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Archetipi dell'immaginario

Archetipo e pensiero junghiano

Partendo dalla sua formulazione storica (1934) si compie una sorta di attraversamento, verificando il sincretismo fenomenico di taluni archetipi presenti nel quotidiano constatandone l’impatto che questi hanno nei differenti campi, dall’antropologia, ai media, alla pubblicità, fino ad arrivare alle convenzioni comportamentali espresse nel vivere quotidiano. In questa chiave di lettura sostanzialmente eretica, l’archetipo è quell’elemento primigenio che perviene alla coscienza attraverso le modalità acquisite di norma e comportamento.

Ἀρχέτυπος il termine archetipo deriva dal greco (archetipos), immagine. Jung usa tale termine per definire un insieme di idee innate e predeterminate nell’inconscio umano. È la forma universale del pensiero dotata di un contenuto affettivo e simbolico che ha valore per il singolo individuo. Un elemento che lo condiziona nella vita quotidiana, nel modo di essere e comportarsi. Jung teorizza che l'inconscio alla nascita contenga delle impostazioni psichiche innate, quasi sicuramente dovute al tipo di sistema nervoso caratteristico del genere umano, trasmesse in modo ereditario. Tali impostazioni e immagini mentali sono quindi collettive, cioè appartenenti a tutti; Jung chiama questo sistema psichico inconscio collettivo, distinguendolo dall'inconscio personale che deriva direttamente dall'esperienza personale dell'individuo. La formulazione dell'archetipo è più volte ridefinita, precisata, approfondita da Jung.

L'inconscio collettivo, per Jung, è costituito sostanzialmente da schemi di base universali, impersonali, innati, ereditari che lui chiama archetipi. Di questi i più importanti sono: il «Sè» (il risultato del processo di formazione dell'individuo), l'«ombra» (la parte istintiva e irrazionale contenente anche i pensieri repressi dalla coscienza), l'«anima» (la personalità femminile così come l'uomo se la rappresenta nel suo inconscio) e l'«animus» (la controparte maschile dell'anima nella donna). Particolarmente rilevante è l'archetipo femminile che chiama anima o animus (nella sua controparte maschile). In sostanza Jung sposta sul piano inconscio alcuni condizionamenti culturali (religiosi e artistici) e ambientali, comuni a tutti gli individui di un certo gruppo, che Freud riteneva presenti invece nel Super-io della psiche umana.

Obbedienza all’archetipo

Secondo Jung l'archetipo non è solo quella fissa invariabile valida in tutte le latitudini del mondo, ma è anche quell’immagine primordiale che trova una rispondenza diretta con segni, simboli e mitologie collettive (le figure/archetipi universalmente codificate della madre, del vecchio etc.); in questo senso si può affermare che l’archetipo è la parte emergente d'un sommerso, la punta dell’iceberg, che condiziona le direzioni variabili di un modus vivendi individuale esaudito all’interno del contesto sociale.

I percorsi dell’esperienza si sedimentano nella coscienza esprimendosi in azione e comportamento sociale istituito su modelli, schemi comportamentali secolarmente precostituiti. Quest'omologazione del pensiero e del comportamento condurrà alla riflessione su quanto la presenza dell'archetipo tenda a rinsaldare e consolidare le regole di un determinato conformismo sociale.

Pierre Janet e Sigmund Freud

La psicanalisi di Freud è stata in gran parte anticipata da lo psicologo francese Pierre Janet (1859-1947). Janet anticipò molte delle teorie di Freud elaborando, dall'osservazione diretta su pazienti isterici, un concetto di inconscio molto simile a quella che verrà presentato sia da Freud che da Jung. Nei suoi studi sulla psicotraumatologia Janet anticipa Sigmund Freud le interazioni tra trauma psichico e predisposizione costituzionale.

Jung e le carte dei tarocchi

Freud rivoluzionò la concezione dell'uomo paragonando la psiche ad un iceberg. Secondo la metafora dell'iceberg, la parte emergente dall’acqua rappresenterebbe la mente conscia mentre la parte al di sotto delle acque, rappresenterebbe l'inconscio. Freud ritene che l'inconscio con i suoi ricordi, i suoi desideri, i suoi impulsi, influenzi gran parte dei comportamenti umani. Jung oltrepassa tali affermazioni analizzando l'oceano in cui l'iceberg è immerso, quel che Jung definirà come inconscio collettivo che è tutto il materiale psichico archetipico impersonale che influenza l'esperienza del soggetto.

Jung parla di un “secondo sistema psichico di natura collettiva, universale, ed impersonale identico in tutti gli individui”, sistema che non si costruisce e non si sviluppa come singolo ma piuttosto viene ereditato dalla collettività, è “un deposito di tutte le esperienze umane fin dall'inizio dei tempi”. Da tali affermazioni Jung inizierà ad approfondire il rapporto tra l'archetipo e le figure simboliche degli Arcani Maggiori. In questo senso la figura che appare nelle carte dei Tarocchi è una sorta di archetipo, di fatto un vettore energetico che centralizza un insieme di forze e tensioni.

Jung a lungo studiò i valori simbolici dei Tarocchi che diverranno uno strumento indispensabile per l'analisi della natura dell'inconscio collettivo. Infatti si può dire che i Tarocchi rappresentino per Jung degli archetipi di trasformazione per alcuni versi simili a quelli presenti nell'astrologia, nell'alchimia e nel sogno. Nel 1933 Jung introduce il tema del Tarocco in un seminario sull'immaginazione attiva. Al riguardo Jung afferma: “Esse sono immagini psicologiche, simboli con cui si gioca, come l'inconscio sembra giocare coi suoi contenuti. Esse si combinano in certi modi, e le differenti combinazioni corrispondono al giocoso sviluppo degli eventi nella storia dell'umanità”.

Ulteriormente Jung prosegue la sua riflessione riferendosi ai colori, ai numeri e alle figure simboliche che compaiono sulle carte, come il sole, l'appeso, la torre che crolla o la ruota del destino; afferma Jung: “Queste sono una sorta di idee archetipiche di natura differenziata, che si mescolano ai componenti ordinari del flusso dell'inconscio, e perciò è adatto ad un metodo intuitivo che ha lo scopo di comprendere il flusso della vita, forse anche predire eventi futuri, eventi che si presentano alla lettura delle condizioni del momento presente”.

Jung paragonò le carte dei tarocchi all'I Ching sottolineando la loro efficacia non tanto come strumento per predire il futuro quanto come mezzo utile per comprendere il presente: “L'uomo ha sempre sentito la necessità di trovare un accesso attraverso l'inconscio al significato di una condizione presente”. In quest'ottica le carte dei tarocchi secondo Jung possono aiutare l'uomo attraverso le immagini a fissare la comprensione del presente nei suoi aspetti più inconsci.

Fuori dal recinto

I principi normativi del buonsenso, del plauso e del consenso collimano con il riconoscimento, l’adesione ed obbedienza ad archetipi comuni. Non rispettare i princìpi, le norme derivanti da archetipi collettivi equivale di fatto ad essere, porsi fuori dal recinto sociale. Il recinto è la protezione sociale offerta dalla collettività, ovvero da un insieme di individui che si muovono, vivono ed agiscono obbedendo alle logiche di determinati princìpi, regole comuni.

In una tensione continua tra omogeneo ed eterogeneo, tra obbedienza e ribellione, si delinea la figura dell’artista, colui che è maggiormente irrequieto, insofferente rispetto ai vincoli imposti dall’esterno. L’artista è colui che predilige vivere all’interno di un melting pot, un mescolamento di culture, una tensione di azioni e intendimenti attuati sotto il segno della mutazione di scenari esistenziali.

Tra obbedienza e trasgressione

Per Jung l’archetipo è radicato nello psichismo umano, diviene evidente nel suo modo di vivere e relazionarsi. Nella teoria degli archetipi junghiani esistono figure che oltrepassano la valenza simbolica manifestandosi nella vita dell’individuo. Secondo Jung gli archetipi sono “modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana”, sono concetti, istinti primordiali insiti nella psiche umana. In quanto tali si manifestano in ogni esperienza dell’uomo, in ogni cultura esprimendosi nei miti.

Nell’Io sociale, la presenza dell'archetipo irrompe nell’esistenza individuale condizionando azioni e pensieri che rinsaldano l’appartenenza a codici e regole antropologicamente predefiniti (sotto forma di “forma mentis”, valori etc.) mutuati dalle generazioni precedenti. Il divieto di trasgredire è sintomo di un addomesticamento degli istinti. Ogni individuo sociale inconsapevolmente obbedisce ed è condizionato dalla logica di determinati archetipi tradotti sotto forma di valori tradizionali e sociali: un sistema complesso di regole rinsalda la tenuta sociale dell’individuo divenendo realtà speculare di ciò che il soggetto è, rappresenta all'interno d'una rete ambientale.

Generalmente si ha timore a trasgredire quel confine normativo invisibile: è la stessa ansia che taluni avvertono nel mantenere una certa “forma” magari per non far brutta figura proprio perché si ha una sorta di timore dell’altrui giudizio e quindi ci si modera, si adegua il comportamento a seconda di colui con cui si ha a che fare. Sono nient’altro che tensioni emotive dettate dal timore di un giudizio collettivo; per questo taluni preferiscono indossare “maschere sociali”, di pura convenienza infarcite di buonismi e conformità agli archetipi, pur di non sfigurare, essere additati. E questo perché essere fuori dal recinto delle regole e dell'ordine precostituito è generalmente ritenuto un marchio infamante.

Chi non obbedisce è colui che verrà bollato come diverso. Diverso nei modi di fare, vestire, osare dire cose contrarie ad un conformismo comunque imperante verrà condannato, bándito dalla comunità; chi per propria scelta si pone fuori dal recinto delle regole è considerato come pericoloso per la collettività, a priori giudicato, condannato come essere destabilizzante, sovversivo dell'ordine precostituito, o semplicemente giudicato come soggetto borderline e come tale deve essere “curato”, controllato dalla compagine sociale. L'archetipo si pone al vertice di una piramide normativa valida per la collettività. Quest’ultima obbedisce alle regole strutturate sulla natura stessa di archetipi tramandati di generazione in generazione e che agiscono assertivamente sulla coscienza dell’individuo, trattenendolo, detribalizzando attraverso modalità di puro addomesticamento degli istinti. Il conformismo sociale agisce come regola collettiva di comportamento. Vengono rispettati archetipi comuni e in nome di questi verranno immolati sogni e desideri, sono proprio i sogni che ci fanno entrare in contatto con gli archetipi.

Archetipi universali

In quanto somma ultragenetica e comportamentale del mondo che c'ha preceduto, tendiamo a muoverci, comportarci come quelle oche che seguivano il cammino dell’etologo e zoologo austriaco Konrad Lorenz. In un certo senso si può affermare che a livello comportamentale deriviamo dall'ambiente originario una sorta di imprinting che tenderà a sedimentarsi nel tempo modificandosi grazie all’interazione di fattori esterni (cultura, frequentazioni, mode, esperienze etc.); da quest’osmosi si getteranno le basi di un modus vivendi collettivo (e talvolta) universalmente valido: le profonde radici degli archetipi collegano, secondo differenti modalità esperenziali, come un flusso invisibile uomini e culture nelle differenti parti del globo.

Se l'antropologia afferma il suo primato nell’individuazione tra differenti razze e culture, sarà proprio la presenza di alcuni archetipi intesi come valore individuale primordiale, che costituirà una costante comportamentale universalmente valida. L'archetipo è quell'immagine sotterranea, il nesso causa/effetto che all’improvviso frena la volontà dell’individuo; è ciò che langue nel profondo Io inapparente, l'ombra nascosta dal profilo della coscienza diurna. In modo del tutto inapparente l’archetipo esiste e vigila, determina lo stato e le azioni di una coscienza mobile e reattiva.

L'archetipo è regola indotta, per alcuni diviene figlio del consenso, dei buoni princìpi a cui è vietato contravvenire. Per altri è un limite di cui si può comodamente fare a meno. Obbedire ad un archetipo è comunque scomodo soprattutto quando saremmo tentati di fare di testa nostra, seguire altri cammini sicuramente più avvincenti ed avventurosi. Gli archetipi si intersecano tra loro. Le singole azioni, comportamenti sono il riflesso speculare di un lungo apprendimento iniziato con la nascita.

Archetipi e immagini archetipiche

L’archetipo fonda la sua natura su un sistema di immagini individuate da Jung che parte proprio dallo studio comparato delle mitologie, reinterpretando i materiali simbolici prodotti dai pazienti; da questi studi, Jung postulò l’esistenza di un inconscio collettivo. Partendo dalla convinzione che nello spazio psichico di un individuo si attivano anche contenuti inconsci (non derivabili dall’esperienza soggettiva e oggettiva) che riproducono forme arcaiche comuni all’umanità fin dai tempi più remoti e appartenenti alle differenti culture. Queste forme universali ed ereditarie della psiche che Jung individuò come archetipi. Nel corso degli anni la ricerca junghiana si concentrò in particolare su un gruppo di figure - la Madre, il Senex, il Puer, il Briccone, l’Ombra, l’Anima, l’Animus, il Sé - alcune delle quali, secondo Jung, svolgerebbero anche un ruolo centrale nella dinamica evolutiva della psichiche individuale.

Gli archetipi si attivano in concomitanza con situazioni di vita ripetute incessantemente fin dagli albori della Storia. I mitologemi sono un perfetto esempio di contenuti archetipici: sono immagini archetipiche quelle degli dei dell’Olimpo; le gesta degli dèi o degli Eroi sono modelli archetipici. Jung maggiormente esplora le capacità narrative, allusive e simboliche, mitopoietiche di due figure archetipiche del femminile, la Grande Madre e l’Anima: la Grande Madre rimanda all’immagine mentale della Terra/Natura dispensatrice di vita, di morte e di rinascita.

È chiaro che talune immagini dell’arte tradiscano in maniera inequivocabile un simbolismo di matrice archetipica come ad esempio nella raffigurazione della Natura in Van Gogh, fino a “Campo di grano con corvi” o nella raffigurazione di situazioni e personaggi carichi di motivi archetipici come il tema della fanciulla liberata dal drago, le figure di Eva, Elena o Maria nella pittura dal Quattrocento. Seppur con necessari distinguo storici, si analizzerà quanto l’archetipo sopravviva tra Otto e Novecento sia come presenza simbolica che come vera e propria metafora di un linguaggio dentro un altro linguaggio che nasce e si struttura in un arco temporalmente esteso che attraversa come una meteora la crisi del XIX secolo per espandersi oltre, a macchia d’olio, dalle avanguardie storiche fino alle neo-avanguardie degli anni '60 per approdare fino alle recenti correnti oggettive contemporanee.

Di fatto, sembra quasi naturale riconoscere nei traslati dell’arte le quattro funzioni simboliche junghiane che caratterizzano le forme archetipiche: pensiero, sentimento (funzioni razionali), sensazione, intuizione (funzioni irrazionali). Queste quattro funzioni non sono assimilabili ad un unico princìpio valido per tutti gli aspetti della creatività: si potrà riscontrare nella produzione visiva del tardo Ottocento là dove la ridondanza di archetipi e componenti simboliste si scorge immediatamente tra le pieghe malate di un Arnold Böklin o tra gli artisti visionari dei Deutsch-Römer.

Da Jung per uccidere Jung: l'archetipo e il suo doppio

È storicamente inflazionata la ricerca compiuta sul binomio arte/psicanalisi: lo stesso Freud ne dà ampia dimostrazione nel suo saggio del 1914 sul Mosè di Michelangelo e più oltre risulta illuminante il testo di Jung su Picasso del 1932. Il connubio arte e psiche diverrà parte antinomica del binomio arte e archetipo. Per azzardare un tipo d’analisi comparata bisogna resettare ogni regola preconcetta, definizione di stile o tendenze; di fatto per comprendere è necessario uccidere l'archetipo storico così come l'intende Jung.

In un universo fatto di velocità, osmosi e trasmutazione, l'archetipo oggi potrebbe apparire come retaggio farraginoso, forse un inutile peso per l’artista del Terzo Millennio. Solo analizzando un terreno di derive e conflitti, modificazioni e slittamenti si arriverà a decifrare la cifra di una contaminazione culturale e linguistica che ha saputo recuperare e rinvigorire la natura dell’archetipo visivo esprimendolo in una forma complessa, carica di riferimenti ed allocuzioni narrative come appare nel lavoro di alcuni artisti contemporanei. Questa costante archetipale che nasce e si sviluppa sotto il segno della mutazione è una costante linguistica evidente non solo nell'arte ma in altri linguaggi: dalla comunicazione mediatica, alla pubblicità.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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