L'età della monarchia
Il Lazio nell'età del ferro (IX-VII s.)
In origine il nome “Latium” indicava soltanto una ristretta fascia di territorio fra il basso corso del Tevere ed i Monti Ausonii. Successivamente, inglobò anche la zona a sud dei monti, definita ancora in età imperiale come “Latium Adiectum”.
I Latini come abitanti del Lazio in senso stretto erano un piccolo gruppo di lingua indoeuropea proveniente dall’Europa centrale, prendendo il nome dal paese in cui vivevano. Grazie ai dati archeologici, possiamo dire che dal X secolo a.C. la cultura laziale si evolve senza brusche fratture, ergo supponiamo la presenza dei Latini nella regione già dal I millennio (non possiamo affermare però quando giunsero nel Lazio).
La principale risorsa economica era la pastorizia. Questo spiega il rapporto tra il termine bestiame “pecus” ed il termine che designava i beni posseduti “pecunia” e “peculium”. Allevavano suini ed ovini, meno i bovini. L’agricoltura arrivò tardi poiché il terreno era paludoso; i cereali più comuni erano farro, spelta e orzo. Grazie a bonifiche, le attività agricole progrediscono e si differenziano: nell’età del ferro si introduce il frumento e compaiono viticoltura ed olivo.
Per quanto riguarda i riti funebri, il più antico era l’incinerazione; dal nono secolo inizia l'inumazione. Le prime tombe laziali hanno offerte scarse e povere, indicando una società omogenea, senza una classe privilegiata. Dall'VIII secolo rinveniamo oggetti preziosi (oro, argento, ambra) anche importati da Fenicia, Grecia ed Etruria, che indicano una concentrazione della ricchezza nelle mani di alcune famiglie.
Contemporaneamente, si osserva una concentrazione degli insediamenti: i villaggi primitivi vengono abbandonati e si va verso uno sviluppo di tipo urbano. I Latini avevano coscienza della loro unità etnica, che si traduceva nella partecipazione ad un culto comune celebrato sul Monte Albano in onore di Giove Laziare (i partecipanti erano chiamati “populi Albenses”).
In quest'epoca troviamo alcuni istituti: erano validi i matrimoni e contratti tra Latini di città diverse (“ius conubii” e “ius commercii”), ad esempio, un Latino che si trasferiva in un’altra città ne acquisiva la cittadinanza (“ius migrandi”).
Per Varrone, Roma fu fondata nel 753 a.C., una data però troppo tarda rispetto ai primi insediamenti che risalgono al secondo millennio, e troppo alta rispetto all’unificazione degli abitati di Palatino, Esquilino e Celio (non anteriore alla metà del VII secolo). È probabile che i Romani, conoscendo sette nomi di re, abbiano dato al periodo della monarchia la durata di sette generazioni (245 anni). Non escludiamo che nel passaggio alla vita protourbana possa esserci stato un avvenimento significativo a noi ignoto, tale da rimanere impresso come atto di fondazione (metà VIII secolo).
Le più antiche strutture sociali e politiche
I primi re ricordati sono: Romolo (fino al 717 a.C.), dopo un anno di interregno, Numa Pompilio (fino al 673 a.C.), Tullo Ostilio (fino al 641 a.C.) e poi Anco Marcio (fino al 617 a.C.). Ciò che si nota è che sette nomi sono pochi per un arco di 250 anni. Si suppone dunque che tra l’VIII e il VI secolo ci siano stati altri re.
Con certezza affermiamo che solo Romolo è personaggio puramente mitico, infatti è un eroe eponimo (dà il suo nome al popolo, ma in questo caso è lui a prendere il nome dal popolo - Romolo vuol dire Romano). In età augustea, i poeti dicevano ancora “Romula gens”.
Le fonti della monarchia romana dicono che fino a Tarquinio Prisco essa era elettiva e non ereditaria. Di ciò si ha conferma poiché in età repubblicana, quando la carica rimaneva vacante, la supplenza era affidata ad un magistrato chiamato Interex.
La tradizione attribuisce a Romolo le principali strutture statali della società romana:
- Il formare un consiglio (membri scelti dal re - Senato)
- Distinzione dei cittadini in due ordini: Patrizi (patres, i capi famiglia e capi delle grandi famiglie ovvero patricii discendenti da padri illustri) e Plebei (plebs, ovvero moltitudine dal greco plethos)
- Istituzione di clientela e patronato: i Plebei dovevano obbedienza e servigi ai Patrizi, in cambio ricevevano aiuto e protezione (il cliens è colui che obbedisce mentre il patronus è colui che protegge)
- Divisione della cittadinanza in tre tribù ed in 30 curie (10 curie per tribù)
Il legare queste strutture politiche e sociali al nome di Romolo implica che fossero molto antiche e che la loro origine fosse stata dimenticata. Forse non risalgono tutte alla stessa epoca. Si può ammettere che:
- Il re di Roma era assistito da un consiglio di anziani, il Senato
- Dal V secolo fino a Cesare, il patriziato era una casta chiusa a cui si accedeva per nascita od adozione (fino al 445 il matrimonio tra patrizi e plebei non era riconosciuto)
Si è visto che una classe economica privilegiata esisteva già dall’VIII secolo, ma secondo la tradizione all’origine non vi era una rigida chiusura. Infatti furono accolti tra i Patrizi sia aristocratici di altre città latine (i Giulii di Alba ed i Claudii della Sabina) ma anche plebei romani come i Menenei. Ergo la casta si fa totalmente chiusa o a fine età regia o ad inizio della Repubblica.
In età repubblicana il corpo civico era il Populus Romanus (Patrizi e Plebei insieme). Ma nel linguaggio ufficiale arcaico si usava Populus Plebesque Romanus. Un tempo, Populus e Plebs erano due entità distinte. Il significato originario di Populus è esercito (il Magister Populi era il capo dell’esercito). Perciò possiamo ritenere che per un certo periodo l’esercito era solo patrizio, stato di cose superato durante la monarchia etrusca.
L’istituto della clientela risale sicuramente all’età regia e ciò lo vediamo grazie all’affermarsi di famiglie e di gentes che possedendo più bestiame ed occupando più terre, fin dall’origine relegavano i meno fortunati in posizioni subordinate. Non vuol dire però che tutti i plebei fossero clienti, allo stesso modo probabile che alcune gentes non fossero abbastanza autorevoli da essere accolte nel patriziato.
La divisione in tre tribù e 30 curie è sicuramente antica ma non originaria poiché troppo complicata. I nomi non sono poi latini ma probabilmente etruschi. Risalgono ai Tarquinii i nomi: Tities o Titenses, Ramnes o Ramnenses e Luceres.
Tradizione sui primi re di Roma
Gli antichi credevano che il popolo romano si fosse formato dall’unione tra Curensi e Latini grazie al ciclo di leggende riguardanti il ratto delle Sabine. Secondo esso, all’epoca di Romolo sarebbe scoppiata una guerra tra Romani e Sabini di Curies, poi conclusasi con la riconciliazione e l’unione dei due popoli. Tant’è che Numa Pompilio fu scelto proprio a Cures. Ecco che ritroviamo una formula solenne spesso usata: “Populus Romanus Quirites”, cioè “Curense”.
Alcuni studiosi moderni ritengono perciò che questa fusione tra Romani e Curensi sia veritiera, ovvero Roma sorta dall’unione tra i Latini del Palatino ed i Sabini dell’Esquilino. Tuttavia, si pone un problema: il termine “Quirites” non può derivare da “Cures”. Inoltre, la necropoli dell’Esquilino e quella del Palatino non sono contemporanee. Ergo, l’incinerazione tipica dei Romani viene soppiantata nel IX secolo dall’inumazione sabina (in un’area dalla Campania all’Etruria tirrenica).
Col tempo è certo che gruppi di Sabini si stanziarono a Roma ed i loro capi entrarono così a far parte dell’aristocrazia romana. Ciò detto, secondo alcuni studiosi, non si può parlare però di una vera e propria fusione in quanto a livello linguistico si nota come le parole sabine attestate in latino siano molto poche (“lupus”, “scrofa”).
A Numa Pompilio vengono attribuite invece le strutture religiose e di culto:
- Crea ed organizza i più importanti sacerdoti (Vestali, Auguri)
- Riforma il calendario, fissando le date delle cerimonie, dividendo poi i giorni in fasti e nefasti
- Introduce nuovi riti, modificando quelli preesistenti
Ad ogni modo, alcuni sacerdoti romani anticipano di gran lunga Numa Pompilio, essendo infatti già presenti presso altri popoli indoeuropei.
Attorno a Tullo Ostilio si genera una leggenda: avrebbe sconfitto e distrutto Alba Longa, deportandone poi gli abitanti a Roma. Essa contiene un nucleo di verità: intorno alla metà del VII secolo tutti i villaggi del Monte Albano vengono abbandonati contemporaneamente allo sviluppo urbano di Roma. Ad esempio, il Foro viene sgombrato dalle abitazioni e pavimentato ed esso comincia ad esser visto come il centro di una comunità estesa per i vari colli, unificati in una sola città.
Anche attorno ad Anco Marcio vi è una leggenda: avrebbe fondato Ostia alla foce del Tevere (“Ostia” significa appunto “le foci”). Non abbiamo dati archeologici certi, tuttavia alcuni studiosi accettano ciò entro dei limiti. Infatti, anche se a quell’epoca non era stata eretta alcuna nuova città, i Romani sentivano l’esigenza di crearne una nuova sulla costa (soprattutto per lo sfruttamento di saline).
La monarchia etrusca
Su di essa abbiamo fonti più certe, tant’è che i Tarquini vengono menzionati già in fonti etrusche e pure greche. Gli Etruschi, detti “Tusci” dai Greci, erano la popolazione più sviluppata della penisola, tanto che già dal IX secolo cominciano la loro espansione in Campania, fondando tre centri: Capua, Nola, Pompei. Nel Lazio solo Tusculum (l’odierna Frascati). L’importanza etrusca nella regione si fa culturale (tecnica, economia, arte).
Quanto all’avvento dei Tarquini a Roma, certamente gli Etruschi non conquistarono militarmente la città, infatti si accordarono con una parte del patriziato. Perciò, anche dopo lo stabilirsi dei Tarquini, Roma rimane comunque latina. Quanto alla successione ereditaria, essa inizia con Servio Tullio, tant’è che pur essendo un re latino, sale al trono in quanto genero di Tarquinio Prisco.
Così, a Roma arrivarono sia aristocratici etruschi che entrarono a far parte del patriziato, sia artigiani e mercanti i quali si stanziarono fra il Tevere ed il Foro (nel quartiere “Vicus Tuscus”).
Tarquinio Prisco governò dal 616 al 579. Le opere più importanti:
- Intensi lavori pubblici tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo. Grazie ad un’opera di drenaggio, si rendono abitabili alcune zone pianeggianti dei colli e lungo il Tevere
- Costruzione della Cloaca Maxima
- Fonda il tempio di Diana sull’Aventino (sotto il suo controllo, ma fuori la cerchia urbana), come centro di un culto comune a tutti i Latini così da eclissare il santuario di Giove Laziare sul Monte Albano
- La divisione della cittadinanza in tribù e curie
Le tribù rappresentavano gruppi di gentes che vi appartenevano per discendenza, quindi erano tribù “gentilizie”. Queste tribù e curie venivano utilizzate per il reclutamento dell’esercito. L’esercito era composto di 3000 fanti (100 per ogni curia, 1000 per ogni tribù) e 300 cavalieri (100 per tribù) più un ufficiale, il Tribuni Militum, a capo di ciascuna tribù.
A Roma l’assemblea popolare si identificava con l’assemblea dell’esercito. Perciò, quando vennero introdotte le curie, il popolo votava per curia. Il nome “curia” deriva da “coviria” (= “unione di uomini”), da cui a sua volta deriva “Quirites”, ovvero “cittadino membro delle curie”, quindi membro anche dell’esercito.
Nonostante la monarchia etrusca si basasse su un principio dinastico, ogni nuovo re però doveva presentarsi di fronte all’assemblea delle curie e ricevere un giuramento di fedeltà. Da questo deduciamo che le curie non avevano solo funzioni legate all’esercito, ma anche politiche (approvazione di leggi, delibere su pace e guerra).
Un esercito composto a quel modo, non poteva ovviamente essere costituito soltanto da Patrizi, dovendo per forza comprendere anche Plebei. Ergo, anche la Plebs doveva far parte delle curie. Tuttavia, un’unica ala dell’esercito rimaneva riservata solo ai Patrizi: la cavalleria.
Servio Tullio governò dal 578 al 535. Attuò un’importante riforma militare: riorganizzò l’esercito secondo il modello greco della falange oplitica. Tale sistema, che prevedeva lo schieramento a falange, faceva sì che la sorte delle battaglie non fosse più determinata dal valore di singoli individui, bensì da masse compatte di soldati.
Inoltre, divise la cittadinanza in classi secondo il censo, poi le tribù secondo la residenza. Questa divisione censuaria si ricollega alla riforma militare, in quanto l’esercito era formato solo da persone che potevano armarsi a proprie spese, dunque si faceva una rassegna dei cittadini e dei loro mezzi.
Nell’esercito si distingueva una “Classis” (uomini chiamati alle armi di fanteria pesante) e gli “Infra Classem” (uomini che militavano come veliti ovvero fanteria leggera, o uomini esonerati dal servizio).
Come si calcolavano le sostanze dei cittadini per distinguerli tra le due classi? Secondo gli storici antichi, in assi di bronzo, ma le fonti dicono che i Romani non coniarono assi o monete prima del terzo secolo. I moderni ritengono invece che si misurasse l’estensione della terra e si contassero i capi di bestiame. Siccome Plinio ci dice che Servio introdusse l’Aes Signatum ovvero il contrassegnare lingotti di bronzo con un simbolo per garantirne il peso, non si può escludere che i patrimoni fossero valutati in bronzo seppur non coniato.
Dall’inizio dell’età repubblicana, accanto alle curie gentilizie nacquero le curie territoriali alle quali ogni cittadino apparteneva secondo il luogo in cui aveva i suoi beni immobili. L’area urbana si divideva in quattro tribù territoriali: Suburana, Palatina, Esquilina, Collina. Tali tribù territoriali presero il posto delle gentilizie (le quali non scomparirono ma rimasero ad esempio importanti per la funzioni di alcuni sacerdoti come le Vestali che erano due per tribù) per il reclutamento dell’esercito.
Tarquinio il Superbo (534-510): è possibile che non sia succeduto direttamente a Servio ma preceduto da un altro re. Del Superbo abbiamo poche notizie ma le fonti delineano tutti i difetti che caratterizzano lo stereotipo del tiranno nella storiografia greca.
La repubblica dei patrizi
La fondazione della repubblica
I moderni rifiutano la tradizione sulle origini della repubblica: non nata da una ribellione contro la monarchia ma da un graduale passaggio da un regime ad un altro. Ecco che ingrandendosi lo Stato, i funzionari ed i consiglieri del re acquisiscono poteri sempre maggiori. Ergo, il sovrano viene esautorato in modo pacifico e gli rimangono solo funzioni di primo sacerdote (Rex Sacrorum). Ipotesi avvallata dalla sopravvivenza in età repubblicana del titolo regio. Ergo, una ribellione avrebbe cancellato ogni traccia della monarchia. Quindi, il conservare un re sacerdote si spiega col tradizionalismo dei Romani specie in campo religioso. Lo stesso per l’Interex che viene anch’esso mantenuto, ovvero il supplente in mancanza di consoli eletti.
Ciò si spiega in quanto secondo la concezione romana, i consoli avevano ereditato tutti i poteri del re escluso quello di presiedere al culto. Ciò detto, la lotta contro i Tarquini deve avere comunque un nucleo storico. Secondo gli autori romani, la ferocia del Superbo lo aveva già fatto odiare universalmente, ma la misura si fece colma quando il figlio Sesto Tarquinio violenta Lucrezia costringendola al suicidio. Ergo, un gruppo di Patrizi (tra cui marito e padre della vittima) chiama a raccolta il popolo e per iniziativa di Bruto, nipote o cugino del re, viene proclamata la repubblica: correva l’anno 509 a.C.
È probabile che l’episodio sia fantastico ma è interessante notare i partecipanti alla rivolta. Infatti, la fine della monarchia si deve ad un conflitto nell’ambito del gruppo al potere (il marito Collatino fa parte della dinastia regnante, Bruto e Lucrezia vi sono imparentati) ergo non ad un movimento patriottico contro i dominatori stranieri. Difatti, il sentimento nazionale nascerà più tardi fra i Romani e qui nel VI secolo non è affatto rilevante (la cacciata di Tarquinio non porta ad un’espulsione degli Etruschi, il Vicus Tuscus continua ad esistere, persino le liste dei consoli dei primi decenni della repubblica contengono vari gentilizi etruschi).
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