III.1 – LA DEMOCRAZIA E LE SUE VARIETA'.
Paradosso di Condorcet.
La teoria della scelta sociale è una branca delle scienze sociali che si occupa di definire le regole che descrivono e
governano l'aggregazione delle preferenze individuali nel tradursi successivamente in una decisione: dimostrando che,
purtroppo, spesso non è possibile osservare preferenze nette e che quindi sono necessari dei correttivi. Assumere
un'ottica deontologica significa anche ammettere che nessun processo decisionale è perfetto e analizzare piuttosto le
risposte che le varie istituzioni del mondo danno per correggere tali imperfezioni nella regola della maggioranza, con le
loro relative implicazioni.
Il paradosso di Condorcet dimostra la difficoltà di prendere decisioni che riflettano in modo realistico le preferenze di
una maggioranza: un insieme di individui con preferenze razionali non ha necessariamente preferenze razionali quando
agisce come gruppo. Ovvero, la razionalità individuale non è sufficiente ad assicurare la razionalità di gruppo. E'
possibile che emerga un cosiddetto vincitore di Condorcet, ma questo non è comunque garantito (ed è tanto più
comune in situazioni decisionali semplici) perché una determinata preferenza non può essere la stessa per tutti e si può
quindi non giungere a una conclusione nel processo decisionale.
Un individuo per considerarsi razionale deve avere un ordinamento di preferenze completo e transitivo. La
completezza avviene quando può confrontare ogni coppia di elementi (x e y) in un insieme di risultati coerenti
(preferisce x a y, preferisce y a x, è indifferente tra i due); la transitività avviene invece quando ordinando le preferenze
per qualsiasi valore nell'insieme dei risultati (x, y, z) è il caso che se il primo è strettamente preferito al secondo e se il
secondo è strettamente preferito al terzo, di conseguenza il primo è strettamente preferito anche al terzo (x > y e y > z,
quindi anche x > z). Tali preferenze devono intendersi come deboli (strettamente preferite, anche se è possibile che
esista una condizione di indifferenza tra due valori; ma è richiesta comunque almeno una preferenza tra tutti i valori).
Il paradosso di Condorcet dimostra che non è possibile ottenere tali requisiti di completezza e transitività (quindi, la
razionalità) in un processo decisionale collettivo.
Immaginiamo tre coinquilini (A, B, C) che devono decidere quale serie vedere in streaming (x, y o z), e si affidano in
tal senso alla regola della maggioranza: quella preferita da una maggioranza sarà anche quella scelta dal gruppo. Essa
però è problematica e inapplicabile nel momento in cui non ci sono almeno due persone che preferiscono una delle tre.
Questo si osserva chiaramente nell'ordinamento di preferenze:
A: x > y > z; B: y > z > x; C: z > x > y
Tale ordinamento è sicuramente razionale (transitivo e completo) per tutti e tre gli individui, ma le preferenze sono
sistematicamente diverse. Supponiamo allora di confrontare ciascuna alternativa a coppie, in un torneo round-robin (o
girone all'italiana) per cui vince l'alternativa che vince il maggior numero di confronti a coppie: tale meccanismo è
frequentemente utilizzato dai parlamenti di tutto il mondo nel loro processo decisionale.
Round 1: x vs y; Round 2: x vs z; Round 3: z vs y
Tuttavia, i confronti a coppie rivelano un distinto vincitore in ogni round e quindi l'assenza di un vincitore di Condorcet,
con conseguente stallo decisionale: qualunque proposta venga fatta vi sarà sempre una maggioranza diversa, e ogni
alternativa gode della stessa maggioranza. L'appello alla maggioranza, in definitiva, porta con sè diversi problemi.
In un secondo esempio, tre consiglieri
comunali (destra, sinistra, centro) devono
decidere se incrementare i servizi sociali,
diminuirli o mantenere il livello di spesa
corrente (I, D, C). Osserviamone gli
ordinamenti di preferenza.
Supponiamo che i consiglieri votino,
secondo il torneo round robin, su tutti i
possibile confronti a coppie delle alternative
utilizzando la regola della maggioranza, e
scegliendo come scelta del gruppo
l'alternativa che vince il maggior numero di
confronti: ne risulterebbe che, anche in
questo caso, ogni alternativa è supportata
da una maggioranza che risulta però essere
sempre dello stesso numero delle altre,
senza giungere quindi ad alcun vincitore di
Condorcet (quell'alternativa che batte tutte
le altre in una serie di confronti a coppie).
Questo insieme di preferenze, in
combinazione con questa procedura,
produce maggioranze cicliche: una
condizione di instabilità decisionale in cui è
necessario porre delle regole per uscirne.
Tale processo, idealmente infinito, continua
fino a che non si blocca la possibilità di
fare emendamenti, cosa che nei parlamenti avviene tipicamente (contingentamento dei tempi) come soluzione alle
problematiche connesse alla regola di maggioranza.
I problemi della regola della maggioranza emergono allora: quando ogni alternativa ha una sua maggioranza, quando
non esiste un vincitore di Condorcet e quando le maggioranze del gruppo sono intransitive e di conseguenza non stabili,
oppure quando questo risultato è determinato dalle regole del gioco.
Paradosso di Condorcet – Il caso Brexit.
Il caso Brexit può essere pensato come effetto nella realtà del paradosso di Condorcet: in particolare, i cittadini
britannici si sono espressi su tre opzioni distinte in materia di uscita dall'Unione Europea. L'opzione 'remain' è stata
bocciata dal referendum del 2016, quando i cittadini si sono espressi per l'opzione 'leave' con un margine minimo di
voti; l'opzione 'no deal' è stata bocciata successivamente dal parlamento mentre il 'May deal' ha avuto una serie di
criticità annesse.
Risulta da questi sondaggi che una maggioranza dei cittadini preferisce 'remain' a 'May deal', 'remain' a 'no deal' ma che
poi 'May deal' prevalga su 'no deal', con una conseguente maggioranza ciclica che non è mai univoca. Le istituzioni,
allora, sono chiamate a scegliere: successivamente al referendum, su cui i cittadini si sono espressi, è il governo a
prevedere modalità e termini per l'accordo di uscita; questo richiede delle procedure e dei correttivi istituzionali.
Di fatto, tale caos dei cittadini si è poi riflesso nelle istituzioni, viste le vicende successive che hanno visto le dimissioni
del premier May e l'ascesa di Johnson.
Il problema del paradosso di Condorcet.
La probabilità di intransitività di un gruppo emerge secondo la seguente funzione: f (m; n). Dove m è il numero di
alternative presente, ed n il numero di votanti presente. Si osservi allora che quando il numero delle alternative o dei
votanti è grande, di conseguenza le maggioranze cicliche saranno più probabili (si parla sempre in termini
probabilistici). Dal momento che l'esito è probabilistico, è possibile che la regola della maggioranza generi risultati
fortunati, ma coerentemente a questo rapporto può generarne di instabili. In generale, nella realtà
delle decisioni politiche, il
paradosso si verifica di
continuo: dal momento che
molte decisioni in
democrazia includono molti
votanti e alternative, ne
corrisponde un'instabilità
politica anche ricorrendo al
torneo round-robin.
Un'alternativa che sostituisce lo status quo può a sua volta essere sostituita da una nuova alternativa, in un processo
idealmente infinito. Eppure, nella realtà, non si osserva tanta instabilità politica quanto il paradosso di Condorcet
suggerirebbe: lo affermano studiosi e si osserva chiaramente dal continuo formarsi di governi e di emanazioni di leggi
(tra le 3000 e le 5000 a legislatura), con alle loro spalle decine di migliaia di votazioni.
Decisioni di gruppo e istituzioni.
Il motivo per cui spesso si osserva stabilità decisionale è la presenza di meccanismi di stabilità istituzionale che legano
l'istituzionalità del processo:
- Una qualche variazione nella regola di maggioranza (come il Metodo di Borda)
- Un organizzatore dell’Agenda (Agenda Setter), compito solitamente assolto dai presidenti delle camere dei
parlamenti
Entrambi sono però interventi che limitano la democraticità del processo, in quanto problematici dal punto di vista etico
e normativo (rendono di fatto manipolato il processo decisionale): si pone allora un inevitabile trade-off tra limitarne la
democraticità e introdurre delle regole per poter prendere decisioni di gruppo.
Metodo di Borda. Il Metodo di Borda consente agli
elettori di elencare un
ordinamento completo di
preferenze e quindi assegna, a
ciascun elemento di tale
ordinamento, un valore crescente
che riflette le preferenze
dell'individuo in questione;
l'alternativa con il punteggio più
alto vince.
Come nell'esempio, si assegnano
allora dei numeri ordinali che
riflettano l'ordine di preferenza
(1, 2, 3): la somma risulta tuttavia essere, in tutti i casi, 6. Allora, il Metodo di Borda non è in questo caso efficace
perché non produce un risultato chiaro. In realtà, viene utilizzato raramente, pur esistendo anche nei contesti elettorali.
Se immaginiamo vi sia la libertà di
produrre nuove alternative, prendendo in
considerazione quindi una quarta
opzione riguardante i tagli della spesa
futuri (FT), anche questa dovrà essere
transitiva e completa per essere
razionale. Una volta inserita negli
ordinamenti di preferenza, tuttavia,
questa non modifica gli ordinamenti precedenti, nè è prima preferenza di nessuno degli attori. In altre parole, si tratta di
un'alternativa irrilevante: il suo inserimento non modifica l'ordinamento delle preferenze esistenti; ma si può invece
utilizzare questa alternativa per produrre un chiaro ordinamento di preferenze nel gruppo secondo il Metodo di Borda.
Si osservi, tuttavia, che il Metodo di Borda non è dunque indipendente dalle alternative rilevanti per poter, attraverso
questo, tradurre preferenze di gruppo in una decisione: modifiche alle regole decisionali di un gruppo possono cambiare
la decisione finale, producendo un risultato stabile laddove questo non esisteva. Ma l'alternativa irrilevante, introdotta
arbitrariamente nel processo decisionale, non è la prima scelta di nessun votante (dal momento che non modifica gli
ordinamenti di preferenze) e questo è normativamente problematico.
Agenda setter.
E' possibile che uno degli attori abbia il potere di decidere l'ordine in cui le votazioni si svolgono e di contingentare i
tempi, influendo così nel processo decisionale. L'agenda è un piano che determina l'ordine del giorno: in altre parole,
l'ordinamento di preferenze e delle votazioni a maggioranza di tali preferenze. Immaginando più turni, le opzioni che
risultano sconfitte nei primi turni con il confronto a coppie verranno scartate definitivamente, con conseguenti
implicazioni nell'esito. Se gli attori votano per la loro "alternativa più
preferita", allora ciascuno dei possibili confronti a
coppie produce un risultato diverso. Ma se gli
attori votano in modo sincero, rispettando il loro
ordinamento di preferenze, chi ha il potere
d'agenda riesce a far convergere il gruppo verso la
sua preferenza: il sistema di regolazione delle preferenze viene allora guidato verso la scelta che rappresenta
l'alternativa preferita di chi ha questa facoltà. A seconda dell'orientamento dell'organizzatore dell'agenda, questo potrà
far convergere il gruppo verso la sua preferenza: "Chiunque abbia il pieno controllo del potere d’agenda di un
comitato/gruppo che decide con la regola di maggioranza [...] è in grado di portare la decisione collettiva verso un
qualunque esito predeterminato" (McKelvey 1976). Esiste sempre un'agenda in grado di
produrre l'alternativa preferita di ogni
attore. Allora, chi possiede il potere
d'agenda può arrivare a comportarsi ed
essere percepito come un dittatore: la sua
azione è, di fatto, antidemocratica e
normativamente problematica, perché
guida un processo decisionale sequenziale
che scarta delle alternative. Dare così tanto spazio a un singolo attore significa rendere meno equa la regola della
maggioranza, che si basa sull'equità: questo è un paradosso nella sua applicazione.
Per riassumere, una ragione per la quale la politica sembra essere più stabile di quanto si potrebbe prevedere alla luce
del paradosso di Condorcet è che è data, ad uno o più attori, la possibilità di organizzare l’agenda. Se questo è vero,
allora la stabilità è stata raggiunta a scapito dell’equità (in quanto l’organizzatore dell’agenda si comporta come un
"dittatore" – viene sempre scelta la sua alternativa preferita).
Agenda setter – Il voto strategico.
Secondo il teorema di Gibbard-Satterthwaite, ogni procedura di voto applicata a più di due mozioni è manipolabile,
ovvero offre ad almeno un membro del comitato/gruppo qualche vantaggio a non esprimere sinceramente la propria
preferenza. E' possibile che, per far fronte al potere di cui dispone il direttore d'agenda, gli attori scelgano di votare in
modo strategico o sofisticato: rinunciando di fatto alla propria alternativa, si intende ottenere un risultato 'intermedio'
ma più facilmente raggiungibile dato il contingentamento creato dal potere d'agenda. Un voto strategico è un voto con
il quale un individuo non vota a favore della propria opzione preferita (ovvero in modo sincero) perché ritiene che in
questo modo otterrà alla fine un risultato migliore rispetto a quello che otterrebbe agendo altrimenti.
Se ad esempio il consigliere di centro avesse il potere d'agenda (C>D>I), se tutti votassero sinceramente l'esito
risulterebbe mantenere il livello di spesa corrente (C), perché D vincerebbe un primo confronto con I per poi perdere
con C. Ma per contrastare il potere del consigliere di centro, è possibile che il consigliere di destra pensi strategicamente
di allearsi con il consigliere di sinistra, sostenendo entrambi di aumentare il livello di spesa corrente (I) e facendo
vincere questa opzione in entrambi i conflitti a coppie (nonostante il fatto che il consigliere di destra abbia una
preferenza "sincera" per D). In questo modo, il consigliere di destra otterebbe la sua seconda opzione preferita evitando
la peggiore, e anche il consigliere di sinistra ne gioverebbe vedendo vincere la sua prima opzione, a scapito del
consigliere di centro che detiene il potere d'agenda. Ma questo comporta anche che si ritorni al paradosso di Condorcet,
in quanto il potere d'agenda è annullato: i correttivi al processo decisionale si rivelano allora necessari e determinano
l'enorme varietà istituzionale delle democrazie moderne.
Teorema del votante mediano.
Una terza modalità per produrre risultati stabili, nonostante la presenza di molti votanti e un gran numero di alternative,
è quello di imporre delle restrizioni sulle preferenze che gli attori possono avere.
Secondo il teorema del votante mediano, nel confronto tra coppie di alternative condotto con la regola della
maggioranza, la proposta che corrisponde al punto ideale del votante mediano (preferenza a un solo massimo) batterà
sempre tutte le altre alternative e sarà pertanto un risultato stabile. Questo avviene se sono soddisfatti i seguenti
requisiti:
1. Il numero dei votanti (N) è dispari. Ordinate le osservazioni sulla base del loro valore (dal più piccolo al più
grande, ad esempio), la mediana è quel valore che divide esattamente in due la distribuzione. Se il numero dei votanti
(N) è dispari, la mediana corrisponde al termine che occupa il posto (n+1)/2; se invece il numero dei votanti (N) è pari,
la mediana corrisponde alla media tra (n/2) e (n/2)+1. Presupporre il numero dei votanti come dispari, allora, è una
semplificazione per la modellazione matematica: senza di esso non vi sarebbe un votante mediano, posizionato in modo
tale che vi siano un numero uguale di votanti su ciascun lato dello spazio politico. Questo perché con numero dei
votanti pari, la mediana avrebbe due valori, il che complica l'osservazione del teorema.
2. La dimensione politica lungo cui le preferenze sono disposte è una (unidimensionalità), ovvero le decisioni sono
prese su una sola questione politica. Se le differenze fossero distribuite su più di una dimensione politica, la situazione
si complicherebbe portando ad una condizione di caos decisionale. Certo considerare la politica solo in termini di
destra-sinistra può essere parzialmente fallace, ma è una somma di posizioni degli attori su tanti sottoinsiemi (fisici e
teorici) sull'idea di politica, che costituisce una chiara organizzazione utile alla presa delle decisioni.
3. Le preferenze dei votanti sono a un solo massimo (o a picco singolo), ovvero esiste un punto ideale nello spazio
politico e l'utilità (benessere) dei votanti declina se la politica si allontana da tale punto (man mano che ci si allontana
dal punto ideale, l'utilità diminuirebbe gradualmente). Questo tuttavia non si verifica sempre: è possibile che vi siano
ordinamenti di preferenze assolutamente razionali ma che violano il principio delle preferenze a un solo massimo. Ciò
comporta che, per ottenere risultati stabili, si restringa la libertà di espressione e quindi le preferenze dei votanti,
costringendole ad un solo massimo.
4. Si vota in modo sincero, senza ricorso al voto strategico e senza astensioni.
Assumendo che queste condizioni siano
soddisfatte e che esiste un'unidimensionalità
legata al livello di spesa pubblica, avremmo
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