uno dei motivi elencati dalla stessa

disposizione costituzionale. Questo divieto si articola:

a) Nel divieto di discriminazione in relazione all'appartenenza all'uno o all'altro sesso. Grazie

all'intervento del legislatore si è arrivati all'eliminazione delle disparità di trattamento esistenti, sia in

materia penale sia in materia civile. L'eguaglianza tra i sessi trova applicazione nei rapporti di lavoro,

in virtù del quale alla donna lavoratrice non solo devono essere riconosciuti "gli stessi diritti, e a

parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore", ma devono essere garantite

condizioni di lavoro che ne salvaguardino l'" essenziale funzione familiare". Un ulteriore corollario

stabilisce che "tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in

condizioni di parità".

b) Nel divieto di discriminazione in ragione dell'appartenenza ad una o ad un'altra razza. Tale

divieto potrebbe diventare di grande attualità in relazione all'accentuarsi del fenomeno

dell'immigrazione.

c) Nel divieto di discriminazione in ragione dell'utilizzazione di una lingua diversa da quella

nazionale. Il Costituente a intenso imporre allo Stato un obbligo positivo di tutela del patrimonio

linguistico delle diverse comunità. A tale obbligo lo Stato ha adempiuto con la legge 482/1999 che

contiene "norme in materia di minoranze linguistiche storiche".

d) Nel divieto di discriminazione in ragione della religione professata. Il principio di eguaglianza in

materia religiosa si trova nei artt. 7 e 8: il primo relativo alla disciplina dei rapporti tra lo Stato e

della Chiesa cattolica, il secondo relativo alla disciplina dei rapporti tra lo Stato e le altre confessioni

52

religiose. L'art. 19 afferma il "diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi

forma, individuale ed associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto",

con l'unico limite rappresentato da riti contrari al buoncostume.

e) Nel divieto di discriminazione in ragione delle proprie opinioni politiche, il quale risulta

rafforzato da tutta una serie di ulteriori disposizioni costituzionali.

f) Nel divieto di discriminazione in ragione delle diverse condizioni personali e sociali, che si ritiene

debba intendersi come comportante l'illegittimità di ogni atto posto in essere dai poteri pubblici o dai

privati che possa ledere l'attività dell'onore personale dei singoli.

Le libertà individuali: la libertà personale

L'art. 13 Cost. è dedicato alla disciplina della libertà personale, ossia alla tutela della libertà fisica e

psichica della persona. All'affermazione dell'inviolabilità della libertà personale seguono i due istituti

di garanzia: una riserva di legge (tale libertà può essere limitata solo nei casi e nei modi previsti dalla

legge) e una riserva di giurisdizione (solo l'autorità giudiziaria può applicare in concreto tali

limitazioni). L'unica deroga a questo regime ordinario è prevista in ragioni eccezionali di necessità e

di urgenza che non consentono un intervento tempestivo dell'autorità giudiziaria. Può essere

direttamente l'autorità di pubblica sicurezza ad intervenire (fermo di polizia giudiziaria), tale

intervento porta all'applicazione di misure limitative della libertà personale di carattere transitorio. Il

sistema di tutela dell'art. 13 si completa con l'affermazione di altri due principi: quello che impone al

legislatore l'obbligo di punire qualunque tipo di violenza, morale o fisica, esercitata nei confronti dei

soggetti sottoposti a misure limitative della libertà personale, e quello che impone al legislatore

l'obbligo di stabilire i limiti massimi della carcerazione preventiva. Secondo l'art. 25.3 nessuno può

essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge. Una svolta di grande

importanza nella disciplina della libertà personale si è avuta con l'approvazione del nuovo codice di

procedura penale, le novità più significative sono: la riserva all'autorità giudicante del potere di

disporre misure stabili di limitazione della libertà personale, su richiesta del pubblico ministero; una

più rigorosa disciplina dei presupposti che legittimano il fermo (per i reati più gravi, si sussistono

gravi indizi a carico del fermato, quando esistono elementi che facciano temere il pericolo di fuga);

introduzione del principio di pluralità e gradualità delle misure cautelari di natura personale e della

loro necessaria proporzionalità e adeguatezza alle esigenze di giustizia; ampliamento del sistema

delle garanzie attivabili da colui che è colpito da una misure limitativa della libertà personale.

La libertà di domicilio

L'art. 14 Cost. si preoccupa di tutelare la proiezione spaziale della persona, ossia il domicilio. I

Costituenti hanno adottato una nozione ampia di domicilio, non limitata solo a quella che era allora

la nozione penalistica (la privata dimora), ne a quella civilistica (la sede principale degli affari e degli

interessi della persona). Oggi la garanzia costituzionale si estende ad ogni luogo di cui la persona,

fisica o giuridica, abbia legittimamente la disponibilità per lo svolgimento di attività connesse alla

vita privata o di relazione e dal quale intenda escludere i terzi. Secondo il 2° comma del'art. 14

nessuna violazione di domicilio è consentita se non nei casi e nei modi previsti dalla legge e a

seguito di apposita disposizione del giudice. Il 3° comma introduce una deroga, disponendo che, per

determinati motivi o per determinati fini, leggi speciali possono prevedere limitazioni della libertà

disciplinare ad opera dell'autorità amministrativa, anche in assenza di un provvedimento del giudice.

La libertà di circolazione e soggiorno

Al di là della sfera domiciliare, l'art. 16 Cost. garantisce al cittadino la libertà di circolare e

soggiornare liberamente all'interno del territorio dello Stato, nonchè la libertà di uscire e rientrare

in tale territorio (libertà di espatrio). La libertà di circolazione e soggiorno può incontrare solo i

limiti disposti dalla legge, in via generale, per motivi di sanità o di sicurezza, mentre sono escluse

limitazioni determinate da motivi politici. La libertà di espatrio non incontra alcun limite specifico

se non quelli derivanti dall'avere l'interessato adempiuto quelli che l'art. 16 chiam gli obblighi di

legge. La legge 1185/1967 che ha riformato la materia indica quali sono i soggetti che dovendo

adempiere a certi obblighi non possono ottenere il passaporto: i minori, coloro nei confronti dei quali

sia stato emanato un mandato o ordine di cattura, coloro che debbano adempiere al servizio militare.

La libertà di espatrio si collega alla libertà di emigrazione, cioè al diritto di recarsi all'estero per

53

prestarvi una vita lavorativa. In virtù della istituzione della Comunità Economica Europea i cittadini

di un Paese membro godono, oltre che della libertà di circolazione anche del diritto di stabilimento in

ciascuno degli Stati membro.

La libertà e segretezza della corrispondenza

A differenza dello Statuto Albertino la Costituzione repubblicana tutela la libertà e segretezza della

corrispondenza. Dopo aver affermato il principio dell'inviolabilità e della segretezza della

corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, stabilisce che "la loro limitazione può

avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge".

Libertà e segretezza presentano profili distinti sul piano delle possibili violazioni. La libertà e

segretezza della corrispondenza tutela due posizioni soggettive, quella del "mittente" e quella del

"destinatario", e va intesa sia come libertà di ciascuno di comunicare con altri soggetti, sia come

libertà di ricevere tali comunicazioni. Gli artt. 617 e ss. del codice penale, puniscono ogni

comportamento diretto a prendere cognizione, in modo fraudolento, di comunicazioni telegrafiche o

telefoniche; ogni comportamento diretto all'utilizzazione di apparecchiature speciali per intercettare,

interrompere o impedire telecomunicazioni. La tutela giuridica del diritto alla riservatezza si è

rafforzata in seguito all'approvazione della legge 675/1996 intitolata "Tutela delle persone e di altri

soggetti rispetto al trattamento dei dati personali". Oggetto della disciplina è la raccolta e il

trattamento dei dati personali il cui rispetto è assicurato da un'apposita Autorità garante con compiti

di vigilanza.

La libertà di manifestazione del pensiero

L'oggetto specifico della libertà di manifestazione del pensiero non è il diritto di comunicare

liberamente con un destinatario specifico ma il diritto di comunicare il proprio pensiero. Le garanzie

disposte al riguardo coprono tutte le possibili manifestazioni del pensiero: non solo quelle orali o

scritte ma anche quelle espresse attraverso un qualunque altro mezzo di comunicazione (cinema,

teatro, radio, televisione). Per definire l'oggetto della libertà il Costituenti si preoccupò di disciplinare

la libertà di stampa, considerata come il mezzo principale di esercizio della libera manifestazione del

pensiero. A riguardo l'art. 21 pone tre principi fondamentali: il divieto di sottoporre la stampa ad

autorizzazioni o censure; il divieto di sottoporre la stampa a sequestro (forma di intervento

successivo alla pubblicazione) se non nel caso di commissione di un delitto a mezzo stampa; la

possibilità che il legislatore imponga alle imprese editrice della stampa periodica l'obbligo di rendere

noto i loro mezzi di finanziamento. L'unico limite previsto espressamente è rappresentato dal buon

costume.

a) La stampa

Il legislatore repubblicano si è preoccupato di riformare la disciplina dell'Ordine e dell'Albo dei

giornalisti: la nuova disciplina, mentre mantiene l'obbligo di iscrizione all'Albo per l'esercizio della

professione giornalistica, ha eliminato i requisiti di natura politica che in passato erano richiesti. I

problemi più delicati riguardano i limiti che il diritto di cronaca incontra ai fini della tutela del

segreto istruttorio (per cui è vietata la pubblicazione degli atti) e del segreto di Stato (per cui è vietata

la pubblicazione di notizie coperta da segreto di Stato). A tutela del singolo di fronte ad uso scorretto

del diritto di cronaca esiste il diritto di rettifica: consente di richiedere la rettifica delle notizie false o

inesatte. Un terzo settore di intervento legislativo in ordine alla disciplina della libertà di stampa

attiene al fenomeno delle concentrazioni della proprietà editoriale.

b) La radiotelevisione

L’art. 21 non menziona espressa la radiotelevisione. L’evoluzione della legislazione in materia ha

conosciuto nel secondo dopoguerra due fasi distinte: la prima caratterizzata dal mantenimento del

regime pubblicistico ereditato dal fascismo; la seconda caratterizzata dalla progressiva

trasformazione del regime pubblicistico in un regime misto, in cui accanto all’emittente

radiotelevisiva pubblica operano anche emittenti private. Il sistema del monopolio pubblico, basato

sulla riserva allo Stato di ogni servizio di telecomunicazione, prevedeva un regime di concessione in

esclusiva del servizio radiotelevisivo ad un’unica società la RAI s.p.a., sottoposta ad una serie di

controlli incisivi da parte del Governo. Principio cardine è quello del pluralismo informativo, inteso

sia come rispetto sia come accesso all’attività radiotelevisiva del numero più ampio di imprese. Gli

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elementi portanti del nuovo sistema pubblico-privato sono rappresentati dall’affidamento alla RAI

del servizio pubblico radiotelevisivo, dall’introduzione di un regime di concessioni per le emittenti

private; dalla fissazione di una normativa anti-trust dettata per tutti i mezzi di comunicazione, nonché

dalla creazione di un’apposita Autorità indipendente, rappresentata dall’Autorità di garanzia nelle

comunicazioni. Tale Autorità, composta dal Presidente (nominato dal Capo dello Stato) e da otto

membri di nomina parlamentare. Di fatto, il settore radiotelevisivo vive tutt’ora in regime di

duopolio da un lato l’emittente pubblica e dall’altro un operatore privato, Mediaset, che supera ogni

altro operatore privato.

c) Il cinema e il teatro

Il mezzo cinematografico e teatrale è un settore in cui le interferenze dei pubblici poteri sono

particolarmente incisivi. Quello dello spettacolo è l’unico settore in cui è sopravvissuta una forma di

censura preventiva. La legge 161/1962 prevede che il contenuto di un’opera cinematografica venga

sottoposa a controllo da parte di un’apposita Commissione Ministeriale, prima di essere presentata al

pubblico. La Commissione può esprimere parere negativo al rilascio del nulla-osta o può

condizionare la visione pubblica del film all’apposizione del divieto ai minori di 14 o 18 anni.

L’unico parametro di riferimento è rappresentato dal rispetto del limite del buon costume. Con la

legge 203/1995 un analogo meccanismo di censura prevenivo è stato introdotto anche per le “opere”

a soggetto e per i film prodotti dalla televisione. Sono rimaste molte norme, alcune indenni al vaglio

della Corte costituzionale in materia di polizia dello spettacolo, la norma prevede la presenza alle

rappresentazioni teatrali e cinematografiche di agenti di pubblica sicurezza, con la possibilità di

sospendere la rappresentazione in caso di minaccia per l’ordine pubblico.

d) Libertà dell’arte, della scienza e libertà di insegnamento

La libertà della scienza e dell'arte è disciplinata dall'art.21. In relazione ad altri diritti di libertà,

anche in questo caso alle garanzie, negative, assicurate alle attività artistiche e scientifiche, si

accompagna la prevenzione di garanzie attive, consistenti dell'impegno dei pubblici poteri di

promuovere "lo sviluppo della cultura della ricerca scientifica e tecnica". A tale impegno lo Stato

provvede attraverso una serie articolata di istituti, che vanno dal sostegno finanziario assicurato alle

istituzioni, al sostegno finanziario alla ricerca svolto attraverso il Consiglio Nazionale delle Ricerche

(CNR), ai contributi di vario genere. Il 1° comma dell'art. 33 stabilisce uno stretto collegamento tra

libertà dell'arte e della scienza e libertà di insegnamento. La libertà di insegnamento può incontrare

dei limiti nella "libertà della scuola" là dove si afferma che "enti e privati hanno il diritto di istituire

scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Si prevede al 4° comma la creazione con

legge di scuole private "parificate" a quelle statali, in grado di rilasciare gli stessi titoli scolastici.

L'art. 33 si preoccupa del versante strutturale e del versante funzionale delle attività preposte

all'istruzione; l'art. 34 affronta invece il versante degli utenti, ponendo due principi fondamentali:

quello della libertà di accesso al sistema scolastico e quello del necessario intervento dello Stato a

garanzia del diritto allo studio per i capaci e meritevoli, ma privi di mezzi economici necessari.

e) I nuovi "media"

Problemi del tutto particolari e nuovi si sono posti in relazione alle comunicazioni che si realizzano

attraverso Internet. Questo mezzo di comunicazione consente attraverso il World Wide Web

possibilità illimitate sia di diffondere che di ricevere e di cercare di informazioni; consente un uso

interattivo del mezzo; consente di diffondere comunicazioni sia scritte che per immagini.

Le libertà collettive: la libertà di riunione

Gli artt. 17 e 18 Cost., insieme agli artt. 39 (libertà di associazione sindacale) e 49 (libertà di

associazione politica) formano il sistema delle garanzie costituzionali di quelle libertà che possiamo

definire collettive, il nuovo esercizio presuppone il concorso di una pluralità di soggetti, accomunati

da un unico fine diretto alla realizzazione di comuni finalità. La prima libertà e la libertà di riunione,

una volta fissato il principio generale, valido per ogni genere di riunione, tutti sono liberi di riunirsi,

purché la riunione sia pacifica e senza armi. Con riferimento alle riunioni che si svolgono in luogo

pubblico si impone gli organizzatori un obbligo di preavviso all'autorità di pubblica sicurezza del

giorno, dell'ora e del luogo della riunione. L'autorità competente, ricevuto il preavviso, può vietare la

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riunione o imporre particolari limitazioni. Nessun obbligo di preavviso è previsto ne per le riunioni

in un luogo aperto pubblico ne per quelle in luogo privato. Il preavviso deve essere dato al questore

almeno tre giorni prima della riunione, pena l'arresto e un'ammenda a carico degli organizzatori. La

riunione di cui non si è dato preavviso che si dimostri pericolosa o in cui vi sia la presenza di soggetti

armati, può essere sciolta secondo le modalità previste dalla legge.

La libertà di associazione

Il 1° comma dell'art. 18 Cost. afferma che gli unici limiti opponibili alla libertà dei cittadini di

associarsi liberamente consistono nel perseguimento di fini che sono vietati al singolo dalla legge

penale. Questa regola conoscere due sole eccezioni con riferimento alle associazioni segrete e a

quelle che indirettamente, perseguano fini politici, avvalendosi di una organizzazione di carattere

militare, le quali quindi sono vietate a prescindere dal perseguimento di fini penalmente illeciti.

Quanto alla definizione di associazione di carattere militare, essa non presuppone la presenza di

un'organizzazione militare in senso proprio, ma è sufficiente che il rapporto tra gli associati sia

ispirato a principi di forte gerarchia da far temere lo svolgimento di attività di intimidazione o

violenza.

a) La libertà di associazione sindacale

La generale libertà di associazione trova un primo corollario importante nella libertà sindacale

disciplinata dall'art. 39 Cost.. Si richiedeva alle organizzazioni sindacali di darsi un ordinamento

interno a base democratica e di ottenere la registrazione presso appositi uffici. Con la registrazione,

le organizzazioni sindacali da associazioni di fatto si sarebbero trasformate in associazione dotate di

personalità giuridica e avrebbero potuto stipulare contratti collettivi di lavoro, contratti con efficacia

"erga omnes", con valore analogo a quello della legge. La legge che avrebbe dovuto disciplinare

organi e procedimenti di registrazione non è mai stato approvata. La libertà dei sindacati dei

lavoratori ha ricevuto un significativo potenziamento in seguito all'approvazione dello Statuto dei

lavoratori il quale assicura non solo ai singoli lavoratori, ma anche alle associazioni sindacali tutta

una serie di diritti da esercitarsi all'interno degli ambienti di lavoro e punisce la condotta

antisindacale del datore di lavoro.

b) La libertà di associazione politica

Un secondo corollario importante della libertà di associazione è rappresentato dalla libertà di dar vita

ad associazioni con fini politici, i partiti. Essi sono chiamati a svolgere la funzione di garantire ai

cittadini di "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"; rappresenta

uno strumento principale di partecipazione politica dei cittadini. Nessun limite di natura ideologica è

previsto per la costituzione di un partito politico, purché l'attività di esso svolge risulti rispettosa del

metodo democratico, ossia delle regole che in democrazia disciplinano la lotta politica.

Le libertà economiche: la libertà di iniziativa economica privata

La nostra Carta costituzionale contiene una serie di disposizioni che danno corpo a quella che è

chiamata costituzione economica. Il nucleo centrale della costituzione economica è rappresentato

dalla disciplina dell'esercizio del diritto di proprietà (il diritto cioè di godere in modo esclusivo di un

determinato bene, di cederlo o di ricavarne tutte le possibili utilità), nonché dalla disciplina della

libertà di iniziativa economica (ossia della libertà di organizzare i mezzi attraverso i quali produrre

beni o servizi da vendere sul mercato). La nostra Costituzione punta allo sviluppo di un sistema

misto nel quale iniziativa economica privata e iniziativa economica pubblica concorrono insieme al

perseguimento delle finalità. La libertà di iniziativa economica è affermata nel 1° comma dell'art. 41.

Tra gli interventi legislativi più rilevanti va annoverata la legge 287/1990 che ha introdotto in Italia

una legislazione generale "antitrust". Tale legislazione è centrata sulla nozione di posizione

dominante sul mercato, il cui auso è vietato in quanto ritenuto elemento che altera e falsa il libero

gioco della concorrenza.

Il diritto di proprietà

Nell'art. 42 trova la sua espressione più radicale il tentativo operato dal Costituente di contemperare

l'esercizio delle libertà economiche e il soddisfacimento di interessi sociali. In materia di disciplina

del diritto di proprietà privata, il Costituente ha scelto la strada della subordinazione di tale diritto al

perseguimento di determinati fini sociali. Non solo scompare ogni riferimento alla inviolabilità del

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diritto, ma si afferma che la legge, nel riconoscere e garantire la proprietà privata, ne disciplina modi

di acquisto, di godimento e limiti "allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla

accessibile a tutti"; in base a norme di legge la proprietà può essere espropriata per motivi di

interesse generale.

I diritti sociali: diritto al lavoro e diritto alla salute

Oltre al diritto allo studio tra i diritti sociali riconosciuti dalla Costituzione assumono un particolare

rilievo il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

a) Diritto al lavoro

Secondo l'art. 4.1 Cost. la "Repubblica riconosce a tutti i cittadini di diritto al lavoro e promuove le

condizioni che avevano effettivo questo diritto". Si è a lungo discusso dell'opportunità o meno di

utilizzare il termine "diritto", posto che difficilmente si sarebbe riusciti a garantire a tutti un posto di

lavoro, e ancor più difficile sarebbe stato riconoscere la possibilità di ricorrere davanti ad un giudice

per avere soddisfazione. A fronte di un'inadempienza a questo impegno, non si apre per il cittadino la

via del ricorso al giudice, bensì la via del giudizio politico. Veri e propri "diritti" azionabili davanti

ad un giudice sono: il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro

svolto e sufficiente a garantire un'esistenza libera e dignitosa, al diritto di avere assicurati mezzi

adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia o

disoccupazione involontaria.

b) Diritto alla salute

Secondo l'art. 32.1 la "Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e

interesse della collettività e garantisce cure gratuita agli indigenti". Tutti i soggetti pubblici che inizia

la compongono la Repubblica sono impegnati a rendere effettivo questo diritto interferendo sia

direttamente attraverso apposite strutture assistenziali, sia indirettamente mediante la predisposizione

di strumenti idonei a consentire anche a soggetti privati lo svolgimento della stessa funzione. Il

diritto alla salute, la cui lesione può dar luogo a risarcimento anche nei casi in cui non produca un

danno di natura patrimoniale (danno biologico), non comporta un connesso dovere individuale a

mantenersi in buona salute.

I doveri pubblici

Tra i limiti generali previsti dalla Costituzione all’esercizio dei diritti di libertà vi è l’adempimento

di alcuni doveri pubblici: dovere al lavoro; dovere alla difesa; dovere di concorrere alle spese

pubbliche; dovere di fedeltà.

a) Dovere al lavoro

Previsto dall’art. 4.2 afferma che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie

possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o

spirituale della società”. Gli inadempimenti registrabili nell’azione dello Stato fanno ritenere questo

dovere più un dovere morale che un dovere propriamente giuridico.

b) Dovere di difesa

Secondo l’art. 52 Cost. “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Si impone dunque a tutti i

cittadini, può essere adempiuto nei modi più vari e può comportare tutte le limitazioni ai diritti di

libertà che l’obiettivo cui è preordinato, ossia la difesa del territorio nazionale da minacce esterne. Il

Costituente ha fissato alcune garanzie: una volta affermato il principio della obbligatorietà del

servizio militare, ha previsto una riserva di legge in ordine alla disciplina dei limiti entro i quali tale

obbligatorietà va intesa e dei modi con cui tale obbligo va adempiuto; ha affermato che al cittadino

militare vanno garantiti il mantenimento della posizione di lavoro conseguita al momento della

chiamata alle armi, così come il pieno esercizio dei diritti politici. Con la legge 382/1978, in ossequio

al principio della riserva di legge, è stata approvata una nuova regolamentazione del servizio

militare. Tale legge ha puntualizzato quali sono le possibili limitazioni che può subire il cittadino-

soldato nell’esercizio dei suoi diritti di libertà. Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, dopo

anni di dibattiti l’obiettore punito penalmente quale renitente alla leva, ha cominciato a farsi strada

l’idea che ragioni della coscienza ed esigenze di difesa potevano trovare un punto di equilibrio che

potesse salvaguardarle entrambe. L’obiezione si configura come un vero e proprio diritto che

consente al cittadino di adempiere all’obbligo di difesa attraverso un servizio civile sostitutivo,

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parificato a quello militare. Riservato fino a pochi anni fa ai soli cittadini di sesso maschile, il

reclutamento nelle forze armate e della Guardia di Finanza è stato esteso, sia pure su base volontaria,

anche alle donne dal D.Lgs. 24/2000. Ad esse è garantita una parità di status rispetto al personale

maschile sia per quanto attiene al reclutamento, che allo stato giuridico e agli avanzamenti in carriera

. La novità più rilevante in tema di dovere di difesa è rappresentata dalla sospensione

dell'obbligatorietà del servizio militare disposta dalla legge 331/2000 la quale rappresenta la

trasformazione progressiva delle forze armate in corpi esclusivamente composti da professionisti e

non più da personale di leva. Contemporaneamente è stato istituito il servizio civile nazionale che

verrà prestato solo su base volontaria.

c) Dovere di contribuire alle spese pubbliche

Due sono i principi affermati dall'art. 53 Cost. in ordine all'adempimento del dovere che impone a

tutti di contribuire alle spese pubbliche: quello per cui tale dovere va adempiuto in ragione della

capacità contributiva di ciascuno, e quello di base al quale la legge che disciplina il sistema

tributario deve ispirarsi a criteri di progressività. Si tratta di due principi che si integrano e si

completano a vicenda, stabilendo il primo un rapporto di proporzionalità tra capacità contributiva e

imposizione fiscale, imponendo l'adozione da parte del legislatore di un criterio di base al quale,

muovendo dalle fasce di reddito più basse e procedendo verso quelle più alte, la proporzionalità

dell'imposizione viene integrata dalla sua progressività. La capacità contributiva fa riferimento alla

situazione economica complessiva del soggetto, non ogni situazione economica è indice di capacità

contributiva: al di sotto di un certo livello non vi è capacità contributiva e quindi non può esservi

imposizione fiscale. La legge affida i relativi controlli ad appositi Garanti del contribuente.

d) Dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi

L'art. 54 Cost. impone a tutti i cittadini "il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la

Costituzione e le leggi" e ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche "il dovere di adempierle

con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge". I riflessi giuridicamente

rilevanti delle eventuali violazioni del dovere di fedeltà sono quelli legati alla repressione di

comportamenti diretti al sovvertimento violento del sistema costituzionale o volti a realizzare

interferenze indebite nel regolare esercizio dell'attività degli organi preposti all'esercizio di pubbliche

funzioni e di quella degli organi costituzionali. A queste conseguenze si aggiungono quelle legate

alle eventuali violazioni del dovere di adempiere con disciplina e onore alle funzioni pubbliche.

CAPITOLO XV: Il sistema delle fonti normative (pag. 477 – 503)

Le fonti normative dell’ordinamento giuridico repubblicano: categorie e criteri di identificazione

Se la convivenza tra individui e gruppi sociali determina la continua produzione di norme di

comportamento, lo Stato moderno ha progressivamente preteso di disciplinare ogni fenomeno che

ritenesse socialmente rilevante. Se a ciò si aggiunge la considerazione che le fonti prodotte dal nostro

ordinamento giuridico statale sono in forma scritta, può comprendersi come l'usuale distinzione fra

fonti- atto e fonti- fatto registri una decisa prevalenza ad delle prime sulle seconde. Per fonti atto si

intendono quegli atti giuridici cui l'ordinamento costituzionale attribuisce l'idoneità a porre in essere

norme giuridiche, molto rari sono i casi in cui il nostro ordinamento riconosce a fatti l'idoneità di

porre in essere norme rilevanti per l'ordinamento giuridico. Un'altra distinzione preliminare è quella

fra fonti di produzione e fonti di cognizione: con la prima espressione ci si riferisce agli atti o fatti cui

l'ordinamento riconosce l'idoneità a porre in essere una norma attraverso l'individuazione dell'organo

titolare del potere e del procedimento di formazione dell'atto normativo; con la seconda ci si riferisce

agli atti formali nei quali consistono le diverse norme giuridiche. Fra le fonti di produzione, una

particolare ed importante categoria è costituita dalle fonti sulla produzione: queste fonti hanno come

contenuto specifico la disciplina della produzione di norme giuridiche e della loro efficacia; la fonte

sulla produzione per eccellenza è la Costituzione. I criteri sostanziali per l'individuazione delle fonti

di sono: la generalità, la astrattezza e l'innovatività. Con la generalità ci si riferisce al fatto che la

norma è destinata ad una pluralità indeterminata ed a priori indeterminabile di soggetti o di rapporti;

con la astrattezza ci si riferisce al fatto che la norma tende a valere nel tempo per tutti i rapporti che

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saranno ad essa riconducibili; il requisito della innovatività attiene ai requisiti minimi di contenuto di

una norma.

La pubblicazione delle fonti normative

La pubblicazione costituisce l'ultima fase del procedimento di produzione normativa; essa svolse una

funzione essenziale per la conoscibilità del testo legale e dalla data della pubblicazione dipende il

momento della efficacia della fonte, dopo un periodo di "vacatio". Si parla di pubblicità legale, una

volta intervenuta questa pubblicazione, si ha la presunzione di conoscenza del testo da parte di

diversi soggetti che ne possono essere i destinatari. Fra le diverse pubblicazioni ufficiali che

svolgono così importante funzione di pubblicità legale un ruolo del tutto particolare è svolto dalla

Gazzetta Ufficiale della Repubblica, che non solo deve pubblicare tutti gli atti normativi statali e

molti degli altri atti pubblici ma finge da strumento di pubblicità legale anche per le sentenze della

Corte costituzionale. Devono essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana tutti

gli atti normativi statali "che siano strettamente necessari per l'applicazione di atti aventi forza di

legge e che abbiano contenuto normativo", tutti gli accordi internazionali, i dispositivi delle sentenze

che dichiarano l'illegittimità costituzionale di leggi o fatti con forza di legge.

Il sistema delle fonti e la rilevanza della funzione interpretativa

L'individuazione delle norme non deriva da una lettura del testo, ma è il frutto di complessi

procedimenti interpretativi. In relazione alle fonti atto va tenuta presente la distinzione fra

disposizioni (ossia gli elementi testuali) e norme (ossia le regole giuridiche che si traggono da questi

testi tramite l'interpretazione). Le disposizioni sull'interpretazione non appaiono compatibili con il

nuovo sistema costituzionale. La stessa elencazione dei possibili criteri interpretativi

(l'interpretazione letterale e logica, l'intenzione del legislatore; solo nel caso che non sia individuabile

una norma applicabile, si consente l'utilizzazione della analogia legis e poi di quella iuris) appare

riferirsi ad una sorta di percorso obbligato per l'interprete. Il valore interpretativo dell'intenzione del

legislatore è stato ridotto ad essere un criterio importante ma non risolutivo; e più utilizzato il criterio

dell'interpretazione logico- sistematica, che mira ad individuare il contenuto di una singola

disposizione dal significato che essa assume nel settore normativo cui esso si riferisce (la ratio legis)

o in relazione ai principi costituzionali o ai principi generali dell'ordinamento giuridico (ratio iuris).

La stessa indicazione, dell'adozione dell'analogia per colmare le lacune interne all'ordinamento,

quelle cioè relative a rapporti giuridicamente rilevanti ma non disciplinati, le quali si prestano

all'individuazione di "disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe". A conferma della

crescente difficoltà dei processi interpretativi relativi a leggi che essendo frutto di mediazioni

complesse, stanno moltiplicandosi i casi di leggi di interpretazione autentica e cioè di leggi che

definiscono l'esatto contenuto di disposizioni contenute in leggi precedenti con efficacia fino dal

momento della loro originaria approvazione.

La successione delle fonti nel tempo

Il caso di conflitto fra più fronti viene risolto tramite lo strumento dell'abrogazione della norma

precedente da parte di quella successiva; l'abrogazione, consistente nella capacità del nuovo atto-

fonte di sostituirsi, in tutto o in parte, alla disciplina precedente. L'abrogazione comporta la non

applicabilità della norma rispetto a nuovi fatti, mentre continua la sua eventuale efficacia rispetto a

fatti che si siano verificati prima dell'abrogazione (solo una legge retroattiva potrebbe far venir meno

questa efficacia). L'art. 15 prevede tre tipi di abrogazione: l'abrogazione espressa, allorché la fonte

successiva indichi puntualmente le disposizioni precedenti abrogate; l'abrogazione tacita si verifica

quando la fonte successiva contiene disposizioni incompatibili con quelle precedenti; l'abrogazione

implicita, consegue ad una complessiva modifica della disciplina dell'intero settore rendendola

radicalmente superata.

La gerarchia delle fonti

Le antinomie che si producono fra norme di grado diverso vengono risolte non più in termini di

successione nel tempo, ma in termini di illegittimità della fonte di grado inferiore contrastate con

quella superiore, a prescindere dalle diverse possibili successione delle morali. Il principio di

costituzionalità si esprime nel senso di una necessaria preesistenza di una disposizione costituzionale

nella materia disciplinata da una fonte primaria, mentre il principio di legalità impone che le fonti

59

secondarie presuppongano l'esistenza di specifiche disposizioni di norme primarie o diano loro

esecuzione. Tutte le fonti di un livello gerarchico superiore abrogano le fonti inferiori.

L'applicazione del criterio di competenza

Il principio del riparto di competenza mira ad affidare il potere normativo, in determinati settori, ad

organi od enti diversi da quelli che ne sarebbero titolari o ad instaurare procedimenti nei quali

devono necessariamente intervenire. L'eventuale illegittimità delle fonti di tipo costituzionale e

primario potrà essere dichiarata solo dalla Corte costituzionale. Apparentemente affini alle fonti sono

le applicazioni in senso "debole" del principio di competenza: numerose fonti speciali, che sono o

fonti specializzate per disciplinare determinati oggetti, o fonti comuni caratterizzate da un contenuto

normativo tipico.

Le fonti di livello costituzionale

Al primo gradino si colloca ovviamente la Costituzione norma fondamentale dell'intero ordinamento

nonché della massima forza di resistenza al cambiamento. Fra le fonti operanti a livello

costituzionale, oltre alla Costituzione, si collocano le leggi di revisione e di integrazione della

Costituzione e le altre leggi costituzionali, quelle cioè cui per dettato costituzionale è "riservata" alla

disciplina di certe materie, esse si differenziano soprattutto per i diversi limiti che incontrano. Altre

fonti di livello costituzionale sono rappresentate dalle norme internazionali generalmente

riconosciute. Sul contenuto delle disposizioni costituzionali possono incidere anche le sentenze della

Corte costituzionale, sia quelle in tema di conflitti fra i poteri dello Stato, sia quelle in tema di

salvaguardia dei supremi principi costituzionali.

Le fonti primarie

Al di sotto della Costituzione e delle leggi costituzionali si pongono le fonti primarie. La legge

rappresenta tuttora la principale fonte a competenza generale: la tradizionale qualificazione di legge

formale significa la capacità della legge di abrogare e modificare atti normativi precedenti, nonché

quella di resistere all'abrogazione e alla modifica da parte di atti normativi successivi, subordinati

dalla legge stessa. Questa caratteristica propria della legge si chiama forza di legge. Sotto il primo

profilo, la "competenza generale" della legge risulta ridimensionata innanzitutto dalla impossibilità

di nascere in violazione delle regole costituzionali che disciplinano il provvedimento legislativo

ordinario, ma anche nel senso che non possono essere violate le ulteriori regole procedimentali che

caratterizzano le leggi ordinarie rinforzate. In secondo luogo, dalla impossibilità di violare principi

sostanziali posti dalla Costituzione, sia nel caso in cui tali principi si presentino come meri limiti

positivi, destinati a condizionare in positivo il contenuto della legge. Rientrano in questo ambito

anche quelle definite leggi meramente formali, ossia quelle che rivestono di forma legislativa un

contenuto normativo che non è nella piena disponibilità del Parlamento. Sotto il secondo profilo, il

ridimensionamento della "competenza generale" della legge deriva dalla rottura che la Costituzione

opera del monopolio parlamentare del potere legislativo e dalla nascita della legge regionale

anch'essa fonte primaria ma a competenza sociale. La riserva di legge non esclude l'intervento

autonomo di fonti normative diverse dalla legge ma impone alla legge di disciplinare quella certa

materia in modo compiuto (nel caso di riserva assoluta) o in modo da definire gli elementi principali

della normativa in questione (nel caso di riserva relativa). Un limite alla competenza generale della

legge deriva anche dal principio di irretroattività della legge stessa. Oltre alla legge sono da

annoverare i atti aventi forza di legge, ossia i decreti legislativi e i decreti legge. I decreti legislativi

sono fonti che si collocano allo stesso livello della legge ma che tuttavia incontrano dei limiti; limiti

con riferimento ai "principi e criteri direttivi", al "tempo", agli "oggetti definiti". Anche i decreti

legge possono considerarsi fonti primarie a competenza generale: per tali atti non valgono i limiti che

incontrano i decreti legislativi, ma valgono i limiti sostanziali che incontra la legge. Eguale natura di

fonte primaria a competenza riservata è da riconoscersi alle leggi regionali e delle province

autonome di Trento e Bolzano. Contrariamente a quanto sostenuto da parte della dottrina, si ritiene

oggi che anche il referendum abrogativo di legge sia da includere tra le fonti normative primarie.

Sono equiparate alle fonti normative primarie nazionali anche i regolamenti e le altre norme

comunitarie direttamente applicabili, le quali impongono al giudice nazionale di disapplicare la

legge nazionale che interferisce nella stessa materia disciplinata dalla fonte comunitaria. 60

Le fonti secondarie

Se le fonti di livello costituzionale e primario sono da ritenersi " a numero chiuso" altrettanto non

può dirsi per le fonti secondarie. Le fonti secondarie tendono ad ordinarsi in relazione ai diversi

livelli amministrativi con un rapporto che è regolato dalle disposizioni costituzionali e legislative che

garantiscono l'autonomia dei livelli di governo locale rispetto all'assetto amministrativo centrale.

Fonte secondaria per eccellenza è il regolamento governativo. La Costituzione è laconica,

limitandosi a stabilire che essi assumono la veste formale di decreti del Presidente della Repubblica e

a tracciare una linea di confine con le fonti primarie laddove essa prevede delle riserve di legge, essa

si colloca al di sotto delle fonti primarie. Ci si è chiesti se la fonte regolamentare debba rispettare

oltre che il principio di legalità formale (ossia trovare il suo fondamento in un espresso atto

legislativo), anche il principio di legalità sostanziale (ossia rispettare anche i criteri dettati dal

legislatore nell'attribuzione del potere regolamentare). A livello regionale, le fonti secondarie sono

rappresentate dai regolamenti regionali e da alcune forme di potestà statutarie e regolamentare

previste da leggi regionali a favore di enti pubblici regionali. A livello di enti locali esistono due tipi

di fonti normative secondarie (gli statuti e i regolamenti), con un esplicito vincolo per i regolamenti

di rispetto dalle disposizioni statutarie.

Le fonti e le situazioni di necessità

L’ordinamento giuridico si fa carico di possibili situazioni di assoluta necessità che possono alterare

il normale funzionamento degli strumenti di disciplina dei rapporti interpersonali e collettivi: sul

terreno delle fonti, ciò trova riscontro palese nella disciplina della decretazione di urgenza e dei

poteri normativi in caso di guerra. I bandi militari come fonti normative di grado primario a ciò

delegati dal Comandante supremo; presupposto per l’adozione di tali bandi è la presenza di situazioni

di necessità. Le ordinanze di necessità conseguono al conferimento ad alcuni organi amministrativi

del potere di adottare “ordinanze con tingibili ed urgenti” in caso di emergenze sanitarie o di igiene

pubblica o di grave pericolo per l’incolumità ai cittadini: caratteristica tipica di questi atti ad

efficacia temporanea è quella di poter derogare anche alle prescrizioni legislative vigenti, con l’unico

limite rappresentato dai principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato. La necessità può

essere anche un fatto normativo, che produce i suoi effetti al di fuori delle stesse regole costituzionali

o legislative.

Le fonti di natura consuetudinaria

Le fonti di natura consuetudinaria rientrano fra le fonti- fatto. Per consuetudine si intende una norma

di comportamento non scritta, di rilevanza collettiva, regolarmente seguita nel gruppo sociale o

nell’ambito territoriale interessato dalla norma (“longa repetitio”), in quanto ritenuta giusta o

necessitata. Il nostro ordinamento giuridico caratterizzato da atti-fonte scritti, riserva uno spazio

marginale alle font consuetudinarie: l’art. 8 delle “preleggi” prevede che gli “usi” abbiano efficacia

“nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti” soltanto “in quanto sono da essi richiamati”.

Ciò legittima il riconoscimento di un valore giuridico ad alcuni usi secundum legem ed anche praeter

legem; la loro esistenza viene documentata mediante raccolte ufficiali tenute dal Ministero

dell’industria e dalle Camere di commercio. Gli usi non esauriscono il quadro delle fonti

consuetudinarie. La consuetudine si afferma come un fatto normativo, sulla base della mera

effettività dell’adesione sociale alle sue prescrizioni. Non sempre comportamenti costanti nel tempo

ad integrazione delle disposizioni costituzionali costituiscono consuetudini costituzionali. Esistono le

norme di correttezza costituzionale, che rappresentano mere regole di corretto espletamento delle

funzioni che spettano agli organi fondamentali dello Stato. Alquanto diffuse sono le convenzioni

costituzionali e cioè regole di comportamento che gli organi fondamentali dell’ordinamento

costituzionali si danno per l’esercizio delle loro funzioni. Può avvenire che alcune di queste regole

vengano progressivamente sentite come obbligatorie e tendano a trasformarsi in vere e proprie

consuetudini vincolanti.

Le fonti derivanti dal rapporto con altri ordinamenti

L’antica e rigida concezione di una netta separazione fra ordinamento statale ed altri ordinamenti

appare ormai superata su due versanti. Prima di tutto, l’adattamento automatico alle norme

internazionali generalmente riconosciute appare di grande importanza, poiché inserisce stabilmente

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Caravita Beniamino.

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