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Anno accademico 2012/2013, Professor Cecconi, Università di Firenze, Facoltà di Storia e Tutela dei Beni Artistici

Il problema della periodizzazione

La periodizzazione è un procedimento di individuazione di eventi, strutture, fenomeni e la loro collocazione in fasi cronologicamente distinte. Il singolo segmento temporale è dunque caratterizzato da elementi peculiari e originali. Le finalità principali della ripartizione sono: rappresentare il cambiamento storico a fini didattici o interpretativi, individuando continuità e rotture, che possono avvenire ai più vari livelli, compreso quello religioso, storico-artistico ecc. Se la periodizzazione storica si avvale di elementi socio-economico-politici, non è così per la datazione archeologica, che prevede invece l'impiego di sostanze chimiche e si basa su criteri artistici. La periodizzazione, come vedremo ancora, non è e non può essere una sola. Essa cambia a seconda dell'oggetto storico e del problema esaminato, ma con le dovute cautele rimane di estrema utilità per chi si avvicini a una disciplina storica (inclusa la storia dell'arte). Anche certe datazioni che hanno un carattere convenzionale, di solito sono comunque derivate da tradizioni storiografiche consolidate, possono rivelarsi utili e accettabili a scopi didattici.

Riguardo al problema delle periodizzazioni, bisogna considerare che i ritmi delle stesse sono diversi a seconda della prospettiva assunta (strutture sociali, economia, amministrazione, mentalità) e che ogni storico ne può elaborare una sulla base della sua sensibilità. Il problema maggiore nasce dalla ricerca di una grande epoca storica, laddove si tratta di considerare una morfologia complessa, un aggregato di fattori e di elementi caratterizzanti a vari livelli o si privilegia una novità epocale (la tradizionale periodizzazione della storia umana è quella basata sui quattro èvi: antico, medievale, moderno e contemporaneo). La periodizzazione meno contestabile e “oggettiva” risiede nella individuazione di scansioni e cesure istituzionali, costituite in sostanza dalla forma di governo. La periodizzazione non può limitarsi alla semplice suddivisione di grandi epoche. L’elemento convenzionale di questo dato è rappresentato dalla scelta di episodi storici di particolare rilevanza, in genere eventi politico-militari, che però non corrispondono quasi mai al trascorrere lento, ai tempi lunghi (longue durée) delle cosiddette strutture.

Il concetto di struttura, elaborato dalla scuola della rivista Annales ESC (oggi Annales Histoire, Sciences sociales), si fonda sull’osservazione dei cicli dell’economia, dei lenti mutamenti delle mentalità e delle psicologie collettive, e trascura invece come meno significativo l’aspetto evenemenziale della storia, e tutto sommato la stessa pratica storiografica del periodizzare. Così il 476, o il 1492, possono essere usati in quanto griglie puramente indicative ma il loro effettivo significato ha suscitato ampie discussioni.

Proposte di periodizzazione degli autori antichi

  • Polibio sull'imperialismo romano (“Quasi tutto il mondo è stato assoggettato e è caduto in nemmeno cinquantatre anni interi sotto il dominio unico dei romani): 219-167 a.C.
  • Sallustio sulla genesi della crisi repubblicana (146 a.C.)
  • Diodoro sulla trasformazione dell'impero mediterraneo retto col terrore (146-133 a.C.)
  • Appiano di Alessandria sull'ingresso della violenza nell'agone politico romano (133 a.C.)
  • Aurelio Vittore sulla provincializzazione dell'Italia (Diocleziano e Massimiano, epoca tetrarchica)
  • Melitone di Sardi (in Eus.HE IV 26, 7-8), sulla coincidenza tra regno di Augusto e nascita di Gesù come provvidenziale intersezione tra impero e chiesa e cronografia cristiana (centrata sull'evento fondamentale e storico della vita di Gesù, da cui acquista senso e si modifica il tempo storico in un “prima” e in un “dopo”).

Roma arcaica

  • Il rapporto col mito: Già Cicerone, nella Repubblica, dice che la storia romana è oscura, e che del primo periodo si conoscono solamente i nomi dei re. Livio, nella sua ricerca ab urbe condita, cerca di capire com'è stata "còndita", ma decide di rifarsi al mito poiché non trova abbastanza documentazione su fatti così antichi. Era tra l'altro abitudine degli storici antichi proiettare indietro le dinamiche sociali più complesse. Il mito ci racconta la penetrazione dei Troiani nel Lazio ad opera di Enea, fondatore di Lavinio e padre di Ascanio, il quale fonderà Albalonga, racconto combinato, già dal VI/V secolo con quello di Romolo e Remo, gemelli nati dalla principessa Rea Silvia, di Albalonga, e Marte. Convenzionalmente, come propone Varrone, la data di fondazione di Roma fu posta il 21 Aprile (giorno delle feste di Pale, dio delle greggi) del 753 a.C. A Romolo furono attribuite diverse azioni: dalla creazione della cinta muraria al promulgamento delle leggi, dalla formalizzazione delle leggi al tracciato del perimetro della città. Il dato importante che ci fornisce la mitologia è la fondazione ex nihilo di Roma, e della sua apertura al multietnico (ratto delle Sabine). L'archeologia ci ha confermato la tradizione del mito con il ritrovamento di un tracciato di mura risalente al 730 a.C. circa.
  • Origine per sinecismo: un'altra ipotesi della fondazione di Roma è quella dell'unione dei vari villaggi presenti sui colli (Campidoglio, Celio, Palatino, Esquilino, Aventino, Quirinale e Viminale) in un'unica megalopoli. Conferma di questo potrebbe essere la cerimonia del Septimonium, una processione che attraversava i sette colli.
  • I sette re: Plinio il Vecchio narra che Roma si integrò successivamente con le popolazioni latine, che si riunivano nella Lega Latina, organismo che si ritrovava annualmente per consumare un pasto di carne sacrificale da cui Roma fu esclusa inizialmente, per poi essere ammessa (Servio Tullio voleva mettere la sede nel Tempio di Diana) e quasi esclusa nuovamente nel 500. Non sappiamo quando si formò la tradizione dei sette (o otto, considerando la co-reggenza Romolo/Tito Tazio) re di Roma, ma possiamo affermare che essa è inverosimile, dal momento che la monarchia coprirebbe 244 anni, e l'aspettativa di vita al tempo era troppo breve per permettere a solo otto persone di ricoprire tale lasso di tempo. Un dato importante è l'alternanza di re latini, sabini ed etruschi e l'attribuzione a quello o quell'altro monarca dell'origine di alcune istituzioni, come le religiose (la creazione dei collegi sacerdotali è attribuita a Numa Pompilio). La conferma dell'esistenza della monarchia la abbiamo in alcuni retaggi lessicali che si protraggono fino all'impero, come interrex (senatore re ad interim nelle situazioni di passaggio), i regia (abitazione del pontifex maximus) e la cerimonia del regifugium. Inoltre abbiamo la testimonianza archeologica offerta dal Niger Lapis, dove c'è un'iscrizione che contiene una normativa sacrale emanata dal re. Sappiamo che in questo periodo nascono istituzioni come le tre tribù (Tities, Ramnenses, Luceres) corrispondenti alle tre etnie che abitarono Roma fin dall'inizio, che prevedevano una successiva divisione in 10 unità per un totale di 30 curiae, i cui appartenenti, i quirites, partecipavano ai comizi curiati, che ratificavano i poteri del rex e costituivano una base per l'esercito (3.000 fanti e 300 cavalieri). La cellula di base in questo periodo è la familia, intesa come misto di proprietà terriere, di animali e schiavi, i cui capi, i patresfamilias (circa 300) costituivano il Senato. Gruppi di famiglie diverse costituivano le gentes, che si rifacevano a un antenato comune, spesso fittizio, ed avevano lo stesso nomen. Il re veniva eletto dal senato, ed era capo dell'esercito e della religione, ed era spesso uno straniero o un non nobile, ma era il senato a detenere il potere nella vacanza fra un re e l'altro (interregnum). Durante tutta l'età monarchica la città si ingrandisce e occupa nuovi territori, soprattutto se strategici o utili in caso di emergenza (saline del Tevere, prese sotto Anco Marcio). Ma fu sotto il dominio dei Tarquinii che Roma conobbe una vera e propria campagna di grandi lavori: fu pavimentato il foro, edificata la cloaca maxima, migliorate le mura, eretto il tempio di Giove Capitolino. Gli Etruschi portarono anche una nuova concezione del potere, che doveva distinguersi con apposite vesti e calzari. Servio Tullio, il cui vero nome era Mastarna, figlio di una schiava per tradizione, fu il re che portò più innovazioni, soprattutto in ambito politico, dove emanò una costituzione più democratica ed istituì i comizi centuriati. Le cinque classes erano ripartite in base al censo e divise in centurie (le costituivano 100 uomini) e decidevano su questioni politiche e militari. Servio le volle disposte in base alla zona di residenza, e non più al censo, anche se la votazione restava comunque censitaria, coniò inoltre la moneta per la prima volta. Non abbiamo molte notizie sul periodo: Fabio Pittore, annalista, scrive qualcosa in lingua greca, per accreditare la Storia, mentre Livio propone il sacco gallico del 390 come motivazione alla scarsità dei documenti.
  • La fine della monarchia: Nel 509 la monarchia cade, in favore della repubblica. Il mito di Lucrezia dà una connotazione morale alla fine di un sistema politico che fu invece causata da un complotto contro Tarquinio il Superbo, contro cui montava da tempo il malcontento. Forse la motivazione era anche di politica estera, poiché Tarquinio chiese aiuto a Chiusi, governata da Porsenna, il quale forse lo scacciò direttamente. Quando Cuma attaccò Chiusi, Roma fu nuovamente libera.

La prima età repubblicana

Alta repubblica: dal 509 al 367

Media repubblica: dal 367 al 167

Bassa repubblica: dal 167 al 27

  • Le prime istituzioni repubblicane: le trasformazioni della società, anche se ancora fondamentalmente agricola, causano un ampliamento del divario sociale. La lotta fra patriziato e plebe, che occupa a più gli riprese gli anni dal 509 fino all'inizio del III secolo a.C, fu maggiormente incentrata su due problematiche: le difficoltà dei settori più deboli del popolo e le ambizioni dei ceti emergenti. Già Lucrezio, nel "De Rerum Natura", indica il primo periodo post-monarchico come dominato dall'anarchia, benché la transizione dalla monarchia alla magistratura fosse stata rapida. Il sistema governativo romano fu, fin dai primi momenti, basato sui "cheques and balances": i consoli (due, ad incarico annuale), avevano sì ampli poteri, fra cui l'imperium militare e la possibilità di convocare le assemblee, ma subivano la forte pressione del senato. Nacque inoltre la figura del Dittatore, che accentrava tutti i poteri su di sé in situazioni di emergenza, ma poteva detenere il potere per soli sei mesi. I Romani, infatti, erano ossessionati dalla paura di un ritorno della monarchia: per esempio nel 498 condannarono a morte Spurio Cassio, tre volte console, sospettato di voler restaurare un regime monarchico.
  • Patrizi e plebei: VI-V secolo→ si verifica una crisi economica e sociale, che investì tutto il centro Italia, causata dalle difficoltà di approvvigionamento e dalle guerre che Roma stava sostenendo contro Volsci, Equi e Ernici. I problemi sociali erano invece connessi alle aspettative dei ceti emergenti, i quali aspiravano alle cariche pubbliche, ma si scontravano con la "serrata" del patriziato (famiglie gentilizie, discendenti delle curiae originali, senatori, proprietari terrieri, cavalieri ecc.), detentori sia del potere politico che religioso. La plebe, che poteva essere legata da parentela coi patrizi, era costituita da clienti, piccoli proprietari terrieri, artigiani, soldati e commercianti, spesso benestanti.
  • La secessione aventiniana: Nel 494 il malessere generale indusse i plebei ad occupare il colle Aventino, dove eressero un tempio dedicato a una nuova triade di divinità agricole. La sopravvivenza di Roma era in pericolo, soprattutto perché gran parte dell'esercito era composta da plebei. Il senatore Menenio Agrippa fece un'ambasceria e riuscì a riportare i plebei nella res publica, concedendo loro un'assemblea propria e magistrati loro: i tribuni della plebe, che potevano porre il veto alle decisioni dei consoli, processare e mandare a morte chi ledeva ai diritti della plebe.
  • Religione e diritto: un altro problema che si poneva era la laicizzazione del diritto, prima definito solo per ciò che riguardava il sacro (fas), mentre per tutto il resto (ius) ci si rifaceva a norme consuetudinarie. I sacerdoti e le sacerdotesse erano sempre patrizi e si dividevano in vari collegi: gli auguri, i decemviri sacris faciundis (custodivano i libri sibillini), i salii e i feziali (rapporti religione/guerra), flaminii che si dedicavano a un solo dio e le Vestali e i Pontefici (redattori degli Annali).
  • La legge delle 12 tavole: La plebe premeva per avere leggi scritte, che non fossero così soggette all'arbitrio delle autorità, così, narra la leggenda, una delegazione romana si recò ad Atene per studiare il diritto soloniano, e, nel 451, una commissione mista di patrizi e plebei scrisse le leggi. Esse comprendevano un'ampia casistica di situazioni, e andavano dal diritto civile e penale (dove si cercò di far prevalere la giustizia pubblica sulla privata), fu introdotta la provocatio ad populum. Tuttavia Appio Claudio aggiunse due tabulae di norme antipopolari, fra cui la proibizione dei matrimoni fra patrizi e plebei. Successivamente fu introdotto il tribunato militare, carica che aveva potere consolare, e che era aperta alla plebe, che serviva a coadiuvare i consoli nella guerra, ora di imboscata, ora a campo aperto, contro le popolazioni Latine (periodo in cui nascono le leggende degli eroi del mos maiorum: Coriolano, Cincinnato, Clelia ecc.). L'economia ne risultò indebolita, e si cercò uno sbocco politico alla crisi con l'ammissione dei plebei al consolato (367-leges Liciniae-Sextiae).
  • Altre conquiste plebee: fra il V e il IV secolo i plebei raggiunsero altre cariche pubbliche, come la pretura, la questura, la dittatura, la censura, ma accedettero anche a collegi sacerdotali (lex Ogurnia), i plebisciti popolari assunsero valore (lex Hortensia). Appio Claudio cieco cercò di rendere accessibili le cariche anche ai figli dei liberti.

Guerra e organizzazione della conquista in Italia

  • Roma, l'Etruria e i Galli: con questa zona, ed in particolare contro la città etrusca di Veio, le guerre furono sempre a bassa intensità, e volte alla conquista di un bottino o di zone, mentre alla fine del V secolo ci fu un cambiamento, poiché le due potenze combattevano per il controllo della zona, strategica per la posizione. Nel 406 i Romani assediarono Veio, assedio che sarebbe durato 10 anni secondo la tradizione, come la guerra di Troia, e vinto grazie allo stratagemma di Furio Camillo, novello Odisseo, che avrebbe fatto scavare una galleria sotterranea per accedere alla città. Nel 390 giunsero a Roma delle milizie galliche, guidate da Brenno, che sconfissero i Romani ad Allia e saccheggiarono la città (saccheggio modesto, dal momento che non ci restano testimonianze archeologiche). La sconfitta causò un decremento dell'immagine di Roma, che non venne più vista come invincibile.
  • Le guerre coi Latini: dopo la vittoria su Veio, la lega latina si mostrò insofferente verso Roma, poiché la città non aveva rispettato il foedus cassianum, e stava muovendo guerra a diverse popolazioni come i volsci, gli equi, gli abitanti di Tuscolo, Preneste, Tivoli, Tarquinia e Cere, e ancora Anzio e Terracina (guerre che vanno dal 390 al 351). I Latini, non accettando la sottomissione, si ribellarono nel 340/338, ma furono sedati dalle milizie romane.
  • Guerre sannitiche: i Sanniti erano un popolo formato dalla confederazione di tribù osche, che occupavano il territorio fra la Campania e l'Abruzzo, bellicosi e in fase di espansione, tanto che Roma, nel 354, aveva stretto dei patti coi loro capi sulle rispettive zone di influenza. Ci vollero tre guerre per sottometterli: la prima, nel 343 iniziò quando Capua diede la resa non condizionata (deditio) ai Romani, in cambio di aiuto contro i Sanniti, con cui furono stipulati accordi. Nel 326 è Napoli a chiedere aiuto a Roma, ma, nel 321, i Romani perdono clamorosamente alla gola del Caudio e sono costretti a passare sotto le armi nemiche (forche caudine). Dopo un periodo di tregua, i romani si garantirono il controllo della Puglia settentrionale, per poi sferrare l'attacco decisivo ai Sanniti, prendendo Bovianum (305). I nemici di Roma, città impegnata su diversi fronti, cercarono un'alleanza, ma non riuscirono a coordinarsi, e furono sconfitti al Sentino e ad Aquilonia.
  • La guerra contro Pirro e la Magna Grecia: dalla metà del IV secolo, la magna Grecia conobbe un periodo di instabilità politica, di cui Roma approfittò per tentare una penetrazione nel territorio. La città più importante allora era Taranto, colonia spartana, con cui Roma aveva stretto accordi, che puntualmente violò, entrando nelle acque tarantine con la flotta. I Tarantini chiesero l'aiuto di Pirro, re dell'Epiro, cugino di Alessandro Magno, il quale, sbarcato in Italia nel 280, sconfisse i romani, utilizzando armi pesanti ed elefanti, ma fu a sua volta sconfitto a Beneventum nel 268, e, quando Pirro tornò in patria, Taranto capitolò. I Romani non furono eccessivamente duri, avendo grande rispetto per la cultura greca, e le permisero di battere moneta locale e di avere autonomia diplomatica.
  • Roma e la Grecia: la cultura greca affascinò fin da subito Roma, e la conquista del Meridione non fece altro che avvicinare i Romani alle usanze elleniche. Da Taranto fu deportato a Roma il pioniere della letteratura latina, Livio Andronico, che tradusse in latino l'Odissea, componendola in versi saturni. La nobiltà senatoria dette subito segni d'interesse...
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tardis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Cecconi Giovanni Alberto.
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