Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

consolidando la forma dello Stato socialista. Essa mirava alla liberazione della società dalla

divisione in classi e dallo “sfruttamento” del lavoro generati, secondo la teoria di Marx, dalla

proprietà privata dei mezzi di produzione e dallo sviluppo in senso capitalista della vita economica.

Perciò fondamentale caratteristica dello stato socialista era la nazionalizzazione dei mezzi di

produzione di massa. Secondo Marx il venir meno della divisione in classi e del capitalismo

determinerebbe l’inutilità della stessa organizzazione Statale e quindi la supremazia di classi

privilegia sulle altre. Gli Stati socialisti, per garantire la loro esistenza, hanno ritenuto di dover

limitare o sopprimere delle libertà politiche e civili dei cittadini. Non si poteva costituire partiti

ispirati a principi antagonisti a quello comunista, non si poteva esprimere opinioni differenti da

quelli della dottrina ufficiale e simili. Verso la fine del ‘900 si è prodotto un processo di

rinnovamento radicale degli Stati socialisti, vedendo riconfermate alcune libertà personali in

generale e libertà politiche in particolare, il processo economico venne riassegnato al mercato, con

la rivalutazione del valore della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Da un punto di vista del tutto diverso, riguardo la struttura dello Stato, è lo Stato federale. Lo Stato

federale è uno Stato composto da Stati, cioè organizzazioni con ampia autonomia all’interno del

loro territorio esercitando tutti i poteri di un normale Stato. Lo Stato federale è così un

organizzazione statale “centrale” che coordina e aggrega gli Stati membri, ovviamente gli Stati

membri non sono pienamente sovrani ma fanno a capo allo Stato Centrale. In questa forma di stato

è usuale che alla camera rappresentativa dei cittadini si affianchi un altro organo che rappresenta gli

Stati membri (es. Bundesrat in Germania). Infine gli Stati unitari sono tutti gli Stati al cui interno

esiste un'unica organizzazione statale, esistono cioè altre istituzioni (es. Comuni, Regioni ecc.) ma

non hanno quella ampiezza di poteri propria degli Stati.

LE FORME DI GOVERNO

Mentre la distinzione tra forme di Stato riguarda le finalità complessive degli apparati statali e i loro

rapporti, la distinzione delle forme di governo si basa sul modo in cui i massimi poteri vengono

distribuiti tra gli organi vertice dello Stato.

Una prima distinzione va fatta tra monarchia e repubblica. Si ha una forma di governo

repubblicana quando l’organo di vertice (il Capo dello Stato) ha carattere rappresentativo del

popolo; mentre in una monarchia questo non avviene, cioè l’organo di vertice non è rappresentativo

del popolo. Tutt’oggi esistono monarchie, diverse da quelle di un tempo, perché i principi

rappresentativi sono penetrati anche in questa forma di governo e il Capo di Stato ormai non detiene

il potere effettivo, ma adempie a funzioni prevalentemente simboliche e rappresentative. La

monarchia assoluta divenne in primo tempo monarchia costituzionale, dove il sovrano si vede

sottrarre in parte o del tutto il potere legislativo, pur conservando quello amministrativo e di

governo. Il sovrano regna attraverso suoi ministri che nomina e revoca come meglio ritiene. Con

l’aumentare del potere del Parlamento, la monarchia costituzionale evolve nella monarchia

parlamentare nella quale si afferma che i ministri nominati dal sovrano debbano godere anche

della fiducia del Parlamento; in seguito con lo svilupparsi dei partiti politici il sovrano dovrà

limitarsi a nominare i Ministri che realmente potevano avere la concreta possibilità di avere la

fiducia del Parlamento. Molto simile alla monarchia parlamentare è la repubblica parlamentare;

difatti in entrambe il compito del Capo di Stato è quello di individuare gli esponenti delle forze

politiche che potranno garantire al Governo la fiducia del Parlamento. Ciò che differenzia le due

forme è il carattere rappresentativo del Capo di Stato che, nel caso della repubblica, è eletto dal

Parlamento per un periodo predeterminato. Come la repubblica parlamentare è simile alla

monarchia parlamentare anche la repubblica presidenziale è simile alla monarchia costituzionale.

Nella repubblica presidenziale infatti il potere di governo e esecutivo spetta al Presidente della

Repubblica, al Parlamento spetta bensì il potere legislativo ma esso non può incidere sulla vita del

Governo, i Ministri sono “aiutanti” del Presidente a cui spettano le scelte fondamentali. Ciò che

distingue la repubblica presidenziale dalla monarchia è il carattere rappresentativo del Presidente

della Repubblica che è ancora più accentuato di quello della repubblica parlamentare, difatti viene

eletto direttamente dal popolo o con sistemi di elezione di secondo grado. Una forma intermedia tra

governo parlamentare e repubblica presidenziale è la repubblica semipresidenziale nella quale il

Presidente della Repubblica viene eletto dal popolo ed è parte integrante del potere esecutivo, ma il

governo vero e proprio deve ottenere la fiducia delle camere.

STATO E COSTITUZIONE

La forma di Stato e la forma di Governo individuano, in un certo senso, la costituzione di uno Stato

cioè il suo modo di essere particole rispetto agli altri. Di costituzione si parla però anche per

indicare un atto scritto e solenne nel quale sono stabilite le regole fondamentali dello Stato, quali

organi sono al vertice dei poteri e i loro rapporti, i diritti e doveri dei cittadini e il loro rapporto con

lo Stato. La Costituzione scritta è la principale tra gli atti normativi dello Stato e non è subordinata a

nessuna legge ordinaria. In questi casi si parla di Costituzione rigida quando nessuna legge

ordinaria può abrogare, modificare o contraddire alla Costituzione; invece si parla di Costituzione

flessibile quando succede il caso contrario.

STATO E PARTITI

Un elemento caratteristico comune a molti Stati contemporanei consiste nella circostanza che nella

composizione degli organi e nelle decisioni di quest’ultimi un ruolo fondamentale è assunto dai

partiti politici. Un partito politico è un insieme di persone che si riuniscono riconoscendosi in

determinati ideali e valori, con lo scopo di organizzarsi per tradurre i propri ideali in programmi

operativi, che operano per portare i loro membri ai vertici degli organi statali in modo tale che le

azioni e decisioni dello Stato sono ispirate ai valori del partito.

CAP. 12 PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA ORGANIZZAZIONE

PUBBLICA

PERSONA GIURIDICA, ORGANI E UFFICI

Le persone giuridiche sia pubbliche che private hanno capacità giuridica e capacità d’agire. L’agire

in nome di qualcun altro, come abbiamo detto, ci ricorda il fenomeno della rappresentanza. Questa

spiegazione trascura però che la persona giuridica è innanzitutto organizzazione e che essa opera

attraverso l’organizzazione stessa, ovvero attraverso parti di essa e non attraverso estranei. Per

sottolineare questo aspetto si dice che colui che opera per la persona giuridica non è rappresentante,

ma il titolare di un organo; ovvero una parte della stessa persona giuridica che ha il compito di

esercitare potere giuridici ad essa attribuiti. Dato che l’organo è considerato parte della persona

giuridica, tutto ciò che è compito dall’organo, lecito o illecito che sia, è sempre una azione della

persona giuridica che ne è responsabile. Esistono altre componenti di un ente che però non

esercitano poteri giuridici chiamati uffici. Gli uffici producono il lavoro necessario affinché l’ente

possa raggiungere i suoi fini; ogni ufficio ha un determinato compito.

RAPPORTO FRA ORGANI

In generale i diversi organi di un ente sono chiamati tutti a fare la stessa cosa, ma a ciascuno è

affidato un compito differenziato dagli altri. L’insieme dei compiti affidati ad un ente, ovvero la

complessiva attribuzione, viene ripartito dalle norme che lo riguardano tra i diversi organi, di

modo che ciascun organo si caratterizzi per la sua competenza. Per competenza si intende la parte

di attribuzione ad esso affidata. Ogni organo è indipendente dagli altri ma a volte però può

succedere che organi risultino collegati da rapporti gerarchici. Questo fenomeno era molto più

presente in passato, oggi sopravvive in ambiti ristretti come quello dell’amministrazione militare.

Ormai il rapporto di “dare ordini” si è trasformato nel potere di dare direttive, ovvero atti che

indicano i fini da raggiungere e i mezzi con i quali raggiungerli lasciando agli organi ampio spazio

di manovra (rapporto di direzione).

TIPI DI ORGANI

All’interno di uno Stato si chiamano organi costituzionali gli organi fondamentali senza i quali uno

Stato sarebbe diverso nella sua forma di governo. Ad esempio l’Italia se non avesse il Parlamento

non sarebbe quello che è. Sono organi costituzioni accanto il Parlamento, il Presidente della

Repubblica, il Governo e la Corte Costituzionale.

Quando una persona giuridica dispone di un’amministrazione ramificata all’intero del suo territorio

si distinguo organi centrali e organi periferici. I primi sono organi che hanno competenza estesa

all’interno del territorio; gli organi periferici hanno competenza più limitata a specifici ambiti

territoriali. Gli organi costituzionali sono anche organi centrali.

Abbiamo visto che gli organi hanno il compito di decidere per l’ente di cui fanno parte. È questo il

caso degli organi deliberativi, o anche chiamati organi attivi. All’interno dell’ente ci sono anche

altri organi come gli organi consultivi e gli organi di controllo. I primi hanno il compito di fare

pareri agli organi che devono decidere (Consiglio Superiore della Sanità ecc) i secondi sono organi

che hanno il compito di verificare la conformità delle norme, ovvero la legittimità, di atti compiuti

da altri organi. Una delle distinzioni più importanti fra gli organi è quella fra organi monocratici e

organi collegiali. Ricordiamo che ogni organo ha un suo “titolare”, ovvero colui che svolge le

funzioni del rispettivo organo. Se il titolare dell’organo è una sola persona fisica si parla di organo

monocratico (es. Presidente della Repubblica) mentre se invece il titolare è una pluralità di persone

fisiche che decidono tutte insieme si parla organi collegiali (es. Parlamento, Consiglio dei Ministri).

IL FUNZIONAMENTO DEGLI ORGANI COLLEGIALI

Il primo problema consiste nella necessità di far sì che i componenti dell’organo si riuniscano. Per

questo motivo è necessaria la convocazione, da parte del Presidente del collegio, nella quale sono

indicati luogo, data e ora della riunione e l’ordine del giorno; ovvero l’insieme degli oggetti sui

quali il collegio è chiamato a deliberare. I membri del collegio dovrebbero effettivamente

partecipare alla riunione ma spesso non tutti lo fanno. Si pone la domanda se il collegio posso

deliberare anche in assenza di alcuni dei sui componenti, che come vedremo esistono diverse

risposte al problema. Alcuni collegi per lavorare devono avere la partecipazione della totalità dei

componenti, questo è il caso dei collegi perfetti come i giudici.

Altri invece possono funzionare anche in assenza di alcuni dei componenti, basti che i presenti

raggiungano il numero legale ovvero il numero minimo dei componenti dell’organo la cui presenza

è necessaria. In assenza di norme diverse lo si intende come la metà più uno dei componenti.

Una volta che il collegio è riunito sotto la guida del presidente si passa a trattare gli argomenti

dell’ordine del giorno. La deliberazione posta in votazione si considera approvata se ha ricevuto

voti favorevoli per raggiungere la maggioranza. Se non è stabilito nulla di diverso è necessaria la

maggioranza semplice che si ottiene con i voto favorevole di un numero superiore della metà dei

presenti. In altri casi si usa la maggioranza assoluta, che si ottiene con il voto favorevole della

metà dei componenti del collegio. Si parla poi di maggioranza qualificata quando è necessario un

numero di voti ancor più alto della metà dei componenti. Quando si tratta di elezioni, e si possa

scegliere fra due persone si parla anche di maggioranza relativa per indicare che una persona o

una lista ha ottenuto più voti degli altri, presi ciascuno per sé.

Le deliberazioni degli organi collegiali vengono documentate attraverso il verbale, un resoconto

scritto che ne testimonia la validità

ORGANI ELETTIVI E SISTEMI ELETTORALI

Si chiamano organi elettivi gli organi dei quali il titolare o i titolari sono scelti mediante votazione

di una pluralità di persone chiamate corpo elettorale. Per quanto riguarda l’elezione di un organo

monocratico il problema sta nell’individuazione della percentuale di voti favorevoli per l’elezione.

Per esempio per l’elezione del Presidente della Repubblica è richiesta la maggioranza dei due terzi

dell’assemblea, se questa non viene raggiunta dopo la terza votazione è sufficiente la maggioranza

assoluta.

Per quanto riguarda gli organi collegiali la questione si fa più difficile, difatti bisogna tradurre i voti

ottenuti in seggi da assegnare nell’organo da eleggere. Distinguiamo innanzitutto i sistemi

proporzionali con i sistemi maggioritari e i sistemi a collegi uninominali da quelli a collegi

plurinominali.

Con la tecnica del collegio uninominale il corpo elettorale viene diviso in tanti collegi quanti sono i

seggi da assegnare; è chiaro che questo sistema è un sistema maggioritario ovvero al candidato

sorretto dalla maggioranza viene assegnato il seggio, agli altri niente. Il sistema del collegio

uninominale da un lato assicura una maggioranza parlamentare alle forze che nei singoli collegi

dispongono della maggioranza, dall’altro assicura una sufficiente rappresentanza almeno alla

minoranza più forte. Il calcolo della maggioranza necessaria può avvenire secondo diverse regole.

La soluzione più semplice è quella del turno unico, ovvero la maggioranza viene assegnata a chi ha

più voti di ciascun altro individualmente preso (sistema inglese, basta 1 voto per vincere). È

possibile esigere anche che al candidato vincitore ottenga una vera maggioranza, cioè una

maggioranza commisurata ai voti complessivi dati dagli elettori. Se nessun candidato la ottiene si

passa ad un secondo turno nel quale i candidati con meno voti del primo non partecipano

(ballottaggio).

Nei sistemi plurinominali ad ognuno dei collegi in cui sia eventualmente ripartito il corpo

elettorale vengono assegnati più seggi, alle elezioni non partecipano candidati singoli ma liste di

candidati. Essendovi più seggi il sistema dei collegi plurinominali consenti di attribuire i posti

disponibili in proporzione ai voti ricevuti, opera perciò come sistema proporzionale. Il suo

vantaggio è quello di assicurare a ciascun partito una rappresentanza corrispondente al suo peso

elettorale; ma perciò favorisce la frammentazione delle forze politiche creando governi di

coalizione instabili. Per rimediare ai difetti del sistema proporzionale si sono sperimentati dei

correttivi che tendono a dare a questo sistema un’impronta maggioritaria, assicurando alle forze

politiche che detengono la maggioranza una rappresentanza maggiore rispetto a quella che

deriverebbe da un sistema puramente proporzionale. Così per correggere il sistema puramente

proporzionale sono state introdotte le soglie di sbarramento (come in Germania) con le quali si

stabilisce per esempio che i partiti che non ricevono almeno il 5% dei voti non possano essere

rappresentati in Parlamento, i seggi “perduti” andranno ad aumentare i seggi delle liste che

superano la soglia. Si è fatto anche ricorso ai premi di maggioranza, che garantiscono un “bonus”

di seggi in più ai quei partiti che superano una soglia di votazioni. Dal 1948 il sistema elettorale

italiano è sempre d’impronta proporzionale ma, con il referendum del 1993, è stato introdotto sia

per la Camera che per il Senato un sistema elettorale sia che prevede l’assegnazione di tre quarti dei

seggi con sistema maggioritario a collegio uninominale a turno unico, del rimanente quarto con

sistema proporzionale. Tuttavia nel 2005 è stato introdotto un nuovo sistema basato su liste

concorrenti e, per la Camera, un premio di maggioranza estremamente ampio, che viene assegnato a

prescindere dal raggiungimento di una soglia minima di voti.

IL RAPPORTO DI SERVIZIO

Tra le persone fisiche che di volta in volta diventano titolare dell’organo di un ente e l’ente stesso si

instaura un rapporto giuridico vero e proprio, fatto di reciproci diritti ed obblighi. Poiché questo

rapporto ha per oggetto la prestazione all’ente di un servizio da parte della persona fisica, si parla di

rapporto di servizio. Normalmente chi entra a prestare servizio in una organizzazione pubblica lo fa

volontariamente. Tuttavia ci sono dei casi in cui la persona fisica è obbligata a prestare servizio. Si

distingue così servizio volontario e servizio coattivo. Un esempio di servizio coattivo (obbligatorio)

è il servizio di leva militare. Per quanto riguarda il servizio volontario dobbiamo distinguere se la

persona fisica lo fa come lavoro o meno. Se percepisce uno stipendio, quindi lo fa come lavoro,

viene chiamato servizio professionale mentre l’altro è detto onorario. Il principale rapporto di

servizio professionale è il rapporto di pubblico impiego. In linea di massima i rapporti di tipo

professionale sono stabili, i rapporti onorari temporanei (a volte accade anche il contrario). Un

tempo i servizi onorari erano anche rigidamente gratuiti, oggi invece, quando comportino un

impegno notevole, sono compensate con forme di denaro solamente corrisposte a titolo di indennità

e non a titolo di retribuzione. Accanto a diritti e doveri, i funzionari sono responsabili per danni

arrecati sia verso terzi sia verso l’amministrazione nell’esercizio delle loro funzioni.

Di qualunque tipo sia il rapporto di servizio si instaura con un una nomina, una elezione o un

contratto di lavoro. Una volta iniziano può venire a cessare per diverse ragioni tra le quali, le più

comuni, sono il collocamento a riposo per limiti d’età e la scadenza dei termini. Vi sono altre cause

per la cessazione del prestato servizio ma è sempre necessario un atto dell’ente che ne attesti la fine

(talvolta su domanda della persona fisica).

CAP. 14 - IL PARLAMENTO

IL PARLAMENTO E LE DUE CAMERE

Il Parlamento italiano è composto, sin dall’inizio dello Stato Italiano, da due distinte camere: la

Camera dei Deputati e il Senato. Considerandole nei loro compiti e poteri (fare le leggi) le due

camere sono in tutto e per tutto uguali (bicameralismo perfetto).

Una prima distinzione delle due camere viene dall’origine storica di esse in quanto davano voce a

diversi gruppi sociali; difatti la Camera dei Deputati era elettiva, il Senato non lo era e

rappresentava le classi privilegiate. In altri casi, come quello degli Stati federali, le due camere pur

essendo rappresentative, rappresentano però due realtà diverse.

In Italia le due camere sono rappresentative dei cittadini i quali eleggono deputati e senatori.

Rimanendo comunque uguali per compiti e poteri, le due camere presentano alcune differenze. Una

prima differenza sta nella composizione di esse: la Camera ha 630 deputati tutti eletti dai cittadini,

mentre il Senato ne ha 315 tra cui alcuni, quali gli ex Presidenti della Repubblica e i 5 senatori a

vita che può eleggere il Presidente, non sono componenti elettivi.

Un’altra differenza sta nella diversa età richiesta per votare (elettorato attivo) che per essere

votatiti (elettorato passivo). Per votare i membri della Camera è richiesta la maggiore età, ovvero

18 anni, mentre per il Senato 25. Per divenire membri di Camera o Senato, cioè per essere votati

bisogna raggiungere rispettivamente l’età di 25 e 40 anni. A questo modo la Camera dovrebbe

risultare più giovane e i Senato più anziano. Ma in pratica non è proprio così perché sono i partiti

politici che già al momento delle elezioni organizzano le candidature. Inoltre i partiti influenzano gli

stessi lavori del Parlamento, dato che sia deputati che senatori si raggruppano, all’interno di

ciascuna camera, per tendenza politica creando raggruppamenti interni detti gruppi parlamentari

che corrispondo a grandi linee ai partiti stessi.

I SISTEMI ELETTORALI PER CAMERA E SENATO

Nei primi decenni dopo la Costituzione le elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato si

svolgevano con un metodo rigorosamente proporzionale. All’inizi degli anni ’90, sotto la spinta

della crisi dei partiti politici, alimentata da corruzione e sfruttamento delle cariche pubbliche, si

formò l’opinione di modificare il sistema elettorale in un sistema maggioritario, ritenuto più idoneo

ad assicurare un governo stabile. Così nel 1993, il Parlamento con due distinte leggi (n. 276 e 277

ormai non più vigenti) ha creato per entrambe le camere un sistema misto, con prevalenza

dell’elemento uninominale maggioritario. In tre quarti dei seggi venivano assegnati tramite un

sistemano uninominale maggioritario e il restante quarto con sistema proporzionale. Tuttavia nel

2005, con la legge n. 270 venne abrogato questo sistema e introdotto uno nuovo fondato su liste

concorrenti e caratterizzato da premi di maggioranza e soglie di sbarramento. Sia le soglie si

sbarramento che i premi di maggioranza sono concepiti diversamente per la Camera e per il Senato.

Per la Camera partecipano all’assegnazione dei seggi da una parte, le liste che abbiano ottenuto

almeno il 4% dei voti sul piano nazionale, oppure le liste che abbiano ottenuto sul piano nazionale

almeno il 2% dei voti, con la condizione che facciano parte di una coalizione che abbia ottenuto,

sempre sul piano nazionale, almeno il 10% dei voti. Tra le liste che hanno titolo a partecipare

all’assegnazione i seggi vengono distribuiti secondo un criterio proporzionale. Alla coalizione o

lista singola che abbia ottenuto più voti sono attribuiti quale premio di maggioranza i seggi

necessari ad arrivare a 340, gli altri 277 (bisogna tenere conto dei seggi della circoscrizione estero e

Valle d’Aosta) vengono distribuiti in modo proporzionale tra le rimanenti liste.

Per il Senato le soglie di sbarramento sono calcolate non in riferimento all’ambito nazionale, ma

bensì all’ambito regionale. Così partecipano all’assegnazione dei seggi le liste che abbiano ottenuto

almeno l’8% dei voti validamente espressi o le liste che abbiano ottenuto almeno il 3% dei voti con

la condizione che facciano parte di coalizioni che hanno ottenuto, sempre sul piano regionale,

almeno il 20% dei voti. Anche in relazione al Senato la legge prevede premi di “coalizione” benché

essi possano essere assegnati anche a liste singole. In particolare alla coalizione o lista singola che

ha ottenuto più voti in regione vengono assegnati quale premio di maggioranza i seggi necessari ad

arrivare al 55% dei segni da assegnare nella regione; i rimanenti seggi vengono distribuiti in modo

proporzionale tra le liste aventi il diritto all’assegnazione. Va notato che mentre per la Camera

passare ad un sistema maggioritario trova finalità nell’assicurare una maggioranza di governo, per il

Senato non ha nessuna giustificazione: ai fini della maggioranza sul piano nazionale, l’operare dei

premi di maggioranza regionali, può essere controproducente perché impedisce il formarsi della

naturale maggioranza che si produrrebbe con il semplice criterio proporzionale, in corrispondenza

del vero esito del voto.

Né per la Camera né per il Senato l’elettore può esprimere una preferenza tra i candidati della lista a

lui prescelta, i quali risulteranno invece eletti nell’ordine di inserimento della lista. Questo avviene

per evitare lo scontro tra i candidati all’interno della lista. Nella presentazione delle liste per la

Camera ogni partito politico che si candida deve depositare il programma elettorale e indicare il

capo della coalizione.

Per garantire il diritto al voto delle persone residenti all’estero si è istituita una circoscrizione

Estero alla quale sono assegnati 12 seggi per la Camera e 6 per il Senato.

Comuni alle elezioni della Camera e del Senato sono le cause d’ineleggibilità e d’incompatibilità.

Per ineleggibilità si intende la situazione di impossibilità di essere validamente eletti per la

probabilità di influenzare il voto grazie alla carica o posizione che una persona occupa.

Incompatibilità invece è la situazione in cui si trova una persona che possiede una carica o

posizione che l’ordinamento giuridico vieta di unire a quella di membro del Parlamento.

IL FUNZIONAMENTO E L’ORGANIZZAZIONE DELLE CAMERE

Entrambe le Camere restano in carica 5 anni, ovvero il periodo della legislatura. Solo in caso di

guerra e mediante una legge questo periodo può essere prolungato. La loro vita e attività si

svolgono attraverso tre fondamentali principi: principio bicamerale, principio di continuità e

principio di autonomia.

Per il principio bicamerale le due Camere lavorano separatamente anche se, in relazione al potere

legislativo, lavorano collettivamente (nel senso che per l’approvazione di una legge è richiesto il

consenso di entrambe le camere). Solo in particolari casi le due Camere lavorano in seduta comune.

Il principio di continuità dell’attività parlamentare significa in primo luogo che le due Camere

possono riunirsi in qualunque momento. La Costituzione prevede che le Camere si possano riunire

di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e ottobre. Ciascuna Camera programma i propri

lavori in base ad un calendario indicando, al termine di ogni periodo di lavoro, la data della nuova

assemblea. Però nulla vieta che una Camera si riunisca in via straordinaria. Inoltre il principio di

continuità significa che non esiste nessuna interruzione tra la vita di una Camera, ormai scaduta

nella sua carica, e la successiva.

Secondo il principio di autonomia, l’autonomia di ciascuna Camera è garantita in varie direzioni:

del Governo e del potere esecutivo, del potere giudiziario, della stessa altra Camera. Ogni camera

ha una propria autonomia organizzativa che trova limiti sono nella Costituzione, e si manifesta

nell’attribuzione del disciplinare il funzionamento e l’organizzazione della Camera attraverso un

apposito regolamento approvato dalla Camera stessa. Ogni Camera ha un Presidente ed un Ufficio

di Presidenza. Il Presidente è eletto fra i componenti della Camere e deve agire in modo

imparziale, perciò egli non vota e non manifesta opinioni.

All’interno di ogni Camera, come abbiamo detto, sono presenti gruppi parlamentari di solito

corrispondenti ai partiti politici che attraverso i loro Presidenti affiancano e collaborano con quello

della Camera. All’interno di ogni Camera inoltre troviamo le commissioni permanenti, 14 per ogni

Camera, che hanno un ruolo fondamentale nel procedimento legislativo: redigono progetti da

sottoporre alla discussione dell’assemblea; a volte sono esse stesse ad approvare una legge senza

bisogno di voto assembleare. Infine troviamo le giunte che svolgono un ruolo più tecnico che

politico.

Inoltre l’autonomia delle camere è garantita dalle immunità parlamentari previste dalla

Costituzione, volte ad assicurare la piena libertà del membro del Parlamento nell’esercizio del suo

mandato. Infatti i parlamentari non possono essere sottoposti a perquisizione personale o

domiciliare, o essere arrestati a meno che ciò non avvenga attraverso una sentenza irrevocabile di

condanna se il parlamentare è colto in flagrante.

FUNZIONE DEL PARLAMENTO

Le Camere sono il potere legislativo per eccellenza, ovvero fanno le leggi. Inoltre hanno il potere

fondamentale, che caratterizza la forma di governo parlamentare, di concedere o negare la fiducia

al Governo, costringendolo in caso negativo alle dimissioni. Oltre a concedere la fiducia il

Parlamento ha potere di controllo sul Governo che esercita tramite le interrogazioni, interpellanze,

inchieste e indagini conoscitive. L’interrogazione è una domanda rivolta al Governo per sapere se

un fatto sia vero, se ci sia qualcosa da comunicare e simili; l’interpellanza è sempre una domanda

rivolta al Governo ma stavolta usata per conoscere i motivi di una particolare condotta di

quest’ultimo. Interrogazioni e interpellanze sono a disposizione dei singoli parlamentari, le

inchieste e le indagini conoscitive vengono decise dalle Camere stesse.

Il Parlamento esercita anche una funzione d’indirizzo nei confronti del Governo, ovvero sono tutti

quei atti con i quali il Parlamento vincola il Governo a determinati comportamenti.

IL PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE

In alcuni casi previsti dalla Costituzione il Parlamento si riunisce in seduta comune; ovvero deputati

e senatori formano un unico organo collegiale di cui il presidente è il Presidente della Camera dei

Deputati. Il Parlamento è chiamato a procedere in seduta comune per le elezioni del Presidente della

Repubblica, di un terzo dei componenti della Corte Costituzionale e un terzo dei componenti del

Consiglio superiore della magistratura.

Altri due motivi per i quali il Parlamento si riunisce in seduta comune è quando deve mettere in

stato di accusa il Presidente della Repubblica, che si sia reso colpevole di alto tradimento o di

attentato alla Costituzione, e quando deve ricevere il giuramento di fedeltà e osservanza della

Costituzione di quest’ultimo.

CAP. 15 - IL GOVERNO

IL GOVERNO IN GENERALE

Secondo la Costituzione il Governo della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio e

dai ministri, che insieme costituiscono il Consiglio dei Ministri. Quindi il governo è

fondamentalmente il Consiglio dei Ministri al quale vanno riferiti tutti i poteri che la Costituzione

affida al “Governo”. Il Consiglio dei Ministri è un organo composto di altri organi che sono, anche

individualmente presi, il Presidente del Consiglio e i singoli ministri. Presidente del Consiglio e

ministri sono componenti necessarie del Governo, nel senso che sono esplicitamente espresse dalla

Costituzione e perciò non esiste Governo senza di esse. Nella prassi si sono affermate altre figure

facenti parte del Governo quali i ministri senza portafoglio, i sottosegretari e si è vista anche la

figura del Vice-presidente del Consiglio che, non sono componenti necessarie.

Il Governo vero e proprio è nominato dal Presidente della Repubblica: per primo il Presidente del

Consiglio, poi su proposta di quest’ultimo i singoli ministri. Entro 10 giorni dalla formazione sua

formazione, il Governo deve presentarsi alle Camere per ottenere la fiducia, se non la ottiene deve

dimettersi.

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Al Presidente del Consiglio dei Ministri la Costituzione assegna nell’ambito del Governo una

posizione del tutto particolare affermando che egli dirige la politica generale del Governo e ne è

responsabile e che inoltre mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e

coordinando l’attività dei ministri. Questo non significa che il Presidente del Consiglio sia libero di

determinare la politica del Governo, anzi è il Consiglio nella sua collegialità che la determina. In

pratica la “superiorità” del Presidente del Consiglio si manifesta nel potere di rappresentanza del

Governo, e più concretamente nel potere di convocarlo e fissarne l’ordine del giorno. Tuttavia la

legge n. 400 individua alcuni poteri propri del Presidente e altri che gli spettano come

rappresentante del Consiglio. In particolare il Presidente ha visto riconosciuto il potere di inviare ai

ministri direttive volte ad assicurare l’imparzialità e il buon andamento dei pubblici uffici. In casi

singoli può sospendere l’adozione di atti da parte dei Ministri per sottoporsi alla deliberazione del

Consiglio e infine può istituire comitati di ministri per lo studio di questioni particolari da

sottoporre al Consiglio.

Come espressione del Governo il Presidente comunica alle Camere la composizione del Governo o

un eventuale mutamento, presenta i disegni di legge governativi, controfirma i decreti del

Presidente della Repubblica relativi agli atti con forza di legge ed altri atti per i quali è intervenuta

la deliberazione del Consiglio.

Inoltre il Presidente compie molti atti relativi all’organizzazione governativa, quali emanare il

regolamento interno del Consiglio, assegna incarichi speciali ai ministri e propone al Presidente

della Repubblica la nomina dei sottosegretari.

Un potere non dei minori del presidente del Consiglio consiste nella facoltà di chiamare alcuni

Ministri a partecipare ad un comitato chiamato Consiglio di gabinetto che è privo di poteri formali,

e svolge una attività preparatoria delle riunioni del Consiglio.

Al Vicepresidente del Consiglio ormai (non come in passato) spetta di diritto la supplenza del

Presidente in caso di sua assenza. Nell’eventualità che non ci sia un Vicepresidente la supplenza

spetta al ministro più anziano; comunque la figura del Vicepresidente rimane una componente non

necessaria.

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Al consiglio dei Ministri spettano le funzioni genericamente attribuite al “Governo”. Tra quelle di

maggiore importanza previste dalla Costituzione ricordiamo: la deliberazione di decreti-legge, con

i quali viene esercitato un potere normativo straordinario per fronteggiare situazioni di necessità, la

deliberazione di decreti legislativi con i quali si esercita un potere normativo su delega del

Parlamento, la deliberazione dei disegni di legge e l’imputazione di leggi regionali davanti alla

Corte Costituzionale.

Il Consiglio dei Ministri è l’organo di livello più elevato del potere esecutivo, e perciò dell’intera

pubblica amministrazione. Tuttavia le singole amministrazioni statali, organizzate in ministeri,

trovano il vertice nei singoli ministri e non nel Consiglio dei ministri. La Costituzione prevede che i

ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio, ma anche individualmente verso

gli atti dei loro dicasteri. Il Consiglio però ha potere di annullamento di tutti gli atti illegittimi posti

in essere dai ministri.

LE ALTRE COMPONENTI DEL GOVERNO

Accanto a coloro che necessariamente fanno parte del Governo in primo luogo troviamo i ministri

senza portafoglio. Essi sono sempre ministri, nominati dal Presidente della Repubblica, ma non

sono a capo di un Ministero. Hanno sempre un particolare incarico che può comprendere la

direzione di uffici e apparati amministrativi che però non costituiscono un vero e proprio Ministero

ma rimangono strutture interne alla Presidenza del Consiglio. Le ragioni per le quali vengono

nominati sono talvolta politiche: esse si riassumono nell’opportunità di distribuire tra le forze della

coalizione governativa più incarichi ministeriali di quanti siano i ministeri.

Per le stesse ragioni si è introdotta la figura del sottosegretario che (originariamente erano i

segretari dei ministri inglesi) sono scelti su proposta del Presidente del Consiglio insieme al

ministro interessato; la nomina è ufficializzata con decreto del Presidente della Repubblica. I loro

compiti sono di ordine politico: possono intervenire alle sedute delle Camere e delle commissioni

parlamentari, sostenere la discussione in concordanza alle direttive dei ministri e rispondere a

interrogazioni e interpellanze. A non più di 10 Sottosegretari può essere conferito il titolo di

Viceministro, se ad essi sono conferite deleghe relative ad un’intera area di competenza.

Infine specifiche funzioni amministrative vengono assegnate ad alti commissari. Essi sono a capo

di apparati amministrativi che non sono veri e propri ministeri e loro non sono veri e propri ministri.

Non raramente è successo però che gli alti commissari siano stati trasformati poi in ministeri come

ad esempio è successo per l’Alto commissariato per l’igiene e la sanità che venne trasformato nel

Ministero della Salute.

Mentre gli alti commissari del passato erano istituiti e disciplinati singolarmente, la legge prevede e

disciplina ora in via permanente la figura dei commissari straordinari del Governo. Essi vengono

istituiti per lo svolgimento di compiti, in relazione a specifici obbiettivi o temporanee esigenze di

coordinamento operativo tra amministrazioni.

LA CRISI E LA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO

Dopo le elezioni politiche, formato il nuovo Parlamento, il Governo è tenuto in ogni a caso a

presentare le proprie dimissioni, salvo la possibilità che il nuovo Governo sia uguale al precedente.

Inoltre in Governo entra in crisi ogni volta che non ha più la fiducia delle Camere. La Costituzione

prevede che il Governo perda la fiducia quando una Camera approvi una mozione di sfiducia che

viene messa ai voti per appello nominale (voto non segreto) non prima di tre giorni dalla sua

presentazione. Un’altra situazione nella quale il Governo è costretto a dimettersi è quando

quest’ultimo riceva una votazione negativa su una sua proposta sulla quale abbia posto la questione

di fiducia. Quando il Governo risulta sconfitto si parla di crisi parlamentare. Può succedere che le

Camere propongano una mozione di sfiducia non a tutto il governo ma anche a un singolo Ministro.

Di norma il Governo non aspetta che la crisi si manifesti attraverso una votazione in Parlamento,

ma l’anticipa dimettendosi quando vede il venir meno della sua base politica, dando luogo ad una

crisi detta extraparlamentare. Con le dimissioni il Governo non cessa di essere tale, anzi deve

provvedere all’ordinaria amministrazione fino a quando, con il giuramento, non entra in carica un

nuovo Governo.

Dopo le dimissioni il Presidente della Repubblica avvia un procedimento per la formazione del

nuovo governo che si articola in 3 fasi: fase delle consultazioni, fase dell’incarico e la fase della

nomina.

Le consultazioni servono al Capo dello Stato per formarsi un’idea su come risolvere la crisi

parlamentare, con la formazione di un nuovo Governo capace di ottenere la fiducia delle Camere.

Devono venire consultati perciò i capi dei gruppi parlamentari, i segretari dei partiti politici nonché

i Presidenti delle Camere. Terminate le consultazioni il Presidente conferisce l’incarico di formare

un nuovo Governo.

La persona incaricata a divenire il nuovo Presidente del Consiglio può scegliere se accettare

l’incarico contestualmente, oppure accettarlo con riserva. Nel secondo caso, egli svolge proprie

consultazioni per verificare se effettivamente otterrà la fiducia delle Camere e con quale Governo;

se l’esito è positivo scioglie la riserva ed accetta l’incarico.

Dopodiché il Presidente della Repubblica procede alla nomina del Governo: prima il Presidente del

Consiglio, e poi su proposta di quest’ultimo i ministri. Il Governo non ha però ancora assunto le sue

funzioni, difatti le assumerà nel momento successivo al giuramento nelle mani del Presidente della

Repubblica. Il nuovo governo ormai in carica deve entro 10 giorni ottenere la fiducia delle Camere.

CAP. 16 – IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

LA CARICA DI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Egli è eletto per

7 anni dal Parlamento in seduta comune e integrato dai rappresentati delle Regioni. Può essere

eletto Presidente qualsiasi cittadino italiano che abbia compiuto 50 anni e che possegga i diritti

civili e politici. Per l’elezione occorre per le prime tre votazioni la maggioranza dei due terzi

dell’assemblea, dopodiché è sufficiente la maggioranza assoluta.

Il Presidente della Repubblica non è a capo di nessuno dei poteri dello Stato, ma è il simbolo del

“concentrarsi” dello Stato in un'unica persona che lo rappresenta ovunque, in tutte le circostanze in

cui sia necessario.

Come si è detto al Parlamento in seduta comune vengono integrati rappresentati delle Regioni, più

precisamente 3 per ogni Regione (scelti dal Consiglio Regionale), volti ad assicurare la

rappresentanza delle minoranze.

Prima di assumer le funzioni il Presidente eletto presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di

osservanza alla Costituzione; con il giuramento si enunciano anche i fondamentali doveri del

Presidente la cui trasgressione dà luogo ai reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

La Costituzione prevede che il Presidente non sia responsabile degli atti compiuti nell’esercizio

delle sue funzioni. Tale irresponsabilità va collegata al fatto che la responsabilità degli atti è assunta

tramite la cosiddetta controfirma dei ministri che gli propongono.

In caso di impedimento temporaneo le funzioni del Presidente della Repubblica sono assunte da

quello del Senato. Terminati i 7 anni di carica, 30 giorni prima della scadenza sono indette le

elezioni del nuovo Presidente. Il Presidente uscente è rieleggibile, caso che non si è mai verificato, e

una volta cessata la carica prende la qualifica di senatore a vita, salvo sua rinuncia.

IL PRESIDENTE E I POTERI DELLO STATO

Se si prendesse alla lettera la Costituzione, il Presidente della Repubblica è un autentico capo dello

Stato per i poteri a lui attribuiti.

Ad esempio, per quanto riguarda gli atti normativi, il Presidente da una parte promulga le leggi e

può chiedere alle Camere una nuova deliberazione, dall’altra emana i decreti aventi valore di legge,

emana i regolamenti e indice referendum chiesti dal popolo. Influisce sullo stesso Parlamento, non

solo nominando 5 senatori a vita ma indicendo le elezioni e fissando la prima riunione delle

Camere.

Per quanto riguarda la funzione di governo e di pubblica amministrazione il Presidente nomina il

Presidente del Consiglio e i ministri. Nei rapporti internazionali ratifica i trattati, riceve i

rappresentati di altri Stati. Ha il comando delle forze armate, dichiara lo stato di guerra deliberato

dalle Camere.

Perfino sulla funzione giurisdizionale il Presidente della Repubblica sembra esercitare dei poteri:

presiede il Consiglio Superiore della Magistratura e nomina un terzo dei giudici della Corte

costituzionale, inoltre egli può in casi singoli concedere la grazia o commutare le pene.

È certo che, tuttavia, il Presidente della Repubblica è estrano all’esercizio di tutti e tre i massimi

poteri dello Stato. Il fatto che molti poteri sopra descritti sono propri del Governo; il Presidente

della Repubblica si limita ad emanare l’atto, senza poter incidere sulle decisioni del Governo.

LE FUNZIONI E IL RUOLO DEL PRESIDENTE

Secondo Costituzione il Presidente della Repubblica può, sentiti i rispettivi Presidenti, sciogliere

anticipatamente le Camere o solo una di esse. Questo potere non può essere esercitato negli ultimi 6

mesi del suo mandato (semestre bianco) e se non in presenza di particolari circostanze quali

l’impossibilità da parte del Parlamento di esprimere una maggioranza di governo oppure quando si

verifica una paralisi dell’attività legislativa dovuta ad un radicale contrasto tra le due Camere. Si

discute se esso sia un vero potere del Presidente, comunque molti pensano che nella decisione di

scioglimento delle Camere oltre al Presidente debba concordare anche il Governo.

Sempre secondo Costituzione il Presidente della Repubblica prima di promulgare la legge, può con

messaggio motivato alle Camere richiedere una nuova deliberazione. Tuttavia se le Camere

approvano nuovamente la legge questa deve essere promulgata. Questo potere è detto voto

sospensivo. Il Presidente non può ovviamente rinviare una legge per una ragione qualunque, lo fa

quando ritiene che essa contrasti con la Costituzione; ma anche nel merito il Presidente può

chiedere una nuova deliberazione nella quale, per esempio, si tengano conto di aspetti di interesse

generale finora trascurati. In ogni modo i Presidenti hanno usato il potere di rinvio con molta

discrezione.

Al Presidente spetta la nomina di 5 senatori a vita da nominarsi tra coloro che hanno illustrato la

Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario; e la nomina di 5

giudici della Corte costituzionale.

Il Capo di Stato presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, volto ad assicurare il prestigio e

l’autonomia dell’organo di governo dei giudici ordinari.

Infine sono ancora da riferire al Presidente la presidenza del Consiglio supremo di difesa e il potere

di conferire onorificenze, di concedere le grazie e commutare le pene.

Quindi il Presidente della Repubblica non è a capo di nessuno dei poteri statali e di conseguenza

non ne è nemmeno responsabile. Non si può dire che la sua funzione sia solamente rappresentativa

o cerimoniale; infatti, dispone di molti poteri effettivi al fine di agire come meccanismo di garanzia

del funzionamento delle istituzioni cui compete la guida dello Stato.

CAP. 17 - LE FONTI COSTITUZIONALI

LA COSTITUZIONE COME ATTO NORMATIVO

Si deve affermare, in primo luogo, che la Costituzione è un vero atto normativo e le sue

disposizioni hanno pieno effetto cioè sono in grado di produrre e modificare altre regole, vincoli,

situazioni giuridiche. Naturalmente le disposizioni costituzionali valgono per ciò che dicono. La

Costituzione italiana ha un carattere rigido nel senso che essa non può essere modificata attraverso

un procedimento legislativo ordinario ma soltanto attraverso un procedimento “costituzionale”

molto più gravoso. Dunque la Costituzione è fonte del diritto, anzi la massima delle fonti

dell’ordinamento italiano. La Costituzione ha caratteri alquanto particolari se paragonata alle altre

fonti del diritto: è un atto storicamente individuato, e come tale non ripetibile; difatti non ci sono,

nell’ordinamento, diversi atti denominati “Costituzione”.

La Costituzione e il relativo procedimento costituente sono dunque atti e avvenimenti storicamente

determinati come criterio ultimo di legittimazione dell’ordinamento, e non una fonte stabilmente

operante in esso. Operanti nell’ordinamento giuridico invece sono la legge costituzionale o la legge

di revisione costituzionale.

LA LEGGE COSTITUZIONALE E DI REVISIONE COSTITUZIONALE

Dato il carattere rigido della Costituzione, non esiste legge ordinaria che possa modificare o

comunque contrastare con essa; e se le contenesse tali norme, sarebbero illegittime e perciò possono

essere eliminate dalla Corte Costituzionale. Tuttavia la stessa Costituzione prevede che le proprie

disposizioni possano essere modificate attraverso un procedimento più complicato di quello

ordinario. S’individua così una fonte chiamata legge di revisione costituzionale. Più precisamente

l’art. 138 Cost. parla delle “leggi di revisione della Costituzione” e delle “altre leggi

costituzionali”. Le prime sono rivolte a modificare il testo della Costituzione, le seconde seppur

non modifichino il testo hanno ugualmente rango costituzionale e quindi non possono essere

modificate dalla legge ordinaria.

Rispetto al procedimento legislativo ordinario, il procedimento di revisione costituzionale presenta

le seguenti diversità che lo rendono più gravoso e difficile: la legge di revisione deve essere

approvata due volte da ciascuna Camera e tra le due approvazioni devono trascorre almeno 3 mesi,

nella seconda approvazione da parte di ogni Camera si deve ottenere la maggioranza assoluta e

sulla modifica può venir richiesto un referendum (a meno che nella seconda votazione non si

raggiunga la maggioranza dei due terzi). I primi due aggravamenti servono ad assicurare che la

volontà di modificare la Costituzione sia duratura; la necessità della maggioranza assoluta invece

mira ad assicurare una vera maggioranza del Parlamento, e non il frutto dell’assenza di molti

parlamentari. La possibilità di indurre il referendum sospensivo, sull’opportunità della modifica, è

stato introdotto per assicurare una volontà del Parlamento concordante con quella degli elettori. Il

referendum può essere richiesto da 500.000 elettori, o da 5 consigli regionali, o da un quinto dei

componenti di una Camera; e va richiesto entro 3 mesi dalla pubblicazione.

LIMITI ALLA MODIFICA DELLA COSTITUZIONE

Secondo Costituzione uno degli elementi che non possono essere modificati attraverso il

procedimento di revisione costituzionale è la forma di governo, ovvero quella repubblicana. Il

divieto di mutare la forma repubblicana è l’unico limite espresso dalla Costituzione. Tuttavia molti

studiosi individuano limiti impliciti che, anche se non espressamente, non potrebbero essere

modificati: tra essi, ad esempio, il principio dell’unità nazionale e quello della sovranità

popolare, più in generale il carattere democratico dello Stato, il principio di eguaglianza e simili.

CAP. 18 – LE FONTI DELL’UNIONE EUROPEA E LE FONTI

INTERNAZIONALI

PREMESSA

Gli atti normativi dell’Unione europea, in particolare i suoi regolamenti, sono fonti che pur non

essendo proprie dell’ordinamento italiano, producono disposizioni o norme direttamente operanti in

esso; nel senso che sono d’immediata applicazione da parte di chiunque, a prescindere da uno

specifico richiamo di una legge italiana ed almeno, in certe ipotesi persino in presenza di una legge

italiana che dispone diversamente.

LE FONTI DELL’UNIONE EUROPEA

Le norme straniere in genere non trovano applicazione nell’ordinamento italiano, salvo che non vi

siano appositamente richiamate. Anche le regole che stipula lo Stato con un trattato internazionale

non diventano efficaci nell’ordinamento interno se non siano introdotte da un ordine di esecuzione

del trattato contenuto in una legge italiana.

Tuttavia la stessa regola non vale per i regolamenti emanati dall’Unione europea che, al contrario,

acquistano direttamente vigore in Italia (come del resto anche negli altri Stati membri) senza alcun

bisogno che una legge specifica li richiami. Si tratta perciò di atti che, pur portando il nome di

“regolamento” non sono subordinati alla legge italiana. Essi vengono applicati immediatamente, e

non possono essere né abrogati né modificati dalla legge italiana. Gli atti emanati dall’Unione

europea hanno prevalente competenza rispetto la legislazione statale, tanto che, se una legge dello

Stato dispone diversamente, è considerata inapplicabile.

I regolamenti dell’Unione sono deliberati dal Consiglio insieme con il Parlamento europeo, o dal

solo Consiglio, o anche dalla Commissione esecutiva dell’Unione (per delega del Consiglio). Per

consentire una più agevole conoscenza sono pubblicati oltre che nella Gazzetta ufficiale

dell’Unione europea anche negli Stati membri.

Altri atti normativi dell’Unione europea sono le direttive, che riguardano le stesse materie dei

regolamenti e sono approvate dagli stessi organi, ma a differenza dei regolamenti esse non

contengono norme direttamente applicabili all’interno degli Stati membri. Sono per lo più

prescrizioni rivolte a questi ultimi, che poi dovranno tradurre in norme statali entro il termine

indicato dalle direttive stesse. Le direttive sono perciò vincolanti per gli Stati, ma non direttamente

operative al loro interno. Sia per le direttive sia per i regolamenti, che richiedono disposizioni di

attuazione, esiste un obbligo per gli Stati membri di emanare la normativa necessaria.

Nel tentativo di agevolare l’adempimento dell’obbligo e di eliminare i ritardi nei quali l’Italia è

spesso incorsa, si è previsto che ogni anno il Parlamento approvi un apposita legge, denominata

legge comunitaria nella quale, in parte si provvede direttamente all’introduzione delle disposizioni

necessarie, e in parte affida al Governo lo stesso compito; che poi provvederà a emanare atti

legislativi per l’attuazione di tali norme.

LE NORME INTERNAZIONALI

La Costituzione dispone che l’ordinamento giuridico italiano si adatta alle norme del diritto

internazionale generalmente riconosciute eccezion fatta per i trattati tra singoli stati. A tali norme

dunque lo Stato italiano si adatta in modo automatico, senza bisogno di alcun particolare atto

interno di rinvio. Questo meccanismo di adattamento automatico non opera per le norme aventi

origine nei trattati internazionali. Perciò se l’Italia stipula un trattato che implica la modifica delle

leggi italiane, questa modifica deve essere introdotta mediante un apposito atto legislativo. Molto

spesso tale atto non formula esplicitamente le norme necessarie ma dispone che la piena esecuzione

sia data al trattato, si parla allora di adattamento mediante ordine di esecuzione.


ACQUISTATO

4 volte

PAGINE

28

PESO

225.24 KB

AUTORE

Japricot

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Economia e gestione aziendale
SSD:
Università: Trieste - Units
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Japricot di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trieste - Units o del prof Monego Davide.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto pubblico

Diritto pubblico
Appunto
Diritto privato art cc
Appunto
Diritto Tributario
Appunto