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Linguaggi e tecniche dell'audiovisivo

Prof. Carmine Fornari, A.A. 2017/2018

Appunti di Lucrezia Cusato

Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

Sommario

  • Premessa
  • Il cinema
    • Nascita e sviluppi
    • Le origini
    • La fotografia come redenzione
    • Caratteristiche
    • L’illusione cinematografica
    • Differenze tra cinema e realtà
    • Il funzionamento delle ottiche
    • Tipologie di ottiche
    • Campi e piani
    • Tipologie di film
    • L’evoluzione del linguaggio cinematografico
    • Il fantastico
    • Il reportage di guerra
    • Il cinema sovietico
    • Charlie Chaplin
    • La Nouvelle Vague
    • I film per ragazzi
    • William Wyler e la neutralità cinematografica
  • Come si crea un film
    • Montaggio
    • Terminologia e trucchi
    • Imparare dai grandi nomi
      • L’angelo azzurro | Josef von Sternberg
      • L'Atalante | Jean Vigo
      • Sette samurai | Akira Kurosawa
      • I quattrocento colpi | Truffaut
      • Apocalypse Now | Francis Ford Coppola
      • Gli intoccabili | Brian De Palma
      • Persona | Ingmar Bergman
      • Stanley Kubrick
      • Andrej Tarkovskij
      • Fallen Angels | Kar-Wai
      • I know | David Lynch
      • Quattro minuti | Chris Kraus
      • Kill Bill | Quentin Tarantino
      • The Hours | Stephen Daldry

Premessa

Per poter sostenere l’esame è necessario:

  • Studiare le seguenti parti dei libri di testo:
    • Film come arte - di Rudolf Arneim, edizione Abscondita [fino a pag. 40]
    • Cosa è il cinema - di André Bazin, edizione Garzanti [il primo capitolo]
    • Lettere a uno studente di cinema - di Carmine Fornari, Nuova Trauben Editori, Torino [fino a pag. 56]
  • Realizzare un breve video, che dimostri la piena comprensione delle lezioni frontali. Il corto può essere sia un breve film con uno storytelling legato al cinema, sia un corto che contiene delle parti di grafica. La sua durata non deve superare i 3-4 minuti.

Sono qui contenuti i riassunti per l'esame di Linguaggi e Tecniche dell’Audiovisivo, basati su appunti personali e studio autonomo dei testi indicati dal docente Carmine Fornari. Sperando che troverete questo testo esauriente, vi auguro un buono studio!

Il cinema

Nascita e sviluppi

Le origini

La nascita del cinema viene solitamente ricondotta al 1895, anno in cui aprì il cinema Lumière. Tuttavia, alle sue origini vi sono diversi studi e ricerche, tra cui quella condotta da Joseph Plateau nel 1829, un fisico che studiò il fenomeno della cosiddetta persistenza retinica. Quest'ultimo dimostrò come la retina dell'occhio umano abbia la capacità di trattenere l'immagine per 1/50 di secondo (misurazione che si rivelò incredibilmente esatta) anche dopo che la stessa non è più visibile. Plateau, tuttavia, errò nel ritenere che fosse l’occhio a produrre l’illusione, che era invece creata dal cervello. Questa teoria fu poi ripresa da Max Wertheimer, uno dei fondatori della psicologia della Gestalt. Egli identificò il fenomeno Phi, ovvero l’illusione dove la percezione di movimento è prodotta da una successione di immagini statiche: https://goo.gl/dT5q7c

Tra il 1877 e il 1880, Muybridge realizzò la prima sequenza cinematografica. Dopo la scoperta nel 1880 della gelatina di bromuro d'argento, Marey costruì il fucile fotografico. Qui sopra sono riportati due esempi del loro lavoro: Muybridge realizza una sequenza di fotografie tra loro accostate, mentre Marey sovrappone i vari scatti sulla stessa pellicola. Se per il cinema fotografico abbiamo modo di sorprenderci per le precoci applicazioni tecniche, al contrario il cinema ci ha messo molto a nascere, pur essendovi tutte le condizioni necessarie riunite da molto tempo. Basti pensare agli studi di Plateau, pressappoco contemporanei a quelli di Niépce. Quelli che hanno avuto meno fiducia nell'avvenire del cinema come arte, e persino come industria, sono infatti stati proprio Edison e Lumiere, che lo consideravano un giocattolo di cui il pubblico si sarebbe un giorno o l'altro stancato. Il cinema non deve quasi nulla allo spirito scientifico, poiché i suoi padri non sono scienziati. I veri scienziati come Marey non hanno servito il cinema che incidentalmente. In questo modo si spiega il ritardo nell' applicazione ottica della persistenza retinica.

La fotografia come redenzione

L'invenzione del primo sistema scientifico, ovvero la prospettiva, fu l'evento decisivo per la nascita del cinema. Questa fece sì che l’arte tendesse a un sempre maggiore bisogno di illusione. Si può dire che la prospettiva sia stata il peccato originale della pittura occidentale, e che Niépce e Lumière ne furono i redentori. La fotografia ha liberato la pittura occidentale dall'ossessione realista, consentendole di trovare la sua autonomia estetica. Per quanto sia abile il pittore, la sua opera sarà comunque sottoposta ad una soggettività inevitabile. L'originalità della fotografia risiede proprio nella sua oggettività, tant'è che l'apparato principale obiettivo della macchina fotografica si chiama “”. Tutte le arti sono fondate sulla presenza dell'uomo: solo nella fotografia ne godiamo l'assenza. La fotografia non crea eternità come l'arte, ma imbalsama il tempo sottraendolo alla sua corruzione. Analogamente, il film non si contenta di conservare l'oggetto avvolto nel suo istante, ma bensì libera l'arte barocca dalla sua tensione al dinamismo.

Caratteristiche

L’illusione cinematografica

Il cinema, arte del tempo, ha l’incredibile privilegio di ripeterlo. Ci sono altre arti temporali, come la musica, ma quest'ultima è per definizione un tempo estetico, mentre il cinema costituisce il suo tempo estetico sulla base del tempo vissuto. La fotografia su questo punto non ha il potere del cinema, poiché non può che rappresentare un agonizzante o un cadavere, ma mai il passaggio dall'uno all'altro. La course de taureaux è un documentario sulla corrida, realizzato con materiale di repertorio. Sullo schermo si può quindi assistere alla morte dei toreri ogni volta che si vuole. L’unico evento della nostra vita ad essere per definizione irriproducibile – la morte – il cinema può ripeterlo indefinitamente davanti a me.

Quando entriamo in un cinema siamo pronti ad accettare un compromesso: so che quello che mi viene mostrato è finto, ma voglio crederci per un paio d'ore. Il motivo per cui si presta tanta attenzione agli errori durante le riprese è che qualsiasi errore non farebbe altro che staccare lo spettatore da quello che vede riportandolo alla realtà, facendo quindi crollare tutti i meccanismi di identificazione. Quando le luci si riaccendono la magia si interrompe gradualmente: tutti si muovono in trance, come se si fossero appena svegliati da un lungo sonno. Quello che accompagna questo risveglio è il tema del film, che viene riportato nei titoli di coda. Quando ascoltiamo la colonna sonora di un film essa ci fa rivivere la storia, consentendoci di rielaborarla. Secondo Lacan, il fatto che al cinema i visi proiettati siano altri tre o quattro metri, ci fa regredire allo stato di bambini, poiché l'immagine che vediamo assomiglia al grande viso dei nostri genitori quando eravamo in fasce.

Differenze tra cinema e realtà

La cinematografia, come altre tecniche, è un mezzo che può essere usato come arte, ma non necessariamente deve esserlo. Ad esempio, la pittura può essere usata per creare una cartolina illustrata, che ha poco a che fare con l'arte. Tuttavia, sono ancora in molti a credere che il cinema non possa essere definito arte, a causa della sua capacità di riproduzione meccanica della realtà. Trattiamo ora alcune differenze tra la visione cinematografica e quella umana:

  • Proiezione di solidi su una superficie piana
    Se devo fotografare un cubo non basta che lo collochi nel campo di visione della mia macchina, ma devo trovare il punto in cui la sua ripresa è più efficace; riprendendone solo una delle quattro facce, la restituzione sarà incompleta. Se ne deduce che anche la ripresa di un oggetto semplice come un cubo necessita di una certa sensibilità, poiché non esiste una formula che ci aiuti a scegliere la posizione più caratteristica.
  • Riduzione della profondità
    L'immagine data dal cinema non è bidimensionale ma nemmeno tridimensionale; è una via di mezzo tra le due. Nel caso della ripresa di un treno che arriva in stazione, lo spettatore ne ha sia una percezione tridimensionale (tant’è che nel cinematografo Lumière il pubblico fuggì impaurito), sia una bidimensionale, poiché lo vede inoltre muoversi dal basso dello schermo verso l’alto. La mancanza di tridimensionalità nelle immagini cinematografiche fa sì che vengano meno i fenomeni di “costanza e dimensione della forma”; nella realtà, se un oggetto è posto ad una certa distanza da noi, il cervello riconosce comunque la sua reale forma e dimensione. Nella visione cinematografica, invece, tale compensazione non si verifica.
  • Illuminazione e assenza del colore
    È degno di nota il fatto che l'assenza del colore, che potrebbe apparire come una differenza piuttosto evidente tra cinema e realtà, sia stata così poco notata prima dell'avvento del cinema a colori. Gli spettatori di un film in bianco e nero lo accettano come una fedele riproduzione della natura. A giocare un ruolo fondamentale è l'illuminazione: essa contribuisce a rendere riconoscibile la forma di un oggetto.
  • Limiti dell'immagine e distanza dell'oggetto
    Quotidianamente non ci rendiamo conto della limitatezza del nostro campo visivo, poiché esso è reso illimitato dalla mobilità della testa e degli occhi. Ciò non accade per la ripresa cinematografica, in cui lo spazio riprodotto è visibile solo fino ai bordi, che tagliano via tutto ciò che si trova al di là. Lo spettatore seduto in poltrona non gira mai la testa, ma acquisisce le stesse informazioni ottiche essenziali che otterrebbe se lo facesse. Da queste limitazioni deriva anche la difficoltà di dare l'impressione di altezza o profondità. All'interno di una scena cinematografica è infatti bene inserire modelli di confronto per mostrare le dimensioni di un oggetto. Nella realtà abbiamo sempre percezione esatta del paesaggio in cui ci troviamo, perché conosciamo la relazione del nostro corpo con il piano orizzontale su cui è poggiato. Bisogna inoltre considerare che la distanza dello spettatore dallo schermo può determinare una deformazione dell’intento dell’artista. Un movimento che appare affrettato e confuso in un quadro grande, può infatti apparire normale in uno più piccolo.
  • Assenza di continuità spazio-temporale
    Nella vita reale ogni esperienza si presenta all'osservatore in una sequenza ininterrotta di spazio e tempo. Nel cinema il periodo di tempo che si riprende può essere seguito da una scena che si svolge in un tempo completamente diverso (e lo stesso vale per lo spazio); basta unire due fotogrammi. Questo comunque non implica che il tempo venga soppresso. Se ad esempio un personaggio va alla finestra, l’azione deve essere ripresa per intero, o si avrebbe l’impressione di una frattura violenta. Si sarebbe quindi potuto temere che lo spettatore restasse disorientato da questi fulminei salti temporali e spaziali. Tuttavia, questi non lo spiazzano del tutto, perché è consapevole che la ripresa fotografica non dà una completa illusione della realtà.
  • L'assetto ottico che cambia
    Se nella realtà giro gli occhi o la testa, il mio campo di visione muta; questo, però, non mi dà l'impressione che gli oggetti si muovano. Diversamente, se durante la ripresa si è fatta ruotare la camera, si avrà l’impressione che gli oggetti si spostino sullo schermo.
  • Assenza del mondo non-visivo dei sensi
    Chi, libero da pregiudizi, andava a vedere un film muto, non avvertiva la mancanza dei suoni. Questo perché non occorre una completezza realistica per creare una viva impressione. Si può omettere qualsiasi elemento presente nella vita reale, purché si offrano gli elementi essenziali. L'impressione è forte anche se la rappresentazione non è completa; questo accade perché anche nella vita reale difficilmente riusciamo a cogliere tutti i particolari.
  • La volontà del regista
    Lo spettatore di un film percepisce se stesso come se si stesse muovendo e guardando attorno, ma è come in balia dell'autore del film.

Il funzionamento delle ottiche

Camera oscura e macchina fotografica digitale

L’immagine fotografica si crea con una camera oscura, un dispositivo ottico composto da una scatola buia con un foro (detto “stenopeico”) sul fronte e un piano di proiezione sul retro. Il foro lascia entrare la luce, che proietta sulla faccia opposta all'interno della scatola l'immagine capovolta e rovesciata. Più il foro è piccolo, più l'immagine risulta nitida e definita. Il pregio maggiore di una camera oscura così semplice è che tutti gli oggetti appaiono a fuoco, a prescindere dalla loro distanza dal foro: in altre parole il foro si comporta come un obiettivo che non ha una lunghezza focale specifica. Il rovescio della medaglia è che questi lascia passare pochissima luce, per cui si possono fotografare solo oggetti immobili.

Nelle fotocamere reali, il foro è sostituito da un obiettivo dotato di dispositivi per il controllo dell'apertura e della messa a fuoco: sul piano su cui si proietta l'immagine è collocata la pellicola fotografica da impressionare o, nel caso di apparecchi digitali, il sensore. Si tratta di un attrezzo il cui scopo è di fare in modo che la luce emessa da un oggetto converga tutta sullo stesso punto della superficie su cui l'immagine deve essere proiettata, attraverso un sistema di lenti che sfrutta il fenomeno della rifrazione. Gli obiettivi esistenti sono nati per ovviare al principale problema della mancanza di luce del foro stenopeico, sostituito da un foro più grande (e regolabile) detto diaframma.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Wakiwa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggi e Tecniche dell'Audiovisivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Torino - Accademia Albertina o del prof Fornari Carmine.
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