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l’individuo vive nel presente secondo nessi che non ricorrono al criterio di causalità ma a quello della

selezione, transitoria e continuamente ridiscussa, orientata al futuro; sono le ragioni, non le cause, i criteri

esplicativi del comportamento.

Questo ci fa capire come dopo un’interpretazione iniziale a favore di un gesto violento, possa subentrare

una situazione problematica che ostacola la linea di azione progettata e costringe l’attore a elaborare un

giudizio di contenimento che indica, secondo Athens, la situazione in cui si esce dalla visione a tunnel

decidendo di non eseguire il proprio piano d’azione. Athens identifica 5 ragioni per cui un soggetto forma

un giudizio di contenimento:

1. L’attore potrebbe temere il fallimento della propria azione violenta. In questo caso:

a. Assumendo la posizione della vittima, ritiene che se viene attaccata reagirà.

b. Assumendo la posizione della comunità-fantasma, decide di non eseguire il piano di azione

programmato poiché prevede di uscirne perdente.

2. La vittima mutua il corso della propria azione. In questo caso:

a. Assumendo la posizione della vittima, l’attore indica a se stesso che i gesti inizialmente interpretati

come minacciosi sono stati abbandonati.

b. Assumendo la posizione della comunità-fantasma, decide che non è più necessario agire con violenza.

3. L’aggressore teme di danneggiare seriamente la relazione sociale che lo lega alla vittima. In questo caso:

a. Assumendo la posizione della vittima, egli indica a se stesso che la potenziale vittima potrebbe decidere

di interrompere drasticamente la loro relazione.

b. Assumendo la posizione della comunità-fantasma, decide di non eseguire l’azione programmata perché

non desidera mettere a repentaglio quel rapporto affettivo.

4. Può nascere dalla deferenza nei confronti di qualcun altro. In questo caso:

a. Assumendo la posizione di una persona molto stimata, l’attore indica a se stesso che essa è contraria

all’azione programmata.

b. Assumendo la posizione della comunità-fantasma, decide di rinunciare ad agire violentemente per

rispettare i desideri di quest’ultima.

L’autocontrollo non può essere slegato dall’immagine di sé elaborate attraverso il punto di vista degli altri;

è concepito come una modalità di controllo sociale. Si cerca di mantenere il rispetto di noi stessi di fronte ai

nostri occhi, ma ci osserviamo dal punto di vista del gruppo; alcune condotte vengono inibite perché si

tiene conto del loro giudizio.

5. Nel soggetto insorge il timore di una possibile risposta da parte delle agenzie di controllo sociale formale

(polizia). Assumendo la posizione delle persone coinvolte nella dinamica dell’azione, indica a se stesso che

queste ultime testimonieranno contro di lui e realizza che per non essere arrestato, deve abbandonare le

sue intenzioni violente.

 In generale nei giudizi di contenimento l’attore prende in considerazione, attraverso successive self-

indications, variabili della situazione non presenti durante la formazione dell’interpretazione iniziale. Se si

presentano imprevisti che ostacolano il progetto iniziale, l’attore ridirigerà la sua linea d’azione. La

presenza di giudizi di contenimento, secondo Athens, si oppone alla vecchia convinzione che i crimini

violenti siano atti passionali, privi di qualsiasi ragionamento.

 Giudizio di overriding o giudizio di annullamento: è l’ultima fase dalla quale dipende l’esito violento

dell’interpretazione originariamente adottata. Tale giudizio presuppone un precedente, che può consistere

o nella rinuncia solo temporanea all’azione violenta o nella formazione di un giudizio di contenimento. Il

giudizio di overriding avviene durante la momentanea rinuncia alla violenza e, annullandola in forza di una

nuova definizione della situazione, ristabilisce l’iniziale intenzione di ricorrervi. Questa re-interpretazione

della situazione avviene in 2 fasi:

- L’attore assumendo l’atteggiamento della vittima, indica a se stesso che essa persiste nel commettere

gesti minacciosi/frustranti/malvagi per i quali egli aveva inizialmente formato l’interpretazione violenta.

- Assumendo l’atteggiamento della propria comunità-fantasma, decide che deve eseguire a ogni costo il

piano di azione, poiché i gesti della vittima sono divenuti intollerabili.

Per essere violenti non basta la formazione di una delle 4 interpretazioni; ognuna di esse condurrà alla

violenza solo se incanalata in una visione a tunnel o recuperata da un giudizio di overriding. Al contrario, se

l’interpretazione incontra una diga di contenimento, si limiterà a manifestarsi come situazione quasi-

violenta.

Immagini di Sé (espressione del Self come oggetto):

Athens ha analizzato l’immagine di sé dei criminali al momento della commissione di un delitto:

Egli ha individuato 3 tipi di immagini con cui i rei si rappresentano al momento del fatto:

- Violenta: il soggetto vede se stesso con una predisposizione ad aggredire fisicamente le altre persone.

L’attore si percepisce ed è percepito come una testa calda.

- Inizialmente violenta: il soggetto si vede ed è visto come un soggetto improntato prevalentemente alla

violenza, ma non è percepito come decisamente violento. Né lui né gli altri sanno con certezza se andrà

oltre la minaccia.

- Non violenta: l’attore si vede ed è visto come una persona con tratti personali positivi e negativi ma nel

complesso non violenti.

In generale un attore violento può vedersi come criminale senza necessariamente percepirsi come un

violento ed un aggressore può vedersi come violento senza per questo considerarsi un criminale. Infine un

aggressore può sentirsi criminale e violento.

Carriere violente: Athens dopo aver raccolto i dati sulle interpretazioni violente e quelli sull’immagine di sé

corrispondenti, ha riscontrato che:

- Gli individui con un’immagine di sé non violenta agivano violentemente solo in situazioni in cui avevano

formato interpretazioni fisicamente difensive.

- Gli individui con un’immagine di sé inizialmente violenta commettevano atti violenti solo in situazioni in

cui avevano elaborato interpretazioni fisicamente difensive o frustrativo-malefiche.

- Gli individui con un’immagine di sé violenta commettevano atti efferati in presenza di qualsiasi tipo di

interpretazione violenta della situazione. vedi immagine.

Abbiamo la rappresentazione delle due facce del Self (come soggetto nelle interpretazioni e come oggetto

nelle immagini di sé); la coerenza fra queste due facce del Self è necessaria sia per imputare un’azione al

suo protagonista sia per comprendere il loro rapporto armonico con la sua cosmologia.

Il termine carriera indica una successione di fasi, una serie di spostamenti temporali da una posizione

sociale all’altra. Becker propone un modello sequenziale = spiegazione diacronica (Vs. modelli sincronici

multifattoriali, che concepiscono tutti i fattori causali come entità isolate). Secondo questa tesi le

motivazioni devianti sono pressoché inesistenti all’inizio della carriera individuale. La loro maturazione

dipenderebbe dalla partecipazione a un gruppo strutturato simbolicamente intorno alla non condanna

dell’azione etichettata come deviante. La carriera deviante inizia quando, nell’interazione sociale, un

individuo assume gli atteggiamenti di altri non convenzionali e inizia a guardare con occhi differenti gesti

giudicati problematici; lo stigma applicato quando si è sorpresi a violare la norma, consolida la carriera

criminale. Se una persona è etichettata come tale, rimarrà emarginato dagli appartenenti al gruppo sociale

convenzionale e finisce per immettersi definitivamente in circuiti relazionali che consolidano la sua carriera

deviante. Questo condurrebbe a una “profezia che si autoavvera” (etichettamento -> criminale), tuttavia

Becker insiste nel ribadire che non necessariamente le profezie si realizzano.

Athens sostiene che il percorso deviante può subire un arresto grazie a una ridefinizione simbolica

dell’esperienza vissuta. La carriera è intesa come una storia di vita che ripercorre selettivamente i

cambiamenti più significativi che avvengono nel Self e nelle azioni delle persone nel corso delle loro vite; si

prendono in considerazione le proiezioni del Self nel tempo (Self come processo). L’esperienza è una realtà

in continuo divenire di per sé neutra ed è nel processo di interazione sociale che inizia a plasmare la propria

individualità, e ciò avviene in un rapporto di continuo incontro/scontro con il gruppo sociale in cui vive. Un

ruolo decisivo è svolto dalla comunità-fantasma. Athens per analizzare le carriere violente, li interrogava

sull’immagine che avevano di sé, come erano visti dagli altri e se l’immagine che gli altri avevano di loro era

corretta; ha trovato 3 periodi che scandiscono la vita dei criminali violenti:

- Sostanzialmente violenti: caratterizzati dalla commissione di uno o più atti sostanzialmente violenti che

non sono stati provocati dalla vittima o commessi in seguito alla formazione di un’interpretazione

fisicamente difensiva.

- Non sostanzialmente violenti: commissione di molti atti non sostanzialmente violenti e dalla

commissione di quegli atti sostanzialmente violenti che sono stati provocati dalla vittima.

- Trascurabilmente violenti: non si riscontra alcun atto sostanzialmente violento, né atti non

sostanzialmente che non siano innescati dalla vittima.

E’ possibile porre una corrispondenza tra l’immagine di sé e il periodo:

- Immagine di sé violenta -> periodo sostanzialmente violento.

- Immagine di sé inizialmente violenta -> periodo non sostanzialmente violento.

- Immagine di sé non violenta -> periodo trascurabilmente violento.

In base alla scansione temporale dei periodi e al conseguente andamento di crescita o decrescita del

numero e della gravità degli atti violenti, Athens delinea 3 tipi di carriera:

- Stabile: l’individuo ha sempre la stessa immagine di sé, può essere: violenta, non violenta (immagine di sé

non violenta e con periodo trascurabilmente violento) o marginalmente violenta (immagine di sé

inizialmente violenta, costante nel tempo, e da uno o più periodi non sostanzialmente violenti).

- Crescente = è di tipo violento, l’immagine di sé e i periodi considerati diventano progressivamente più

violenti. Si distinguono carriere interamente crescenti (doppio passaggio dell’immagine di sé di non

violenta a inizialmente violenta e da inizialmente violenta a violenta) o parzialmente crescenti (un solo

passaggio, da immagine di sé non violenta a inizialmente violenta e il periodo da trascurabilmente

violento a non sostanzialmente violento).

- Decrescente: è di tipo violento, l’immagine di sé e i periodi considerati diventano progressivamente meno

violenti. Si distinguono carriere interamente decrescenti (doppio passaggio dell’immagine di sé da

violenta a inizialmente violenta e da inizialmente violenta a non violenta) o parzialmente decrescenti (un

solo passaggio, l’immagine di sé inizialmente violenta diviene non violenta e il periodo non

sostanzialmente violento muta in trascurabilmente violento).

Considerando che la comunità fantasma delinea sia l’interpretazione che porta all’azione, sia l’immagine di

sé, Athens trae due conseguenze:

- Le persone che attuano comportamenti sostanzialmente violenti hanno comunità fantasma differenti da

quelle dei non violenti, precisando che quelli con un’immagine di sé violenta hanno una comunità-

fantasma che offre sostegno morale per agire in modo violento; se l’immagine è inizialmente violenta si

avrà una comunità- fantasma il cui sostegno morale all’agire violento è categorico ma limitato; infine se

l’immagine di sé non è violenta si avrà una comunità fantasma non violenta, che non offre alcun sostegno

morale categorico per l’agire violento, se non nel caso in cui si elabori un’interpretazione fisicamente

difensiva.

- Le comunità fantasma dei criminali violenti possono cambiare nel tempo.

Il vero problema sociale è dato principalmente dagli attori con una comunità fantasma violenta, poiché

costoro non solo commettono la gran parte degli atti criminali violenti più gravi, ma anche quando

riscoprono il ruolo di vittime, precipitano spesso crimini che non sono commessi da loro.

6. La creazione dei criminali violenti pericolosi

Processo di violentizzazione

Athens, “The creation of dangerous violent criminals”: prova a risolvere una questione rimasta aperta

nell’opera precedente, ovvero quello di individuare il processo sociale che conduce a sviluppare una

comunità-fantasma violenta e sull’eventuale reversibilità di questo processo. Athens proporrà un modello

processuale e sequenziale che procede per tappe; dunque i fenomeni sono il risultato di processi di

sviluppo, le cui prime fasi non determinano necessariamente le ultime e che, di conseguenza, ogni soggetto

percorre un tragitto unico, non calato meccanicamente dall’alto.

Violentizzazione (violenza + socializzazione): processo composto da 4 fasi che porta una persona

inizialmente non-violenta a diventare pericolosa; insieme di percorsi tramite i quali un individuo lungo la

sua vita e le interazione sociali violente, sviluppa percorsi di apprendimento e di adattamento a sistemi

culturali e normativi fondati sulla violenza. (Vd. conflittualismo normativo, Shuterland, subculture). Il

termine “inizialmente” suggerisce che il criminale, prima di diventare tale grazie ad un’educazione basata

sulla paura e sulla violenza, era un uomo che quando nasce ed entra nel mondo sociale, è in attesa di

significato. L’attore violento è immaginato come colui che durante le proprie esperienze sociali ha

internalizzato modelli normativi altri rispetto a quelli civili e quindi tende a rispondere alle situazioni

critiche tramite violenza. Il percorso formativo può essere visto come una serie di stanze ognuna delle

quale presenta 2 porte chiuse; per poter giungere fino all’ultima stanza si deve prima passare attraverso

ciascuna delle precedenti. Le stanze sono 4: brutalizzazione, belligeranza, prestazioni violente, virulenza.

 Brutalizzazione: la vita di ciascuno è come una successione di episodi integrati in uno schema generale di

vita. Le esperienze cruciali sono quelle in cui il male, facendo la sua comparsa, lascia nei soggetti tracce

palabili e durevoli di sé; solo successivamente, tramite la ricostruzione delle tracce lasciate, si può risalire a

ciò che le ha prodotte. La brutalizzazione, come tutte le tracce durevoli, contiene una serie di esperienze

distruttive che si addensano e attorno alle quali può iniziare a organizzarsi una cosmologia violenta.

Presenta 3 sottofasi, ciascuna di esse implica che la persona ha subito un trattamento rozzo e crudele per

mano di altri e che questo produca un impatto durevole sulla sua vita. Importante l’influenza del gruppo

primario, in quanto lo sviluppo della dimensione temporale interiore e del sentimento di sé di ciascun

individuo, sarebbe anche il riflesso della società così come è filtrato dai gruppi primari. Cooley definisce il

gruppo primario come quel gruppo con cui un individuo stabilisce un rapporto affettivo ed emozionale

preferenziale rispetto ad altri tipi di gruppi (secondari). Athens intende per gruppo primario quello in cui si

hanno regolari interazioni faccia a faccia e in cui si crea un’intima familiarità tra i suoi membri, al contrario

del gruppo secondario in cui non si ha intimità.

Le tre sottofasi sono:

1. Sottomissione violenta: in questa fase è necessaria la presenza di figure autoritarie che appartengono a

uno dei gruppi primari del soggetto, che fanno ricorso alla violenza per costringere qualcuno a

sottomettersi al loro dominio. Queste figure si preoccupano di tutelare i valori dell’obbedienza e del

rispetto con la minaccia e l’uso della violenza. Esistono 2 tipi di sottomissione violenta:

- Coercizione: la figura autoritaria utilizza o minaccia (in realtà solo saltuariamente si ricorre alla

violenza, preferendo la minaccia) di far ricorso alla violenza per costringere a obbedire a un preciso

comando. Questo gesto si protrae fino a un segno di asservimento da parte del suddito. La

manifestazione della volontà di sottomettersi conclude questa fase, che si snoda in diverse tappe:

l’iniziale risposta di sfida con l’aggravarsi dell’atteggiamento tende a rovesciarsi in un uno stato di

paura, terrore e panico, che cresce in relazione al fatto che le esplosioni di violenza sono talvolta

percepite come incoerenti e imprevedibili generando un senso di impotenza. Il punto di non ritorno si

raggiunge quando si decide che non si può sopportare altre. Questo punto il soggetto si sottomette al

dominio dell’autorità. Inizialmente questo provoca sollievo nel sottomesso, ma poi si trasforma in

umiliazione, poi in rabbia e infine vendetta.

- Ritorsione: a figura autoritaria usa la violenza per punire chi ha disubbidito o ha mancato di rispetto. La

principale differenza con la coercizione è il fatto che l’atto esplicito di sottomissione non neutralizza

l’avanzare delle violenze, poiché il perpetratore mira a garantire uno stato di sottomissione anche per

il futuro. La vittima realizza che il suo gesto di riconoscimento non sarà sufficiente a interrompere il

flusso di violenza e che dovrà rassegnarsi al corso degli eventi. La vittima vive uno stato di apatia e di

ottundimento che disinnesca la resistenza attiva. Alla fine il soggetto subisce l’oppressione come se

fosse inferta a qualcun altro. Anche se gli attacchi divengono meno frequenti, la vittima si ritrova

avvolta da una sorta di stupore e da un devastante senso di umiliazione che deriva dalla presa di

coscienza di essere stata pestata senza pietà. L’umiliazione poi lascia lo spazio alla rabbia e al desiderio

di vendetta.

2. Orrificazione personale: non si subisce una sottomissione violenta ma si è unicamente testimoni di una

scena di violenza. L’effetto traumatico di questa esperienza è legata al fatto che la vittima e il testimone

facciano parte dello stesso gruppo primario. Il legame tra testimone e vittima, l’esposizione di

quest’ultima al dominio violento, la percezione da parte di tutti gli attori che una lite sgradevole sta per

esplodere creano nel testimone un clima di apprensione che si trasforma in paura nell’istante in cui egli

realizza che la figura autoritaria sta iniziando ad aggredire. Paura e rabbia nei confronti dell’attore

violento possono confondersi finchè il testimone non può più sopportare ciò che sta accadendo e fanno

sorgere desideri distruttivi nel confronti dell’aggressore. Un calcolo di probabilità di uscire da un

eventuale scontro fisico fanno insorgere poi dilemmi riguardo all’intervenire; questo crea un senso di

impotenza e rabbia rivolta a se stessi . l’esito è un forte senso di colpa e vergogna. Gli aspetti distruttivi

delle esperienze di sottomissione e di orrificazione personale lasciano nei soggetti tracce durevoli

dimostrata da sentimenti e pensieri distorti. Mentre la prima può essere traumatizzante da un punto di

vista fisico, la seconda lo è da un punto di vista psicologico: entrambe sorgono comunque dentro mondi

caratterizzati da una interazione simbolica negativa, ovvero un contesto relazionale nel quale le azioni di

ogni membro del gruppo primario suscitano reazioni violente da parte di ogni altro membro.

3. Addestramento violento: in questa esperienza il coach, l’addestratore, dirige un novizio verso il

conseguimento di una nuova immagine di sé tramite un processo di socializzazione e una serie di

manovre. Il potere di addestrare alla violenza si appiglia a tecniche particolari che consistono

nell’attribuire all’allievo un’identità positiva conforme al comportamento che l’ammaestratore desidera.

L’essenziale è che il dominatore appartenga al gruppo primario del soggetto, e ritenga di avere il diritto

di istruire su come ci si dovrebbe comportare in situazioni conflittuali. L’ammaestratore, più che

trasmettere come affrontare gli altri in uno scontro fisico, pretende che si internalizzi il convincimento

che vi sono persone che devono essere gravemente aggredite e dominate da chi ricopre la posizione di

discepolo. Le tecniche che gli addestratori utilizzano sono:

- Vanaglorificazione: l’addestratore esalta la brutalità e la ferocia, raccontando aneddoti personali di

gesti violenti. Il principio pedagogico è il divertimento passivo: i novizi traggono un certo piacere

dall’ascolto di simili gesta, immedesimandosi nel ruolo del protagonista.

- Derisione: l’addestratore tormenta il novizio per una sua riluttanza o il suo rifiuto a usare la violenza.

- Umiliazione: oltre alla derisione può derivare da minacce di punizioni fisiche da parte del coach.

- Arringa: si convince qualcuno di qualcosa se lo si sfinisce ripetendo pedissequamente e con forza di

persuasione il modello che si desidera che l’altro imiti.

- Assedio: combinazione delle tecniche precedenti, tranne l’arringa. Il principio didattico si basa su una

miscela di punizioni e ricompense sociali per sottomettere e far superare ogni resistenza a

intraprendere atti violenti.

 Belligeranza o sfida: il soggetto che esce dalla fase di brutalizzazione è turbato e disorientato da quanto ha

sperimentato nei confronti di se stessi e del mondo. Sono però anche molto riflessive: infatti sono gli

ostacoli imposti da altri che fanno mettere in discussione le modalità delle relazioni interpersonal; si cerca

un significato che dia senso alle esperienze traumatiche vissute. Si desidera ricomporre un quadro generale

capace di riorientare i rapporti stravolti con gli uomini e il mondo. Ognuna delle 3 esperienze passate

inducono riflessioni e prese di consapevolezza:

- Sottomissione violenta: crea pensieri di rabbia duraturi, i quali avvertono che si è stati sottomessi da

qualcuno altri potrebbero ripeterlo.

- Orrificazione personale: impotenza che porta all’autosvalutazione per non essere riusciti a proteggere la

vittima.

- Addestramento violento: gli insegnamenti appresi trovano risonanza interiore poiché è solo dopo le prime

due fasi che il soggetto si convince che è necessario talvolta a usare la violenza. Si tratta di una traccia

mnestica che appare dopo la brutalizzazione come una rivelazione.

In questa fase si adotta una risoluzione violenta mitigata, in quanto per la prima volta nella vita si decide di

aggredire fisicamente chi ha ingiustamente provocato. L’interazione di fare del male si rivela, però solo nel

caso che si reputi la violenza assolutamente necessaria per il proprio benessere psichico e fisico e qualora si

pensi di avere una possibilità di successo. Questa risoluzione, una volta presa, inizia rapidamente a

influenzare in modo duraturo l’atteggiamento nei confronti degli altri e a essere data per scontata. La

risoluzione violenta mitigata è riconducibile a un preciso punto di svolta in quel processo più ampio detto

cambiamento drammatico di sé.

 Prestazioni violente o scontri violenti per il dominio: una volta internalizzata la risoluzione violenta

mitigata, il soggetto si chiede se/quando arriverà il momento sarà davvero in grado di fare del male a

qualcuno. Infatti il soggetto non ha ancora avuto modo di praticare attivamente la violenza in vista di un

obiettivo finale. Fare intenzionalmente male a qualcuno la prima volta non è una faccenda casuale. L’attore

per decidere di usare violenza deve superare un “soglia”; è difficile prendere la decisione in quanto è messa

in pericolo anche la sicurezza/benessere dell’attore stesso, che prenderà la decisione solo in presenza di

una provocazione da parte della vittima. I crimini detti efferati sono soprattutto quelli commessi senza

un’apparente provocazione. In queste fase del processo di violentizzazione tutto non accade ancora in

maniera definita e irrimediabile. Chi è coinvolto in contesti privi di provocazione non li canalizza di fatto in

gesti violenti. L’esito dello scontro violento avrà conseguenze decisive nella vita dei protagonisti: una

vittoria significativa segnerà l’inizio della fase successiva del processo di violentizzazione in quanto

consolida la risoluzione violenta, mentre una sconfitta può essere ambivalente: infatti si potrebbe fermare

e mettere in dubbio la propria scelta mentre dall’altra potrebbe amplificare i propositi in tale direzione.

 Virulenza: per passare a questa fase è necessario che il soggetto abbia ottenuto una vittoria significativa. La

vittoria non produce di per sé alcun impatto duraturo e significativo, ma questo sarà conferito dalle altre

persone. La notizia delle gesta violenta di una persona iniziano a circolare e la persona si rende cosciente

che le opinioni degli altrei su di lui mutano alla luce del gesto compiuto; si trova a essere visto come un

violento. A questo punto egli è diventato inequivocabilmente pericoloso e nei suoi confronti occorre

comportarsi con più cautela. Questa nuova identità violenta proietta una sorta di effetto alone su tutti gli

altri piani della sua vita. Il motivo che porta i gruppi primari a considerare e a definire l’attore uno

squilibrato è definito da quanta violenza è stata inflitta alla vittima non dal semplice ricorso alla violenza. A

questo punto il soggetto si trova a dover abbracciare o respingere la propria immagine; da una parte la

notorietà è stata conquistata per aver commesso qualcosa di male, dall’altra è contento di essere diventato

visibile; un altro vantaggio è che si può esercitare un’influenza e un dominio maggiori sul proprio ambiente

sociale. Tuttavia giungere troppo velocemente alla notorietà può creare un livello di autostima

irrealisticamente elevato. L’ultimo passaggio derivante da una risoluzione violenta non mitigata è descritta

da Athens come un’esperienza di malevolenza: si passa dal ruolo di vittima a quello di sovraordinato.

L’ultima sequenza che consolida il Self ultra-violento è data dalla segregazione. In seguito al nuovo

slittamento del Self, coloro che appartengono ai gruppi primari del soggetto iniziano a evitarlo per non

trovarsi in un perenne stato di intimidazione, così egli vivrà una pesante condizione di emarginato violento

fino a quando non sarà definitivamente riconosciuto e accolto in gruppi male volenti, per i quali l’avere una

reputazione violenta è un requisito sociale necessario. In casi estremi la persona può chiudersi in un suo

mondo fantastico dove si incontrano unicamente altri immaginari che forniscono sempre giudizi positivi.

Atti violenti in assenza di violentizzazione: non necessariamente i comportamenti efferati sono il risultato di

un percorso di violentizzazione. La teoria di Athens non deve essere letta in maniera causale: il percorso di

violentizzazione non deve necessariamente precedere e condizionare l’agire violenti. Questo non significa

rifiutare la teoria di Athens, egli infatti fa delle osservazioni:

- Esistono soggetti cripto-brutalizzati = coloro che non sono pienamente consapevoli dei livelli di

brutalizzazione esperiti; inoltre per certe culture la sottomissione e l’orrificazione personale sono consoni

al modello socioculturale.

- Vi sono soggetti che hanno interesse a celare durante l’intervista certe violenze fatte o subite.

- Per concludere un grave crimine non è necessario aver concluso l’intero iter: la teoria spiega che si può

agire attaccando fisicamente qualcuno in maniera grave, anche solo dopo aver vissuto lo stadio della

brutalizzazione.

- Prima della fase finale è stata attraversata quella della brutalizzazione, la quale può essere stata portata a

termine senza aver subito un attacco o un abuso sul piano fisico, essendo sufficienti, per la sua riuscita

anche semplici forme di intimidazione.

Queste osservazioni indicano come l’atto violento possa essere perpetuato anche da coloro che non hanno

oltrepassato la soglia di tutte le stanze. I crimini efferati vengono considerati reati d’impeto; Athens ha

evidenziato come molti di questi gesti possono essere riletti alla luce della sua teoria e non sono

catalogabili sotto l’etichetta di reati d’impeto, ma sono piuttosto l’esito di decisioni accurate, sebbene

prese in pochi istanti, coerenti con i tragitti biografici e sintoniche con i Self delle persone che li hanno

eseguiti. Comunque esistono casi di reati d’impeto da parte di persone che non hanno percorso l’iter, ma

che hanno deciso di comportarsi distruttivamente in seguito a un’interpretazione della situazione che

richiede una risposta violenta (interpretazioni fisicamente difensive).

Labelling approach e devianza primaria: sia il labelling approach che il pensiero di Athens si sviluppano

nell’interazionismo simbolico di Mead.

Per i labellers il comportamento deviante è il prodotto di ripetute violazioni delle norme e di parallele

esperienze di reazione sociale di disapprovazione, degradazione e isolamento. Essi esaltano l’importanza

del Me, inteso dai suoi esponenti quale centro riassuntivo degli atteggiamenti altrui. Athens si pone

diversamente, superando il concetto di Me (e altro generalizzato) mediante la formulazione del concetto di

comunità-fantasma. Athens si muove inoltre

nella prospettiva interpretativa inaugurata da Blumer e si sottrae a quella del labelling approach. Accusa

questa teoria di non aver spiegato le cause che conducono alla prima infrazione della norma sociale, per

concentrarsi sugli effetti negativi della stigmatizzazione e dalla successiva assunzione di una stabilite

identità deviante. Inoltre Athens imputa loro di non essere stati in grado di considerare che le persone,

quando delinquono, si trovano già lungo quel sentiero che li potrebbe condurre poi a divenire criminali

violenti secondari. E’ solo nella quarta e ultima fase della violentizzazione che il criminale, fino ad allora

deviante primario, viene etichettato come pericoloso e diviene un criminale violento secondario. La

stigmatizzazione non crea il criminale, ma lo consolida. Mentre il labelling approach è una teoria non del

tutto sociale, Athens indaga l’origine sociale di una sofferenza reale, costruendo una teoria capace di

comprendere le esperienze di brutalizzazione.

Prevenzione e strategie d’intervento: dato che la teoria dimostra che criminale violenti non si nasce ma si

diventa dopo un lungo percorso, il miglior strumento di prevenzione è quello di arrestare il processo al più

presto. Per cui la fase più adatta su cui intervenire sarebbe la fase di brutalizzazione, ossia quando

l’educazione alla violenza e alla paura pone le sue fondamenta motivazionali. Tuttavia in questa fase è

difficile intervenire perché si svolge all’interno del proprio gruppo primario. Nella fase di belligeranza invece

può essere meno impraticabile intervenire. Athens propone come strumento quello di tipo terapeutico,

volto a riorganizzare i pensieri e le emozioni che lo caratterizzano. Un ruolo privilegiato può essere svolto

dalla scuola, alla quale dovrebbe essere delegato il compito di individuare e progettare programmi

educativi. Quando però le persone entrano nella fase delle performance violente, diviene necessario un

intervento molto più energetico rispetto al counselling psicologico; è necessaria una sorta di

risocializzazione speciale all’interno di un gruppo primario non violento. Nella fase di virulenza, l’unico tipo

di intervento possibili sarebbe la neutralizzazione. I criminali violenti pericoloso sono refrattari a qualunque

forma di riabilitazione e quindi l’unica soluzione per evitare la commissione di nuovi crimini sarebbe isolarli

dal resto della comunità.

7. Conflittualismo normativo, segregazione, comunità fisiche minori e corpi in lotta per il

dominio

Per osservare il fenomeno criminale violento dal punto di vista della comunità bisogna discostarsi dal piano

soggettivo d’analisi sull’attore. Athens nel 1998 pubblica l’articolo “Dominance, ghettos and violent crime”,

in cui cerca di rispondere alla domanda sul perché in alcune comunità il crimine violento è più diffuso che in

altre. La spiegazione deriva dai concetti di disorganizzazione/organizzazione sociale di Thomas, Znaniecki e

Sutherland.

Thomas e Znaniecki parlano di disorganizzazione sociale riferendosi a quei contesti in cui le norme che

regolano la vita collettiva non esercitano più un controllo effettivo sui membri della comunità; tale

influenza può avere diversi gradi (dall’infrazioni di regole singole al decadimento delle istituzioni). Il

fenomeno criminale si manifesterebbe proprio come conseguenza dell’inadeguatezza e dell’inefficacia di

tali norme nei confronti della attuali esigenze della società. In questa fase di erosione normativa può

avviarsi un cambiamento sociale che nella fase di riorganizzazione conduce alla formazione di nuove

norme più consone alle esigenze comunitarie; ora il crimine perde consistenza.

Il concetto di organizzazione sociale differenziale di Sutherland, che indica che un gruppo è coeso attorno a

valori antagonisti, presuppone all’interno della collettività un conflittualismo normativo e culturale. I

principi normativi e valoriali che identificano e organizzano i gruppi sociali potranno così ammettere o

vietare condotte definite criminali. La definizione di ciò che è illecito è frutto di un processo che prende

avvio quando un gruppo che ha potere riesce a mobilitare lo Stato per vietare un comportamento tenuto

da un altro gruppo meno influente che mette in pericolo i valori del primo. Il gruppo che detiene il potere

ottiene allora di sancire l’illiceità della condotta in oggetto.

Athens incrocia queste due teorie: il cambiamento sociale e l’estensione del crimine sono uniti da una

logica sequenziale che si articola in un processo composto da 3 fasi:

- Civiltà: tipo iniziale di organizzazione sociale.

- Turbolenza: fase di disorganizzazione.

- Malvagità: tipo finale di organizzazione sociale.

Segregazione e comunità fisiche minori: ogni società sviluppa una prima forma embrionale di

organizzazione creando e ritagliando al proprio interno un certo numero di comunità fisiche minori,

attraverso il processo della “segregazione” = processo di vaglio e selezione attraverso cui le persone

gravitano verso gruppi per i quali le loro esperienze di base sono più adeguate (Park). Si parla di mosaico

sociale composto da varie comunità che hanno anche una peculiare connotazione spaziale e geografica e i

cui confini sono sempre permeabili ma prevedono sbarramenti. Le varie comunità possono distinguersi in

base al tipo di norme adottate per risolvere i conflitti sul dominio: si forma un ordinamento giuridico che

definisce una scala gerarchica al cui vertice c’è un tipo individuale predominante, espressione dei rapporti

di dominio e dei modelli normativi della comunità. Questo tipo individuale predominante è, insieme alla

sua comunità fantasma, il modello da seguire nella comunità fisica. Generalmente ogni comunità fisica è il

riflesso di una determinata comunità-fantasma.

Esistono diversi tipi di comunità minori:

- Civili: il tipo individuale predominante è pacifista, presenta una comunità fantasma antiviolenta che rifiuta

lo scontro fisico anche per legittima difesa.

Al di sotto del pacifista abbiamo la persona marginalmente violenta, presenta una comunità fantasma non

violenta, fornisce sostegno solo ai gesti violenti necessari per difendere sé e le persone più prossime

(interpretazione fisica difensiva). La comunità lo percepiscono come non violento e dato che questo

giudizio si accorda con quello formulato dalle loro comunità-fantasma, anche le rispettive immagini di sé

sono non violente.

Profilo normativo delle società civili: la loro regola prevalente stabilisce che le lotte per il dominio devono

essere risolte con modalità non violente. La violenza è simbolizzata e sublimata attraverso un uso

specifico del linguaggio e il ricordo a una particolare visione delle relazioni sociali nelle quali si usa la

parola piuttosto che il gesto. Sebbene tali soluzioni siano senz’altro non violente a livello fisico, a livello

psicologico sono moralmente gravose e invasive. Si cerca di forzare gli antagonisti a rinunciare alle proprie

pretese di ottenere posizioni più elevate. Dato che i confini tra le diverse comunità sono permeabili, gli

individui violenti possono talvolta entrare e cercare di stabilirvi; tuttavia entrano in un mondo contrario

alla propria comunità fantasma e sono percepiti come disadattati sociali; questo stabilisce un possibile

innesco per un drammatico cambiamento di sé verso la non violenza.

- Malefiche: il tipo individuale predominante è una persona ultra-violenta, presenta una comunità-

fantasma di violenza non attenuata che appoggerà uno scontro fisico in tutti i tipi di interpretazione della

situazione. La comunità malefica lo percepisce come sempre pronto ad aggredire. L’immagine di sé è di

tipo violento.

Al di sotto dell’ultra-violento, nella scala gerarchica, vi è la persona violenta accompagnata da una

comunità-fantasma di violenza attenuata, che si pronuncerà a favore di attacchi fisici solo nel caso di

un’interpretazione fisicamente difensiva o frustrativo-malefica. Questi attori hanno un’immagine di sé

inizialmente violenta, ovvero caratterizzati da una chiara propensione a commettere gravi azioni violente

solo in risposta a provocazioni estreme. La comunità-fantasma degli individui ultra-violenti è in totale

conflitto con la comunità-fantasma della più estesa comunità fisica di cui la comunità malefica fa parte;

questo suggerisce che il tipo civile prevale su quello malefico.

Profilo normativo delle comunità malefiche: il principio cardine che identifica il mezzo più efficace per

risolvere i conflitti è la violenza fisica. L’assuefazione alla violenza genera insensibilità nei sui confronti, e

l’individuo ultraviolento si ritrova a esser e il più adatto e il più equipaggiato a vivere in questa realtà. In

queste comunità i pacifisti e i marginalmente violenti sono percepiti come disadattati sociali.

- Turbolente: non si riscontra un tipo individuale predominante ma solo una mescolanza di tipi. Gli individui

ultra-violenti, violenti, marginalmente violenti e pacifisti vivono in stretta vicinanza e l’ambiente sociale e

relazionale che deriva è costantemente problematico.

Profilo normativo: non esiste una regola prevalente per regolare i conflitti per il dominio e così essi

esplodono disordinatamente non solo per decidere la posizione che ciascuno occupa nella gerarchia

sociale ma anche per stabilire i mezzi più idonei per risolverli. Il caos simbolico che pervade la comunità

di questo tipo impedisce di fissare stabili gerarchie e di sapere in anticipo che cosa aspettarsi quando

divampano le lotte per il dominio.

Queste 3 comunità fisiche minori sono in continuo divenire, presentano fasi di transizione e di stabilità. Se i

criminali ultraviolenti e violenti entrano nelle comunità civili e i pacifisti e i marginalmente violenti se ne

allontanano, allora degenerano lentamente in comunità malefiche; se poi gli individui ultra-violenti

conquistano posizioni apicali nella gerarchia di dominio, i membri della comunità iniziano a nutrire

aspettative sempre più verso la risoluzione violenta ei conflitti (o viceversa). In entrambi i casi occorre che

la comunità passi una fase di turbolenza.

Athens individua 3 tipi di istituzioni in base al diametro del loro rispettivo dominio operati; descrive una

sorta di mappa dell’organizzazione sociale della violenza. Le istituzioni sono:

- Sociali: organizzano esperienze sociali attraverso principi il cui dominio operativo taglia trasversalmente

un’intera comunità maggiore, con la sola eccezione di alcune comunità minori. Disegnano i confini di una

comunità maggiore.

- Comunitarie: organizzano esperienze sociali attraverso principi il cui dominio operativo si estende da un

estremo all’altro di una comunità minore, con la sola eccezione di pochi individui. Diventa “bastarda” se i

suoi principi normativi differiscono da quelli della istituzione sociale che la attraversa.

- Idiosincratiche: organizzano esperienze sociali mediante principi il cui dominio opera efficacemente solo

tra pochi individui all’interno di una comunità minore. Non delimitano i confini di nessun tipo di comunità.

(es. palestre di pugilato nei ghetti neri). Si tratta di isolotti di ordine e virtù.

I limiti di una comunità fisica minore si posizionano laddove ne inizia un’altra.

Il crimine è un effetto del ritardo sociale. Il ritardo sociale si registra quando le persone orientano le loro

azioni a partire da una comunità-fantasma sottosviluppata e primitiva. Athens riconosce la dimensione

storico-temporale del divario esistente tra le differenti comunità fantasma e le differenti comunità fisiche.

Ogni tipo di comunità fantasma ha conosciuto almeno un’epoca storica in cui ha abitato il presente vivente,

i pensieri e le azioni dei più. Ovvero è esistita, o esiste in un altro luogo, un’epoca storica in cui una

determinata comunità-fantasma era dominante e prevaleva sulle altre. Il ritardo sociale inteso da Athens fa

riferimento al tipo di norme che regolano la risoluzione dei conflitti nelle comunità fisiche e fantasma

violente e non alla costituzione biologica né alla struttura di personalità dell’uomo delinquente (Vs.

Lombroso).

Il dominio violento nell’interazione sociale:

I gesti degli attori sociali assumono uno spessore simbolico a partire dall’esserci degli altri e dalla

condivisione di una comunità di spazio e di tempo. Il condividere una comunità di tempo implica che ogni

membro partecipa allo scorrere della vita dell’altro, può affermare in un vivido presente i pensieri dell’altro

così come essi si costituiscono di un momento in momento. Proprio perché si vive insieme, i flussi di

pensiero ed emozioni, comunicano attraverso i corpi superando i confini permeabili delle singole comunità

fisiche. Questi flussi animano tutti gli atti sociali. Si guarda la violenza non solo nell’ottica della comunità

fantasma, ma anche sulle conversazioni di gesti messi in atto per stabilire i ruoli sovraordinati e subordinati

nel corso di interazioni che organizzano socialmente la violenza. Le tre forme che può assumere uno

scontro violento dipendono dallo stadio fino al quale avanza la conversazione di gesti:

- Combattimenti violenti: si ricorre alla forza fisica per stabilire il dominio (violent engagements), in diverse

fasi:

a. Affermazione del ruolo – role claiming: un sedicente sovraordinato decide di rivendicare una posizione

e di assegnare quello di subordinato ad un altro.

b. Rifiuto del ruolo – role rejection: il preteso subordinato può decidere di opporsi al gesto.

c. Scambio di gesti per il ruolo – role sparring: nessuno ha conquistato la posizione di dominio desiderata

e i rivali attuano ulteriori gesti di rivendicazione.

d. Imposizione del ruolo – role enforcement: almeno uno dei due configgenti decide che deve utilizzare la

forza fisica per occupare il ruolo sovraordinato

e. Determinazione dei ruoli – role determination: si stabilisce la configurazione definitiva dei ruoli, che

può consistere in una vittoria o in una sconfitta o in un pareggio.

- Schermaglie violente: si sta per ricorrere alla forza fisica ma di fatto non viene impiegata, questa

situazione è ferma alla fase d “imposizione del ruolo”.

- Dispute per il dominio: l’interazione non si riduce ad una schermaglia violenta, si è fermi alla fase c

“scambio di gesti per il ruolo”.

Violenze collettive

Già dal ‘900 si era consolidata la convinzione che le violenze collettive rispondano a criteri diversi rispetto a

quella individuale. Ma per Athens i concetti e le fasi processuali elaborate per comprendere la violenza

interindividuale possono essere estesi anche alle violenze collettive. Nel corso di un atto sociale collettivo

saranno i gruppi e non i singoli individui a disputarsi la questione del dominio lungo le differenti fasi

processuali descritte in precedenza. La letteratura in generale ha evidenziato che:

- L’azione violenta e le sue ricadute sull’ambiente dipendono da un numero collettivo di persone e quindi

dalla sua capacità organizzativa, dalla sua coesione/solidarietà.

- Esistono forme diversificate di violenza collettiva, spontanee (linciaggi, il gruppo svolge un ruolo di

controllo sociale nei confronti di chi è percepito diverso) o organizzate (la presenza di una struttura

gerarchica volta a mantenere con la coercizione l’unità fragile del gruppo sociale che deve eseguirle).

8. Cosmologia e violenza

“Cosmologia” è un concetto sensibilizzante finalizzato a restituire senso alle condotte umane al di là di ogni

rigida e formale distinzione tra normalità e sofferenza psichica. Anche la follia omicida atroce viene

spiegata, non è ritenuta una forma priva di senso. (Da “kosmos”, greco, che indica un contenuto di armonia

e ordine, simile al concetto latino di “mondus”). Adottiamo il termine “cosmo” e non “mondo” perché

mantiene uno spazio oscuro di non visibilità, in quanto del cosmo se ne percepisce solo una parte. Accedere

all’invisibile significa passare da un universo all’altro, ovvero andare oltre l’universo conosciuto per

affacciarsi su quello degli attori sociali osservati, evitando astrazioni e generalizzazioni e senza

immobilizzare le loro azioni entro teorie con alte pretese eziologiche. Si vuole comprendere da dove

vengono i comportamenti violenti, le dinamiche, i movimenti, per individuare le affinità e la pluralità dei

legami. Proprio per queste dinamiche e per questi legami che i violenti hanno all’interno del loro mondo,

non si può affermare che siano individui “disorganizzati” o che i loro agiti siano distonici e causati da una

patologia. Diversi studi affermano che la violenza non è creata dalla malattia, ma che è una caratteristica

temperamentale o di personalità pre-esistente alla malattia stessa. Quindi gli attori violenti non come

disorganizzati bensì orientati verso una specifica organizzazione intorno a una comunità-fantasma che

dispensa sostegno morale per le risposte violente, e che noi denominiamo cosmologia violenta. Sullo

sfondo di un’azione violenta ci sono i dialoghi interiori e i soliloqui degli attori quando interpretano

drammaticamente le situazioni.

Riflessività

In che modo gli uomini parlano a se stessi quando decidono di comportarsi in maniera violenta? Ciascuno

dialoga con se stesso provando a mettere in ordine voci, immagini, rappresentazioni che compongono la

propria storia. La cosmologia è anche la costruzione di una trama narrativa rivolta innanzitutto a se stessi.

Ogni persona non è una combinazione casuale di elementi, ma un sistema organizzato di significati.

Secondo Athens, l’elaborazione interiore di questi atti è resa consapevole da quel processo simbolico con

cui l’attore indica a se stesso (self-indication) e valuta credenze, idee e desideri in un determinato contesto

e si chiede se abbiano a che fare con lui. E’ in questo dialogo interiore, che non ha natura psicologica ma

relazionale (la conversazione interiore è una proprietà relazionale e le relazioni in questione sono quelle

che si danno tra la mente e il mondo), a conferire senso ai propri atti. Il dialogo interiore può vedersi anche

come un “risveglio”, dove il soggetto ritorna sui materiali custoditi nella propria memoria; non è uno

svelamento finale, ma parte di un processo di elaborazione e riorientamento che il soggetto può compiere

nei confronti della sua vita. L’uomo è come un cosmo da lui stesso creato che produce senso; le

deliberazioni riflessive sono attività consapevoli e a cui partecipano i giudizi, le opinioni, ecc degli altri

significativi internalizzati i quali suggeriscono come tradurre tutto ciò in atti. Il punto cruciale è l’idea del

contatto fra il soggetto e se stesso, che gli permette, se elaborato, di orientare l’azione; non è una

riflessione, ma più come un ascolto della propria presenza. Noi siamo in contatto con l’inconscio, il quale si

manifesta nel processo riflessivo situandosi tra le righe dei discorsi consci. La relazione tra inconscio e

coscienza implica mutua presupposizione, non una relazione genetica (uno non produce l’altro). Il focus è

sulla riflessività e sulla conversazione interiore che, anche se opache, fanno si che l’attore si renda

consapevole del proprio mondo interiore, capace di esperire il proprio corpo vivente, di riconoscere le sue

emozioni e dare forma al proprio agire. In questo modo alcuni soggetti entrano in sati mentali in cui

liberano gli aspetti più crudeli della loro persona. Il narrante nella sua ricostruzione personale dell’accaduto

ricorre a razionalizzazioni che contribuiscono a impedire un contatto autentico con l’esperienza vissuta;

queste narrazioni sono anche pratiche riflessive in quanto sono incarnate nei corsi d’azione dell’individuo.

Ognuno è artefice di se stesso e della sua storia in un flusso di eventi e di circostanze che lo trascendono e

che non può scegliere e controllare del tutto. Dewey elabora il concetto di body-mind complex: gli uomini

sono macchine intelligenti, capaci di autoregolarsi innovando all’interno di un registro circoscritto di

risposte possibili. La conoscenza di sé alla quale si può accedere è l’esito di un processo che vive nelle

negoziazioni riflessive con altri attori sociali, all’interno di contesti situazionali strutturati in chiave di

dominio.

Comunità-fantasma e dintorni

Comunità-fantasma = parlamento interiore che dà voce alla parte principale nei nostri soliloqui e nel quale

è possibile che emergano conflitti di opinione tra i suoi molteplici interlocutori.

La conversazione interiore precede e affianca l’interpretazione della situazione, la definizione

dell’immagine di sé, e fornisce consigli invitando a prendere posizione, ad agire o ad astenersi dal farlo. Non

si riferisce solo all’immediatezza della situazione, ma rimanda anche al senso di sé più radicato. La

valutazione reputata più adeguata a una situazione specifica sarà la risposta alla domanda riguardo cosa

l’attore vorrà fare.

Il giudizio morale è generalmente il risultato di processi automatici basati sulle emozioni e sull’affettività,

mentre il ragionamento morale è un processo complesso, non automatico, intrapreso normalmente ex

post, ossia dopo aver portato a termine un giudizio morale; allora è altrettanto vero che gran parte di tali

ragionamenti è avviata sulla base di intuizioni che scaturiscono dall’assunzione di atteggiamenti altrui e che

possono contraddire i giudizi intuitivi iniziali. L’esito conclusivo di tale processo consisterà in un

ragionamento volto a ponderare l’opzione migliore e a realizzarla. Questo processo si svolge seguendo un

dialogo interiore (Haidt = Athens).

Quando parliamo nella mente lo facciamo conversando con altri interlocutori (individui o personificazioni di

norme sociali) immaginando i giudizi, le opinioni e i suggerimenti; le frasi che attribuiamo rimangono pur

sempre nostre riformulazioni, in continuo slittamento semantico. È in questo processo che nascono le

deliberazioni e i progetti per azioni future. Se il Self non ha una composizione valoriale e simbolica violenta,

l’attore potrà lasciar perdere di eseguire un gesto violento; ma se si è inoltrato in un processo di

violentizzazione e ha internalizzato altri-fantasma brutali, è più facile che seguendo il dialogo interiore

commetterà il crimine.

L’odio verso qualcuno, come disposizione stabile a concepire gli altri come non buoni, è sempre preceduto

da un processo di demonizzazione del nemico. Conversando con se stessi, coloro che odiano operano una

sorta di cancellazione (= attacco al corpo) dell’altra persona.

L’identità sociale emerge per mezzo dei soliloqui con gli altri-fantasma. Ciò che muove l’attore sociale è la

sua riflessività interna rispetto alla situazione vissuta; è la riflessività che fa degli individui agenti attivi con

una certa padronanza nel determinarsi, autovalutarsi.. La riflessività interiore media anche i contesti

culturali, i vincoli strutturali e di dominio delle comunità di appartenenza: il self trasforma riflessivamente

l’interno in esterno e viceversa.

L’efficacia processuale del soliloquio. Proposte per una mappa ricostruttiva. Quale processo dinamico

spinge le persone a seguire linee violente d’azione?

Decidiamo riflessivamente, ma pur sempre gettati dentro a concrete relazioni interpersonali.

Ogni movimento di quell’attività riflessiva che si inserisce nel flusso continuo del soliloquio medi sempre e

in modo selettivo, facendo convergere e concentrando questo pluriverso nel punto in cui si attivano alcune

condotte, comprese quelle distruttive:

1. L’individuo biologico, lo slancio vitale e l’I

2. Le percezioni e gli sfondi prospettici

3. Le interpretazioni della situazione

4. Le emozioni

5. I desideri

6. I mondi sociali

7. Il tempo

1. Individuo biologico, lo slancio vitale e l’I:

Mead sosteneva che l’individuo biologico vivesse in un presente indifferenziato, fatto di impulsi e che la

sua condotta non implica ancora un ragionamento cosciente. Come individui biologici siamo formati da

impulsi che ci rendono sensibili agli stimoli: questo rappresenta il nostro nucleo primitivo e unitario di

esperienza viva, un senso primario dell’Io che si fonde in comunione con l’ambiente, che costituisce

senza mediazioni riflessive il sentirsi in relazione con il mondo. Ma se le barriere protettive devono

subire continui urti che egli non riesce a gestire, l’ambiente reale precoce diventerà la fonte di

esperienze traumatiche cumulative (Khan). L’io biologico (o sé corporeo) non esiste di per sé, ma è

sempre immerso nella concretezza dei fenomeni vitali, fino a includere attitudini formate socialmente.

Prima di denominarsi come io, ognuno si osserva già dentro un mondo.

Nel corso della crescita si apprende a vedere il mondo e se stessi attraverso simboli e si dà forma

particolare a un proprio peculiare tempo e spazio di mondo che è individuale, irripetibile ma anche

intersoggettivo. Il simbolo implica un senso possibile, un’incessante costruzione di sé, il continuo

rimodellamento dell’oscurità iniziale.

Ognuno ha una soggettività irripetibile che si può capire dal campo interpersonale in cui si è immersi

dalla nascita; il mondo personale è centrato sul sé come punto di riferimento. La capacità di formulare

giudizi morali affiora e matura nel corso di specifiche tappe evolutive, basandosi su una guida che

proviene dal mondo sociale di appartenenza. Sarà però impossibile, una volta che si fa parte si una

società, recuperare riflessivamente le esperienze precoci (prima quota di opacità nella creazione della

cosmologia).

L’I è quel serbatoio che contiene il dinamismo vitale, la disposizione generalizzata, spontanea e iniziale

ad agire. A gettarlo in avanti nel mondo è uno slancio generale e indefinito che crea e apre davanti a noi

l’avvenire. Lo slancio vitale non determina la direzione di un atto, ma dice solo che qualcosa certamente

accadrà. L’I non si esaurisce solo in una disposizione biologica all’azione (no solo impulso).

2. Percezioni e sfondi prospettici.

I nostri slanci si trovano avvolti da un flusso di espressioni vitali = prospettive organizzate, cioè gli

obiettivi che ci poniamo di raggiungere. Questi guidano e ordinano le nostre esperienze. La creazione di

questi obiettivi è possibile grazie al ricorso ai simboli, che ci permettono di visualizzare e indirizzarsi

verso loro. Le prospettive non sono percezioni, bensì le loro guide: sono visioni ordinate del mondo date

per scontate che costituiscono la matrice selettiva attraverso cui percepiamo l’ambiente che ci circonda.

Tali sfondi prospettici contengono repertori di interpretazione e norme sociali , schemi interpretativi,

propri di ciascun mondo o subcultura, che usiamo per conferire senso agli eventi. Ognuno agisce con un

atteggiamento che dà per scontato l’orizzonte entro cui opera in una certa comunità fisica in un dato

momento della storia. La conoscenza di senso comune non contiene tutto quello che pensiamo e

facciamo: l’esperienza individuale non è uguale a ciò che tutti sanno. Tutto si complica quando ciò che io

so e sperimento in prima persona subisce un improvviso cambiamento di luce che altera il paesaggio

interiore, e mi costringe a rimodulare le me personali vedute prospettiche del mondo.

3. Role-taking e interpretazioni della situazione: come si traducono in atto le prospettive organizzate.

La traduzione in atto delle prospettive organizzate subisce il filtro del soliloquio, quel movimento

riflessivo che si compone anche attraverso il role-taking. Per Athens prima di assumere gli atteggiamenti

altrui (role-taking) dobbiamo sempre aspettare le risposte delle altre persone alle nostre parole, poiché

noi non possiamo mai assumere direttamente i ruoli: più che metterci nei panni degli altri siamo noi a

rivestire dei nostri panni gli atteggiamenti altrui, cosicchè il significato attribuito a un determinato gesto

è sempre un nostro significato e nostre le aspettative di comportamento che ne derivano. Assumere gli

atteggiamenti altrui conduce a conoscere le definizioni degli altri e i loro stati d’animo e potenzialmente

a condividerli e a empatizzare con loro, ma l’empatia non corrisponde al role-taking. Gli attori violenti

quando assumono il punto di vista della vittima per attribuire significato ai loro gesti, non sentono né

comprendono necessariamente i loro vissuti, i loro sentimenti, la loro comunicazione simbolica. La

psicopatia è un disordine affettivo che comporta una riduzione della capacità di empatizzare e un deficit

nell’abilità a formare ragionamenti morali. Persone affette da questa patologia non necessariamente

saranno incapaci di compiere attività di role-taking: l’esecuzione di crimini efferati richiede sempre

un’abilità nell’anticipare le mosse della potenziale vittima e interpretarne i gesti. Anche gli psicopatici,

pur con una grave incapacità di “sentire” l’altro, possono rivolgere a se stessi e agli altri, parole

significative volte a interpretare le situazioni.

I frammenti dell’io biologico, gli slanci dell’I e le prospettive organizzate che fanno da sfondo al role-

taking permettono all’attore di iniziare un’attività riflessiva che consente di porsi sulla soglia di ciò che si

sta per fare accadere. Però non si possono mai assumere perfettamente i ruoli degli altri, esattamente a

causa della ciascunità dei legami qualitativi che si instaurano con gli sfondi prospettici, i mondi sciali e

con le componenti spontanee dell’I (secondo livello di opacità).

4. Emozioni e role-taking.

Nello scorrere delle situazioni, gli attori si situano e si esprimono anche emotivamente. Le emozioni

vengono intese come quella parte dell’espressività umana che più rivela l’hic et nunc del mondo di

ciascuno. Parliamo di emozioni e le indichiamo a noi stessi, le descriviamo agli altri attraverso repertori

di parole e discorsi che raccontano il mondo sociale nel quale siamo immersi.

Gli interazionisti simbolici rivelarono che il dialogo interiore non si interrompe neanche quando si tratta

di dare forma ai sentimenti; indicando a noi stessi gli oggetti sociali possiamo svolgere un lavoro

emozionale (Mead e Blumer). Le emozioni sono oggetti sociali ritagliati all’interno del nostro flusso

d’azione; le riconosciamo mentre le stiamo interpretando. Oltre a viverle a livello corporeo, se ne fa

anche esperienza riflessiva con cui si definisce, si dà significato e si organizza queste sensazioni fisiche

altrimenti indefinite: sono le interpretazioni a dare significatività emozionale al vissuto, non l’emozione

in sé. Nel flusso di azione, il soggetto può riconoscere e anticipare quanto sta accadendo a lui, mentre

altre volte sente che le emozioni si impossessano di lui tanto da farlo sentire fuori di se stesso. Quando

le persone rispondono ai propri sentimenti emotivi lo fanno principalmente attraverso l’assunzione di

ruolo Esiste una vasta gamma di modalità con cui sperimentarsi rispetto alle emozioni:

- Spesso le emozioni giocano un ruolo marginale; le decisioni di intraprendere un atto sono canalizzate

in modelli di condotta e figure di dominio dati per scontati; sono attività routinarie non riflessive e non

emozionali.

- Altre volte gli attori sociali sospenderanno la propria attività riflessiva e di self-indication, entrando in

uno stato non riflessivo ed emozionale che li soverchia.

- Chi subisce maltrattamenti e brutalizzazioni cerca di sbarazzarsi dei propri sentimenti divenuti

intollerabili con atteggiamenti riflessivi ed emozionali; agiscono riflessivamente sulle emozioni nel

tentativo di assegnare un significato alle esperienze di sottomissione e individuare comportamenti per

la sopravvivenza.

- La traduzione delle intuizioni emotive in deliberazioni a esse consonanti può apparire razionale, ma

bisogna tener conto il lungo e travagliato lavoro di conversazione interiore sulle emozioni per

determinarsi verso precise linee di azione (riflessive e non emozionali).

5. Desideri “secondo l’altro” o “secondo il Self”: da dove vengono quei desideri che spingono versi atti

criminali?

Anche la dimensione del desiderio va ricondotta al processo riflessivo che porta alla conversazione con

gli altri-fantasma. Le persone per desiderare hanno bisogno di un “mediatore”; quindi si precipita sugli

oggetti che il modello mediatore gli indica o sembra indicargli. Non è importante l’oggetto che il

mediatore realmente indica come desiderabile bensì ciò che il discepolo indica a se stesso sulla base

delle indicazioni ricevute. Il desiderio non deriva totalmente dall’Io ma è l’esito di un incrocio di sguardi

che possono impaludarsi fino a rispecchiarsi l’uno nell’altro, dando vita a una escalation perversa di

rivalità mimetica (desiderio di essere l’altro). Nonostante il desiderio sia qualcosa di personale, che

proviene dal più profondo di un individuo, lo possiamo intercettare anche a partire dalle interazioni

sociali significative che si danno tra rivali mimetici, tra un discepolo e un modello. Girard lo definisce

come un “desiderio secondo l’altro” differente dal “desiderio secondo sé”. Se il Self ha un’origine e una

vita sociale, il desiderio, a sua volta, nasce dagli sguardi dei mediatori. Mentre conversiamo con noi

stessi, alle voci che parlano nel parlamento della nostra comunità-fantasma, si affiancano quelle che

traducono gli sguardi dei mediatori in parole seducenti e imperative a progettare linee d’azione solo

verso alcuni oggetti. La cosmologia sarà così costellata sia di altri significativi sia di mediatori del

desiderio, internalizzati in tempi differenti della nostra esistenza attraverso processi di role-taking.

6. Mondi sociali e riflessività.

Le strutture socioculturali influenzano l’agire umano solo attraverso la riflessività interna della persona,

la quale deve introdurre i dati del contesto esterno nelle sue strategie. Non si tratta di un


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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vers.13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Ceretti Adolfo.

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