Estratto del documento

Indicazioni d'esame

Sono qui contenuti i riassunti per l'esame di antropologia culturale, basati su appunti personali e studio autonomo dei testi indicati dal docente Massimo Melotti.

Libri obbligatori

  • Voce “collezione” nell'enciclopedia Einaudi, di Krzysztof Pomian
  • “Sociologia 1 – cultura e società”, Bagnasco Barbagli Cavalli, ISBN 881508263-8
    Pagine da fare: dall'inizio a p. 97 + da p. 183 a p. 211
  • “L’età della finzione”, Massimo Melotti
  • “Itinerari 11 – spazio, tempo, oggetto", Massimo Melotti. [si trova in biblioteca come pdf]
  • “Sul simbolo. Confronti e riflessioni all'inizio del millennio” [facoltativo]

Più un testo a scelta fra:

  • “L'opera d'arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica”, Walter Benjamin
  • “Gli strumenti del comunicare", Marshall McLuhan
  • “Il dono", Marcel Mauss

La collezione

Sommario

  1. Una collezione di collezioni
    • Le suppellettili funerarie
    • Le offerte
    • I doni e il bottino
    • Le reliquie e gli oggetti sacri
    • I tesori principeschi
  2. Le collezioni: il visibile e l'invisibile
  3. Utilità e significato
  4. Le collezioni private e i musei
    • Tipologie di semiofori
    • Il ruolo del denaro

Sociologia: Le società premoderne

Sommario

  1. L'evoluzione delle società umane e il concetto di cultura
  2. Le società di cacciatori e raccoglitori
    • L’attività predatoria e il nomadismo
    • L’organizzazione sociale
  3. Le società di coltivatori e pastori
    • Dall’attività predatoria all’attività produttiva
    • Gli insediamenti permanenti
    • Divisione del lavoro, disuguaglianze e organizzazione sociale
    • Le società di pastori
  4. La nascita delle società di agricoltori
    • Innovazioni tecnologiche e produzione di surplus
    • La nascita delle prime città intorno al tempio
    • Forti disuguaglianze e grandi imperi
  5. Le società agrarie nell’antichità greco-romana
    • La base agraria di una civiltà urbana
    • Le forme di governo
  6. La società feudale
    • La rottura dell’unità del mondo antico
    • Il feudo come unità (quasi) autosufficiente
    • La città medievale

Le origini della società moderna in Occidente

Sommario

  1. Le trasformazioni nella sfera economica: la nascita del capitalismo
    • L’idea di mutamento
    • Il concetto di capitalismo
    • Le trasformazioni dell’agricoltura
    • Il ruolo delle attività mercantili
    • La trasformazione dell’artigianato
    • La formazione dell’imprenditorialità
    • La tesi dell’origine religiosa dello spirito del capitalismo
  2. Le trasformazioni nella sfera politica: la nascita dello stato moderno
    • Lo Stato moderno all’epoca dell’assolutismo
    • Il concetto di “cittadinanza” e la nascita dello stato di diritto
  3. La cultura della modernità
    • L’individualismo
    • Il razionalismo
  4. La concettualizzazione della modernità in alcuni classici della sociologia
    • Il problema del motore del cambiamento
    • Il modello evoluzionistico
    • I modelli dicotomici

Forme elementari di interazione

Sommario

  1. I gruppi sociali e le loro proprietà
    • Proprietà relative alla dimensione
    • Proprietà relative ai confini
    • Proprietà strutturali
    • Potere e conflitto
    • Il comportamento collettivo

Linguaggio e comunicazione

Sommario

  • Il problema delle origini del linguaggio
  • Le funzioni del linguaggio: pensare e comunicare
  • La variabilità dei linguaggi umani nello spazio e nel tempo
  • La variabilità sociale della lingua
  • Tipi di linguaggio: privato, pubblico, orale e scritto
  • Linguaggio e interazione sociale
  • Le comunicazioni di massa

La collezione

Cosa accomuna tutti i musei del mondo? Cosa ci fa decidere che un oggetto possa essere un’opera d’arte, ed un altro invece no? Se consideriamo ad esempio un museo ferroviario, i vagoni esposti in mostra non trasportano viaggiatori né merci, sono privi di utilità. Anche se nella loro vita precedente avevano un uso determinato, i pezzi da museo o da collezione non ne hanno più. La loro funzione non è nemmeno ornamentale; non si tratta di abbellire uno spazio riempiendolo, bensì di costruire spazi che consentano di concentrare lo sguardo sui pezzi in esposizione. Questi tesori, invece di essere nascosti, vengono resi visibili e assumono anche un grande valore economico. Ciononostante, spesso e volentieri i proprietari delle collezioni private non ci lucrano sopra, bensì acquistano opere d’arte per se stessi.

Sebbene i musei e le collezioni private appaiano così diversi, hanno in comune un’istituzione: la collezione. Da una parte, i pezzi da museo sono considerati al di fuori di qualsiasi valore economico; dall’altra, ne hanno effettivamente uno. Essi hanno quindi un valore scambio senza avere valore d’uso. Ma allora perché vengono considerati oggetti preziosi? Possiamo ipotizzare diverse risposte:

  • Vi è negli uomini un istinto di proprietà innato e ad accumulare beni propri;
  • Alcune opere sono fonte di piacere estetico o hanno un valore storico/scientifico;
  • Il possesso di un’opera conferisce prestigio.

Tuttavia, questa spiegazione non è sufficiente. Basterebbe infatti trovare delle opere in contesti diversi da quelli della collezione privata e del museo perché questa spiegazione non sia più valida. Per sapere come stanno le cose, è quindi necessario uscire dalle frontiere della nostra società, e cercare delle collezioni altrove.

Una collezione di collezioni

Le suppellettili funerarie

Nella città più antica conosciuta finora (in Anatolia), il contenuto delle tombe era già chiaramente differenziato in funzione del sesso e dalla condizione sociale. Si prendevano poi tutta una serie di misure per proteggere le tombe contro il saccheggio, cioè contro una forma di riutilizzazione terrena di ciò che è destinato a restare per sempre coi morti nell’aldilà. Si nascondevano le tombe costruendo labirinti, aiutandosi con delle maledizioni, istituendo un sistema di sorveglianza. Inoltre, gli oggetti venivano disposti nelle tombe per essere guardati da coloro che abitano nell’aldilà.

L’evoluzione condusse poi, quasi dappertutto, a sostituire delle statuette alle vittime umane o animali. Ciò viene spesso spiegato in base a considerazioni economiche, ma questa è un’interpretazione artificiosa. Infatti, i modelli che venivano sostituiti erano spesso di esecuzione molto più difficile delle cose stesse. Quanto alla materia con cui venivano prodotti, era spesso più rara e preziosa. Dunque, la motivazione sembra piuttosto scaturita dalla convinzione che le suppellettili funerarie non dovessero essere utilizzate, bensì guardate ed ammirate.

Le offerte

Esistono più somiglianze tra i templi greci e romani con i nostri musei: è infatti nei templi che si ammassavano e venivano esposte le offerte. Anche quando gli oggetti si deterioravano, non venivano eliminati in un modo qualunque, bensì secondo dei precisi riti prestabiliti. Accadeva tuttavia che i tesori ammassati nei templi, sotto forma di offerte, ritornassero nel circuito delle attività economiche; tuttavia, questo era considerato un sacrilegio.

I doni e il bottino

Gli ambasciatori portavano dei doni nei templi, che venivano poi esposti agli occhi di un pubblico. Per quel che concerne invece i bottini di guerra, vanno evidenziati due comportamenti dei collezionisti romani. Il primo è il sovrano disprezzo per l’utilità degli oggetti raccolti, mentre il secondo è la perpetua gara al maggior offerente alla quale partecipavano (che metteva in gioco non solo la fortuna di ciascuno, ma la sua stessa dignità). Questo ci conduce a considerare il legame tra la collezione ed i comportamenti agonistici.

Le reliquie e gli oggetti sacri

Le reliquie sono degli oggetti che si crede siano stati in contatto con un Dio o un eroe, oppure si ritengono vestigia di qualche grande avvenimento del passato. Esse erano conosciute sia in Grecia che a Roma, ma fu il cristianesimo diffondendo il culto dei santi a portare il fenomeno delle reliquie al suo apogeo. Ogni oggetto che si riteneva avesse avuto un contatto con un personaggio della storia sacra, o che fosse parte del suo corpo, era considerato una reliquia. Si credeva che esse potessero arrestare la diffusione delle malattie, che guarissero gli ammalati, che proteggessero le città, che garantissero prosperità. Chiuse nei reliquari, venivano esposte ai fedeli durante le cerimonie religiose e portate nelle processioni.

I tesori principeschi

Quel che più colpisce in questi inventari è che la maggior parte degli oggetti censiti hanno un uso. Tuttavia, è opportuno sottolineare due fatti: il primo è il numero degli oggetti (un numero così elevato indica che non tutti potevano essere in uso contemporaneamente), il secondo è che molti di essi sono realizzati in materiali preziosi (per cui è da escludere che la maggior fossero impiegati quotidianamente). Risulta infatti che essi normalmente fossero chiusi in scrigni o armadi, e che venivano esibiti, ad esempio, durante gli ingressi solenni nelle città del regno. Sembra inoltre che la principale destinazione dei gioielli era la loro esposizione allo sguardo.

Le cosiddette “collezioni”, di cui si è parlato qui sopra, differiscono quasi del tutto da quelle contemporanee. Un accostamento di istituzioni che sembrano così disparate può essere giustificato solo a condizione che sia fondato non su una somiglianza esterna, bensì su un’omologia di funzioni.

Le collezioni: il visibile e l'invisibile

Tra i vivi e i morti vi è un rapporto di scambio: i vivi si privano dell’uso e della vista di taluni oggetti, ma si assicurano in cambio la protezione dei morti – o quantomeno la loro neutralità benevola. La situazione è analoga nel caso delle offerte, non tanto fra i vivi e i morti quanto fra gli uomini e gli dei. Questo ultimi vogliono che le offerte, una volta entrate nel recinto sacro, non ne escano più, tranne che in alcune circostanze eccezionali. Le offerte, tuttavia, potevano subire una distruzione rituale, se questa veniva fatta per consacrare gli dei.

Quando gli oggetti sono dedicati agli dei o ai morti, non è necessario che siano esposti allo sguardo degli uomini. Questo però pone un problema: si è definita la collezione come un insieme di oggetti esposti allo sguardo, ma allo sguardo di chi? Effettivamente, anche gli abitanti dell’aldilà “guardano” gli oggetti, che rimangono visibili agli dei e ai morti anche dopo essere stati distrutti, rotti o bruciati.

Pur restando degli intermediari tra il mondo di quaggiù e l’aldilà, le offerte possono essere – nel mondo profano – degli oggetti che rappresentano il lontano, il nascosto, l’assente. È questo il caso delle reliquie, che traggono la loro virtù santificante dal fatto di essere state in contatto con i santi, o di essere parti del loro corpo. In questo modo, anch’esse sono degli intermediari tra lo spettatore che le guarda o le tocca, e l’invisibile.

Malgrado la loro apparente diversità, tutte queste collezioni sono formate da oggetti, sotto un certo aspetto, omogenei: essi infatti partecipano allo scambio che unisce il mondo visibile e quello invisibile. Gli oggetti non possono assicurare la comunicazione tra i due mondi senza essere esposti allo sguardo dei rispettivi abitanti: solo soddisfacendo questa condizione essi diventano intermediari tra coloro che li guardano e il mondo che rappresentano.

Quanti oggetti occorre avere perché si possa parlare di una collezione? È evidente che, in astratto, una simile domanda non comporta risposta; difatti, non c’è bisogno di preoccuparsi di considerazioni quantitative, poiché questo numero è molto variabile. Ciò che veramente importa è la funzione, ed è questa che si esprime nei caratteri osservabili che definiscono la collezione.

Utilità e significato

È il linguaggio che secerne l’invisibile: il semplice gioco con le parole finisce col formare degli enunciati che, pur essendo comprensibili, designano qualcosa che nessuno ha mai visto. L’opposizione tra l’invisibile e il visibile è innanzitutto quella che esiste tra ciò di cui si parla e ciò che si scorge, tra l’universo del discorso e il mondo della visione.

Quali sono le condizioni necessarie perché un gruppo possa ammettere che A rappresenta B, intenso che B è invisibile? È evidente che si deve innanzitutto accettare che ci sia un B, ed anche che – essendo B invisibile – ciò sia possibile solo fidando in un enunciato che ne parla. Occorre quindi che qualche movente spinga gli uomini a interessarsi a fenomeni che non hanno necessariamente per loro un’importanza vitale, e che li spinga ad ammassare e conservare oggetti che rappresentino l’invisibile. Ora, l’attribuzione all’invisibile di tale o talaltra superiorità rispetto al visibile sembra un tratto costante e ben documentato di tutte le mitologie religioni e filosofie, nonché della scienza. Ciò finisce col privilegiare due momenti nella traiettoria temporale di ogni fenomeno: quello della sua comparsa (passaggio dall’invisibile al visibile) e quello della sua scomparsa (passaggio dal visibile all’invisibile).

La storia degli artefatti comincia circa tre milioni di anni fa. L’uomo è, fin dall’origine, un produttore di cose; la storia delle cose si dispiega nel tempo geologico. La storia dell’interesse umano per gli oggetti che non sono delle cose, è tuttavia incomparabilmente più breve. Ma è anche vero che i primi sintomi delle preoccupazioni non utilitarie sembrano molto più antichi. Esistono infatti alcuni casi eccezionali: una grossa conchiglia a spirale, un polipaio a forma sferica della stessa epoca, dei blocchi di pirite di ferro di forma bizzarra. Tutti questi oggetti non sono affatto delle opere d’arte, ma che delle forme di produzione naturale si siano poste all’attenzione dei nostri predecessori è già il segno di un legame con l’estetico. Questi oggetti erano inoltre circondati da una protezione speciale, altrimenti non le si ritroverebbe dopo millenni. Ed erano, infine, esposte allo sguardo. Questi abitanti della grotta dell’Hyène ad Arcy-sur-Cure detengono, fino a prova contraria, il titolo di primi collezionisti della storia.

La vita materiale degli uomini era fino ad allora chiusa nel visibile. A partire dal Paleolitico superiore, l’invisibile si ritrova, per così dire, proiettato nel visibile: delle curiosità naturali e anche da tutto ciò che si produce di dipinto, scolpito, tagliato, impastato, ricamato o decorato. Da un lato, vi sono degli oggetti utili che sono tali perché possono essere consumati o utilizzati, da un altro vi sono dei “semiofori”, degli oggetti che non hanno utilità nel senso che è stato ora precisato, ma che rappresentano l’invisibile e che sono dotati, cioè, di un significato; non essendo manipolati, non subiscono usura. Per precisare questo punto, è da vedere innanzitutto come si presentano i rapporti dell’utilità e del significato nel caso degli oggetti. Vi sono almeno tre situazioni possibili:

  1. Una cosa ha solo l’utilità, senza avere alcun significato;
  2. Un semioforo ha solo il significato di cui è il vettore, senza avere la minima utilità;
  3. Oggetti che sembrano essere nello stesso tempo cose e semiofori.

Nel primo caso, è la mano che mette l’oggetto in un rapporto visibile con altri, anch’essi visibili; nel secondo, è lo sguardo prolungato da un’attività di linguaggio che stabilisce un rapporto tra l’oggetto e un elemento invisibile; il semioforo, invece, svela il suo significato quando si espone allo sguardo. Ne conseguono due conclusioni: la prima è che un semioforo assume pieno significato quando diviene un pezzo da collezione; la seconda è che l’utilità e il significato sono reciprocamente esclusivi. Più un oggetto è carico di significato, meno utilità ha, e viceversa.

Quali sono le condizioni che ogni oggetto deve soddisfare perché gli si possa attribuire un valore? Innanzitutto, è necessario che tale oggetto sia utile, oppure che sia carico di significato. Si pone poi un problema, ovvero: quali sono le condizioni di uno scambio delle cose con i semiofori, essendo le due classi di oggetti dissimili e non paragonabili l’una all’altra? È infatti solo quando è acquisito il fatto che si possano scambiare le cose con i semiofori che questi acquistano una parvenza di utilità. La regola enunciata più sopra (ovvero che più un oggetto è carico di significato meno utilità ha) sembra allora perdere la sua validità, dato che più un oggetto è carico di significato più grande è il suo valore. Eppure, questa regola resta valida, perché ciò che è semioforo per un gruppo in un dato momento è un valore d’uso virtuale sia per un altro gruppo, sia per lo stesso gruppo ma in un momento diverso. Più significato si attribuisce a un oggetto, meno ci si interessa alla sua utilità.

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 23
Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 1 Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunti di Antropologia Culturale Pag. 21
1 su 23
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Wakiwa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Torino - Accademia Albertina o del prof Melotti Massimo.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community