Che materia stai cercando?

Riassunti per esame Comparazione e Uniformazione del Diritto

Il documento è frutto di un'accurata elaborazione personale, basata sullo studio del saggio di Bonell e del testo consigliato dalla docente, dell'università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea magistrale in studi europei.

Esame di Comparazione e uniformazione del diritto docente Prof. I. Ricci

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

UNIFICAZIONE LEGISLATIVA. Originariamente l'unificazione del diritto avveniva quasi

esclusivamente attraverso la creazione di una nuova legge scritta, o una convenzione. Ancora

oggi è la forma/tecnica più diffusa. Interessante è notare come, accanto al diritto nazionale, vada

affermandosi il diritto sovranazionale. L'esempio tipico – ma non l'unico - è costituito dal diritto

comunitario: attraverso lo strumento del regolamento (ha portata generale, è obbligatorio in tutti

i suoi elementi ed è direttamente applicabile) e della direttiva (vincola lo Stato membro a cui si

rivolge sul risultato da raggiungere, ma non sulle competenze in merito alla forma e i mezzi).

Quanto più una direttiva è redatta dettagliatamente e in modo preciso, tanto più assumerà

un'applicazione diretta (non concedendo margini di discrezionalità) al pari di un regolamento.

UNIFICAZIONE GIURISPRUDENZIALE. Un rimedio radicale per assicurare questo risultato consiste

nell'attribuire ad un tribunale internazionale la competenza a decidere in via preliminare le

questioni relative all'interpretazione. Nell'ambito dell'Unione europea spetta alla Corte di

Giustizia dell'Unione europea (CGUE) la competenza a pronunciarsi, su richiesta delle corti

nazionali, in ordine a questioni di interpretazione del diritto comunitario. Anche se le pronunce

della Corte di giustizia sono formalmente vincolanti soltanto nei confronti del giudice de quo, di

fatto gli effetti dell'interpretazione assumono una portata ben più estesa – qualsiasi altro giudice

nazionale dovrà seguire la precedente pronuncia, a meno che desideri adire la Corte. Tuttavia è il

modo in cui la Corte di giustizia ha saputo esercitare le sue prerogative a rendere il sistema

interessante: l'interpretazione delle singole convenzioni non si ferma al significato letterale ma

individua gli obiettivi perseguiti dalle disposizioni, con riguardo alla Convenzione nel suo insieme.

La Corte ha cercato sempre di fornire un'interpretazione autonoma che ricavasse il significato dei

singoli concetti in relazione alla stessa convenzione sottoscritta o nei Principi comuni ai sistemi

giuridici di tutti gli Stati contraenti, anziché da un singolo ordinamento nazionale (individuato, di

volta in volta, a seconda delle regole di conflitto).

Un'iniziativa significativa in tal senso è rappresentata dall'UNILEX: una banca dati creata e

continuamente aggiornata dal Centro di studi e ricerche di diritto comparato e straniero, con sede

a Roma. Un sistema intelligente di ricerca della giurisprudenza (seppur limitato alla Convenzione di

Vienna sulla vendita internazionale), nonché di alcuni saggi e monografie. Le pronunce sono

espresse attraverso abstracts, corredati inoltre da key words, soprattutto in lingua inglese ma

arricchiti da più opzioni linguistiche. Con UNILEX e altre iniziative si spera di disporre finalmente di

un sistema di raccolta completo in grado di contenere tutte le più importanti decisioni nazionali in

tema di diritto uniforme.

UNIFICAZIONE CONTRATTUALE. Si attua attraverso l'adozione di strumenti negoziali largamente

diffusi a livello internazionale o sovraregionale. Dietro una fitta rete di clausole standard, di

condizioni generali e di contratti-tipo si cela l'inadeguatezza dei diritti nazionali rispetto alle

nuove esigenze degli scambi commerciali internazionali. Inoltre quasi tutte le condizioni generali e

i contratti-tipo contenevano una "clausola compromissoria": conferiva, ad un organismo

arbitrale, la competenza esclusiva a risolvere una controversia che potesse insorgere. Alcuni

organismi internazionali si sono adoperati per cercare di rendere quanto più neutrali e equilibrati

tali commissioni arbitrali, senza essere suscettibili di pregiudizi o influenze tra i vari sistemi

giuridici. La Camera di commercio internazionale stipula una serie di clausole modello di consegna

(gli Incoterms, 1935 e 1990). Ora non si contano più le clausole, le condizioni generali e i contratti-

modello perché figurano ormai da tempo, accanto agli organismi privati, le stesse Nazioni Unite e

le sue singole agenzie specializzate (UNCITRAL, UNIDO, WIPO, ECE, IMO, ecc) nonché altre

organizzazioni intergovernative come il Consiglio d'Europa.

Ma qual è il rapporto che intercorre tra questo nuovo diritto autonomo del commercio

internazionale, o moderna Lex mercatoria, e il diritto uniforme a carattere legislativo? Anzitutto

bisogna riconoscere che il primo (il diritto autonomo del commercio internazionale) non è né

autosufficiente né sempre soddisfacente: le singole clausole e condizioni generali disciplinano il

più delle volte soltanto alcuni aspetti delle operazioni economiche. Invece di pretendere di

imporre una disciplina legislativa con autorità (la quale rischierebbe comunque di essere poco

elastica e lacunosa) si potrebbe continuare ad affidarsi a quelle regole "modello", ricercando un

carattere quanto più equo e neutrale, da sostituire agli strumenti unilaterali di origine nazionale.

UNIFICAZIONE DOTTRINALE. L'importanza della dottrina, in sede di interpretazione del diritto

uniforme esistente, risulta evidente; ma di unificazione del diritto ad opera della dottrina si può

parlare anche con riguardo a progetti scientifici. Un primo esempio è costituito dai Restatements

of the Law: dagli anni Trenta, negli Stati Uniti, l'élite accademica del paese (l'American Law

Institute) si pone l'obiettivo di esporre, redigere e aggiornare, in maniera sistematica, lo stato del

diritto nordamericano. Riassumendo i risultati delle articolate indagini in vere e proprie

proposizioni normative o black letter rules. Particolarmente significative sono poi due recenti

iniziative – simili ai Restatements of the Law, ma – avviate a livello sovrananzionale.

La prima iniziativa è circoscritta agli Stati membri dell'Unione Europea: propone l'elaborazione di

"Principi di diritto europeo dei contratti" (Principles of European Contract Law) che siano comuni a

tutti i paesi, o maggiormente seguiti. Nel 1995 è stata pubblicata la prima parte – incentrata

sull'adempimento o inadempimento dei rispettivi metodi – mentre la versione integrale sarà

pubblicata nel 1999 – comprensiva della formazione, dell'interpretazione, della validità e degli

effetti. I Principi costituiscono uno strumento importante, in particolare, per la Corte di Giustizia

nell'assicurare una maggiore uniformità nell'elaborazione e nell'interpretazione dei singoli

provvedimenti di diritto comunitario.

La seconda iniziativa, più ambiziosa, riguarda l'elaborazione dei "Principi dei contratti commerciali

internazionali" dell'UNIDROIT. Pubblicati nel 1994 rappresentano un codice del diritto dei contratti

con una vocazione universale, inteso a rispecchiare tutti i sistemi giuridici del mondo. L'ambito di

applicazione è circoscritto ai contratti commerciali internazionali (esclusi quelli dei consumatori e

quelli a carattere domestico). Si compongono di un Preambolo e di 119 articoli, suddivisi in 7

capitoli: Disposizioni generali (1), Formazione (2), Validità (3), Interpretazione (4), Contenuto (5),

Adempimento (6) e Inadempimento (7). Ogni articolo è correlato di commenti e, talvolta, di

esempi illustrativi per spiegare le ragioni su cui si fonda la regola enunciata. Essi sono stati accolti

positivamente e in alcuni paesi (tra cui la Federazione russa e gli Stati Uniti) sono stati scelti come

modello per la riformazione interna della legislazione legata ai contratti. Tradotti in una dozzina di

lingue (tra cui l'arabo e il giapponese) essi vengono sempre più frequentemente usati come guida

nella redazione dei contratti commerciali internazionali e scelti come Lex contractus. Infine, sono

molti i lodi arbitrali e le decisioni delle corti statali che si richiamano ai Principi UNIDROIT, sia come

strumenti di interpretazione sia come strumenti di integrazione.

Nella circolazione di modelli giuridici nell'ambito del processo di unificazione internazionale del

diritto si può distinguere una circolazione formale da una circolazione informale. La prima ipotesi

si verifica ad ogni iniziativa di unificazione legislativa del diritto: sia che si tratti di un atto emanato

da un'istituzione sovranazionale, sia che si tratti di uno strumento convenzionalmente

internazionale, la disciplina rappresenta una scelta deliberata da parte dei suoi autori. L'ipotesi,

invece, di una circolazione informale dei modelli è soltanto eventuale e si colloca in una fase

successiva. L'approvazione del testo di diritto uniforme e la sua incorporazione nei singoli

ordinamenti statali concludono soltanto una prima fase del processo di unificazione: per la sua

completezza e realizzazione si richiede che la normativa venga interpretata e applicata

uniformemente nei diversi paesi. È in questa ulteriore fase che può verificarsi una circolazione non

dichiarata di modelli. LIBRO MOCCIA

CAPITOLO I. ORDINAMENTO GIURIDICO APERTO

La Comparazione come educazione allo studio del diritto e di formazione del giurista; si pone il

compito di discendere ciò che è sostanza da ciò che è mera forma, nei diversi linguaggi giuridici.

Rappresenta una forma di conoscenza del diritto che fa perno sul carattere relativo del fenomeno

giuridico. Diretta a rintracciare e svelare i lineamenti essenziali di una tradizione giuridica europea,

alla considerazione dei tratti caratterizzanti dello Ius commune (del diritto romano e canonico)

nell'esperienza continentale.

Il problema dei rapporti civil law-common law si configura come una sfida propria

dell'integrazione europea (quali strumenti, quali forme e quale educazione/formazione impartire

al giurista?). L'idea divisiva di comparazione nasce in Inghilterra in epoca medioevale: l'espressione

civil law assumeva una connotazione spregiativa per indicare il diritto imperiale (imperial law). Il

pregiudizio nazionalistico, nello schema di un'eroica resistenza del diritto patrio (common law)

contro la ricezione di un diritto percepito come straniero (civil law). Sin dai tempi medievali, la

prassi giurisprudenziale ricorreva però alle autorità continentali (continental authorities) per la

soluzione di casi dubbi o nuovi – in assenza di norme del diritto interno – permettendo alle fonti

romanistiche di essere adoperate anche nelle corti di common law. È però vero che il principio del

judge-made law del diritto continentale, fino alla metà dell'Ottocento, spiega importanti motivi di

comunanza culturale e professionale con il diritto inglese (come la regola del precedente e il

reclutamento dei giudici tra i ranghi più alti dell'avvocatura). In questa stessa prospettiva è stata

avanzata l'idea di una revisione del modo d'intendere la classificazione degli ordinamenti giuridici,

rivisitando la storica dicotomia civil law-common law. Con la nascita dei moderni ordinamenti

statali ogni Stato rivendica e definisce la propria autorità sovrana, con dei propri organi

giurisdizionali, nonché l'esigenza di uniformazione interna del diritto su base nazionale.

La storia del diritto comparato segue tre fasi o periodi principali: la ricerca di concordanze tra

ordinamenti giuridici (1500-1800); la chiusura dell'ordinamento entro lo stato-nazione, di diritto

domestico (dalla fine dell'800 alle due guerre mondiali); la comparazione come antidoto al

dogmatismo, motivi di universalismo, e quindi l'interesse verso le componenti storiche e culturali,

non solo quelle normative.

L'espressione diritto comune europeo e comparato, coniata da Gorla, sta ad indicare una

sostanziale somiglianza delle tecniche interpretative e argomentative, oltre ad una convergenza di

regole e principi al livello continentale. Questo diritto comprendeva, oltre al corpus iuris

giustinianeo, anche altre fonti quali il diritto feudale e il diritto dei rapporti commerciali; assieme

alle fonti, comprendeva anche l'interpretatio, le consuetudini e le prassi, le opere dottrinali e gli

atti legislativi in genere. Ogni qualvolta non si potesse raggiungere la decisione di un caso concreto

– per mancanza o incertezza delle fonti interne – giudici e avvocati facevano ricorso a principi

rinvenibili alla luce della Communis opinio dei precedenti giudiziali dei grandi tribunali (di altri

paesi). Fare ricorso alla legge di un paese vicino (Lex alius loci) al fine di raggiungere una soluzione

ritenuta migliore o più adatta; in associazione con l'idea di ordinamento giuridico aperto che

riflette un fenomeno per sua natura transnazionale, soprattutto nei suoi modi di interpretazione.

Il metodo della comparazione per trovare norme e prassi più comunemente seguite, per

esaminare la conformità con norme e prassi locali applicabili sul medesimo punto (se esistenti).

Rivolgersi alla Communis opinio per ovviare alla presenza di lacune e dubbi interpretativi, anche

attraverso la Lex alius loci come fonte integrativa. La comparazione sia come forma di

comunicazione tra giuristi sia come armonizzazione delle regole e i principi tra i diversi

ordinamenti. L'assetto degli ordinamenti giuridici aperti verrà travolto dalle correnti positiviste e

nazionaliste degli inizi del Novecento, con la conseguente frammentazione in sistemi chiusi.

In relazione all'uniformazione tra i diritti dei paesi membri dell'Unione europea e alla formazione

di una figura di giurista europeo si può affermare che ciò dipenderà non tanto dal livello

quantitativo di armonizzazione della disciplina giuridica quanto dalla diffusione dell'approccio

comparativo e dei suoi strumenti come modalità di superamento delle barriere nazionali nel

campo in specie dell'educazione giuridica. Nella riflessione sulla formazione di un giurista europeo

la teoria gorliana – sugli ordinamenti giuridici aperti, anche detti ordinamenti comunicanti –

assume un significato particolare: una civiltà del diritto sentito come patrimonio di regole, principi

e valori comuni al mondo europeo (nel Settecento era considerato un sinonimo di mondo civile,

civilis orbis). Sempre all'interno della teoria gorliana è possibile distinguere i giuristi illiberales,

chiusi nelle leggi e nella prassi del proprio diritto locale, e i giuristi liberales, che praticano

l'ordinamento aperto e comunicano a livello europeo.

CAPITOLO II. DIRITTO E GIURISTA EUROPEO.

Il cultore di comparazione giuridica odierno vive una condizione affascinante, quanto faticosa,

dovendo relazionarsi con un diritto apolide (dovendo 'essere senza appartenere'). Viene,

piuttosto, proposta l'immagine della comparazione giuridica come ponte che unisce tra loro due

mondi distanti, illustrando l'esempio di Istanbul e delle due rive del Bosforo. I giuristi comparatisti

devono essere quindi dei pontificies, nel senso etimologico di 'costruttori di ponti'; un'idea di

comparazione intesa soprattutto come modalità comunicativa. L'immagine del ponte rimanda

all'idea di una visione globale (spaziale più che territoriale), all'impegno di porsi sopra al proprio

orizzonte di riferimento. Nell'opera di Montesquieu si sottolinea come le leggi e le istituzioni dei

diversi popoli dipendessero, tra di loro, da una molteplicità di fattori di natura (il clima e la

conformazione fisica di un determinato paese) e di cultura, dal principio che regge il governo

(monarchico/dispotico/aristocratico/oligarchico/democratico), dallo stile di vita dei suoi abitanti,

come dalla religione e i costumi: tutti fattori assolutamente peculiari di un certo contesto, e per

questo non trasferibili. Le molteplici variabili che costituiscono l'identità stessa di quel popolo

vengono sintetizzate come l'essenza, l'Esprit du loi, il diritto al di sotto della struttura statale. Lo

stesso Montesquieu invita a non adoperare l'approccio comparativo solo per possedere uno

sguardo d'insieme capace di cogliere ed individuare le diversità tra società ma, piuttosto, di

guardare oltre questa relatività di visione per cogliere la globalità dell'esperienza sociale e

culturale che ne viene espressa. Siamo quindi esortati ad abbandonare il pregiudizio di una visione

eurocentrica, fondata su un rapporto asimmetrico tra la civiltà occidentale e quella orientale: il

pregiudizio di cui si parla è del medesimo genere di quello che ha indotto in tempi recenti a far

temere uno "scontro tra civiltà" (la nostra di matrice giudaico-cristiana e le altre, quella islamica e

quella cinese). L'idea della comparazione come ponte torna di nuovo utile per ribadire la necessità

di un punto di osservazione globale che ponga uno sguardo universale sui nessi tra società, cultura

e diritto.

Ogni modello di società implica un minimo essenziale di normatività (un insieme di regole che

disciplinano i comportamenti e le relazioni): dalle società primitive, alle società moderne e

industrializzate, come le società caratterizzate da fenomeni che ne accrescono la complessità

(come i fenomeni migratori). L'assunto di base rimane il medesimo: costituito dalla possibilità di

una qualsivoglia forma di equiparabilità e quindi comparazione tra gli assetti normativi, per

quanto disparati. Tra i tanti modi di concepire il diritto, si richiede di adottare uno sguardo

cosmopolita, capace di abbracciare la realtà contemporanea – composita e complessa. Il

cosmopolitismo cessa di essere una semplice idea razionale per trasformarsi in uno strumento

reale e concreto. Allargare lo sguardo significa abbandonare il punto di vista metodologico del

cosiddetto “nazionalismo metodologico”: occorre avviare una riflessione autocritica per

comprendere alcuni fenomeni e le loro implicazioni, fuori dalla cornice territoriale domestica.

Consiste nell'abbandonare una logica oppositiva dell'aut…aut, per affidarsi ad una logica duale

inclusiva e conciliativa del et…et, che rappresenti una distinzione inclusiva. Si parla di

complementarietà anziché di dicotomia. Una forma armonizzante di ragionamento che non si

limiti o rassegni all'evidenza delle differenze ma che sappia farla evolvere e superarla.

Un settore tipico di questo dualismo, nella storia del diritto europeo, riguarda il modo di intendere

i rapporti civil law-common law. La contrapposizione cessa di essere una linea di confine tra due

culture antagoniste, per essere interiorizzata. Civil law e Common law non più esaminate in

quanto sistemi di diritto ma in quanto atteggiamenti e modi culturalmente orientati a concepire e

praticare il diritto, che possono coesistere all'interno di uno stesso ordinamento. Si tratta di una

distinzione tra l'idea di un tipo di diritto delle leggi, di un diritto certo, tipicamente codificato, di

una forma dogmatica della razionalità, e un'idea di un tipo di diritto dei casi, tipicamente

giurisprudenziale, di una forma problematica della razionalità. In altri termini, si tratta di non

comprendere più la distinzione tra i due sistemi giuridici in chiave di dicotomia geografica ma

come due delle maggiori espressioni della storia giuridica europea. I rapporti tra diritto e società,

tra diritto e giustizia, tra potere legislativo e potere dei giudici, tra autorità dei pubblici poteri e

libertà individuali, costituiscono i fondamenti della comparazione giuridica.

L'orbita europea, degli studi politici e giuridici, è caratterizzata da un diritto multilivello: sia come

sistema di governo (multilevel governance) sia dei diritti (multilevel constituzionalism); le quali non

cancellano la territorialità degli ordinamenti ma la proiettano (con effetto di dissolvenza) in una

dimensione di spazialità dai confini poco definiti, dove tutte le territorialità sono tra loro

intrecciabili nella prospettiva cosmopolita.

L'Europa come unione di popoli rappresenta un ponte fra due rive: quella nazionale e quella

globale e cosmopolita. Ciò viene sintetizzato dalla disposizione dell'art 67 del TFUE che pone

l'obiettivo della realizzazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia rispettando i diversi

ordinamenti giuridici e le diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri. Nel quadro delle

politiche comuni, oltre al ravvicinamento delle legislazioni nazionali all'interno di un mercato

unico, si fa spazio il progetto ambizioso di dare forma ad uno spazio comune di sicurezza e giustizia

e di principi generali comuni agli ordinamenti.

Dall'epoca tardo-medioevale rinasce un modello di Ius commune del diritto romano che si articola

attorno all'interpretazione dei testi giustinianei ad opera dei dottori presso le università,

seguendo i criteri della Lex o Ratio scripta. Un diritto di matrice dotta, e della sua relativa

interpretatio, che viene affiancato da un diritto di matrice giurisprudenziale, affidato alla

circolazione delle opinioni di giudici e avvocati. Un diritto composto da molteplici fonti: il diritto

romano, il diritto feudale, la Lex mercatoria, come dai singoli statuti locali; e che insieme costituiva

la Communis opinio totius Europae. Questo diritto si alimentava proprio dalla continua

comunicazione tra i giuristi; un'idea di diritto dal carattere extrastatuale (un continente europeo

visto come area di circolazione delle opinioni e delle decisioni dei giuristi forensi e presso i grandi

tribunali). Nel Medioevo viene istituita la figura dei giudici itineranti (prima dei grandi tribunali),

appartenenti ad una Curia Regis, con il compito di amministrare la giustizia in tutto il continente,

mentre la Gran Bretagna rimane isolata, tra il 13 e il 16 secolo, in quanto isola. Il diritto romano

era scritto in latino, perciò servivano delle persone dotte che conoscessero la lingua e il diritto. I

dotti appartenevano alla Chiesa Romana per gran numero. Con lo sviluppo delle università nasce

un diritto accademico, e l'Opinio iuris. Il diritto romano effettua una prima uniformazione, nonché

globalizzazione, giuridica tenendo conto di alcune caratteristiche di cultura locale per non

generare tensioni al momento di applicare lo Ius.

L'ordinamento giuridico aperto è, dunque, quello nel quale viene teorizzato e praticato l'uso della

comparazione come regola di riconoscimento del diritto applicabile a una determinata

controversia. È ammesso il ricorso, in via interpretativa, a norme di matrice legale e

giurisprudenziale di altri ordinamenti (Lex alius loci), parte di un'area culturalmente omogenea.

Ordinamenti nati sul terreno di una civiltà del diritto sentito e concepito come patrimonio di

regole e principi comuni al mondo europeo che, però, furono travolti dall'ondata nazionalista

ottocentesca, per diventare ordinamenti sempre più chiusi. Tracciando la differenza tra giuristi

liberali e illiberali.

I soggetti veri dell'apertura e della comunicazione non sono gli ordinamenti, nella connotazione

istituzionale, ma i rispettivi giuristi, come realtà individuale e collettiva.

Esistono due nozioni di diritto europeo. Una nozione intesa come civiltà europea (storia, cultura e

tradizione giuridica) e una nozione intesa come diritto dell'Unione. L'espressione di diritto

dell'Unione (European union law) sembra destinata a soppiantare l'espressione di diritto

comunitario: ponendosi come il superamento della fase funzionalista dell'integrazione economica

in favore della fase costituzionalista dell'integrazione normativa. Il Trattato di Maastricht ha

contribuito grazie anche all'introduzione dell’istituto della cittadinanza dell'Unione. Attraverso la

cittadinanza si è configurato un luogo d'incontro non solo di soggetti professionali e imprenditori

ma anche di concittadini, non più estranei e stranieri. Al pari dello Ius commune, il nuovo diritto

europeo appare destinato a svilupparsi soprattutto sul terreno dei principi, dei valori e dei diritti

fondamentali.

La figura del giurista europeo si fa quindi ponte di comunicazione e apertura del proprio

ordinamento nazionale con altri ordinamenti e con l'ordinamento stesso dell'Unione; capace di

affrontare sia la teoria che la prassi dell'integrazione europea. Un compito che proietta la

professione in uno spazio transnazionale e sovranazionale, che sappia interpretare e cogliere

quanto gli ordinamenti nazionali e l'ordinamento dell'Unione si integrino con una società

caratterizzata sempre più dal pluralismo (anche nella sua composizione etnica, religiosa e

culturale).

Queste riflessioni prospettano anche il compito di sviluppare una nozione autentica di diritto

europeo come espressione di un'effettiva comunanza di valori e principi , quale terreno solido su

cui trovare punti di equilibrio tra universale e particolare, tra europeo e locale. Un nuovo Ius

commune che sappia trarre dalla sua storia due importanti elementi: uno relativo all'unità

culturale e spirituale del diritto europeo, l'altro relativo alla concezione dell'ordinamento giuridico

aperto e comunicante. Una nozione che sappia dare alla cittadinanza dell'Unione , oltre che un

valore politico-ideale, un concreto significato di condizione della formazione di una società civile

europea. CAPITOLO III. INTERPRETAZIONE E DIRITTO.

L'interpretazione nel diritto è un tema arduo: nella misura in cui il diritto è, ancora, l'arte del bene

e del giusto (Ius est ars boni et aequi) - espressione latina che esprimeva l'aspirazione del diritto

verso valori morali ed etici, assieme alla locuzione "Honeste vivere, neminem laedere, suum

cuique tribuere". La ragione risiede nella tesi che, forse, il diritto non può esistere prima e fuori di

una interpretazione; anziché distinguere i termini bisognerebbe, piuttosto, equipararli: diritto

come interpretazione. Come se il diritto fosse sempre e comunque interpretazione.

Il rapporto tra diritto e interpretazione non è lineare (uno non viene prima dell'altro, che segue).

È stata data più volte prova che la legge non è di per sé diritto, e che il diritto non si esaurisce solo

nelle leggi. Si rinnova, in ogni epoca storica, il conflitto tra Lex e Interpretatio; per quanto certa o

evidente possa apparire una disposizione normativa, la norma in essa contenuta non rappresenta

il presupposto dell'attività interpretativa ma, piuttosto, il risultato. L'interpretazione giudiziale di

un testo normativo – a differenza di qualunque altro linguaggio – trova il suo senso e il suo valore

in ciò che, per il senso giuridico, è un tutt'uno con l'interpretazione del testo stesso.

La certezza del diritto deriva dalla sua evidenza testuale: Lex scripta. Ma anche una legge

assolutamente auto-evidente può dare adito a dubbi sulla sua interpretazione, e relativa

applicazione. La disposizione viene fissata per iscritto per essere letta e intesa da tutti, ma finisce

per sprigionare scintille di dubbio interpretativo, derivanti dall'attrito con il mondo reale e le

umane vicissitudini. Si passa dall'idea di diritto quale comando imposto da un'autorità sovrana (Ius

quia iussum), all'idea di cosa sia giusto in un dato tempo e luogo (Ius quia iustum). In conclusione,

ciò che rende certo e giusto il diritto non è la sola volontà di legge, così come dettata nel suo testo,

quanto piuttosto la ragione che ne interpreta il significato, per farne un'applicazione appropriata

ai casi singoli. Il diritto esiste nella e con la interpretazione. Il rapporto tra legge, diritto e

interpretazione non è un rapporto lineare ma un rapporto circolare. Il diritto, da presunto

contenente, diventa contenuto di esperienza. E l'interpretazione, come sinonimo di esperienza di

vita, è il contenente.

Il legislatore è apparso, agli occhi degli illuministi, come onnipotente. Un soggetto istituzionale

(che sia un monarca o un parlamento) capace di mutare la realtà delle cose a proprio piacimento;

ma l'atto con cui esprime una tale volontà ha un'efficacia normativa che si esaurisce nella sua

stessa forma espressiva. Mentre l'interpretazione, intesa come il diritto che si fa esperienza dei

casi di vita, possiede una propria efficacia normativa.

Attraverso il linguaggio si arriva, quindi, ad uno snodo centrale: il rapporto tra interpretazione e

giurisdizione. Il problema dell'interpretazione come iuris dictio ("dire il diritto"). La legge non parla

con voce propria; ma con la voce del giudice. Risulta allora difficile immaginare un giudice-

macchina, un interprete-burocrate, un automa delle leggi. Persino il più corposo e articolato

apparato legislativo non riesce a contenere il mondo reale, la vita. Il diritto scritto è sempre, e

comunque, interpretato. Da un'idea burocratica dell'interpretazione ne deriva una riduzione del

diritto a legge. Ma l'idea che la norma si esaurisca nella sua espressione testuale recide ogni

legame con il contesto in cui si articola. È reso evidente che il testo di legge si forma in esito a un

processo deliberativo, rivolto a fatti futuri, attraverso la maturazione di opinioni.

Al legislatore, un tempo ritenuto onnipotente, oggi si chiede sempre più di rispettare il limite della

ragionevolezza, insieme ad altri parametri conformi al principio di legalità costituzionale (Rule of

law); come potrebbe non apparire paradossale che a un giudice (visto anche come subalterno del

legislatore) sia consentito, rispetto a fatti passati, di superare questo limite con un'interpretazione

secundum legem – che porti ad una decisione assurda e iniqua del caso sottoposto? Senza che

abbia rilievo il fatto che un giudice anziché giungere ad un'interpretazione contra legem possa

rivolgersi ad una corte costituzionale, affinché la norma possa essere espunta, soppressa. Ogni

decisione giudiziale presuppone il confronto tra versioni contrastanti dei fatti. Per questa ragione

può accadere che anche il più chiaro testo di legge non brilli di luce propria ma riflessa.

L'interpretazione ha natura culturale e morale, nonché rilievo sociale; infatti attiene e ha ricadute

nel suo contesto di riferimento (le comunità politicamente organizzate o le comunità di liberi

cittadini, costituite una volta dalla civitas). A partire dalla metà dell'800 questo paradigma di

ordine e semplicità identifica il diritto con l'ordinamento giuridico nazionale (espressione della

sovranità statale), ponendosi come forma di ordinamento chiuso e completo in sé. Nel nostro

codice civile si richiamano i “principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato” come limite

massimo di estensione all'attività interpretativa. Nel codice civile svizzero si richiama la facoltà del

giudice a decidere, nei casi che sfuggono a quelli previsti dalla legge, “secondo la regola che egli

adotterebbe come legislatore”.

La common law medioevale rappresenta uno dei primi diritti a forte connotazione territoriale,

divenendo legge generale del regno: la Lex terrae. La terra rappresenta il luogo di residenza di una

popolazione e di una comunità che vive secondo consuetudini proprie. Un vincolo di indipendenza

e preesistenza del diritto rispetto allo Stato – non di appartenenza del diritto allo Stato. La Lex

terrae non si configura come confine territoriale all'applicazione della legge ma come fattore di

preesistenza, indipendente, del diritto rispetto allo stato. Diritto correlato ad usanze e valori

riferiti ad un tempo fuori dalla memoria, ab immemorabili. Ciò ha garantito il carattere della

extrastatualità della common law; i giuristi che operano nel foro sono al tempo stesso produttori

e interpreti del diritto. L'eredità culturale legata all'idea dell'interpretazione permane come

espressione di un'arte retorica, che si muove in un ambito logico. Le motivazioni delle sentenze,

fornite dai singoli giudici, continuano ad essere denominate opinions (opinioni). Sempre nell'idea

di autonomia del diritto forense rispetto al diritto legislativo (statute law).

Sul continente europeo la transizione da un diritto locale a base territoriale ad un diritto nazionale

si realizza tramite le codificazioni. La discontinuità rispetto alla tradizione plurisecolare di uno Ius

commune ne ha fatto il simbolo di un'epoca, di una mentalità e di una professionalità giuridica. Si

riscontra il dogma della completezza del sistema giuridico, il carattere monolitico dell'ordinamento

e la certezza del diritto. Una premessa così intensa da porsi come tomba del diritto inteso come

esperienza. Dopo la valanga del positivismo giuridico, l'idea di un ordinamento aperto torna ad

affascinare all'indomani della prima guerra mondiale e infine prende corpo con l'avvio del

processo di integrazione europea. La letteratura, su questo argomento, si divide tra chi configura

questa prospettiva di apertura come una “mutazione genetica del diritto nazionale” e chi lo

interpreta come un superamento o, piuttosto, una “rivincita del passato sul presente”. Una

rivincita che, grazie a fenomeni contemporanei come la globalizzazione e l'integrazione, potrebbe

portare una nuova vitalità al ‘diritto aperto'.

Il modello europeo di società aperta e inclusiva pone al centro dell’ordine, politico e giuridico,

valori e principi. La figura del giurista come professione autoreferenziale muore definitivamente. Il

linguaggio e il lessico cambia, segnando una progressiva marginalizzazione. Un fenomeno che

sembra lasciare il giurista come orfano, rispetto ad un suo ‘proprio' diritto.

CAPITOLO IV. DIRITTO COMUNITARIO E DIRITTO EUROPEO.

È opportuno non dimenticare lo spirito che ha animato l'intero processo di integrazione europea

e che, in tempi di crisi come quelli che stanno caratterizzando questa fase, andrebbe riesaminato

per sottolineare come esso si applichi al nostro passato quanto al nostro futuro. Tali implicazioni

ruotano attorno alle due concezioni di "diritto dell'Europa" ed "Europa del diritto". Il diritto

dell'Europa è quello riconoscibile con il diritto comunitario, dopo il Trattato di Lisbona è

appropriato parlare di diritto dell'Unione Europea. Un diritto pensato come prodotto delle attività

istituzionali, imposto o mediato per poi essere recepito nei singoli ordinamenti (i quali sono tenuti

a conformarvisi). Una simile operazione non è di certo facile, soprattutto per la sua natura di

operazione fatta per così dire a tavolino; a fronte di realtà consolidate come i sistemi nazionali. Ma

non va trascurata neanche l'incidenza e la portata dei risultati ottenuti: si pensi all'emanazione di

normative vincolanti sia per gli Stati membri sia per i loro cittadini. È un diritto composito, frutto

del legislatore dell'Unione europea e i principi generali comuni ai paesi membri (humus comune,

che permette di sentirsi uniti) quasi fossero principi costituzionali (le pietre miliari di una

popolazione). Recepisce le caratteristiche dei singoli ordinamenti nazionali, recepisce le

caratteristiche geografiche storiche e culturali (caratteristiche proprie del popolo, dei costumi)

legati ad un territorio determinato – definite in dottrina HUMUS, correlate allo spirito della

nazione, alla Legal tradition. Sulla base di queste caratteristiche gli ordinamenti vengono descritti

come comunanti o concordanti (più o meno omogenei). Il Diritto dell'Unione Europea risulta

essere caratterizzato anche da diverse metodologie di ragionamento e approccio (legal reasoning)

utilizzate nell'ambito dell'interpretazione e dell'applicazione del diritto. Tenendo presente le

differenze tra civil law, common law e gli ordinamenti misti, come quello scozzese. L'Europa del

diritto costituisce un approccio differente, che si preoccupa di ricercare e stabilire delle basi

comuni (sia di rilievo storico-culturale sia, più propriamente, giuridico-istituzionali) che possano

giustificare o favorire un ravvicinamento degli ordinamenti e delle legislazioni degli stati membri. È

la ricerca di una cornice e di uno scenario entro cui inquadrare lo scenario di un'effettiva comunità

giuridica europea. Un richiamo all'unità culturale e spirituale del sapere giuridico europeo,

assieme al modello istituzionale e culturale di ordinamento giuridico aperto. Un'esperienza

caratterizzata da una cultura e una mentalità plasmate all'insegna di uno spirito transnazionale,

che fa dipendere il riconoscimento di regole e principi (all'interno dei singoli ordinamenti) da una

convergenza e concordanza tra i differenti sistemi giuridici. Un contesto di comunicazione

caratterizzato dalla circolazione di opinioni e decisioni dei giuristi forensi, dei tribunali e della

dottrina.

Si parla di un approccio centralista. Diritto codificato. L'UNIFORMAZIONE viene definita “rigida”,

HARD LAW. Gli approcci di uniformazione che si basano su regole interpretative generali, come

l'attività dottrinale, giurisprudenziale, contrattuale, come l'esempio dei principi Unidroit, si

definiscono come modelli di SOFT LAW.

Il processo di integrazione europea, iniziato negli anni 50 da un'idea di Jean Monnet, ha condotto

alla successione-sostituzione dell'Unione Europea alla Comunità europea, correlata dalla

successione dei relativi trattati istitutivi (il TUE e il TFUE prendono così il posto del TCE),

identificando Principi e temi che avrebbero contribuito ad identificare un contesto comune e

condiviso. L'Unione europea tende ad assumere sempre più i caratteri identificativi di una

comunità di "cives"; concittadini accomunati da uno spazio di convivenza pacifico, caratterizzato

da un diritto comune europeo (Gorla). L'architrave di questa nuova struttura istituzionale

consente una riscrittura dei valori e dei principi fondativi dell'Unione (art.2 del TUE): sancisce il

passaggio da una iniziale fase funzionalista con base economica ad una fase costituzionalista del

processo di integrazione, attraverso i diritti e l'identità di cittadini europei. Come si legge nel

Preambolo della Carta europea dei diritti fondamentali: l'Unione si fonda su valori indivisibili e

universali (dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, democrazia e stato di diritto), come tale pone

la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza europea, creando così uno spazio

di libertà, sicurezza e giustizia (proseguendo i lavori e le operazioni programmatiche introdotte dal

Trattato di Amsterdam 1997). Una centralità resa più efficacemente con espressioni come il

francese "au coeur" o l'inglese "at the heart". Il riferimento è chiaramente ad un quadro di valori,

principi e regole capaci di racchiudere una nozione una legittimazione di diritto transnazionale,

con valenza in tutti gli Stati membri e i cittadini. La questione riguarda la base giuridica degli

interventi e delle azioni dell'Unione europea. Tale base è stata individuata nell'instaurazione e nel

funzionamento del mercato interno – ammettendo e autorizzando anche misure relative al

ravvicinamento delle legislazioni nazionali. Proprio le differenze rappresenterebbero un ostacolo

per un efficiente funzionamento del mercato; un principio che ha giustificato i successivi interventi

di armonizzazione. Tuttavia la ricerca di soluzioni tecniche senza un quadro di valori e principi che

ne costituiscano la legittimazione risulterebbe priva di motivazione e rilevanza. Di qui l'esigenza di

uno sguardo globale con il compito di individuare il “cuore federale” dell'Unione. La nozione di

diritto europeo deve necessariamente partire dalla nozione di “diritto dei cittadini” (ius civium) e

l'istituto della cittadinanza europea, destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini.

Lo sviluppo del diritto europeo si muove in due distinti ambiti di competenza: il mercato interno e

lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il secondo precede normativamente il primo, poiché nel

testo dell'articolo 3 del TUE la creazione di uno spazio di cittadinanza comune precede il comma

sulla realizzazione di un mercato unico. La nozione di cittadini europei apre e chiude il circuito

della rappresentanza politica a livello di Unione. La cittadinanza europea diventa l'anello di

congiunzione tra l'ordine europeo internazionale (negoziati e diplomazia) e l'ordine europeo

costituzionale (interessi comuni e principio democratico). I due ambiti di competenza dell'Unione

(mercato interno/spazio di libertà, sicurezza e giustizia) sono entrambi correlati alla figura del

cittadino europeo quindi non sono in opposizione o antagonismo, ma possono essere definiti

contigui. L'articolo 67 del TFUE dispone che lo spazio di libertà , sicurezza e giustizia sia realizzato

nel rispetto dei diritti fondamentali, nel rispetto dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse

tradizioni giuridiche degli Stati membri. In quanto spazio di cittadinanza comune assume un

valore giuridico preminente, in accordo con il Preambolo della Carta europea dei diritti

fondamentali che afferma la centralità della persona per le finalità dell'intera azione europea.

L'ordinamento nazionale, in quanto integrato dal diritto dell'Unione, cessa di essere un

ordinamento chiuso per aprirsi alla definizione di europeo. L'espressione diritto europeo segna il

passaggio dalla fase funzionalista del processo di integrazione alla fase costituzionalista.

Attraverso la cittadinanza europea si realizza un diritto comune ai cittadini all'interno dell'Unione;

al pari dei diritti naturali (iura naturalia) un terreno fertile e d'incontro tra giuristi nei diritti

fondamentali della persona. L'idea di incentrare questa nozione sulla dimensione plurale della

cittadinanza – piuttosto che su quella unificante del mercato – consente di mantenere le

specificità e le diversità che caratterizzano il nostro modello di ordinamento multilivello.

CAPITOLO V. LA CITTADINANZA EUROPEA.

CAPITOLO VI. FORME DI PROPRIETA'.

L'idea romanistica di proprietà viene intesa come “signoria sulla cosa”: la concezione del

dominum ex jure quiritium discende direttamente dall'esperienza giuridica romana, trasmessa

nella compilazione giustinianea, passando attraverso la relativa interpretazione in epoca

medioevale, le compilazioni dei glossatori e – infine – con la rivoluzione francese. Nei sistemi

giuridici di common law è possibile individuare una dicotomia tra real property (beni immobili) e

personal property (altri beni), all'interno della cornice concettuale della giurisprudenza

medioevale; una tradizione giuridica riferibile alle consuetudini dei popoli di stirpe germanica e dei

rapporti feudali. Per quanto riguarda la tradizione giuridica continentale il canone discorsivo di

riferimento riguarda la dicotomia concettuale tra proprietà (in re propria) e possesso (in re

aliena). Nelle fonti romane non sono presenti esplicite definizioni di proprietà, ma l'idea viene

espressa attraverso tre concetti: mancipium, dominium e proprietas. Con mancipium voleva

intendersi le cose che potevano essere afferrate con la mano (res mancipi, da manus appunto); la

nozione di dominium si riferisce alla storica concezione secondo cui il pater familias aveva la

signoria sulle cose appartenenti collettivamente al gruppo familiare; infine, la proprietas

rispecchiava la concezione più moderna di una proprietà esclusiva della cosa. I romani parlavano di

dominium e proprietas senza intendere una precisa differenza di significato ma come due aspetti

differenti di una comune disciplina relativa alle cose (res corpolares) elaborate in seno allo Ius

civile Romanorum.

I caratteri principali del diritto romano sulla proprietà sono: la materialità del suo oggetto; la sua

assolutezza in quanto diritto opponibile erga omnes; la sua esclusività in quanto diritto in grado di

impedire a terzi di interferire con il bene oggetto di proprietà. Uno schema potestativo in termini

di potere dell'uomo sui beni. Non erano previsti i cosiddetti diritti su cose altrui (iura in re

aliena). Altri caratteri fondamentali sono la pienezza del diritto, come titolarità dei diritti, e la sua

indivisibilità. Risulta netta la separazione anche concettuale tra proprietà e possesso: sfere

tematiche che non devono essere confuse. Il concetto unitario di proprietà nella tradizione

giuridica romana rappresenta senza dubbio un lascito importante alla posterità. Nella tarda età

imperiale tali nozioni vennero ad essere profondamente modificate e ridimensionate

dall'esperienza medioevale: da un'impostazione dominativa di matrice romana (proprietà come

esclusiva) si passa ad un'idea di proprietà oggettivata. Con la caduta dell'impero romano e il

sorgere dei regni romano-barbarici si apre un capitolo cosiddetto “diritto intermedio”. L'avvento

del feudalesimo segna un punto di svolta. La Terra costituiva il baricentro delle gerarchie sociali,

indicatore del benessere di una famiglia. Lo schema germanico si caratterizza per l'equiparazione

tra possesso e proprietà, ma la rottura maggiore nei confronti della tradizione giuridica romana si

attua in campo di beni immobili, mediante l'attribuzione ad altri soggetti di poteri sulla cosa (iura

in re aliena), lungo tre fondamentali coordinate: ius disponendi o fruendi; la relatività del titolo; la

determinazione della durata temporale (anche se molto estesa). Lo strumento a tal fine utilizzato

è quello della Gewere, resa in latino con “vestitura”. La cosiddetta investitura dava luogo a una

duplice situazione di titolarità, che riguardava non più solo l’oggetto ma la terra con tutte le sue

utilità. Non si verificava un vero e proprio trasferimento immobiliare ma, piuttosto, una gerarchia

di diritti e obblighi, partendo dal sovrano e replicabile tra tutte le gerarchie inferiori. Il sistema

feudale appare quindi come un contratto tra due soggetti. Rispetto ad un'idea individualistica di

proprietà, proposta dalla cultura romana classica, nel mondo medioevale si afferma un'idea

pubblicista di proprietà, espressione di funzioni sociali.

La comparazione e il confronto tra i sistema di civil law e di common law corre sul piano temporale

e spaziale in relazione ai due modelli di proprietà. Da un lato, quello romanistico, un modello

rigido, compatto e monolitico della proprietà (imperniato nella sua assolutezza ed esclusività)

consistente nella res corporalis; dall'altro, quello inglese di stampo medioevale, un modello

flessibile, pluralistico e pragmatico, in cui si rispecchia e valorizza l'effettiva utilizzazione della

cosa, correlato al cosiddetto usus rei. Un sistema di proprietà come vestitura (o Gewere) nel

significato di esercizio e godimento effettivo. Esisteva tuttavia la possibilità di una coesistenza su

un medesimo immobile tra un dominum directum e un dominum utile, ponendosi come un modo

di conciliare l'istituto romano con il sistema feudale germanico. Glossatori e commentatori si

sarebbero fatti così interpreti di un'esigenza sociale e culturale, oltre che tecnica, per definire una

nuova categoria di dominium, distinguendo tra substantia rei e utilitas rei.

L'abolizione del regime feudale delle terre ha fornito un decisivo impulso delle correnti

giusnaturalistiche e illuministiche (valori del liberismo economico e politico). Viene proposta una

visione antropocentrica dell'universo, un “individualismo possessivo”, simultaneamente allo

sviluppo urbano. La valorizzazione sul piano economico di tutti i beni, anche immobiliari, ha

permesso la loro libera circolazione e alienazione. Una cultura urbana che apre la strada alla

futura visione capitalista della società. Si sviluppa la concezione della proprietà come diritto

dell'individuo, espressione della sua libertà. Si arriva in tal modo agli eventi storici della

rivoluzione francese e alla decisione dell'Assemblea nazionale di abolire tutti i diritti e gli oneri

feudali. La concezione di proprietà emersa con la rivoluzione francese rispecchia gli stessi elementi

essenziali presenti nella proprietà romana classica (il poter disporre materialmente e

giuridicamente del bene, anche immobile) per questo motivo si parla di un ripristino del

dominium romano.

La proprietà viene disciplinata come diritto della persona, come attributo della libertà, assumendo

un rilievo costituzionale in termini di inviolabilità del diritto così conosciuto come espressione

della libertà individuale. Secondo il Code Civil del 1804 la disciplina sulla proprietà non è la

disciplina di un'istituzione giuridica come le altre ma diviene essa stessa la legislazione civile. La

proprietà rappresenta la misura di ogni situazione del privato. Espressione delle conquiste

ottenute dalla classe borghese in campo sociale, politico ed economico. Nel corso del Novecento

assistiamo ad un nuovo cambio di paradigma: il capitalismo statico, di tipo agricolo o industriale, si

evolve trasformandosi in un capitalismo dal carattere più dinamico, di tipo finanziario. Con un

conseguente passaggio di potere dalla classe dei capitalisti (proprietari-imprenditori) a quella dei

manager (non proprietari). Un evento dissociativo tra proprietà e controllo (o gestione)

dell'azienda. La nozione giuridica di proprietà borghese come “diritto sacro e inviolabile” – come

espresso dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino – perdeva la sua enfasi già nella

prima metà del Novecento, risultando non più in sintonia con i tempi.

CAPITOLO VII. IDEA DI PROPRIETA'.

L'idea di proprietà rimane al centro della cultura giuridica occidentale e capitalista, ma non solo:

si pensi alla riconversione del sistema di mercato dopo il crollo dei regimi comunisti,

accompagnata dalla restaurazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Come l'odierna

esperienza della Cina popolare e la sua “economia socialista di mercato” (socialist market

economy), introdotta con un emendamento del 1993 alla Costituzione vigente dal 1982; questa

formula tende oggettivamente a rappresentare un'alternativa all'economia di mercato capitalista

(produzione basata su fini di profitto, scambiando merci e servizi per un prezzo di mercato). Un

emendamento del 2004 arriva a proclamare inviolabile la proprietà del cittadino anche se con dei

limiti.

Esistono diverse forme di proprietà riscontrabili nelle varie epoche storiche (vere e proprie

concezioni proprietarie):

1. Proprietà quiritaria. Fatta a immagine della sovranità dell'antico mondo romano;

affiancata dalla proprietà bonitaria, di quasi-dominio.

2. Proprietà feudale. Una proprietà divisa tra dominio diretto e dominio utile, come riflesso

di una gerarchia dei rapporti di potere tipica del mondo medioevale, tale da fornirne

l'essenza costitutiva dell'intero ordine sociale, un ordine tutto incentrato sul primato della

cosa (reicentrismo).

3. Proprietà individuale o privata. Dalla rivoluzione francese onorata e collocata al rango di

principio fondamentale.

4. Proprietà socialista. Sorta per contrapporsi alla “proprietà borghese e capitalista” della

rivoluzione francese; tuttavia anche questa concezione alternativa appare di natura

capitalistica (con titolarità oligarchica, di partito e statale).

5. Proprietà azionaria. Seguendo l'evoluzione compiuta dal mercato e dal capitalismo.

Presenta il cosiddetto fenomeno della dissociazione tra titolarità formale del bene, in

relazione alla percentuale di azioni possedute. Il management aziendale detiene gli effettivi

poteri di controllo e gestione di tali beni.

6. Proprietà intellettuale. Sulle opere artistiche, letterarie, scientifiche e sulle invenzioni

industriali. Beni immateriali ma suscettibili di essere commerciati nel mondo reale, una

forma di proprietà globale, a diffusione planetaria.

7. Nuova proprietà. Con riguardo sempre alla categoria dei beni immateriali; espressione

usata per indicare delle situazioni attributive di benefici reddituali, a carattere soprattutto

assistenziale e previdenziale.

8. Multiproprietà. Avente ad oggetto una porzione di tempo determinata nel godimento di

un bene immobile.

9. Proprietà comune o collettiva. In capo a soggetti come gruppi o comunità nella loro

totalità; forme conservate soprattutto in talune popolazioni (indigene); espressione di una


PAGINE

32

PESO

933.19 KB

PUBBLICATO

3 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in studi europei
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher frabenepal12 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comparazione e uniformazione del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Ricci Ilaria.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!