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Cosmologie violente

Definizione della violenza e dell'attore violento

Ceretti A. e Natali L cercano di definire la violenza e l'attore violento, ma questo compito non è facile perché è sempre in atto un processo di costruzione e ridefinizione. Le scienze umane spesso hanno tentato di descrivere la violenza attraverso la descrizione, l'analisi e la definizione dei fenomeni sociali. Spiegare l'agire violento in modo scientifico significherebbe trovare il risultato che un metodo ha prodotto. Ora si cerca di studiare l'oggetto "violenza" non come un dato, ma come effetto sotto costruzione: in questa prospettiva l'oggetto di studio è posto in un "luogo teorico", come il risultato di un processo di concettualizzazione e oggettivazione.

Prospettive sulla violenza

Per comprendere la violenza, si abbracciano due prospettive: quella di Athens e quella della dimensione cosmologica dell'agire violento.

Triangolo di Penrose

L'orizzonte conosciuto del fenomeno violento lo si immagina iscritto entro sei vertici che aprono e insieme contengono diversi livelli di riflessione.

  • Triangolo rivolto verso l'alto: dimensione macro della rappresentazione della violenza, che concerne le istituzioni, l'agire politico e il controllo; indaga la modalità con cui la società moderna e tardo moderna neutralizza la violenza e il modo di autorappresentarsi rispetto ad essa.
  • Triangolo rivolto verso il basso: dimensione micro, che riguarda le origini e la causa della violenza; risponde alla domanda perché.

I vertici del triangolo rivolto verso l'alto

a. Stato tardo moderno e violenza fondatrice

Riguarda il modo con cui la società moderna e i suoi sistemi di giustizia hanno provato ad arginare la violenza. Contenere gli effetti distruttivi della violenza e far affiorare le forme di occultamento sono due campi d'indagine poco studiati. Chi lo ha fatto parla di meccanismi di autoinganno, il che significa che la violenza non può essere riconosciuta come propria: si può dirne solo se la si trasferisce su qualcosa di differente da sé.

Questi meccanismi di autoinganno nascono dal fatto che la razionalizzazione del mondo non è riuscita a determinare la scomparsa della violenza bensì ha permesso la sua incorporazione nel sistema del diritto e della politica. Anche se questo è il sistema giuridico/politico più "curativo" della violenza, l'introiezione di questa nel corpo statuale contiene in sé le premesse per il suo misconoscimento.

Il sistema giudiziario, a cui è affidato il compito di curare la violenza, non rinuncia però ad essa e non sopprime la vendetta: la vendetta viene semplicemente spostata dal piano privato a quello pubblico, la si concentra in una rappresaglia unica, il cui esercizio è delegato ad un sistema di controllo specializzato e legittimato dalla legge che rimanda a un patto socialmente contratto da tutti.

Beccaria ha cercato di togliere l'arbitrarietà della punizione e introduce l'idea di giusta retribuzione, proporzionalità, prevenzione generale e speciale; umanizzazione della pena. Non si rinuncia a punire con misure violente ormai legalizzate, del tutto simmetriche ai gesti devianti, ma d'altra parte si costruiscono nel nome dell'efficacia e dell'utilità della pena programmi correzionalisti e risocializzativi. In questo modo la vendetta pubblica scongiura la minaccia di escalation: il sistema giudiziario razionalizza la vendetta, la suddivide e limita, la manipola, ne fa una tecnica efficace di guarigione e di prevenzione della violenza.

Per Girard la genesi della violenza avviene tra eguali o tra doppi e unisce gli individui in coppie rivali, cioè la rivalità, il conflitto per qualcosa che è desiderabile: il gruppo cade nella violenza in quanto ciascuno smette di desiderare ciò che l'altro possiede e inizia a desiderare di essere l'altro = conflitto dei doppi crisi di indifferenziazione, cioè perdita delle differenze in ragione della violenza che accomuna tutti e porta la comunità alla crisi. Per uscirne, si crea autoinganno e misconoscimento tramite le leggi che creano differenziazione marcando ogni difformità rispetto a ciò che stabilisce.

Derrida sostiene che il diritto europeo tende a proibire la violenza individuale e a condannarla in quanto essa minaccia una sola legge ma l'ordine giuridico stesso; l'interesse del diritto a monopolizzare la violenza è dovuto a escludere minacce al suo ordine; la paura dello Stato riguarda la violenza fondatrice. Mediante il diritto si passa dalla violenza fondatrice a quella conservatrice del diritto che si oppone alle violenze individuali che minacciano il diritto stesso. Il diritto è inseparabile dalla violenza.

Ma, con il passaggio allo stato tardo moderno, l'assunzione del monopolio della funzione disciplinare da parte del sistema della giustizia penale ha evidenziato i suoi limiti: questo modo di governare la violenza non produce più ordine sociale. Mentre nell'Ottocento lo stato aveva una sovranità assoluta, oggi questa nozione è venuta meno a causa del pluralismo politico e sociale. Si è passati da una gestione politico-amministrativa di tipo autoritario-impositivo a un tipo di amministrazione di negoziazione. Viene segnato così il passaggio da un modello universalista "geocentrico", che impone le medesime regole a tutti i cittadini, a un modello "egocentrico", particolarista, dove ogni soggetto vede regolarmente le relazioni giuridiche che lo riguardano sulla base di un codice giuridico distinto.

b. Lo stato costituito e la politica

La politica si è interessata alla violenza come forma di comportamento antisociale e ai quartieri degradati. Alcuni studiosi avevano relazionato la diffusione della paura della criminalità al diffondersi nei quartieri di "inciviltà", definite come comportamenti indesiderati ma non criminali. Ci sono due tipi di inciviltà: quelle che creano disordine fisico (spazzatura, graffiti..) e quelle che creano disordine sociale (ubriachi, prostitute..). La presenza di disordine fisico e sociale produce insicurezza in quanto rende evidente l'incapacità delle istituzioni ad affrontare i problemi sul territorio. Il disordine rappresenta un indicatore della crisi dei sistemi di controllo sociale.

Questa visuale lega l'insicurezza al diffondersi dei comportamenti incivili, ma, pur avendo ispirato numerosi progetti di prevenzione, è stata contraddetta da diverse ricerche, è stata contraddetta dai dati empirici. Queste mutazioni tipiche della tarda modernità hanno contribuito a erodere la vita comunitaria e il mito che lo Stato sovrano sia in grado di erogare legge e ordine e controllare il crimine all'interno dei suoi confini. In Gran Bretagna negli anni '90 si è iniziata a identificare l'inciviltà/disordine come antisocialità e questo ha portato alla criminalizzazione di alcuni soggetti, perché mentre inciviltà indica un fenomeno, antisocialità fa riferimento a un agente. In questo modo la politica ha iniziato a prendere di mira più che i comportamenti, certi gruppi o individui "bersaglio" da contenere e controllare.

ASBO: atto politico contro l'asocialità, prevede l'individuazione di elementi a rischio e possibili interventi di prevenzione. Fu fatta molta pressione perché l'atto diventasse operativo e si pensava fosse necessario per combattere il degrado, ma il risultato fu quello che vennero prese come bersaglio varie categorie di soggetti problematici, alcuni dei quali vengono etichettati come antisociali solo perché vivevano in strada o perché si opponevano alla linea politica. Inoltre in quegli anni furono fatti diversi studi sulla personalità antisociale. Riconoscere che la comunità a rischio necessita di una crescente protezione conduce fondamentalmente i policy-makers a dover prendere posizione tra due opzioni tra loro alternative: da una parte incrementare le politiche di welfare e dall'altra assumere un approccio punitivo.

c. Violenza come attacco al corpo

È necessario porre una definizione coerente di quel che si intende con "violenza"; se manca, la definizione sarà a carico dell'interprete della legge e influenzerà la certezza del diritto. Attualmente vi è un orientamento verso un'interpretazione estensiva: è violenta ogni condotta in grado di esplicare sulla vittima un effetto di coazione, costringimento. Con il tempo si è avuta una progressiva smaterializzazione del concetto di violenza, che è andato perdendo i contenuti fisico-corporei.

Per Viganò la definizione di violenza deve essere ricondotta alla corporeità. Secondo lui la violenza è regressione a forme primitive d'interazione sociale. Il passaggio alla violenza fisica marca la soglia oltre la quale i conflitti intersoggettivi perdono immediatamente ogni connotato di adeguatezza sociale e vengono perciò stesso stigmatizzati come brutali e primitivi. La definizione proposta coinvolge anche quelle condotte che si limitano a creare un pericolo attuale di lesione, come un pugno andato a vuoto. Violenta è anche quell'azione che impedisce a una persona di allontanarsi dal luogo in cui attualmente si trova.

I soggetti della violenza

Triangolo rivolto verso il basso

Ora consideriamo il triangolo rivolto verso il basso, cioè la dimensione micro che riguarda più specificatamente i soggetti della violenza.

a. Moralità, virtù e comportamento violento

Si chiede quale è l'origine delle convinzioni e delle motivazioni morali e il modo in cui funzionano questi giudizi. Secondo Haidt le convinzioni e le motivazioni in campo morale derivano da un ridotto numero di intuizioni veloci e automatiche che ingenerano ragionamenti lenti e coscienti, e che supportano la costruzione sociale di virtù e valori. Da una parte il ragionamento morale ha per oggetto le motivazioni che supportano le iniziali intuizioni individuali. Dall'altra il pensiero di Haidt va iscritto sotto l'etichetta di "sociointuizionista", in quanto tiene conto dell'importanza decisiva delle influenze sociali e culturali. Per cui i ragionamenti morali vanno intesi come processi sociali che producono effetti rimarchevoli sugli individui e sulla società.

Modello sociointuizionista: l'agire morale non è prodotto da convinzioni che vengono da "fuori" e che sono interiorizzate, né da un ragionamento (modello razionale). Haidt parte dal pensiero di Hume secondo cui le convinzioni morali provengono dai sentimenti; l'individuo mette sempre in atto valutazioni immediate, giudizi repentini su ogni cosa in base alla dimensione bene/male. Il modello è composto da sei processi psicologici che descrivono le relazioni tra un'intuizione del bene rispetto al male:

  • Il giudizio morale è onnipresente ed è messo in atto velocemente, spontaneamente e intuitivamente. Il giudizio è il risultato di processi automatici, "lampi intuitivi".
  • Il ragionamento morale è un processo complesso in atto dopo aver portato a termine un giudizio morale. Il giudizio morale scaturisce da intuizioni basate sull'emozione e sull'affettività e il ragionamento morale non determina il giudizio morale. I ragionamenti morali con cui le persone vanno alla ricerca di argomentazioni atte a supportare un giudizio morale già formato sono costruiti a posteriori.
  • Assume un approccio evoluzionista riguardo alla natura sociale del discorso morale. Gibbard sostiene che gli uomini sono tendenzialmente orientati ad agire nel rispetto delle norme sociali costruite e condivise all'interno di una data comunità. Tuttavia, non si sostiene che i soggetti seguano passivamente ma vi sia nelle persone una combinazione di risolutezza e disponibilità, cioè si cerca di trovare consensi riguardo le norme comuni. Il cervello trova argomenti per convincere se stessi e gli altri che si è nel giusto.
  • I giudizi morali sono fortemente modellati da ciò che gli altri reputano di noi = persuasione sociale. I ragionamenti morali hanno un ruolo causale nel giudizio morale, ma esclusivamente quando passa attraverso altri soggetti.
  • Giudizio ragionato: le persone possono ragionare in campo morale individualmente, affidandosi a processi logico-deduttivi senza tener conto dell'intuizione iniziale. Questo avviene principalmente se l'intuizione iniziale è debole e la capacità individuale di elaborazione alta.
  • Riflessione privata: nell'avviare un ragionamento, un soggetto può spontaneamente cogliere una nuova intuizione che contraddice il giudizio intuitivo originale. Questo può avvenire tramite l'assunzione del ruolo, in questo caso si sviluppa un vero e proprio dialogo interiore e avviene senza un confronto interpersonale.

Sviluppo della moralità

Fondamenti o moduli universalmente condivisi della morale:

  • Danno-sofferenza = sensibilità o avversione per i segni di sofferenza e di dolore subiti o inflitti dagli/aglio altri.
  • Reciprocità-onestà = le risposte emotive alle situazioni di reciprocazione o di mancata riconoscenza.
  • Gerarchia sociale = la rabbia nei confronti di coloro che non mostrano segni appropriati di deferenza e rispetto.

A questi se ne possono affiancare altri due che non sono presenti in tutte le culture:

  • Purezza-pietas = l'attenzione per la pulizia e il disgusto nei confronti di situazioni particolari concernenti il cibo, il sesso e i cadaveri.
  • Senso di appartenenza-estraneità a un gruppo = i vincoli di appartenenza che escludono da un altro gruppo.

Bisogna guardare alla moralità non come un qualcosa che deriva da un unico principio ma come a un insieme di molteplici tematiche, ciascuna delle quali ha la sua storia plasmata dall'evoluzione e da meccanismi psicologici.

Per la teoria intuizionista, nello sviluppo della morale vi sono due elementi fondamentali:

  • Esternalizzazione assistita: ogni modulo della moralità matura nel bambino nel corso di una specifica tappa evolutiva e richiede per esternalizzarsi e configurarsi correttamente una guida, dei modelli che provengono dal mondo culturale di appartenenza.
  • Nozione di virtù: costruzioni sociali vincolate dall'ambiente culturale di crescita.

Quindi lo sviluppo morale può essere compreso come un processo di esternalizzazione dei cinque moduli morali innati che si incrociano con un insieme di virtù socialmente istituite.

La moralità è innata (in quanto dipende dai moduli) ma anche costruita socialmente (derivante dalle virtù che hanno origine dalla sfera sociale); è cognitiva e tiene conto anche della sfera emotiva.

b. Neuroscienze, patologie cerebrali, ragionamento morale e violenza

I pazienti con danni frontali hanno problemi a prendere decisioni immediate, ad acquisire conoscenze sociali e inclinazioni verso comportamenti sociali normali, hanno ragionamenti morali guidati esclusivamente da una prospettiva egocentrica, hanno scarsa comprensione delle implicazioni sociali ed emotive legate alle decisioni, tendono all'aggressività. Alcuni studi hanno correlato la personalità antisociale con la riduzione della sostanza grigia nella corteccia prefrontale. Quindi è chiaro come la corteccia prefrontale sia fondamentale per le decisioni e il comportamento.

Blair parla di psicopatia come un disordine affettivo che implica una riduzione della capacità di sviluppare forme di empatia, e quindi come un deficit nell'abilità a formare ragionamenti morali. Si distinguono due tipi di antisocialità: una impulsiva, e una più fredda, caratterizzata da una scarsa risposta emotiva.

Negli ultimi anni si è sostenuto che nella costruzione del ragionamento morale operino due sistemi neurali:

  • Il sistema affettivo, selettivamente danneggiato negli psicopatici e in alcuni pazienti con lesioni frontali, che viene innescato da violazioni morali significative e dalla percezione di ingiustizia.
  • Il sistema cognitivo, selettivamente più attivo in pazienti con lesioni frontali e negli psicopatici.

Blair sostiene che gli psicopatici sono propensi a forme di aggressività strumentale (scopo dominio sulla vittima) e non a quelle di tipo reattivo come pazienti con danno frontale; un fattore di predizione del comportamento delinquenziale è la manifestazione di aggressività strumentale. Coloro che manifestano aggressività reattiva sono invece indifferenti alle regole e non modulano il proprio comportamento.

Coloro in cui si riscontrano alti livelli di aggressività strumentale e reattiva sarebbero particolarmente indifferenti alle trasgressioni morali e mostrerebbero scarso senso di colpa o ridotta capacità empatica nei confronti delle loro vittime. Blair sostiene che la psicopatia è causata essenzialmente da un indebolimento di alcune forme specifiche di apprendimento emozionale. Ciò suggerisce un probabile fattore causale di tipo biologico nella disfunzione emozionale che sta dietro la condotta antisociale, anche se la predisposizione non è esclusivamente genetica. Alcuni studi hanno dimostrato che probabilmente la molteplicità degli stimoli ambientali determina il modo in cui si formano le reti neurali (es. tipo di accudimento avuto dai genitori/ teoria dell'attaccamento).

Diversi studi (Vd. Kohlberg, indovinelli morali) non sono riusciti a capire se il ragionamento dei delinquenti psicopatici fosse più compromesso rispetto a quelli non psicopatici, che risultava più basso dei non delinquenti ma senza significative differenze. Turiel distingue tra trasgressione morale (colpire un altro individuo) e convenzionale (disordine sociale); i risultati mostrarono che i bambini con tendenze psicopatiche e gli adulti affetti da tale patologia non sono in grado di distinguere i due tipi di trasgressione. Ciò dimostra che i soggetti psicopatici svolgono ragionamenti morali più deboli di quelli di altre persone.

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Scienze giuridiche IUS/17 Diritto penale

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