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Capitolo 5: Monopolio

Il monopolio

Il monopolio puro è quella situazione in cui ciascuna impresa detiene una quota di mercato del 100%. Poi un’impresa può essere anche dominante quando detiene dal 50 al 100% del mercato e non ha rivali di un certo peso.

5.1 Il monopolio

Il modello di monopolio puro è basato sull’ipotesi che ci sia un mercato ben definito con un solo produttore. Il monopolista fissa il prezzo, p, e i consumatori domandano la quantità D(p); o, in altro modo, per vendere la quantità q, il monopolista fissa il prezzo P(p), dove P è la funzione inversa di D. Poiché prezzo e quantità sono legati dalla funzione di domanda, è la stessa cosa per il monopolista scegliere il prezzo ottimale o la quantità ottimale da produrre. Si avrà la massimizzazione dei profitti, π, quando l’impresa adotterà la regola ottimale secondo cui MC = MR.

Ricordando che il grado di potere di mercato delle imprese è inversamente proporzionale all’elasticità, ovvero, ε(p – MC)/p = 1/ε, quindi, possiamo affermare che: un monopolista dovrebbe fissare un margine di profitto unitario tanto più grande quanto più piccola è l’elasticità della domanda rispetto al prezzo. Ciò è illustrato nella FIGURA 5.1, il prezzo ottimale, e quindi anche il margine di profitto unitario, è più elevato ne caso di una curva di domanda poco elastica, che quando la curva di domanda è elastica.

5.1.1 Imprese dominanti

I casi di monopolio puro sono piuttosto rari, tuttavia non è infrequente trovare settori industriali in cui una sola impresa (dominante) detiene una quota di mercato del 50% o più e un insieme di piccole imprese (frangia concorrenziale) che si dividono il resto del mercato. Generalmente l’impresa dominante detiene un vantaggio competitivo rispetto ai rivali, perché ha costi più bassi o produce output più di qualità.

Le N imprese della frangia concorrenziale producono un prodotto omogeneo rispetto a quello dell’impresa dominante, ma in quantità più piccola rispetto al mercato; per vendere questa quantità aspettano che l’impresa dominante fissi un prezzo, e poi, loro, in seguito fissano un prezzo leggermente più basso, producendo al limite della loro capacità produttiva. I consumatori prima acquisteranno i prodotti dalla frangia concorrenziale, perché sono meno costosi, e solo quando saranno esauriti, acquisteranno i prodotti dall’impresa dominante (FIGURA 5.2).

L’impresa dominante dispone di una domanda residua pari a D', ottenuta spostando la domanda di mercato KD, verso sinistra di K unità, che è la capacità totale della frangia concorrenziale. Per decidere quanto produrre l’impresa dominante deve quindi tenere conto della domanda residua e sceglierà la quantità in corrispondenza del quale D'D = MMR = MC, ciò determina un prezzo ottimale p e un output ottimale q. Se K è piccolo, p è vicino a p, ovvero il prezzo di monopolio.

Quando c’è una frangia concorrenziale, l’impresa dominante, che si comporta da monopolista sulla domanda residua, vende una quantità minore rispetto al monopolio, ma la quantità venduta dall’intero settore è superiore alla quantità venduta in regime di monopolio, quindi l’inefficienza allocativa è minore in questo caso, rispetto al monopolio puro.

5.1.2 Monopolio e potere di monopolio

Il grado di potere di monopolio, definito come la capacità di vendere ad un prezzo superiore al costo unitario, cioè p > MC è inversamente correlato all’elasticità della domanda. Dunque, è possibile, che, alcune imprese nonostante abbiano una grande quota di mercato, abbiano meno potere di monopolio a causa della maggiore elasticità della domanda.

Le politiche pubbliche tengono conto della distinzione tra un’elevata quota di mercato e la detenzione di potere di monopolio. Queste non considerano illegale la detenzione di elevate quote di mercato, ma bensì l’abuso e lo sfruttamento del potere monopolistico.

5.2 La regolamentazione

È noto che il prezzo di monopolio porta a inefficienze allocative, in quanto il prezzo fissato dal monopolista è più alto del costo marginale. O, per mettere la cosa in altro modo, l’output fissato dal monopolista è inferiore rispetto all’output ottimale. La concorrenza è un modo per raggiungere quell’efficienza dalla quale tende ad allontanarci il prezzo di monopolio.

Tuttavia se i costi fissi sono alti, la concorrenza non può essere un’alternativa realistica. Una situazione estrema è data dal monopolio naturale, è il caso in cui la struttura dei costi è minimizzata con un solo produttore. In questi casi, la regolamentazione diretta dal monopolista può essere la soluzione ottimale. C’è un’impresa con una funzione di costo pari a C = F + cq, dove F sono i costi fissi e c il costo marginale.

In assenza di regolamentazione, il monopolista fissa il prezzo al livello di monopolio, pM, come mostrato nella FIGURA 5.3. Poiché l’ottimo sociale sarebbe fissare il prezzo uguale al costo marginale, il prezzo di monopolio, implica che l’output sia più basso rispetto all’output socialmente ottimale e che il benessere sociale sia più basso rispetto al livello ottimale di un ammontare corrispondente all’area E. Per quanto riguarda il monopolista, egli riceve un profitto lordo πM = q(p – c), così che il profitto netto sarà dato da π – F.

Una prima soluzione ottimale, per chi regolamenta può essere quella di costringere il monopolista a fissare un prezzo uguale al costo marginale pR = c. In questo caso l’output è dato da qR ed è raggiunta la massima efficienza allocativa. Unico problema è che questo può condurre l’impresa a profitti negativi, in quanto il profitto lordo è pari a zero e quello netto pari a – F.

Chiaramente, un’impresa che fa perdite pari a F non può sopravvivere, e per risolvere questo problema, il regolamentatore può dare all’impresa un sussidio pari a F. Questa situazione creerebbe ulteriori problemi, in quanto per ottenere dei fondi pari a F, il regolamentatore sarebbe costretto ad aumentare le tasse in qualche altro settore, e la perdita secca causata da queste tasse, potrebbe essere maggiore della perdita secca causata dal fatto che si vorrebbe uguagliare il prezzo al costo marginale.

In secondo luogo, la possibilità di effettuare trasferimenti dal regolamentatore alle imprese regolamentate conferisce al primo un potere di discrezionalità e apre le porte alla cosiddetta “regulatory capture”, la situazione in cui le imprese investono risorse per influenzare le decisioni del regolamentatore.

Dati i problemi della politica di uguagliare prezzo e costo marginale, un’alternativa è quella di imporre un prezzo uguale al costo medio. Sotto questo regime l’impresa è forzata a fissare il prezzo più basso compatibilmente col vincolo di fare profitti non negativi, ovvero il prezzo uguale al costo medio. Questa situazione è rappresentata dalla FIGURA 5.4.

Un altro meccanismo è quello della regolamentazione del tasso di rendimento, questo è un meccanismo per mezzo del quale i prezzi sono fissati in modo da consentire all’impresa un equo tasso di rendimento del capitale investito. Uno dei problemi relativi alla regolamentazione del tasso di rendimento è che questo tipo di regolamentazione da all’impresa pochi incentivi per ridurre i costi.

In effetti, se l’impresa riduce i costi il prezzo fissato dal regolamentatore sarà corrispondentemente abbassato, lasciando all’impresa lo stesso tasso di rendimento. In pratica, fra il momento in cui l’impresa riduce i costi e quello in cui entra in vigore il nuovo prezzo regolamentato, c’è un ritardo temporale, chiamato ritardo di regolamentazione, che potrebbe procurare all’impresa un guadagno transitorio.

La regolamentazione del tasso di rendimento è un meccanismo incentivante a bassa potenza: il prezzo varia nella misura esatta in cui varia il costo e questo minimizza gli incentivi a ridurre il costo. All’estremo abbiamo un meccanismo incentivante ad alta potenza: si tratta del meccanismo per quale il prezzo è fissato in anticipo e non cambia mai anche se il costo cambia, questo si chiama “price cap”.

Esso fornisce il massimo incentivo alla riduzione del costo, in quanto un risparmio di costi di un euro si traduce in un aumento dei profitti di un euro. C’è da aggiungere però, che, maggiore è la riduzione di costo operata dall’impresa regolamentata, minore sarà il price cap fissato dal regolamentatore per i 5 anni successivi, quindi l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulla lunghezza del periodo per il quale il regolamentatore predetermina il prezzo, in quanto in questo caso potremmo pensare al price cap come un’estensione del caso di regolamentazione del tasso di rendimento che considera un ritardo di regolamentazione piuttosto ampio.

Un altro problema relativo al metodo del price cap è che esso crea scarsi incentivi ad aumentare la qualità dei beni e servizi offerti. Infine, il metodo del price cap pone il problema della determinazione del prezzo: un prezzo troppo elevato implica l’inefficienza allocativa tipica di un prezzo più alto del costo marginale, mentre un prezzo troppo basso potrebbe non essere sostenibile da parte dell’impresa.

Più generalmente, uno schema incentivante ad alta potenza, implica un alto grado di rischio per l’impresa regolamentata. Da questo punto di vista, la regolamentazione del tasso di rendimento è un meccanismo migliore: infatti il rischio per l’impresa regolamentata è minimo.

Per riassumere: un meccanismo di regolamentazione al alta potenza fornisce forti incentivi per riduzioni di costi ma pochi incentivi per aumentare la qualità. Inoltre, implica un altro grande rischio per l’impresa regolamentata e richiede che il regolamentatore non sia facilmente condizionabile.

5.3 Mezzi di produzione essenziali e canoni di accesso

Come detto, la concorrenza è lo strumento migliore per ristabilire l’efficienza allocativa da cui il monopolio, con i suoi prezzi elevati, tende ad allontanarci. La regolamentazione, a sua volta, è la migliore alternativa quando, a causa della presenza di condizioni di monopolio naturale, la concorrenza non è possibile.

Il fatto che certe industrie tradizionalmente classificate come monopoli naturali possono essere considerate tali è stato recentemente messo in discussione. Specificatamente, abbiamo un monopolista che vende servizi a imprese operanti in un segmento competitivo del mercato, che a loro volta vendono al consumatore finale. In questi casi diciamo che il monopolista è un collo di bottiglia a monte e che i suoi servizi costituiscono in mezzo di produzione essenziale.

La sua regolamentazione presenta gli stessi problemi della regolamentazione del monopolio, inoltre, è frequente il caso in cui il proprietario di un mezzo di produzione essenziale a monte compete anche a valle. Questo tipo di situazione solleva numerose altre questioni. Una di queste è che l’impresa a monte può usare il suo potere di monopolio per espandersi a valle.

Per una serie di ragioni l’impresa a monte può essere incapace di estrarre dai concorrenti a valle tutti i loro profitti anche fissando in modo intelligente il prezzo per l’uso del mezzo di produzione essenziale. Invece, impedendo ai suoi concorrenti l’accesso al mercato, l’impresa a monte è in grado di ottenere il massimo profitto di monopolio.

Dal punto di vista del benessere sociale, sembrerebbe che l’esclusione dei concorrenti debba diminuire il benessere del consumatore: i consumatori pagano un prezzo più alto e hanno una minore varietà di prodotti tra cui scegliere. Un modo per evitare questo risultato è obbligare l’impresa a monte a uscire dal mercato a valle.

Un’alternativa consiste nel permettere all’impresa a monte di competere a valle, impedendole però di discriminare nei confronti dei suoi concorrenti a valle. Uno degli aspetti centrali di questa alternativa è la regolamentazione dei canoni di accesso, cioè il prezzo pagato dalle imprese a valle per l’uso del mezzo di produzione essenziale.

Per impedire la discriminazione nei confronti dei concorrenti è stata proposta la regola del prezzo efficiente delle componenti. Questa regola afferma che il prezzo all’ingrosso praticato nei confronti di un’impresa indipendente che opera nel mercato a valle non può essere più alto della differenza fra p, il prezzo finale fissato dall’impresa integrata, e il costo marginale dell’impresa integrata relativo alla fase di produzione a valle.

L’idea centrale di questa regola è: consentire alle imprese indipendenti a valle di sopravvivere se e solo se sono competitive rispetto all’impresa integrata verticalmente. Se viene applicata questa regola, viene garantita anche l’efficienza produttiva, però non c’è alcuna garanzia che i livelli dei prezzi siano quelli efficienti, infatti, se i prezzi sono fissati allo stesso livello di quelli di un monopolio non regolamentato.

Capitolo 10: La discriminazione di prezzo

La pratica di fissare prezzi diversi per lo stesso bene, in funzione della quantità acquistata, delle caratteristiche dell’acquirente o di certe alcune clausole contrattuali, è nota come discriminazione di prezzo. In questo capitolo consideriamo il caso in cui un’impresa è in grado di discriminare tra i consumatori e fissa cosi prezzi diversi per diversi segmenti di mercato. Cominciamo cercando di capire quali sono le condizioni che consentono a un’impresa di fissare prezzi diversi per lo stesso bene.

Mercati secondari e discriminazione di prezzo

In un mercato perfettamente competitivo deve valere la legge del prezzo unico, vale a dire che non possono esserci due prezzi diversi per lo stesso bene. Se ci fossero due prezzi diversi, allora un agente potrebbe ottenere un profitto comprando al prezzo più basso e vendendo al prezzo più alto.

Nel mondo reale, si osserva spesso che anche se un bene apparentemente omogeneo viene offerto a prezzi diversi, l’attività di arbitraggio è scarsa se non completamente assente, quindi, in termini tecnici non si sviluppa un mercato secondario per il bene in questione.

Affinché in equilibrio lo stesso bene possa essere venduto a prezzi diversi occorre che gli operatori non siano perfettamente informati circa la differenza di prezzo, oppure, che i costi di transazione siano così alti da non rendere conveniente l’operazione di acquistare un bene ad un prezzo basso per rivenderlo ad un prezzo più alto.

In sintesi: la discriminazione di prezzo è possibile solo in assenza di mercati secondari.

Differenze di costo e discriminazione di prezzo

Nella definizione di discriminazione di prezzo abbiamo specificato “prezzi diversi per lo stesso bene”. Per verificare se si è in presenza o meno di discriminazione di prezzo, si potrebbe pensare di controllare se il rapporto tra i prezzi prevalenti nei vari mercati è diverso dal rapporto tra i rispettivi costi marginali.

10.1 Modalità della discriminazione di prezzo

Ci sono diversi modi di praticare la discriminazione di prezzo, per cui può essere utile proporre una classificazione. La classificazione più significativa è quella basata sulle informazioni che hanno le imprese relativamente ai consumatori. Talvolta le imprese possiedono informazioni circa i propri clienti, in particolare possono sapere che certe caratteristiche sono correlate alla loro disponibilità a pagare, e questo tipo di discriminazione di prezzo è chiamata discriminazione di prezzo di terzo grado.

In altri casi il venditore ha qualche informazione sulle diverse preferenze dei consumatori ma non è in grado di osservare le caratteristiche individuali di ogni compratore, e anche in questo caso, è possibile discriminare fra i diversi acquirenti proponendo un ventaglio di offerte.

In questo caso, diciamo che siamo in presenza di un’auto selezione da parte dei consumatori, e questa è nata anche come discriminazione di prezzo di secondo grado. I venditori possono effettuare la discriminazione di prezzo sia basandosi sulle caratteristiche osservabili dei consumatori che inducendo i consumatori ad autoselezionarsi scegliendo un ventaglio di offerte.

10.1.1 Una nota terminologica

La definizione di discriminazione di prezzo di terzo e secondo grado proposta poco sopra non è accattata universalmente. La nostra classificazione è basata sul fatto che il venditore possa distinguere tra diversi consumatori direttamente o indirettamente, ovvero se la selezione dei consumatori è fatta dal venditore o se siamo in presenza di un’autoselezione.

Una definizione alternativa di discriminazione di prezzo di secondo grado è che il prezzo unitario dipende dalla quantità acquistata, ma non dall’identità del consumatore. Questo tipo di discriminazione è nata come sistemi di prezzi non lineari, e sua caratteristica cruciale, secondo questa definizione alternativa, è che i prezzi non dipendono dall’identità dei consumatori, ma piuttosto dalla quantità consumata.

In altre parole, non c’è niente di speciale nel fatto che il prezzo dipende dalla quantità o invece da altri aspetti dell’offerta di vendita, ciò che conta è che sia il consumatore a scegliere.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martins93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Castellani Davide.
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