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e, della liberazione di Roma da parte delle truppe all eate il 1944 fu emanato il decreto

legislativo 151 dando vita a una Costituzione provvisoria.

Tale Costituzione rimandava, ad una futura Assembea Costituente, la scelta di una forma

Monarchica o, Repubblicana.

Il 2 giugno 1946 nasce, mediante previo referedum, la forma Repubblicana con a seguire,

l'elezione dell'Assemblea Costituente a suffragio universale maschile e femminile.

L'assemblea costituente, composta da 556 membri, 3/4 esponenti del Comitato di

Liberazione Nazionale e , 1/4 di matrice liberale costituisce il 25 giugno dello stesso anno

una Commissione per la Costituzione, a seguito di un approvazione finale, la Costituzione

fu pubblicata il 22 dicembre 1947 entrando in vigore, il 1 gennaio 1948.

A seguito dell'approvazione definitiva della costituzione, l'Assemblea costituente fu scliolta,

si svolsero nuove elezioni che portarono a formare i "poteri costituiti": Parlamento,

Presidente della Repubblica e Governo. Poteri che si distinsero dunque, dal potere

costituente ( attuando quella che era la teoria di Sieyès espressa tempo prima).

1.2.3 Il disegno costituzionale. Lo stato democratico e sociale

La costituzione fu approvata con 453 voti favorevoli e solo 63 voti contrari, larga

maggioranza, che fu espressione della volontà della nazione: ottenere una Carta

fondamentale a cui tutti potevano fare affidamento. La costituzione dunque, si componeva

di regole fondamentali che avevano lo scopo di facilitare il confronto tra maggioranze e

minoranze. Da tenere in considerazione inoltre è, il fatto che la costituzione sia stata

composta da membri (parti dell'Assemblea) appartenenti a differenti parti politiche

(socialista, cattolico e liberale) ma che, avendo provato la distruttiva guerra, si

approcciarono nel modo più maturo.

Si ricordano i principali protagonisti dell'Asseblea costituente: Dossetti e Moro per l'area

cattolica, Togliatti e Basso, area socialista, ed Einaudi e Calamandrei per quella liberale e

azionista.

Questi sono solo alcuni tra la moltitudine di soggetti che considerarono l'affermazione dei

principi costituzionali come cosa, di gran lunga più rilevante delle semplici differenze

ideologiche e politiche.

Tale consapelovezza condivisa portò all'affermazione dei "principi costituzionali

irrinunciabili":

Principio della sovranità popolare: Art 1 Cost, secondo questo, nel nostro

1) ordinamento, la sovranità appartiene al popolo, ed il suo esercizio è reso possibile

dagli istituti di democrazia diretta e rappresentativa di questo (es' il referendum).

Principio democratico: Art 1 Cost, secondo cui l'Italia è una repubblica democratica,

2) che, implica l'adozione del principio maggioritario nell'assunzione delle decisioni,

tutela delle minoranze, dei diritti ed altre garanzie dirette ad evitare un eventuale

tirannia della maggioranza.

Principio lavorista: Art 1 Cost, secondo cui la nostra repubblica è fondata sul lavoro,

3) considerando, come citato dall'art 4, il lavoro come un diritto, un valore sociale

primario, che si pone come obbiettivo, il progresso materiale e spirituale della

società.

Principio personalista: che si esplica sia nell' Art 2 Cost, il quale riconosce i diritti

4) della persona in quanto tale che nell'Art 3 che obbliga la repubblica a eliminare gli

ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona. Centro di tale principio,

7

la dignità di quest'ultima considerato come punto di rilevanza cardinale nei principi

costituzionali.

Principio di eguaglianza: Implicante sia, l'Art 3, c.1 in sostegno dell' eguaglianza

5) formale di tutti davanti alla legge, che, Art 3, c.2 , in cui la Repubblica si impegna a

rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e, l'effettiva

partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale

del paese.

Principio pluralista: si compone dall' Art 2 a tutela della pluralità delle formazioni

6) sociali (pluralismo sociale), dall'obbligo dei pubblici poteri di favorire lo svolgimento

delle formazioni sociali di attività d'interesse generale (come specificato nell'art 118

Cost – detto principio di sussidiarietà) ed, infine, dalla tutela dell'autonomia e

competenze delle diverse istituzioni quali: regioni, provincie e comuni.

Principio solidarista: che trova fondamento sia nell' Art 2 Cost, secondo cui le

7) persone, oltre ad essere titolari di diritti, sono tenute ad adempiere i doveri di

solidarietà economica, politica e sociale del paese, che nell'Art 4 che obbliga

queste a svolgere un attività o, funzione che, concorra al progresso materiale o

spirituale della società. Tante altre sono le imposizioni specificate da tale principio

come: concorrere alle spese pubbliche, difendere la patria ed adempiere con

disciplina ed onore le funzioni pubbliche.

Principio internazionalista: Art 11 Cost, che comporta il ripudio della guerra come

8) strumento di risoluzione delle controversie internazionali e, l'accettazione di

limitazioni alla sovranità dello Stato per la costruzione di un ordinamento

internazionale, nel quale vengano assicurate pace e giustizia fra le nazioni.

Tali principi, anche se criticati per la loro bassa circostanziazione, hanno portata

percettiva, in quanto si pongono come: indirizzo per il legislatore, vincolo per l'interprete e,

criterio base per lo stabilimento di legittimità costituzionale.

Approfondendo tali principi, si ricorda che, la dignità umana è principio fondamentale, da

cui traggono legittimazione i diritti costituzionali, riconosciuti e garantiti dalla Repubblica,

in quanto "diritti inviolabili dell'uomo".

Tra i diritti costituzionali sono annoverate le garanzie: delle libertà negative ( personale, di

domicilio, ecc.) e dei diritti sociali( diritto alla salute, diritto all'istruzione ecc.) che

comportano prestazioni imposte ai pubblici poteri.Dal punto di vista della composizione

della costituzione, i diritti costituzionali e, i principi fondamentali sono contenuti nella prima

parte della Costituzione (artt 1-54), la seconda parte (artt 55-139) riguarda l'ordinamento

della repubblica, ed in essa assumono rilievo:

- La scelta della forma di governo parlamentare, caratterizzata da un rapporto di

fiducia tra parlamento e governo.

- L'introduzione di regioni quali enti dotati di potestà legislativa, attribuendo

autonomia e provincie a comuni.

- L'indipendenza dei giudici e, l'introduzione del sindacato di costituzionalità delle

leggi, quale garanzia dei diritti e della separazione dei poteri.

È infine fondamentale che vi sia una coerenza tra i contenuti della costituzione e,

soprattutto, che le riforme, parte dell'ordinamento non vadano mai in contrasto con i

principi fondamentali e i diritti costituzionali.

1.2.4 La rigidità della Costituzione italiana (3*/3 pt) 8

La nostra costituzione è una costituzione rigida, ma comunque parzialmente modificabile

attraverso un procedimento aggravato, che trova disciplina nel art. 138 COST.

Secondo questo articolo l’approvazione di una legge di revisione costituzionale o di una

legge costituzionale consiste nell’approvazione di entrambe le camere di un identico testo

per 2 volte ad una distanza non inferiore a 3 mesi l’una dall’altra. Se durante la seconda

votazione si raggiunge la maggioranza dei due terzi di ciascuna camera, la legge è

promulgata dal Presidente della Repubblica e poi entra in vigore. Qualora, invece la

maggioranza nella seconda votazione non sia dei due terzi, ma sia assoluta, il Ministro

della giustizia procede alla pubblicazione a fini notiziari del testo deliberato e da quel

momento iniziano a decorrere tre mesi in cui o un quinto dei membri di una delle due

camere, o cinque consigli regionali o 500000 elettori possono proporre un referendum,

avente lo scopo di verificare che la maggioranza dei votanti non sia contraria alla riforma

approvata dalla sola maggioranza. Se la maggioranza dei votanti è a favore, il presidente

della repubblica promulga la legge ed essa entra in vigore. Invece, se decorrono i tre mesi

senza che nessuno proclami il referendum, la legge entra comunque in vigore. In tutti gli

altri casi, cioè se non si raggiunge nemmeno la maggioranza assoluta alla seconda

votazione o se il referendum da esito negativo, il procedimento di revisione cessa senza

sortire effetti.

Questo processo così rigoroso e aggravato vuole rispondere a molteplici esigenze:

coinvolgere le minoranze, affinchè la modifica della costituzione non sia espressione della

sola maggioranza, ma sia un procedimento condiviso(i due terzi delle camere e l’eventuale

referendum); in secondo luogo si vuole sottolineare l’importanza di cosa significhi

modificare la costituzione, invitando le forze parlamentari ad un’attenta ponderazione di

ciò che si sta compiendo(distanza non inferiore ai 3 mesi per la seconda votazione).

Modificare la costituzione significa infatti modificare le regole e i principi a cui devono

sottostare i poteri costituiti, perciò è qualcosa di molto delicato.

Il fatto di rendere la nostra costituzione modificabile va sottolineato come merito del

legislatore costituzionale e frutto della sua lungimiranza: la società si evolve e si modifica

con il passare del tempo e una costituzione immodificabile rischierebbe di non restare al

passo con i tempi ed essere irrimediabilmente superata.

Pur essendo parzialmente modificabile, la nostra costituzione non può però rinunciare ad

alcune parti fondamentali, che sono quindi totalmente immodificabili.

Lo stesso testo costituzionale afferma nel art. 139 che “la forma repubblicana non può

essere oggetto di revisione costituzionale”. Anche i diritti costituzionali, poiché definiti

inviolabili, e i principi fondamentali, poiché concorrono al pari della forma repubblicana a

definire i caratteri salienti del nostro stato democratico e sociale, sono delle parti

immodificabili.

Infine, si considera immodificabile anche l’art. 138, poiché se non fosse così si

contrasterebbe con la chiara volontà dei padri costituenti di rendere ponderato e ad ampio

consenso il processo di revisione costituzionale.

Il processo di revisione costituzionale da solo, non sarebbe garanzia dell’irreformabilità

della costituzione, se non ci fosse anche un controllo sulla costituzionalità delle leggi e

degli atti equiparati, facoltà attribuita alla corte costituzionale.

Per concludere va ricordato che, come detto prima, la rigidità della costituzione non deve

essere un ostacolo al suo adeguamento alle evoluzioni della società. È stata proprio 9

l’evoluzione sociale a mettere in luce che la possibilità di interpretare la costituzione

coerentemente con il periodo storico in cui ci si trova.

Un esempio lampante è rappresentato dalla possibilità, prevista dalla nostra costituzione

di lasciare spazio, secondo il principio internazionalista, a organizzazioni internazionali

volte a perseguire scopi di pace. Ed è proprio quello che sta succedendo soprattutto nei

rapporti tra il nostro ordinamento e l’ordinamento europeo, che esplica i suoi effetti,

interferendo (in senso positivo) con la nostra costituzione.

Art. 138.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi

costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive

deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono

approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera

nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando,

entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un

quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o

cinque Consigli regionali.

La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è

approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella

seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due

terzi dei suoi componenti.

1.3.1 L'unione Europea e le tappe della sua formazione

L'unione europea è il risultato di un graduale succedersi di momenti importanti, il primo tra

questi da tenere in considerazione fu:

Il Trattato istitutivo della CECA 1951 (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) tra

Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Olanda.

Il trattato mirava a sottoporre ad un comune controllo europeo l'industria carbo-siderurgica

dei paesi aderenti, questa non era ritenua una mera confederazione tra stati ma, l'inizio di

un unione politica che sarebbe andata a consolidarsi nel tempo.

Successivamente, ci si scelse di dar luogo ad un unico esercito europeo 1952 con una

Comunità Europea di Difesa (CED) che però, non andò in porto.

Nel 1957 fu istituita mediante trattato la Comunità Economica Europea (CEE), l'obbiettivo

era quello di rafforzare l'unità delle economie dei paesi membri mediante una politica

commerciale comune, per giungere infine, alla soppressione progressiva degli scambi

internazionali.

Fu inoltre istituita la Comunità Europea dell'Energia Atomica (CEEA) per contribuire ad

una crescita sempre più rapida dell'industria nucleare, allo sviluppo degli scambi con gli

stati e, all'elevazione del livello di vita nei paesi membri. 10

Nel 1965 ci fu una fusione tra CECA, CEE e CEEA mediante il trattato di Bruxelles e,

successivamente nel 1975 fu istituita la Corte dei Conti.

Se vogliamo effettuare una comparazione tra l'integrazione comunitaria rispetto alla

cooperazione intergovernativa, la prima risulta essere molto più innovativa della seconda:

Mentre nella cooperazione intergovernativa prevalgono gli organi rappresentativi degli

stati, il metodo dell'integrazione comunitaria è costituito da organi di individui direttamente

espressivi delle comunità.

Altra sostanziale differenza sta nel fatto che, nella cooperazione intergovernativa gli atti

emanati hanno natura di raccomandazioni (salvo atti vincolanti a principio unanimistico)

mentre, nelintegrazione comunitaria gli atti emanati sono direttamente vincolanti gli Stati

membri.

Infine, in cooperazione intergovarnativa troviamo, l'utilizzo del principio unanimistico nei

pocedimenti deliberativi, mentre, nell'intragrazione comunitaria è privilegiato il principio

maggioritario.

Il processo di integrazione però, durante gli anni 70 e la prima parte degli anni 80 subì un

rallentamento notevole, motivato da gravi crisi economiche, che portarono all'adottamento

di una politica protezionistica.

Tuttavia a contribuire alla ripresa da tale crisi furono:

- L'introduzione del Sistema Monetario Europeo (SME)

- La parziale correzione del deficit democratico imputato alle comunità europee

(mediante l'introduzione del Parlamento Europeo).

A seguire si rinforzarono maggiormente le relazioni dell'unione, con la stipula dell' Atto

unico Europeo (AUE) 1986 e, ancora più importante, con il Trattato di Maastricht che diede

una forte accellerazione al processo di integrazione.

Il trattato di Maastricht (1992):

Ha istituito l'Unione Europea, conferendo a tutti i cittadini membri una cittadinanza

implicante la titolarità di diritti civili ( libertà di circolare, soggiornare negli stati membri e

ottenere protezione diplomatica) e politici (elettorato attivo e passivo nelle elezioni

amministrative ed, in quelle europee del paese europeo di residenza).

Con tale trattato abbiamo inoltre, un notevole ampliamento delle competenze e finalità,

estese ad esempio, alla protezione della salute, dei consumatori,istruzione, formazione

professionale e tutela dell'ambiente. Il trattato ha reso inoltre definitiva l'unione economica

e monetaria già in atto, mediante un processo di convergenza dei parametri economici.

Furono apportate anche una serie di modifiche istituzionali come :

- l'introduzione della banca centrale europea (BCE)

- l'introduzione di un sistema delle banche centrali (SEBC)

- nasce una cooperazione in materia di politica estera e sicurezza comune (PESC)

- nasce una cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni (GAI)

- si instraura una fondamentale centralità degi organi comunitari, rispetto a quelli

degli stati membri.

- Si distinsero i tre pilastri principali sui quali venne fondata l'Unione Europea quali,

Comunità Europea e cooperazione intergovernativa

-

PAG 53 I 3 PILATRI PRINCIPALI POSSONO STARCI COSI SECONDO TE? A PAG 62 DA UNA

DEFINIZIONE LEGGERMENTE DIVERSA, VEDA LEI DOTTORE

Il trattato di Amsterdam ( 1997): 11

Tale trattato rafforzò, i tre pilastri su cui l'unione europea si era fondata ed il ruolo del

Parlamento europeo e diede inoltre la possibilità di dar luogo ad una "cooperazione

forzata" per i membri che intendevano avvalersene.

Intanto progressivamente l'unione economica e monetaria andava via via nel rafforzarsi, ci

fu un progressivo allargamento dell'integrazione comunitaria che comportò due esigenze

concrete quali:

- L'esigenza di superare il principio dell'unanimità nell'assunzione delle decisioni

(poichè questo avrebbe comportato una paralisi delle istituzioni comunitarie).

- L'esigenza di definire principi e diritti di carattere costituzionale superando il mero

approccio funzionalista.

In base a tali esigenze, con il Trattato di Nizza (2001) fu proclamata la Carta dei Diritti dell

Unione Europea, successivamente a Roma nel 2004 fu proposto un, Trattato di adozione

di una Costituzione per l'Europa che però, non andò in porto, motivato dall'intenzione,

degli stati membri, di continuare ad essere protagonisti del processo d'integrazione

secondo una prospettiva più confederale che federale.

Trattato di Lisbona (2007):

Tale trattato ha apportato miglioramenti quali,

- L'estinzione della comunità europea a favore dell'Unione Europea:

in tale modifica rimangono fissi gli obbiettivi comunitari e quelli della cooperazione

intergovernativa.

- L'introduzione di un articolo dedicato ai valori dell'Unione Europea

- Una migliore definizione di distribuzione delle competenze tra Unione e Stati

membri e del correlativo esercizio.

- L'attribuzione di piena efficacia giuridica alla carta dei diritti fondamentali

dell'Unione.

- Il rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo

- L'ampliamento delle decisioni del Consiglio per le quali vale la regola della

maggioranza qualificata anzichè dell'unanimità. (sempre per evitare la paralisi

decisionale, come prima accennato).

- Prevedere il diritto di recesso degli stati dall'Unione.

A seguito dell'entrata in vigore di tale trattato vi furono riforme sia, riguardanti il Trattato

sull'Unione Europea (TUE), sia del Trattato della Comunità Europea che, prese il nome di

Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE).

1.3.2 Competenze e politiche dell'Unione Europea

Le competenze della Comunità Europea sono definite in base al principio di Attribuzione:

La comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obbiettivi che

le sono assegnati dal TCE. Inoltre, la Comunità Europea godeva (secondo quanto stabilito

dal TCE) di Poteri Impliciti quali: Agire, nel caso in cui si renda necessario un intervento

della Comunità, per il raggiungimento di scopi Comunitari; in tal caso, il Consiglio ed il

Parlamento Europeo, previa consultazione adottano le decisioni necessarie.

Inotre, per non conferire alla Comunità Europea eccessive competenze il TCE prevede

che:

Nei settori i quali non sono di esclusiva competenza di essa, la Comunità intervenga, in 12

adempimento del Principio di Sussidiarietà, solo se, e nel caso in cui gli obbiettivi che sono

stati previsti non sono sufficientemente realizzabili da parte degli stati membri e, dunque

possono essere meglio realizzati a livello Comunitario.

Da ricordare inoltre che, il principio di Sussidiarietà vincola l'intervento comunitario SOLO

se sussistono i seguenti presupposti:

- Che a materia rientri tra le competenze della Comunità (anche se, non di esclusiva

competenza)

- Che l'intervento non avvenga sul singolo stato membro ma, a livello Europeo.

- Che gli stati membri risultino insufficienti per la risoluzione del problema.

- Che l'intervento comnitario assicuri una soluzione migliore del problema specifico.

Il TCE prevedeva inoltre il Principio di Proporzionalità, affermando che, l'azione della

comunità non va oltre quanto necessario per il raggiungimento degli obbiettivi.

Per assicurare infine, la corretta interpretazione ai Pricipi di Sussidiarietà e, di

Proporzionalità, la Corte di Giustizia della CE svolge dei controlli giurisdizionali.

Il TCE, stabilisce inoltre, che vi sono competenze della comunità Esclusive e, Concorrenti:

Le competenze Esclusive possono essere esercitate solo dall'Unione, con esclusione di

qualsiasi intervento degli stati membri, senza alcuna necessità di dimostrare la necessità

dell'azione; gli stati membri possono intervenire autonomamente solo se autorizzati o, per

dare attuazione ad atti dell'Unione.

Per la precisione, il TFUE Art 3 elenca i settori di competenza esclusiva dell'unione quali:

- L'unione doganale

- La definizione di regole necessarie al funzionamento del mercato interno

- La politica monetaria per gli stati membri

- La politica commerciale comune, ecc.

Le competenze Concorrenti, a differenza, possono essere esercitate dagli stati membri in

caso di "non intervento " o, "intervento cessato" della comunità europea.I settori nei quali

l'Unione ha competenza concorrente sono specificati dal TFUE Art 4.

Per concludere, vi sono settori (specificati dall'Art 6 TFUE) come la tutela della salute,

l'industria e la cultura che possono essere sostenuti, coordinati o, in cui l'intervento

dell'Unione serve a completare l'azione degli stati membri.

La Comunità Europea è stata principalmente istituita per assicurare la fruizione di quattro

libertà , necessarie per l'ottenimento di un mercato unico:

1) La libertà di circolazione delle merci mediante:

- l'abolizione dei dazi doganali

- l'adozione di una tariffa doganale comune

- divieto di imposizioni fiscali discriminatorie

- divieto di restrinzioni quantitative all'importazione e all'esportazione

2) La libertà di circolazione delle persone:

- libera circolazione dei lavoratori

- abolizione di qualsiasi discriminazione (nazionalità – impiego - retribuzione)

- libera circolazione di tutti i cittadini comunitari 13

3) La libertà di circolazione dei servizi:

- diritto di svolgimento (in qualsiasi stato membro) di attività economiche salariate

- divieto di discriminazione di attività prestate da persone fisiche o giuridiche di altro

stato membro.

4) La libertà di circolazione dei capitali:

- divieto di restrinzioni a movimenti di capitali tra stati membri e tra stati membri e

paesi terzi.

L'Unione Europea si assume anche la responsabilità di assicurare la concorrenza nel

mercato europeo, svolgendo attività di controllo e sanzionatorie relative a intese, abusi di

posizione dominante, concentrazioni di imprese lesive della concorrenza e divieto di aiuti

dello stato alle imprese

Riassumendo dunque, attualmente, le principali politiche dell'Unione Europea possono

essere sintetizzate come:

1) Politica economica e monetaria

2) Fiscalità comunitaria, politica commerciale comune, cooperazione doganale

3) Politiche sociali e ispirate al principio di Coesione Sociale (distaccandosi dall'idea di

un unione con scopi prettamente economici)

4) Politica estera e di sicurezza comune e cooperazione di polizia e giudiziaria

A PAG 62- 63 RIPETE PER LA 100a VOLTA CONCETTI Già ESPRESSI E SINTETIZZATI, DAI UN

OCCHIATINA VELOCE, MAGARI BUTTA Giù QUALCOSINA SE RITIENI OPPORTUNO

I doveri costituzionali:

La Costituzione italiana prevede, oltre che ai diritti, alcuni doveri considerandoli come

inderogabili, è il caso dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale di cui la

Repubblica richiede l'adempimento.

La costituzione individua specifici doveri, tra i più rilevanti:

- Dovere al lavoro (Art 4 Comma 2 Cost): consistente nel dovere di svolgere,

secondo le proprie possibilità e la propria scelta, attività o funzioni che concorrano

al progresso materiale o spirituale della società.

- Dovere di difesa della Patria (Art 52 Cost): originariamente si trattava di rispettare

l'obbligo della leva ma tale concezione, subì uno sviluppo consistente nello

svolgere ogni attività utile a salvaguardare la sicurezza del territorio rispetto alle

aggressioni esterne. Oggi né la leva né il servizio civile sono obbligatori, ma

rispettivamente professionali o, volontari.

- Dovere di concorrere alle spese pubbliche (Art 53 Cost): Le imposte devono essere

sostenute dal cittadino italiano e, vanno a colpire i redditi, i consumi ed il

patrimonio; l'aliquota di tali imposte non è mai mantenuta fissa.

- Dovere di fedeltà alla Repubblica e di esercizio delle funzioni pubbliche con

disciplina e onore (Art 54 Cost).

1.3.3 Le istituzioni dell'Unione Europea (2/3 pt) 14

La critica principale mossa all’Unione europea era quella di soffrire di un deficit

democratico delle sue istituzioni. In effetti fino a Maastricht (1992) i motori della Comunità

Europea sono stai il Consiglio e la Commissione rispettivamente organo rappresentativo

dei governi degli Stati membri ed organo esecutivo espressione della Comunità. Il

parlamento era un organo tutt’altro che centrale nella vita dell’europa poiché organo

consultivo e composto da membri eletti dai parlamenti nazionali, perciò senza nemmeno

essere eletti direttamente dai cittadini.

Questa era la situazione iniziale in cui si trovava il Parlamento europeo e la sua storia

successiva rappresenta il percorso che si ha iniziato verso una maggiore democraticità.

Il 1976 sigla infatti l’inizio di questo percorso con una decisione molto importante:

l’elezione dei membri del parlamento a suffragio universale e diretto, che avvenne per la

prima volta nel 1979. Ciò fu di grande innovazione poiché i membri del parlamento, così

eletti, non erano divisi per Stato di provenienza, bensì per gruppi politici, espressione di

partiti politici a livello europeo.

Questo primo passo verso una maggiore democraticità fu seguito da altri incentrati sul

rafforzamento e ampliamento dei poteri parlamentari. A partire da Maastricht, infatti il

parlamento si è visto attribuire più ampie competenze relativamente all’adozione degli atti

normativi dell’Unione; mentre con Amsterdam (1997) il parlamento acquisisce

l’importantissima facoltà di legittimare la Commissione ed il suo presidente.

Oggi i poteri del parlamento si sono ampliati ulteriormente. Il Trattato sull’Unione Europea

(TUE) stabilisce infatti che “Il Parlamento europeo esercita, congiuntamente al Consiglio,

la funzione legislativa e la funzione di bilancio”.

Vediamo quindi come il parlamento abbia gradualmente acquisito una posizione sempre di

maggiore centralità, volta a ridurre il deficit democratico, arrivando a realizzare il principio

espresso nel art. 10 TUE (come modificato dal Trattato di Lisbona) secondo cui “Il

funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa”.

Come già anticipato, gli organi motore della Comunità europea prima e oggi comunque

centrali dell’Unione europea, sono il Consiglio e la Commissione Europea.

Il primo, composto dai rappresentanti dei governi degli stati membri, svolge, insieme al

parlamento la funzione legislativa e quella di bilancio, mentre il secondo, che è organo di

individui poiché espressivo della comunità nel suo insieme, ha funzione esecutiva e può

proporre atti normativi.

Poi ancora, il Consiglio Europeo, formato dai capi di stato e di governo dei paesi membri,

è un organo che ha trovato formalizzazione solamente con il Trattato di Maastricht, ma di

fatto iniziò a riunirsi già a partire dagli anni ’60. La sua funzione è quella di dare all’Unione

gli impulsi necessari al suo sviluppo, definire gli orientamenti e le priorità politiche generali.

La Corte di Giustizia e i Tribunali si spostano invece sul piano giudiziario, ambito nel quale

tutti gli organi sono organi di individui espressione dell’Unione. Il compito della Corte di

Giustizia è quello di assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e applicazione dei

trattati, mentre i tribunali sono nati successivamente e si sono affiancati alla Corte a causa

dell’aumento nel numero delle cause.

La corte dei Conti si occupa di assicurare il controllo contabile; mentre sul piano

economico la Banca Centrale Europea (BCE) occupa sicuramente un ruolo fondamentale

dettando le basi e gli indirizzi della politica monetaria dell’Unione. 15

Poi esistono altri organi minori, che hanno prevalentemente funzione consultiva come per

esempio il comitato economico e sociale dove trovano spazio i rappresentanti della società

civile, prevalentemente nei settori socio-economici; oppure il comitato delle regioni in cui

sono rappresentate le collettività regionali e locali.

Chi contribuisce allo sviluppo equilibrato del mercato interno è, invece la Banca Europea

per gli investimenti, che si occupa di finanziamenti.

Infine anche il mediatore, istituito dal Trattato di Lisbona e eletto dal Parlamento, è un

organo dell’Unione abilitato a ricevere le denunce di qualsiasi persona fisica o giuridica

che risiede o abbia sede nell’Unione, con lo scopo di avvicinare sempre più i cittadini

all’Unione Europea.

1.3.4 Le fonti del diritto dell'Unione Europea e i rapporti con gli ordinamenti degli

Stati Membri (3*/3 pt)

La specificità dell’Unione europea è quella di essere un’organizzazione istituita attraverso

la stipula di Trattati internazionali, che a loro volta abilitano l’Unione a produrre atti

normativi, che esplicano i loro effetti negli ordinamenti degli Stati Membri. Appare chiaro

quindi che siamo in presenza di due livelli di fonti del diritto: il primo legato ai patti istitutivi

dell’Unione Europea, perciò detto “primario”; mentre il secondo livello riguarda gli atti

normativi che derivano la loro legittimità dai patti istitutivi e perciò detto “derivato”.

Prima di analizzare l’interessante rapporto tra il diritto comunitario e il diritto interno, si

rende necessaria una chiarificazione su quali siano le fonti del diritto primario e quali

quelle del diritto derivato.

Le principali fonti del diritto primario dell’Unione Europea sono i trattati (in particolar modo

il TUE e TFUE) e i protocolli che li integrano.

Emerge subito un forte dualismo. Da un lato abbiamo i trattati stessi, che sono lo

strumento tipico della cooperazione intergovernativa tra stati e perciò la loro approvazione

o modifica avviene attraverso procedure che richiedono l’unanimità degli stati membri;

mentre dall’altro i trattati fanno emergere il grande carattere innovativo dell’ordinamento

europeo, che la allontana dall’essere una semplice Organizzazione internazionale. Essi,

infatti danno la facoltà all’unione di emanare norme in molteplici materie che si dirigono

non solo agli stati membri, ma direttamente ai loro cittadini, caso unico nella storia,cazzo.

Tra i protocolli, assume rilevante importanza assume la “Carta dei diritti fondamentali

dell’Unione Europea”, in cui essa fa propri i principi generali a cui sottostare.

Per quanto concerne invece le fonti del diritto derivato l’art. 288 del TFUE dispone che

“Per esercitare le competenze dell’unione, le istituzioni adottano regolamenti, direttive,

raccomandazioni e pareri”, di fatto elencando gli atti di cui dispongono gli organi

dell’unione.

Indubbiamente i principali sono regolamenti e direttive in quanto sono atti normativi

vincolanti, mentre le decisioni sono si vincolanti ma hanno natura amministrativa, ed infine

raccomandazioni e pareri sono atti non vincolanti e contengono rispettivamente l’invito a

conformarsi ad essi e l’orientamento che viene indicato da seguire.

Il regolamento è un atti normativo a portata generale, pertanto si indirizza a tutti

indistintamente ed è caratterizzato da generalità ed astrattezza; in secondo luogo è

obbligatorio in tutti i suoi elementi, perciò ne va data completa e integrale applicazione; 16

infine si caratterizza per la diretta applicabilità in ciascun stato membro, pertanto produce

effetti diretti tra le persone fisiche e giuridiche degli stati membri.

La direttiva invece non ha portata generale ma si rivolge sempre ad un numero ben

definito di destinatari; l’obbligatorietà è limitata solamente al risultato da raggiungere (non

nella forma e nei mezzi) e infine c’è l’obbligo di attuazione entro un termine preciso.

Questa differenza tra i due atti normativi comunitarie è dovuta principalmente al fatto che

in certi ambiti per meglio adeguarsi alle forti diversità che esistono tra i vari ordinamenti

degli stati membri, l’Unione Europea con l’utilizzo delle direttive preferisce non vincolare i

suoi atti anche nella forma e nei mezzi, poiché l’eccessiva rigidità dei regolamenti sarebbe

sicuramente causa di problemi.

Per concludere questa prima parte è opportuno sottolineare alcune differenze.

Da un punto di vista giuridico notiamo come per le fonti del diritto primario il metodo

utilizzato sia quello unanimistico; mentre per le fonti del diritto derivato si utilizzi il metodo

maggioritario tra gli organi dell’Unione.

Invece, da un punto di vista contenutistico, le fonti del diritto primario si occupano dei

principi generali, dei diritti, delle organizzazioni fondamentali, mentre le fonti del diritto

derivato si occupano di qualunque materia e in modo specifico e preciso.

Ora finalmente possiamo passare ad analizzare gli effetti che le fonti del diritto comunitario

esplicano nell’ordinamento degli stati membri.

A livello europeo già con la sentenza del 5 febbraio 1963 nel caso VAN GEND & LOOS, la

corte di giustizia sottolineava la peculiarità dell’ordinamento comunitario rispetto a

qualunque altra organizzazione internazionale.

La sentenza sottolinea, in primo luogo, la diretta efficacia delle disposizioni contenute nei

trattati (fonti del diritto europeo), cioè la non necessarietà di un provvedimento interno di

recepimento da parte degli stati membri. In secondo luogo viene enfatizzato il sorgere di

diritti e obblighi non solo in capo agli stati stessi ma anche in capo ai loro cittadini, con la

conseguente possibilità per essi di invocare l’applicazione delle disposizioni davanti ai

giudici nazionali. Secondo la sentenza ciò è giustificato “dall’instaurazione di organi

investiti istituzionalmente di poteri sovrani da esercitarsi sia nei confronti degli stati membri

sia dei loro cittadini”. Poi ancora, l’art. 177 del Trattato della comunità Europea che affida

alla Corte di Giustizia la “funzione il cui scopo è di garantire l’uniforme interpretazione del

trattato da parte dei giudici nazionali”, conferma il fatto che gli Stati riconoscano al diritto

comunitario un’autorità tale da poter essere fatta valere dai propri cittadini. Come già detto

questo aspetto rappresenta la grande innovazione dell’unione europea.

A completamento di questa prima sentenza si pone la sentenza del 15 luglio 1964 nella

causa COSTA c. ENEL, in cui la corte di giustizia afferma l’importante principio del primato

del diritto comunitario rispetto agli ordinamenti degli stati membri. La giustificazione sta nel

fatto che, oltre ad esserci un ordinamento giuridico comunitario che va rispettato dai

giudici nazionali (sentenza precedente), gli stati hanno limitato, seppur in campi circoscritti

i loro poteri sovrani, creando un complesso di diritto vincolante. Questo diritto vincolante fa

si che per gli stati sia “impossibile far prevalere, contro un ordinamento giuridico da essi

accettato a condizione di reciprocità (il trattato), un provvedimento unilaterale ulteriore, che

per tanto non potrà essere opponibile all’ordine comune. Se l’efficacia del diritto

comunitario variasse da uno stato all’altro in funzione delle leggi interne posteriori, ciò

metterebbe in pericolo l’attuazione degli scopi del trattato”. 17

Se a livello europeo sono sin da subito stati riconosciuti e accettati questi principi, non è

così a livello dei singoli stati e il caso italiano ne è un esempio emblematico.

La stesso caso COSTA c. ENEL, infatti, ebbe una sentenza che arrivava ad una

conclusione diametralmente opposto presso la CORTE costituzionale italiana, che si

rifaceva alla regola secondo cui i trattati internazionali entrano nel nostro ordinamento in

forza di una legge che autorizza il presidente della repubblica a ratificarli e perciò non

potevano essere superiori alle leggi interne. Inoltre, in base al principio di successione

delle leggi nel tempo, una legge interna successiva e contrastante con una fonte

comunitaria finirebbe per prelevare su questa.

Bisogna aspettare la sentenza 232/1975, per vedere l’adeguamento della corte

costituzionale alla giurisprudenza comunitaria in riguardo al principio del primato del diritto

comunitario. Questa sentenza prevede infatti l’attribuzione di potestà normativa agli organi

delle comunità europee con la conseguente limitazione della potestà statale, che trova

fondamento nel principio internazionalista (art. 11 COST); la distinzione tra diritto

comunitario e interno, seppur coordinati; la piena efficacia obbligatoria e la diretta

applicazione in tutti gli stati membri delle norme comunitarie, per un’esigenza di

eguaglianza e certezza giuridica; infine prevede che le norme comunitarie non possano

essere oggetto di provvedimenti statali a carattere riproduttivo, integrativo o esecutivo, che

possono differirne o condizionarne l’entrata in vigore, e tanto meno sostituirsi ad essi,

derogarli o abrogarli, anche parzialmente. Ciò serve a proteggere il principio di uniformità

nell’applicazione delle norme comunitarie in tutti gli stati membri, cristallizzando il fatto che

esse sono sottratte alla potestà dei singoli stati.

A completare il principio del primato del diritto dell’Unione Europea arriva la sentenza 170

del 1984, attraverso cui la Corte Costituzionale riconosce il principio dell’APPLICAZIONE

DIRETTA dei regolamenti e secondo cui i giudici nazionali debbano provvedere a dare a

questi atti normativi applicazione, disapplicando l’eventuale legge incompatibile interna.

Da un punto di vista pratico si sottraggono di fatto dal giudizio di legittimità della

Costituzione le norme interne incompatibili con i regolamenti comunitari, per contrasto con

l’art. 11 che, come sappiamo, prevede una limitazione della sovranità a favore di

organismi sovranazionali volti a mantenere la pace.

Ora è necessario chiedersi se anche le direttive, atto normativo che pur essendo diverso

rispetto ai regolamenti obbliga lo stato a cui è diretto all’applicazione, abbiano efficacia

diretta nell’ordinamento interno. La corte Di giustizia affronta questo problema nel 1982

nella sentenza Becker. Essa afferma che l’obbligo per gli stati membri di recepire la

direttiva è incompatibile con l’esclusione della possibilità per le persone interessate di far

valere quell’obbligo. Ciò porta a due importanti conseguenze. Innanzi tutto qualora le

disposizioni di una direttiva appaiano, dal punto di vista sostanziale, INCONDIZIONATE e

SUFFICIENTEMENTE PRECISE, esse possono essere richiamate per opporsi a qualsiasi

disposizione interna non conforme a quelle direttive non applicate entro i termini previsti.

In secondo luogo lo Stato inadempiente è tenuto a risarcire i danni patiti dai soggetti, per

non aver eseguito entro i termini le disposizioni di una direttiva NON INCONDIZIONATA e

NON SUFFICIENTEMENTE PRECISA.

Appare chiaro quindi che, seppur in maniera più limitata e non direttamente applicabili al

pari dei regolamenti, anche le direttive esplicano un effetto diretto, che può essere fatto

valere dai cittadini, qualora sussistano le premesse qui sopra esposte.

La corte di Giustizia completa questo complesso processo con la sentenza del 1989 nel

caso F.lli Costanzo, in cui tutto ciò detto sin qui non solo coinvolge i giudici nazionali, ma si

estende anche a tutti gli organi delle pubbliche amministrazioni, che quindi sono tenute ad

18

applicare direttamente i regolamenti dell’Unione, disapplicando le norme interne ad essi

incompatibili e ammettere l’efficacia delle direttive, se sussistono i casi prima visti.

Come conclusione va fatta una precisazione: il principio del primato del diritto dell’UE vale

nei confronti di qualunque fonte interna con il solo limite dei principi supremi della

Costituzione (232/1989 C.Cost).

Abbiamo visto come nel tempo la Corte Costituzionale abbia riconosciuto sempre un

maggior primato al diritto comunitario, primato che trova legittimazione nel principio

internazionalista del nostro testo costituzionale. Questo primato, inoltre, come conferma la

sentenza 232 del 1989 è divenuto di immensa portata, poiché determinandone il limite nei

“soli” principi costituzionali, si ammette che in tutto il resto esso prevale rispetto al diritto

interno.

SCHEMA RISPOSTA:

FONTI DIRITTO PRIMARIO(TRATTATI PROTOCOLLI) vs FONTI DIRITTO

DERIVATO(REGOLAMENTI DIRETTIVE)

PRINCIPI CHE REGOLANO I RAPPORTI TRA I DUE ORDINAMENTI:

Primato diritto UE: applicazione diretta regolamenti con disapplicazione norme interne,

effetto diretto direttive in determinati casi, non solo giudici nazionali ma anche pubbliche

amministrazioni, limite nei principi costituzionali per il resto prevale.

1.3.5 Gli strumenti (giurisdizionali e legislativi) di adeguamento al diritto dell'Unione

Europea (3/3 pt)

Il diritto comunitario ha avuto modo di penetrare così a fondo nell’ordinamento degli stati

membri principalmente grazie al sistema di tutela giurisdizionale dell’Unione europea.

Un primo metodo di tutela è il RICORSO PER INFRAZIONE (disciplinato negli art. 258-59-

60 del TFUE), che è volto ad accertare la mancata osservanza da parte di uno stato

membro di un obbligo allo stesso imposto dal diritto dell’Unione.

L’iniziativa può essere presa da uno stato membro, attraverso la Commissione, o dalla

Commissione stessa, che apre una fase precontenziosa. Nel primo caso gli stati coinvolti

illustrano in contraddittorio le rispettive posizioni; mentre nel secondo la commissione

mette in mora lo stato inadempiente e da la possibilità ad esso di esprimersi.

Successivamente, in entrambi i casi, la commissione procede ad emettere un parere

motivato diretto a determinare la cessazione della violazione. Qualora questo parere

rimanga inascoltato, chi ha preso l’iniziativa può, aprendo la fase contenziosa, presentare

ricorso alla Corte di Giustizia la quale si pronuncia attraverso una sentenza di

accertamento che obbliga lo stato a cui è diretta a prendere i provvedimenti per la sua

osservanza. In caso di un secondo inadempimento si apre un secondo procedimento di

infrazione e ricorso alla corte, che si conclude con la condanna al pagamento “di una

somma forfettaria o di una penalità”.

È quindi resa evidente la necessità che gli stati membri assicurino la conformità dei propri

ordinamenti a quello comunitario. Per quanto riguarda l’Italia la legge 86/1989 prima e la

11/2005 poi hanno dettato le norme sulla “partecipazione dell’Italia al processo normativo

dell’UE e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari”. Questa disciplina sia la

partecipazione del parlamento, delle regioni, degli enti territoriali, delle province autonome

19

e delle parti sociali al processo di formazione delle decisioni comunitarie (fasce

ascendente), ma anche la fase discendente, cioè di applicazione del diritto comunitario,

che invece spetta soltanto a Stato, regioni e provincie autonome.

Ciò permette di introdurre il secondo strumento di adeguamento al diritto dell’UE: la

LEGGE COMUNITARIA ANNUALE. Si tratta di uno strumento legislativo che si pone come

fonte del diritto che, annualmente, consente l’adeguamento dell’ordinamento interno a

quello comunitario, che non è altro che l’esito del processo di verifica di conformità

previsto dall’art. 8 della legge 11/2005. In altri termini la legge comunitaria annuale è un

disegno di legge contenente “disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti

dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità Europee”.

La presenza di questa legge non esclude però, eventuali provvedimenti urgenti di

adeguamento del Consiglio dei Ministri; come del resto, non è esclusa la facoltà di Regioni

e Province Autonome di dare attuazione immediata alle direttive comunitarie nelle materie

di propria comptenza.

[la legge comunitaria annuale è finalizzata a conformare l’ordinamento interno alle direttive

scadute o in scadenza, a dare applicazione nel nostro ordinamento agli atti degli organi

dell’Unione europea, a intervenire sulle disposizioni interne vigenti oggetto di procedure di

infrazione, a fornire alle regioni e alle province autonome i principi fondamentali conformi

al diritto dell’Ue per l’esercizio, da parte delle stesse, della loro competenza legislativa di

tipo concorrente, o addirittura una disciplina in via sostitutiva quando regioni e province

autonome abbiano violato con le loro leggi i vincoli derivanti dall’appartenenza dell’italia

all’ue.]

Al ricorso in via pregiudiziale e alla legge comunitaria si aggiunge un altro istituto, ancor

più decisivo: il RINVIO IN VIA PREGIUDIZIALE ALLA CORTE DI GIUSTIZIA (disciplinato

dall’art.267 del TFUE). Attraverso questo strumento la Corte Costituzionale ha potuto

assicurare uniformità nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto dell’Unione Europea

in tutti i paesi membri, rafforzando l’integrazione tra ordinamento comunitario e

ordinamenti interni. Secondo il 267, gli organi giurisdizionali degli stati membri possono, o

autonomamente se lo credono necessario, o se le parti ne fanno richiesta, proporre alla

Corte di giustizia questioni relative alla interpretazione dei trattati e alla validità e

interpretazione degli atti dell’Unione Europea.

La competenza pregiudiziale della corte si giustifica nell’ottica di un sistema in cui sono gli

organi giurisdizionali degli Stati membri a determinare quotidianamente la corretta

interpretazione e applicazione delle norme comunitarie, perciò ha del tutto senso la loro

facoltà riconosciutagli dal 267 del TFUE.

In più, attraverso il rinvio pregiudiziale sono le stesse parti del giudizio, e quindi qualsiasi

persona fisica o giuridica, che possono invocare l’intervento della Corte di Giustizia. Ciò ha

un’importante conseguenza: l’uniformità della corretta interpretazione è affidata oltre che

all’UE, ma anche all’iniziativa dei cittadini, delle imprese e delle associazioni che vogliono

tutelare la propria posizione.

Per concludere la descrizione di questo strumento si rende necessario considerare i suoi

singoli elementi.

La competenza della Corte di Giustizia è indiretta poiché solo una giurisdizione nazionale

può sollevare la questione ed è sempre l’organo giurisdizionale a decidere se sottoporre o

meno la questione alla Corte di Giustizia, poiché essa deve essere rilevante ai fini della

decisione della controversia. 20

La facoltà diviene obbligo se il giudice è di ultima istanza, a meno che la questione sia

chiarita dalla giurisprudenza comunitaria o la corretta applicazione del diritto dell’UE non

possa lasciare adito a dubbi.

Il rinvio pregiudiziale, inoltre, sospende il giudizio pendente che riprenderà solo dopo il

pronunciamento della Corte di Giustizia.

Infine la sentenza obbliga all’adeguamento lo stato membro e ha efficacia retroattiva,

costituendo inoltre un orientamento generale da seguire per tutti i giudici.

Conclusioni: a che punto è il processo di integrazione? (2/3 pt)

Molti elementi portano ad avvicinare l’ordinamento dell’Unione Europea a quello di uno

Stato Federale:

EFFETTO DIRETTO delle fonti dell’Unione negli ordinamenti degli Stati Membri;

SISTEMA GIURISDIZIONALE che assicura uniformità di interpretazione e applicazione del

diritto comunitario in tutti gli Stai;

Integrazione dei trattati con norme dirette a garantire DIRITTI SOCIALI, DIRITTI

FONDAMENTALI DELLE PERSONE e PRINCIPI FONDAMENTALI dell’Unione Europea;

Criteri di ripartizione delle competenze tra Unione e Stati Membri;

Moneta Unica, cooperazione di polizia e giudiziaria, cooperazione di politica estera, che

testimoniano competenze non più settoriali, ma sempre più generali;

Prevalenza della logica della MAGGIORANZA nelle decisioni.

Ne esistono però altri che allontanano l’ordinamento dell’Unione da quello di uno Stato

Federale, elementi tipici di una Confederazione tra Stati:

MODIFICABILITA’ dei TRATTATI e dei PATTI COSTITUTIVI attraverso il principio

unanimistico, che continuano a far apparire l’UE come legittimata dagli stati, che sono i

Sovrani dei Trattati che legittimano a loro volta l’Unione.

DIRITTO DI RECESSO (art. 50 TUE) esplicitato dal trattato di Lisbona.

Il fallimento del progetto di adozione di una costituzione per l’Europa rappresenta la prima

battuta d’arresto del processo evolutivo di integrazione europea.

La sentenza del 30 Giugno 2009 della Corte Costituzionale Tedesca evidenzia che gli Stati

membri restano i depositari della sovranità da cui dipende l’UE e che il processo di

integrazione è reversibile. A questa conclusione si arriva partendo dal fatto che se non si

raggiunge un accordo sulla modalità di recesso, il recesso diviene efficace due anni dopo

la notifica della decisione di recesso. Ciò significa che il recesso dipende solo dalla volontà

del singolo stato, dimostrando come il processo di integrazione non è irreversibile, anzi è

un passo indietro verso lo Stato Federale.

2 Nucleo Tematico

2.1La concezione dei diritti nella Costituzione (2/3 pt)

Per comprendere qual'è la concezione dei diritti accolta nella nostra Carta costituzionale

occorre tenere presente quali sono le principali 21

concezioni che al riguardo si sono confrontate dal' 800 ad oggi.

Una prima concezione, che fonda le proprie origini nello stato di diritto tedesco della fine

dell' 800 (Rechtsstaat), risponde ad un approccio statualistico, ove i diritti trovano fonte e

misura esclusivamente nello stato. In questo contesto i diritti dei cittadini derivano da un'

autolimitazione dello stato, il quale tutela la sfera dei diritti individuali soltanto quando

questi ultimi riescono a coniugarsi con gli interessi espressi dallo stato stesso. In questo

caso i diritti dei cittadini nei confronti dello stato vengono definiti "diritti pubblici soggettivi",

in quanto diritti del soggetto fatti valere nei confronti del potere pubblico.

Completamente diversa è la concezione dei diritti che emerge dalla "Dichiarazione dei

diritti dell'uomo e del cittadino" della Francia rivoluzionaria del 1789, nella quale i diritti non

sono considerati concessi dallo stato in via di una propria autolimitazione, bensì sono

ritenuti preesistenti allo stato in quanto innati ("gli uomini nascono e rimangono liberi ed

uguali nei diritti", Articolo 2). Questa concezione designa un approccio individualistico al

tema dei diritti, nel senso che questi sono considerati propri dell'individuo in quanto tale.

Tuttavia, l'articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino evidenzia come

il nucleo centrale della dichiarazione risulti essere la legge e non i diritti. Infatti quest'ultimo

afferma che la libertà individuale trova limite solo nella libertà altrui, ma che è la legge a

definire tale limite. Pertanto nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, la

nominale affermazione dei diritti si accompagna all'attribuzione al legislatore del potere di

definirne i limiti e conseguentemente anche il relativo contenuto.

Lo stato di diritto in Francia trova consistenza prevalentemente nel principio di Legalità, in

forza del quale i diritti soggettivi degli uomini possono essere limitati solo in forza di una

legge, ma questa garanzia è anche il limite della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del

cittadino che finisce per essere legicentrica.

Nella concezione anglosassone, le libertà costituiscono il frutto di conquiste stratificatesi

nel tempo come testimoniano i documenti che si sono succeduti a suggellare tale

evoluzione( Magna Carta, Petition of Rights, Habeas corpus acta, Bill of right, Act of

Settlement). Pertanto in Inghilterra le ragioni della libertà si legano con quelle della

storicità, sottraendosi alla possibilità che il legislatore possa intervenire per limitarle al

punto di privarle di tutela. La rule of Law, che costituisce la versione inglese dello stato di

diritto, attribuisce preminenza alla legge rispetto a qualsiasi altro atto, ma la legge non può

tuttavia sacrificare le libertà che il popolo inglese ha progressivamente conquistato e che

si sono sedimentate come ordinamento in Inghilterra.

La concezione accolta dalla nostra costituzione attua un contemperamento delle

concezioni francese ed anglosassone.

In particolare, escludendo sia l' impostazione totalitaria, la quale fa risalire allo stato

l'attribuzione dei dritti dei singoli, sia la visione meramente individualistica, essa si

impronta fondamentalmente sulla tutela della dignità della persona, la quale è considerata

in posizione di assoluta preminenza rispetto allo Stato.

In primo luogo la carta Costituzionale sancisce che i diritti dell'uomo non sono attribuiti

dalla repubblica, la quale si limita a prendere atto della loro (pre)esistenza, considerandoli,

quindi, diritti innati e naturali (Art. 2: "la repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili

dell'uomo"). Inoltre, la costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo

anche nell'ambito delle formazioni sociali.

In secondo luogo, la costituzione affida alla corte costituzionale il sindacato di legittimità

costituzionale delle leggi, consentendo di subordinare il potere espresso nell'atto

legislativo ai diritti dell'uomo consacrati nel carta Costituzionale. 22

In terzo luogo, la Costituzione individua specificamente quali sono i diritti dell'uomo

riconosciuti e garantiti a livello costituzionale dalla Repubblica; pertanto la Costituzione

non si limita a riconoscere i diritti fondamentali dell'uomo, bensì li positivizza, definendoli

ed individuandoli mediante norme giuridiche di rango costituzionale (Art. 13ss).

Infine è opportuno ricordare che i diritti costituzionali non valgono, come avveniva con i

cosiddetti "diritti pubblici soggettivi", solo nei confronti dei pubblici poteri, bensì sia nei

confronti di questi ultimi sia nei confronti dei privati (efficacia orizzontale dei diritti

costituzionali).

La Costituzione Repubblicana, oltre ad affermare e garantire i diritti di libertà, riconosce e

tutela anche i diritti sociali, i quali trovano la propria base costituzionale nel contesto

dell'articolo 3 c. 2 della Costituzione, ove è affermato che la Repubblica si impegna ad

intervenire per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e

l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale

del Paese.

Tra diritti sociali e diritti di libertà intercorrono significative analogie e differenze.

Mentre i diritti di libertà comportano a carico dei pubblici poteri un dovere di astensione, i

diritti sociali sono diritti pretensivi in quanto diretti ad ottenere una prestazione. Per tale

motivazione, è stata spesso affermata una minore pregnanza dei diritti sociali rispetto ai

diritti di libertà, in quanto l'effettivo soddisfacimento dei primi dipenderebbe dalle

disponibilità finanziarie dello Stato.

Tuttavia, occorre considerare che anche i diritti di libertà risultano essere subordinati alle

necessità finanziarie dello stato, poiché per essere tutelati richiedono l'intervento

dell'organizzazione giudiziaria. Inoltre, esistono diritti sociali che hanno la stessa struttura

dei diritti di libertà, poiché attinenti a rapporti giuridici che si istituiscono spontaneamente

(diritti sociali incondizionati).

Infine, in riferimento a quei diritti il cui godimento dipende dalla presenza di

un'organizzazione erogatrice della prestazione, considerata la centralità della dignità

umana nella Costituzione è possibile affermare che la tutela dei diritti sociali prevale

rispetto ai motivi di efficienza economica dello stato.

SCHEMA RISPOSTA:

-Concezione delle libertà nei modelli Tedesco, Francese e Inglese

-Concezione annoverata dalla nostra Carta costituzionale:

°Diritti innati dell'uomo e delle formazioni sociali (art.2)

°Controllo di costituzionalità

°Catalogo dei diritti espressamente tutelati (art. 13 ss)

°Efficacia orizzontale dei diritti costituzionali

-Diritti sociali: analogie e differenze con diritti di libertà

2.2 Titolarità dei diritti: cittadini, stranieri e cittadini dell'unione Europea (3/3 pt)

L'articolo 2 della Costituzione fa espresso riferimento ai diritti dell'uomo in quanto tale;

eppure alcuni articoli della Costituzione nel menzionare alcuni diritti costituzionali si

riferiscono ai cittadini come se soltanto costoro siano titolari di quei diritti. Per risolvere

questa apparente dicotomia è necessario innanzitutto definire il concetto di cittadinanza e

le disposizioni che riguardano i suoi modi di acquisto.

Vi sono due principali modi di acquisto della cittadinanza(art.1): lo Ius Sanguinis (in virtù

del quale la cittadinanza viene acquistata per legame di sangue con colui che è già 23

cittadino), e lo Ius soli (secondo il quale la cittadinanza si acquisisce in seguito alla nascita

o addirittura alla stabile residenza sul territorio dello stato).

Tuttavia, altri criteri allargano la nozione di cittadinanza nel nostro Paese: l'acquisto della

cittadinanza conseguente al matrimonio(art.5) con cittadino italiano (iuris communicatio),

oppure al decreto di concessione della cittadinanza da parte del Presidente della

Repubblica(art.9).

Infine, occorre considerare che in alcuni casi la cittadinanza può essere acquistata per

scelta volontaria (beneficio di legge), come avviene per lo straniero nato in Italia, che vi

abbia risieduto senza interruzioni fino alla maggiore età e che dichiari entro l'anno

successivo di voler diventare cittadino italiano (art.4, ultimo comma).

Relativamente alla spettanza dei diritti costituzionali, abbandonata la concezione che

vincolava il godimento di tali diritti alla clausola delle "condizioni di reciprocità" relativa

all'articolo 16. delle preleggi, in seguito alla stipula e la ratifica di trattati internazionali

come la "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" e la "Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali", si è giunti al riconoscimento

dei diritti fondamentali della persona umana ad ogni uomo, cittadini e stranieri.

Per quanto riguarda invece il godimento dei diritti civili, il testo unico sull'immigrazione,

approvato con il decreto Legislativo n° 286 del 1988 modificato in particolare dalla "legge

Bossi-Fini" n.189 del 2002, circoscrive la spettanza dei diritti civili riconosciuti ai cittadini ai

soli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, lasciando sopravvivere in

via residuale la possibilità che in merito a tali diritti siano previste condizioni di reciprocità. I

diritti civili devono essere intesi come diritti diversi rispetto a quelli fondamentali che lo

stesso T.U. riconosce a tutti gli stranieri comunque presenti sul territorio dello Stato.

Lo status di cittadino o di straniero è rilevante anche ai fini del godimento dei diritti sociali, i

quali si caratterizzano spesso per una necessaria onerosità legata al fatto che questi diritti

sono diretti ad ottenere una prestazione dallo Stato. A tal proposito, particolarmente

significativa ai fini della comprensione della regolamentazione dei diritti sociali per gli

stranieri è la disciplina del diritto alle cure sanitarie, contenuta negli articoli 34 e 35 del T.U.

immigrazione. Questi ultimi subordinano il diritto alle cure all'iscrizione dello straniero al

servizio sanitario. In mancanza di tali presupposti le prestazioni sanitarie sono erogate a

fronte del pagamento da parte dello straniero della tariffa stabilita per la prestazione resa.

Tuttavia, l'art. 35 comma 3 del T.U. dispone che sono assicurate agli stranieri comunque

presenti sul territorio della Repubblica e anche se non in regola con la disciplina

sull'ingresso e il soggiorno le cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque

essenziali.

Per quanto concerne i diritti politici, l'art.2 c.4 del T.U. immigrazione stabilisce che lo

straniero regolarmente soggiornante partecipa alla vita pubblica locale. Pertanto, pur

privato del diritto di voto sia alle elezioni politiche sia alle elezioni amministrative, a livello

locale è possibile che lo straniero partecipi alla vita politica (E.G. mediante le consulte di

partecipazione).

Un trattamento significativamente differente è previsto per i cittadini dell'Unione europea, i

quali godono dei diritti previsti nei trattati internazionali, in particolari quelli stabiliti nella

Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e nella Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo, espressamente richiamati dall'art 6. del TUE. Ai cittadini

dell'Unione europea sono inoltre garantiti il diritto di circolazione, di soggiorno nonché il

godimento dei diritti civili, mentre in merito al godimento dei diritti sociali occorre

distinguere la posizione del cittadino dell'Unione europea rispettivamente a ciascun tipo di

servizio sociale. 24

Per quanto riguarda i diritti politici, al cittadino dell'Unione europea spettano: il diritto di

voto ed eleggibilità al Parlamento europeo e alle elezioni comunali nello stato membro in

cui risiede.

SCHEMA RISPOSTA:

- Il problema della cittadinanza

- I modi di acquisto della cittadinanza

- La spettanza dei diritti costituzionali

°Diritti costituzionali

°Diritti civili

- I Diritti sociali

- I Diritti politici

- La condizione dei cittadini dell'Unione europea

2.3 I diritti Costituzionali e la tendenza alla loro espansione (3/3 pt)

I diritti costituzionali trovano definizione nella Costituzione mediante l'individuazione

dell'oggetto della tutela e delle modalità di tutela. In particolare, per quanto riguarda

l'oggetto della tutela gli articoli salienti sono:

-Art. 13 cost, il quale disciplina la tutela della libertà personale, cioè la libertà fisica e

psichica della persona. In particolare la Costituzione impedisce che la persona subisca

costrizioni fisiche, o costrizioni tali da incidere sulla dignità morale. La libertà personale

risulta essere sottoposta a limitazioni e restrizioni solo alle condizioni stabilite dalla

costituzione e per finalità prevalentemente legate alla prevenzione dei reati o la

risocializzazione del reo.

-Art. 14, il quale tutela la libertà di domicilio, la cui nozione va intesa come ogni luogo in

cui la persona fisica o giuridica, avendone legittimamente la disponibilità a titolo privato,

svolga la vita propria e di relazione e tenga i propri beni, con la volontà di escluderne altri,

con la conseguenza che in tali luoghi non sono ammesse ispezioni, perquisizioni o

sequestri, se non nei limiti disposti dalla Costituzione.

-Art. 15, il quale tutela la libertà di comunicazione e di corrispondenza, cioè in modi

attraverso cui la persona si mette in relazione con soggetti determinati, anche mediante

l'uso delle moderne tecniche informatiche e di comunicazione a distanza.

-Art. 16, il quale tutela la libertà di circolazione e soggiorno cioè la libertà di poter "circolare

e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale", salvo le limitazioni

ammesse dalla Costituzione, che in ogni caso vieta però restrizioni determinate da ragioni

politiche.

La libertà di circolazione comprende anche la libertà di espatrio, mentre la libertà di

soggiorno comprende anche la libertà di scelta del luogo di esercizio delle proprie attività

economiche. La libertà di circolazione e soggiorno ha ottenuto una garanzia ancora più

ampia dopo che l'Unione europea ha consentito la libera circolazione dei cittadini

dell'Unione europea tra gli stati membri.

-Art. 17, il quale tutela la libertà collettiva di riunione, che si caratterizza per il carattere

proprio della prima e non della seconda. Inoltre, la riunione si differenzia dal mero

assembramento, per il fatto che quest'ultimo è un raggruppamento casuale di persone,

mentre nella riunione la plurisoggettivi ha per presupposto uno scopo comune.

-Art. 18, il quale tutela la libertà collettiva di associazione, caratterizzata dalla stabilità nel

perseguimento dei fini, diversamente dalla riunione. l'articolo 18 designa inoltre i limiti della

libertà di associazione dichiarando l'illegittimità di quelle associazioni che: perseguono fini

vietati ai singoli dalla legge penale, si caratterizzano per il fatto di essere segrete o 25

perseguono fini politici con un'organizzazione a carattere militare. Le associazioni

sindacali trovano invece la propria disciplina nel contesto del' art. 39 della costituzione.

-Art. 19 e 20, i quali tutelano la libertà religiosa, sia nel senso della tutela delle libertà di

professione religiosa e di culto, sia nel senso della tutela accordata alle istituzioni ed

associazioni religiose di non subire trattamenti deteriori per il loro carattere ecclesiastico,

religioso o di culto (art. 20).

La concezione del principio di laicità dello stato accolta dalla nostra costituzione si

configura pertanto non come "indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni" ma come

"garanzia dello Stato per la salvaguardia delle libertà religiose, in regime di pluralismo

confessionale e culturale" (Corte cost. n.203 del 1989).

- Art. 21, il quale tutela la libertà di manifestazione del pensiero, che garantisce di

comunicare con ogni mezzo di diffusione il proprio pensiero ad una sfera indeterminata di

destinatari.

-Art. 22, il quale tutela il diritto al nome, alla capacità giuridica e alla cittadinanza, di cui

nessuno può essere privato per motivi politici.

-Art. 24, il quale tutela il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi

legittimi e il diritto di difesa.

Altri articoli salienti: diritto di istituire scuole ed istituti di educazione (33 Cost), libertà di

iniziativa economica (41 Cost), diritto alla salute (32 Cost), diritto all'istruzione (33, 34

Cost), diritto allo studio (34 Cost), diritti dei lavoratori (35ss Cost).

Tuttavia, una parte della dottrina ha anche sostenuto che in realtà l'art. 2 della

Costituzione, affermando che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali

dell'uomo, finisce per dare tutela ad ogni ulteriore diritto dell'uomo che emerga nella

coscienza sociale: è la tesi dell'articolo 2 come "fattispecie aperta". E in effetti i diritti

hanno manifestato una loro naturale tendenza espansiva, come dimostrano i numerosi

diritti, sia di libertà sia sociali, ulteriori rispetto all'elenco dei diritti costituzionali formulati

negli articoli 13 ss, che si sono imposti nel nostro ordinamento giuridico.

A tal proposito, è possibile affermare che l'emersione di nuovi diritti costituzionali o di nuovi

diritti che godono di una particolare tutela viene giustificata dalla possibilità di acquisire in

via interpretativa la convinzione che la Costituzione tuteli anche tali "nuovi" diritti. In altri

termini, l'articolo 2 della Costituzione non finisce per dare tutela a qualsiasi diritto

dell'uomo emergente nella coscienza sociale, bensì solo a quei "nuovi" diritti evincibili in

via interpretativa dal testo costituzionale.

L'ampliamento del novero dei diritti costituzionali o comunque di quelli che trovano una

particolare tutela pone il problema della convivenza tra tali diritti, i quali, affermati

isolatamente, hanno una pretesa di assolutezza, che però cede nel confronto tra i diversi

diritti, i quali quindi finiscono per essere ciascuno limitato dagli altri. Pertanto, a mano a

mano che aumenta il numero dei diritti costituzionali, si incrementa anche la possibilità che

i diritti costituzionali interferiscano o addirittura configgano platealmente. Si determina così

la necessità di un bilanciamento tra i diritti, al fine di ridurre il più possibile il rischio che

uno dei diritti in esame venga definitivamente sacrificato.

SCHEMA RISPOSTA:

- Catalogo dei diritti tutelati (art 13 ss)

- L'articolo 2: fattispecie chiusa o aperta?

- Il bilanciamento dei diritti

2.4 La tutela dei diritti costituzionali (3*/3 pt) 26

I diritti costituzionali trovano definizione nella carta Costituzionale mediante

l'individuazione dell'oggetto della tutela e delle modalità di tutela. In particolare, l'art. 13,

relativo alla libertà personale, prevede un modello di tutela dei diritti che è possibile

considerare come universalmente applicabile a tutti i diritti di libertà costituzionalmente

garantiti. Tale modello di tutela è fondato sulle duplice riserva di legge e di giurisdizione.

Attraverso la riserva di legge, il costituente ha inteso sottrarre la disciplina di una materia a

fonti del diritto di rango subordinato alla legge, al fine di rafforzare le tutele connesse a

quella materia. In realtà però esistono diversi tipi di riserva di legge.

In primo luogo, la Costituzione dispone che alcune materie vengano disciplinate addirittura

con legge costituzionale (riserva di legge costituzionale), prevedendo per tali materie una

disciplina volta a fornire le stesse garanzie che l'art. 138 prevede per la revisione

costituzionale.

Al di fuori di tali casi, la riserva di legge rinvia alla inderogabile necessità che un atto sia

adottato nelle forme dell'approvazione della legge ordinaria (riserva di legge formale) nei

soli casi in cui la Costituzione ha inteso dettare una specifica competenza parlamentare,

cioè attribuzioni proprie del Parlamento, non delebili al Governo (E.G: approvazione della

legge di bilancio Art. 81 Cost.).

In tutti gli altri casi invece la riserva di legge è soddisfatta sia mediante una legge ordinaria

del Parlamento, sia mediante un atto del Governo avente forza e valore di legge (Decreto

legge).

Occorre ulteriormente distinguere tra riserva di legge assoluta e riserva di legge relativa.

La riserva di legge assoluta si ha in tutti i casi in cui la costituzione demanda la disciplina

di una materia esclusivamente alla legge o agli atti aventi forza di legge (E.G: tutela della

libertà personale). Invece la riserva relativa di legge affida alla legge o alle fonti ad essa

equiparate esclusivamente la determinazione dei principi ed elementi essenziali della

disciplina di una materia, nel cui rispetto può quindi essere definita con fonti del diritto

subordinate alle legge (E.G: art 23. Cost, prestazioni patrimoniali imposte).

Le limitazioni alla libertà personale, oltre ad essere assoggettate alla riserva di legge

assoluta, sono altresì sottoposte alla riserva di giurisdizione, nel senso che soltanto un

atto motivato emesso dall'Autorità giudiziaria nell'esercizio della funzione giurisdizionale

può consentire in concreto la limitazione della libertà personale nei confronti di una o più

persone determinate.

La riserva di giurisdizione implica innanzitutto che le sanzioni restrittive della libertà

personale, previste dalle norme penali a carico di coloro che commettono reati, possono

essere disposte soltanto con sentenza dell'organo giudiziario competente.

Tuttavia, limitazioni della libertà personale possono intervenire anche prima di una

condanna definitiva e addirittura quando nei congri della persona sottoposta a restrizione

della libertà personale non è ancora iniziato il giudizio. Vengono in rilievo a questo

riguardo le misure cautelari, le quali possono essere disposte soltanto se sussistono gravi

indizi di colpevolezza a carico della persona nei cui confronti sono disposte. Gli istituti

riconducibili a tale disposizione costituzionale sono quelli del fermo di polizia giudiziaria e

dell'arresto in flagranza.

Occorre peraltro osservare che se le libertà costituzionali fossero garantite esclusivamente

attraverso i pur importanti istituti della riserva di legge e della riserva di giurisdizione, si

potrebbe dubitare che la disciplina costituzionale delle libertà sia coerente con quella

concezione delle libertà che si è detto essere stata fatta propria dai costituenti. A tal

proposito è opportuno ricordare che la costituzione ha adottato ulteriori modalità di 27

garanzia dei diritti costituzionali che consentono di affermare che di tali diritti è comunque

garantito un nucleo essenziale che non può essere compromesso dal legislatore.

Si consideri innanzitutto la predeterminazione diretta ad opera della Costituzione dei limiti

di alcune libertà; come ad esempio avviene per la libertà di riunione, dal momento che è lo

stesso art. 17 a definirne i limiti. In questo contesto al legislatore risulta essere preclusa la

possibilità di procedere da sé alla definizione dei limiti dei diritti costituzionali, come invece

avviene quando la garanzia dei diritti si riduca a mera riserva di legge.

Un secondo modello di tutela volto a salvaguardare il nucleo essenziale dei diritti

costituzionali è dato dalla riserva di legge rinforzata, mediante la quale la Costituzione, nel

demandare al legislatore l'individuazione dei limiti dei diritti costituzionali, determina

anche, a sua volta, i casi e le finalità nel rispetto dei quali il legislatore ha la possibilità di

dettare la propria disciplina (E.G: art 16 Costituzione, libertà di circolazione e soggiorno)

Infine, anche laddove la tutela delle libertà costituzionali appaia tutelata soltanto mediante

la duplice riserva, di legge e di giurisdizione, i principi costituzionali consentono di

individuare un nucleo essenziale di diritti che non può essere comunque compromesso

neppure dal legislatore. E' il caso dei "principi costituzionali in materia penale, i quali

consentono di definire il nucleo della libertà personale interamente inviolabile da parte

dello stesso legislatore (Elenco a pagina 121 del testo).

Infine, la tutela dei diritti risulta oggi ancora maggiormente rafforzata per il fatto che anche

in ambito internazionale i diritti trovano una specifica protezione. A tal proposito è

opportuno ricordare i diritti consacrati nella Convenzione europea per i diritti dell'uomo, i

quali vengono opportunamente tutelati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Questi

stessi diritti risultano essere tutelati anche all'interno del territorio nazionale grazie

all'art.117 comma 1, il quale stabilisce che le leggi statali e regionali devono rispettare i

"vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Pertanto, una

legge interna contrastante con i diritti tutelati nella CEDU o nella Carta dei Diritti

fondamentali dell'Unione europea sarebbe incostituzionale anche per violazione dell'art.

117 comma 1.

SCHEMA RISPOSTA:

- Art 13: la riserva di legge (costituzionale, formale, assoluta, relativa,)

- La riserva di Giurisdizione e le misure cautelari

- Il nucleo essenziale di diritti non compromettibili (anche dal legislatore)

° predeterminazione dei limiti

° riserva di legge rinforzata

° I principi costituzionali in materia penale

- La tutela dei diritti in ambito internazionale

2.5 Le libertà economiche (3/3pt)

Tra i diritti costituzionali vanno annoverati anche i diritti relativi alla sfera economica e a cui

sono dedicati gli art. 35-47 Cost.

Due sono i capisaldi delle libertà economiche: la libertà di impresa e il diritto di proprietà,

entrambi con i relativi limiti. L'art 41. comma 1 Cost. dispone che l'iniziativa economica

privata è libera e tale disposizione si ritiene fondativa sia della libertà di intraprendere ed

esercitare attività di impresa e libero professionale, sia dell'economia di mercato, quale

scelta fondamentale dell'Assemblea costituente.

Peraltro la libertà di iniziativa economica incontra diversi limiti. Innanzitutto i limiti

espressamente enunciati al secondo comma dell'art. 41 Cost., secondo cui l'iniziativa 28

economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale, né in modo da recare

danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.

In secondo luogo, la libertà di iniziativa economica incontra i limiti derivanti dagli altri diritti

e principi costituzionali: le imprese operanti nel settore dell'informazione incontrano i limiti

che l'ordinamento impone affinché sia assicurato il diritto di informazione e il pluralismo dei

mezzi d'informazione; le imprese operanti nel settore dell'istruzione, anche sulla base

dell'art. 33 Cost., che prevede la libertà di istituire scuole private, trovano limite nella

necessità che gli edifici e gli spazi a ciò adibiti siano dotati di tutti i sistemi di sicurezza

necessari a salvaguardare diritti fondamentali come il diritto alla vita e il diritto alla salute.

In terzo luogo, le libertà di iniziativa economica sono sottoposte ai limiti "esterni" stabiliti

dall'art. 41 comma 3 Cost., che abilita la legge a disporre programmi e controlli per

indirizzare e coordinare le imprese pubbliche e private verso fini di utilità sociale. In virtù di

tale disposizione è possibile affermare che la nostra Carta costituzionale si reputa ispirata

ai principi di un'economia mista e non meramente liberista, giacché alla legge vengono

attribuiti compiti di programmazione e controllo per finalità di indirizzo e coordinamento

della libera impresa.

Infine, la libertà di iniziativa economica trova poi un limite ulteriore e ancora più penetrante

nel potere, attribuito alla legge dall'art. 43 Cost., a fini di utilità generale, di riservare

originariamente o di trasferire successivamente allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di

lavoratori e utenti imprese avente carattere di preminente interesse generale e operanti in

situazioni di monopolio, o nel settore delle fonti di energia, o nei servizi pubblici

essenziali(E.G. : nazionalizzazione delle imprese operanti nel settore dell'energia elettrica,

ENEL).

Altre disposizioni costituzionali riguardano l'impresa privata: per ammettere ed anzi

favorire il modello dell'impresa cooperativa a carattere di mutualità e senza fini di

speculazione privata, nonché dell'impresa artigiana (art 45. Cost); per ammettere il diritto

dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende (art. 46 Cost.); per fondare una

disciplina di maggiore controllo nei confronti dell'impresa creditizia (art. 47 Cost.).

Relativamente al diritto di proprietà, la Costituzione ha determinato il superamento del

carattere sacro ed inviolabile della proprietà, dal momento che l'art. 42 Cost, pur

demandando al legislatore di riconoscere e garantire la proprietà privata, abilita lo stesso

legislatore a stabilire anche i limiti alla proprietà privata per assicurarne la funzione sociale

e renderla accessibile a tutti. Ciò che giustifica non soltanto il diritto di espropriazione, ma

pure i poteri di conformazione della proprietà. A tal proposito è opportuno ricordare che,

mentre l'espropriazione per pubblica utilità è stata nel tempo sottoposta ad una disciplina

più rigorosamente a tutela della proprietà (indennità dovuta all'espropriato corrispondente

al valore venale del bene oggetto dell'espropriazione), il potere di conformazione è

divenuto elemento assolutamente centrale della programmazione urbanistica e a tutela dei

valori paesaggistici e ambientali.

Oggi la Costituzione economica deve essere letta alla luce delle disposizioni costituzionali

relative ai rapporti economici come integrate e qualche volta anche corrette dalle

disposizioni dell'Unione europea. Infatti, in ambito economico, in particolare a partire

dall'Atto unico europeo del 1986, ed ulteriormente in seguito al Trattato di Maastricht del

1992, l'ordinamento interno italiano è stato a mano a mano adeguato all'ordinamento

comunitario.

Ne risulta una sostanziale centralità del principio di concorrenza, il quale vieta le intese

restrittive della concorrenza, l'abuso di posizione dominante, le operazioni di

concentrazione lesive della concorrenza, nonché gli aiuti dello stato alle imprese e la

sottoesposizione alla disciplina della concorrenza delle imprese incaricate di gestire servizi

economici di interesse generale. Conseguentemente, risulta essenzialmente mutato anche

29

il ruolo dello Stato e delle amministrazioni pubbliche, i quali assumono sempre più un ruolo

non di diretta gestione, ma di regolazione, che consiste nell'esercitare poteri

provvedimenti, di regolamentazione, ispettivi e di controllo, sanzionatori, tutti aventi natura

di poteri amministrativi e tutti aventi per obiettivo di fare in modo che siano assicurare le

finalità pubbliche per l'innanzi perseguite mediante la gestione diretta.

Occorre ulteriormente precisare che le attività di regolazione e regolamentazione vengono

affidati ad appositi organismi, le autorità amministrative indipendenti.

SCHEMA RISPOSTA:

-I diritti relativi alla sfera ecomica: la libertà d'impresa e il diritto di proprietà

-I limiti della libertà di impresa

°Art. 41 comma 2 Cost

°Limiti derivanti dagli altri principi costituzionali

°Limiti esterni -> Art. 41 comma 3 Cost.

°Altre disposizioni

-I limiti al diritto di proprietà: il diritto all'espropriazione per pubblica utilità e i poteri di

conformazione della proprietà

-La costituzione economica e l'Unione europea

2.6 Il diritto di informazione (3/3 pt)

Tra i diritti costituzionali, una particolare attenzione merita il diritto di informazione, in

quanto si tratta di un diritto che si pone al crocevia tra le libertà costituzionali di

manifestazione del pensiero e di cronaca, i principi costituzionali democratico e pluralista e

la libertà di iniziativa economica privata. Di per sé, l'articolo 21 Cost. si limita a tutelare la

libertà di manifestazione del pensiero, che è pertanto anche libertà di manifestazione delle

proprie opinioni e libertà di stampa. Unico limite espressamente previsto dall'art. 21 Cost,

in riferimento ad ogni modalità di manifestazione del pensiero è il buon costume. Accanto

a tale limite esistono altrettanti limiti derivanti dagli altri diritti con il quale quello alla

manifestazione del pensiero deve essere bilanciato: la dignità delle persone, la

riservatezza, l'interesse della giustizia ( il diritto di cronaca non deve determinare fughe di

notizie che compromettano i provvedimenti in corso).

Relativamente alla stampa, l'art. 21 impedisce che provvedimenti preventivi, di

autorizzazione o di censura, ne ostacolino il libero esercizio, come avveniva in epoca

fascista. L'art. 21 ammette soltanto il sequestro degli stampati, sottoponendo anche tale

provvedimento restrittivo a limiti rigorosi: la riserva di legge rinforzata, e la riserva di

giurisdizione.

La libertà di manifestare il proprio pensiero e la libertà di stampa non esauriscono però il

diritto di informazione, che comprende anche il diritto di essere informati e di accedere alle

fonti di informazione. A tal riguardo è opportuno sottolineare che il diritto di informazione, in

questa sua più complessa portata, si ponga in rapporto di stretto collegamento e reciproca

integrazione con i principi costituzionali democratico e pluralista. Ciò è dovuto al fatto che

soltanto il pluralismo delle fonti di informazione è garanzia circa la concreta possibilità che

ogni cittadino possa formarsi una consapevolezza più adeguata e un'informazione più

completa ai fini dell'esercizio della propria "quota" di sovranità.

Quest'esigenza si coniuga inoltre con quella economica volta ad evitare che nel settore

dell'informazione si affermino situazioni di monopolio ed oligopolio, le cui conseguenze,

non meramente limitabili alla sfera economica, consisterebbero nella possibilità di un

condizionamento nell'esercizio dei diritti di partecipazione alla vita economica, politica e

sociale del paese. 30

Di particolare rilevanza in merito al pluralismo dell'informazione, è il caso relativo

all'informazione radiotelevisiva.

Già a partire dalla sentenza n. 59 del 1960, la Corte costituzionale, pur dichiarando

legittimo il monopolio pubblico gestito dalla Rai, preferendolo rispetto al monopolio privato,

ha evidenziato la necessità di regole che assicurassero il pluralismo dell'informazione e

che si sarebbero tradotte nell'istituzione dell'apposita commissione di vigilanza. Quando

poi l'avvento delle televisioni via cavo ha consentito la proliferazione delle emittenti locali,

la Corte costituzionale, con la sentenza n. 202 del 1976 è intervenuta per dichiarare

costituzionalmente illegittima la legge n. 103 del 1975 che pretendeva di ricondurre al

monopolio pubblico anche le televisioni via cavo, dal momento che l'alto numero di

emittenti era già garanzia in sé sufficiente del pluralismo dell'informazione.

Quando poi l'innovazione tecnologica ha reso plausibile la possibilità di una pluralità di

emittenti a livello nazionale, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 148 del 1981 ha

ammesso la possibilità del superamento del monopolio pubblico radiotelevisivo a livello

nazionale, purché nell'ambito di una normativa idonea a scongiurare il rischio di

concentrazioni. Tuttavia gradualmente, nel contesto degli anni 70/ 80 l'informazione

radiotelevisiva si è concentrata nelle mani di due imprese editoriali, la Rai e Mediaset

(allora Finivest).

Nullo è stato il tentativo del legislatore, mediante la legge n 223 del 1990, di dettare una

disciplina volta alla tutela della concorrenza nel settore, poiché tale legge non faceva che

fotografare la situazione che si era andata cristallizzando negli anni precedenti, la quale

vedeva un settore dell'informazione radiotelevisiva sostanzialmente a carattere

duopolistico. Ravvisando tale dicotomia, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 420 del

1994, ha dichiarato costituzionalmente illegittima la legge n. 223 del 1990, definendo tale

legge come responsabile di non aver tutelato l'allargamento del pluralismo, ponendo un

limite sottodimensionato alle concentrazioni televisive, e consolidando così la posizione di

preminenza delle imprese Rai e Fininvest.

Il legislatore è nuovamente intervenuto in materia con la legge n. 249 del 1997, che ha

istituito l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la quale, tra i molteplici compiti, deve

accertare la effettiva sussistenza di posizioni dominanti nel settore radiotelevisivo e

comunque vietate dalla legge, adottando i provvedimenti conseguenti. Quali limiti di

concentrazione, la legge prevedeva che ad uno stesso soggetto (e ai soggetti controllati e

collegati) non avrebbero potuto "essere rilasciate ne concessioni ne autorizzazioni" che

consentissero di "irradiare più del 20% rispettivamente delle reti televisive o radiofoniche

analoghe e dei programmi televisivi o radiofonici numerici, in ambito nazionale, trasmessi

su frequenze terrestri, sulla base del piano delle frequenze. Anche tale legge è stata

dichiarata incostituzionale mediante la sentenza n.466 del 2002, in quanto legittimatrice

della protrazione aggravata della situazione già dichiarata incostituzionale dalla sentenza

n. 420 del 1994 di lesione al pluralismo informativo.

Con la legge n. 112 del 2004 è stato inaugurato un nuovo indirizzo legislativo, diretto a

porre un limite alle concentrazioni tenuto conto dell'intero "sistema integrato delle

comunicazioni", comprensivo della stampa quotidiana e periodica, dell'editoria anche

elettronica, del cinema, dei canali televisivi trasmessi mediante il digitale terreste, di

internet ecc.

E' opportuno ricordare che i principali mezzi di informazione sono ancora ad oggi i canali

radiotelevisivi nazionali (il duopolio permane).

SCHEMA RISPOSTA:

- Il diritto di informazione: la libertà di manifestare il proprio pensiero, la libertà di stampa

ed i relativi limiti 31

- Il diritto di essere informati ed accedere alle fonti di informazione

- L'informazione radiotelevisiva:

°sentenza n. 59 del 1960

°sentenza n. 202 del 1976

°legge n. 103 del 1975

°sentenza n. 148 del 1981

°legge n 223 del 1990

°legge n. 249 del 1997

°sentenza n. 466 del 2002

°legge n. 112 del 2004

2.7 Il principio di uguaglianza (3/3 pt)

Il principio di uguaglianza trova la sua giustificazione costituzionale nel contesto del primo

comma dell'art. 3 Cost. il quale afferma che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e

sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione,

di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Oltre al principio di uguaglianza

formale (sopra indicato), la Costituzione repubblicana accompagna il principio di

uguaglianza sostanziale, il cui presupposto consiste nella doverosità dell'intervento

positivo della Repubblica per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,

limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della

persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica,

economica e sociale del paese".

In realtà i due profili, dell'uguaglianza formale e sostanziale, si completano a vicenda, in

quanto se i compiti che l'art 3. attribuisce alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli

all'effettiva uguaglianza impediscono che l'uguaglianza formale si risolva in una danno nei

confronti di chi è svantaggiato, d'altra parte l'eguaglianza formale fa da limite ad interventi

pubblici che producano "disuguaglianze al contrario". Ciò significa che il principio di

eguaglianza formale non va assunto in senso assoluto, ma sulla base del principio di

ragionevolezza, nel senso cioè, come precisato dalla corte costituzionale, che esso vieta

le discriminazioni illegittime, arbitrarie, per tali dovendosi intendere i trattamenti

irragionevolmente differenziati tra i cittadini eventualmente adottati dal legislatore, così

come, per converso, anche l'irragionevole pareggiamento di situazioni differenti determina

l'illegittimità costituzionale della correlativa previsione legislativa.

In via esemplificativa è possibile affermare che sotto il primo profilo (uguaglianza formale),

vengono in rilievo gli uguali diritti della donna lavoratrice rispetto al lavoratore (art. 37

Cost.); sotto il secondo profilo invece è possibile ricordare l'art 6. Cost. relativo alla tutela

delle minoranze linguistiche, e l'art. 38 Cost. relativo alla tutela da accordare agli inabili.

Il canone della ragionevolezza è divenuto inoltre autonomo criterio di giudizio per colpire

l'eccesso di potere legislativo e accertare l'illegittimità costituzionale delle leggi che

risultino contrastare con i canoni dell'adeguatezza, proporzionalità, pertinenza, congruità,

coerenza che costituiscono l'esplicazione della ragionevolezza stessa.

SCHEMA RISPOSTA:

- Uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale

- Contestualizzazione del principio di uguaglianza formale

- La ragionevolezza

2.8 I diritti sociali (3/3 pt) 32

L'art. 3 comma 2 Cost. impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine

economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona e l'effettiva

partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione polita, economica e sociale del Paese,

pone il principio fondatore dei diritti sociali previsti dalla stessa Costituzione il cui

soddisfacimento spesso implica la predisposizione da parte dello Stato di un apparato

organizzativo e dell'erogazione di prestazioni.

E' il caso dei cosiddetti diritti sociali condizionati, la cui soddisfazione presuppone la

realizzazione di un apparato organizzativo che eroghi le prestazioni atte a soddisfare il

diritto sociale. Ciò non significa però che non sussistano tutele e che i beneficiari del diritto

sociale siano alla mercé dei pubblici poteri. A volte, infatti, la Costituzione contiene

disposizioni di cui è difficile negare la percettività: art. 32 Comma 1 Cost., che tutela il

diritto degli indigenti ad avere cure gratuite, art. 34 comma 2, il quale determina la durata

minima dell'istruzione obbligatoria e gratuita.

Tuttavia, nell'ambito dei diritti sociali esistono anche diritti non condizionati. Appartengono

a questa categoria i diritti sociali la cui violazione può essere fatta valere direttamente in

giudizio, senza necessità che la Repubblica predisponga un'organizzazione specifica per

la correlativa soddisfazione (E.G. : diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata

alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla

sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa, art. 36 comma 1 Cost).

Tra i diritti sociali la cui soddisfazione dipende dalla predisposizione di un apparato

organizzativo atto ad assicurare le prestazioni è sicuramente compreso il diritto

all'istruzione, in quanto l'art. 33 comma 2 Cost. impone alla Repubblica di istituire scuole

statali per tutti gli ordini e gradi, mentre l'art. 34 comma 2 Cost. dispone che l'istruzione

inferiore, di durata di almeno pari a otto anni, è obbligatoria e gratuita. Inoltre, il legislatore

ha concesso alle scuole private mediante la legge n.62 del 2000, seppure subordinando

tale facoltà ad una serie di obblighi, di chiedere la parità scolastica con le scuole

pubbliche, implicante per i "loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli

alunni di scuole statali".

Anche la tutela della salute implica la predisposizione di un apparato organizzativo diretto

a fornire le prestazioni che consentono di soddisfare tale diritto. Per quanto l'art. 32

comma 1 Cost. preveda la necessaria garanzia delle cure gratuite soltanto per gli

indigenti, la legge n. 833 del 1978, ha configurato il diritto alla salute e alle correlative cure

come un diritto garantito a tutti, su bassi universalistiche, il cui costo grava sulla fiscalità

generale. La riforma del sistema sanitario intervenuta con il Decreto legislativo n.502 del

1992 non ha mutato tale impostazione, ma, nell'ottica di perseguire una migliore efficienza

del sistema, ha imperniato sulle aziende ospedaliere, dirette da personale di tipo

manageriale, le prestazioni di cura. Altre modifiche salienti riguardano l'introduzione di un

costo tariffario per le prestazioni di cura, pagato ad ogni azienda ospedaliera dal sistema

sanitario, e dalle risorse del gettito tributario ad esso assegnate, e la possibilità per gli

ospedali privati, attraverso il sistema dell'accreditamento sulla base di standard oggettivi,

di effettuare prestazioni di cura a carico del sistema sanitario.

il Decreto legislativo n. 229 del 1999 è intervenuto a correggere, sia pure solo

parzialmente, l'impostazione inaugurata dal D.Lgs. n. 502 del 1992, per evitare una

lievitazione incontrollata del costo del servizio sanitario, ponendo l'obbligo di una

programmazione delle spese sanitarie da riconoscere agli ospedali accreditati.

Infine le prestazioni assistenziali riconducibili all'art. 38 Cost. richiedono anch'esse la

predisposizione di un apparato per la correlativa erogazione. Questa complessa materia è

stata disciplinata in modo organico per la prima volta dalla legge n. 328 del 2000, la quale

33

ha previsto l'attribuzione di risorse statali e regionali in favore di "piani di zona" predisposti

dai Comuni su base distrettuale per la programmazione e gestione della rete degli

interventi e dei servizi sociali. Inoltre la legge, nel ridisegnare il sistema integrato dei

servizi e degli interventi sociali, ha privilegiato la complementarietà del ruolo dei soggetti

pubblici e privati, sia nella programmazione, sia nella gestione dei servizi e degli interventi.

In questo contesto assume particolare rilevanza il principio di sussidiarietà (art.1 comma

3), che trova concretizzazione nell'impegno da parte degli enti pubblici a promuovere

azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetti operanti nel terzo settore.

E' inoltre importante rilevare che l'art. 117 Cost. Comma 2 attribuisce alla potestà

legislativa esclusiva dello stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni

diretta a soddisfare i diritti civili e sociali, tra cui appunto quelli all'istruzione, alla sanità e

all'assistenza. E ciò conferma che il principio di uguaglianza resta alla base dei diritti

sociali, i cui standard prestazioni devono essere infatti determinati dal legislatore statale in

modo omogeneo per tutto il territorio nazionale, anche in riferimento a materie la cui

disciplina legislativa sia oggi demandata alle regioni (in seguito alla riforma del titolo V

della costituzione).

SCHEMA RISPOSTA:

-L'art 3 comma 2: i diritti sociali

°I diritti sociali condizionati

°I diritti sociali non condizionati legge n. 833 del 1978, D.Lgs. n. 502 del 1992;

- La tutela della salute (Art. 32 Cost,

D.Lgs. n. 229 del1999)

- Le prestazioni assistenziali (Art. 38 Cost, legge n. 328 del 2000)

-Art. 117 comma 2 Cost. : potestà legislative per la determinazione dei livelli essenziali

delle prestazioni sanitarie e assistenziali.

3 Nucleo Tematico

3.1 Le forme di Stato accentrato, regionale, federale e la confederazione di stati (3/3

pt)

Analizzare la “forma di Stato” significa prima di tutto analizzare i rapporti tra l’autorità e le

libertà, ma questa espressione indica anche la distribuzione verticale dei poteri tra lo Stato

e gli altri enti territoriali. Questa seconda accezione viene indicata in modo più preciso con

l’espressione “tipi di Stato”.

Da un punto di vista teorico si distinguono diversi “tipi di Stato” in relazione alla

distribuzione dei poteri: si va dallo Stato accentrato alla Confederazione tra stati,

passando per lo Stato regionale e quello Federale.

Stato Accentrato: si caratterizza per l’accentramento dei poteri nelle mani dello Stato, in

particolare di quello legislativo. Tuttavia ciò non impedisce la divisione in centri dotati di

potere amministrativo, che però consiste nella mera attuazione concreta dei fini stabiliti dal

legislatore statale. Esempio emblematico di Stato accentrato è rappresentato dalla

Francia, che ancor oggi non attribuisce poteri legislativi alle regioni.

Stato Regionale: si caratterizzano per l’attribuzione alle regioni di un’autonomia

particolarmente accentuata, esse infatti possono legiferare, anche se limitatamente ad

alcune materie. Al potere amministrativo di attuazione, si aggiunge quindi anche quello di

stabilire i fini stessi, attraverso il potere legislativo. Il nostro paese e la Spagna

costituiscono due esempi di stati regionali, anche se con diversità legate al disegno

regionalistico che in Italia era delineato compiutamente nella Costituzione, mentre in

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Spagna esso ha lasciato spazio ad un affidamento da parte dello Stato alle Comunità

autonome della scelta concernente l’ampiezza della propria autonomia.

Stato Federale: è uno stato composto, ma unitario, in cui gli Stati membri hanno grande

autonomia, ma devono sottostare al divieto di recesso dallo Stato Federale. Il processo di

formazione di uno stato federale può avere due punti di partenza tra loro opposti: Stati

Indipendenti che si uniscono oppure Stato accentrato che si trasforma in federazione.

Emblematico a proposito del primo caso è sicuramente l’esempio degli Stati Uniti

d’America, che si trasformarono in uno Stato Federale, partendo dall’essere colonie

indipendenti e passando attraverso la Confederazione di Stati, istituita per meglio

combattere la madrepatria inglese.

Per quanto riguarda il secondo caso, invece, possiamo citare il Belgio che diviene

Federale solo nel 1994, partendo dall’essere Accentrato e passando anche dallo Stato

Regionale.

Tuttavia esistono molti altri esempi di processi di formazione dello stato Federale e ognuno

di essi rappresenta un caso a sé stante, proprio perché ogni stato ha avuto il suo

personale processo storico. Questo comporta ovviamente diversità anche nelle ripartizioni

dei poteri tra stati membri e stato federale, nonostante ciò è possibile ricondursi a quattro

elementi comuni agli Stati federali oggi presenti, che rappresentano anche le principali

differenze con gli Stati regionali.

La prima differenza riguarda la potestà legislativa: maggiore è quella degli stati membri

rispetto a quella della federazione, mentre nello stato regionale è proprio quest’ ultimo a

detenerne la maggior parte, a discapito delle regioni.

Poi, entrando maggiormente nel dettaglio, possiamo riscontrare una differenza nel

processo di revisione costituzionale che, nel caso degli Stati Federali (emblematici gli

esempi di Stati Uniti e Germania) coinvolge direttamente e in modo decisivo i

rappresentanti degli stati membri e trae origine da un patto tra Enti; mentre nel caso degli

Stati Regionali lascia alle regioni uno spazio decisamente marginale (si pensi all’Italia) e

quasi ininfluente, traendo peraltro origine da un patto tra partiti politici (maggioranze e

minoranze).

Una terza differenza concerne la distribuzione dei poteri che nello Stato regionale è

limitata a quello amministrativo e legislativo; mentre per lo Stato federale coinvolge anche

quello giudiziario.

Infine, un altro elemento che caratterizza lo Stato federale è la presenza di una camera

rappresentativa degli Stati membri, che invece non è presente negli Stati regionali.

Prima di passare all’analisi del quarto tipo di stato, si può notare un’analogia tra stati

regionali e federali che riguarda la tipologia che rispettivamente regionalismo e

federalismo possono assumere.

Essi infatti si definiscono duali quando la ripartizione delle competenze è rigida e le

eventuali controversie sono affidate ad un organo giudiziario, come nel caso italiano;

mentre sono cooperativi quando la ripartizione è affiancata da clausole elastiche che

consentono in base alla situazione di accentrare o decentrare le competenze, sulla base di

un confronto politico delle eventuali controversie, mediante organi e procedure in cui

trovano rappresentanza gli interessi di entrambe le parti, come accade in Germania.

Confederazione di Stati: pur essendo composto non da luogo ad uno stato unitario, ma ad

un’organizzazione comune, di solito per il perseguimento di fini specifici. I suoi stati

membri permangono dotati di sovranità e restano indipendenti, ad eccezione delle

autolimitazioni che si sono imposti per la partecipazione alla confederazione. Mantenendo

la sovranità gli stati confederati possono, al contrario dei membri dello stato federale,

recedere dalla confederazione. Un'altra caratteristica peculiare riguarda i destinatari degli

atti della confederazione, che sono gli stati membri, mentre quelli dello stato federale sono

direttamente le persone giuridiche e fisiche. Poi ancora, la confederazione prende

decisioni riguardanti i patti istitutivi, guidate dal principio unanimistico, che richiede

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l’approvazione di tutti gli stati membri, mentre come abbiamo visto la federazione si ispira

al principio di maggioranza, anche se ne è richiesta una ampia. Infine la confederazione

avendo obiettivi più specifici di uno stato federale sarà dotata di un più semplice apparato

organizzativo rispetto allo stato federale, che invece abbraccia fini generici, che richiedono

una molto più complessa organizzazione.

Questi sono i principali tipi di stato che la storia moderna ha conosciuto.

3.2 Origini ed evoluzione dello stato regionale in Italia (2/3 pt)

Tra le innovazioni più importanti da ascrivere al testo costituzionale va annoverata

senz'altro la forma di Stato regionale, con la previsione delle regioni e l'attribuzione ad

esse della potestà legislativa.

Fino alla riforma costituzionale del titolo V della parte seconda della Costituzione, la

potestà legislativa delle regioni a statuto ordinario è stata di tipo concorrente, cioè

implicante per le regioni l'obbligo di rispettare i principi fondamentali stabiliti dalle leggi

statali. Una maggiore autonomia venne invece riconosciuta a Sicilia, Valle d'Aosta,

Trentino Alto-Adige e Sardegna, dando origine ad un "regionalismo differenziato", che si

sarebbe completato con l'approvazione dello statuto speciale del Friuli Venezia-Giulia

(1963). In seguito alla tardiva disciplina delle elezioni degli organi regionali (L n. 108 del

1968), e della definizione dei profili finanziari necessari per il concreto esercizio delle

funzioni amministrative delle regioni (L. n. 281 del 1970), le regioni ordinarie vennero

definitivamente istituite solo nel 1970. Successivamente, venne effettuato un, seppur

parziale, trasferimento delle funzioni amministrative alle Regioni (D. Lgs. n 616 del 1977),

fermo restando che l'autonomia delle stesse rispetto allo Stato rimase particolarmente

fragile e modesta.

L'assemblea costituente modificò sensibilmente anche il quadro dei principi concernenti i

Comuni e le Provincie, assegnando alla Repubblica, mediante l'art. 5 Cost., il compito di

riconoscere e promuovere le autonomie locali, adeguando i principi e i metodi della

legislazione alle esigenze di autonomia e decentramento.

La tardiva regolamentazione dei principi normativi entro cui si doveva svolgere l'autonomia

locale ha trovato attuazione con la legge n. 142 del 1990. Da qui in poi, importanti riforme

si sono succedute nel corso di tutto il decennio successivo, le quali sono compendiate e

perfezionate nel contesto del testo unico delle norme sulle autonomie locali, approvato

mediante l'emanazione del D. Lgs. n. 267 del 2000.

Un ulteriore processo di trasferimento di molteplici funzioni amministrative dallo stato alle

Regioni, alle Provincie ed ai Comuni ha preso il via a partire dalla legge n. 59 del 1997,

con il fine di giungere ad un "federalismo amministrativo" senza modificare la Costituzione.

Successivamente, con la legge Costituzionale n. 1 del 1999 è stata rafforzata l'autonomia

statutaria delle Regioni ordinarie, mediante l'attribuzione a tali regioni del potere di

approvare il proprio statuto per la determinazione autonoma della propria forma di

governo. Con la legge costituzionale n. 2 del 2001 un analogo potere è stato conferito alle

Regioni a statuto speciale. Infine, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, è stata

approvata la riforma del titolo V della seconda parte della costituzione ed in esso della

potestà legislativa delle Regioni, nonché della loro autonomia finanziaria.

Nel testo riformato lo Stato è posto sullo stesso sullo stesso piano delle Regioni e delle

Autonomie locali, ed è considerato al pari di queste come una parte della Repubblica,

concezione che ha condotto la dottrina prevalente a descrivere la forma del nostro stato

come policentrica, fondata su un intreccio di rapporti tra diverse realtà territoriali. 36

Tuttavia il processo di attuazione di tale riforma si è rivelato particolarmente lento, e

l'attuazione del nuovo titolo V della seconda parte della Costituzione non è avvenuta

secondo un disegno organico e per alcuni profili non è neppure avvenuta. Alcuni importanti

passi finora realizzati per l'attuazione della complessa riforma sono rappresentati da:

- L. n. 131 del 2003, la quale delega il governo ad una ricognizione dei principi

fondamentali contenuti nelle leggi statali nelle materie attribuite alla potestà legislativa

regionale di tipo concorrente.

-L. n.42 del 2009, in materia di autonomia finanziaria delle Regioni, delle provincie e dei

Comuni.

-D. Lgs. n. 85 del 2010, attribuzione ai Comuni, alle Provincie, alle Città metropolitane e

alle Regioni di un proprio patrimonio in attuazione della delega legislativa contenuta nella

legge n. 42 del 2009 (c.d. "federalismo demaniale".

SCHEMA RISPOSTA:

- La concezione dell'autonomia regionale nel testo costituzionale e le regioni a statuto

speciale

- Il trasferimento delle funzioni amministrative alle Regioni (D. Lgs. n 616 del 1977) (primo

passo)

- Le Autonomie locali

- Il trasferimento delle funzioni amministrative alle Regioni e alle Autonomie locali (legge n.

59 del 1997; L. C. n. 1 del 1999; L. C. n. 2 del 2001) (secondo passo)

- La riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione (L. C. n. 3 del 2001) (terzo

passo)

- I provvedimenti successive

3.3 AUTONOMIA STATUTARIA

Quando si parla delle differenze tra Regioni a Statuto Speciale e Regioni a Statuto

Ordinario non si può non tenere in considerazione la L.C. n.1 del 1999, che ha

profondamente modificato il procedimento di approvazione, ma anche i contenuti degli

statuti ordinari.

Prima di vedere nel dettaglio le modifiche apportate da questa legge è necessario

analizzare la situazione preesistente ad essa.

Prima di questa legge infatti l’approvazione degli statuti ordinari avveniva per mezzo di

legge ordinaria, mentre quella degli statuti speciali (ancora oggi valido), tramite legge

costituzionale. Questa differenza sta alla base della distinzione tra i due tipi di regioni e la

sua motivazione va ricercata nella scelta espressa dalla Costituzione di attribuire alle

Regioni a statuto speciale un’autonomia rafforzata rispetto alle regioni ordinarie.

Questa maggiore autonomia rappresenta di fatto una deroga ai limiti imposti dall’art. 117

della Costituzione all’autonomia delle Regioni, perciò appare chiaro che il riconoscimento

di una maggiore autonomia non poteva e ancor oggi non può che avere un procedimento

di approvazione al pari di una Legge Costituzionale. Lo statuto speciale rimane sottoposto

all’approvazione parlamentare, perciò non è di per sè una fonte autonoma, ma va

considerata una fonte produttiva di maggiore autonomia.

Le Regioni a statuto Ordinario invece, rispettavano i limiti imposti dal 117, pertanto la loro

approvazione si svolgeva tramite una legge ordinaria del Parlamento, che esercitava

solamente un atto di controllo, che come tale non poteva incidere sul contenuto dello

statuto, ma si limitava all’approvazione o meno dello stesso, precedentemente deliberato

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (PIACENZA - CREMONA)
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